A coloro che salvarono il mondo: I liquidatori di Chernobyl

Non sempre comprendiamo il sacrificio che molti uomini audaci compiono per il nostro benessere, e non sempre ne siamo riconoscenti. A volte non ne abbiamo colpa, in quanto soltanto con la conoscenza diretta possiamo realmente identificarci in questi sforzi. Non esiste parola che penetri chi è sordo all’esperienza. Abbiamo una certa responsabilità al contrario quando dimentichiamo, o per pigrizia non tentiamo almeno di calarci nei panni dell’altro.

Ciò che vogliamo offrirvi oggi è un argomento in cui la parola chiave è: empatia. Una parola spesso abusata e di moda che a volte perde dunque di significato, o ne viene travisato o corrotto il senso, ma che invece descrive la straordinaria capacità umana di immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti altrui; sentire sulla propria pelle sensazioni che originano e sgorgano da una fonte esterna al nostro vissuto interiore. Tenteremo di calarci nei panni dei protagonisti attivi di questa drammatica vicenda, passata tristemente alla storia come “Disastro nucleare di Chernobyl”.

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Siamo in Ucraina. È la notte del 26 aprile 1986. Un improvviso, devastante, boato squarcia il silenzio notturno, svegliando di soprassalto i lavoratori della centrale nucleare Vladimir Il’ič Lenin di Černobyl‘ che alloggiano nei palazzi della vicina cittadina di Prypiat. Le lancette degli orologi segnano le ore 1:23:45, l’ora della più grande catastrofe nucleare della storia del genere umano. Il reattore n. 4 della centrale, durante un test di sicurezza, esplode. La monolitica piastra di 1000 tonnellate in cemento e acciaio, che sigilla ermeticamente il nocciolo del reattore, viene scagliata in aria dall’esplosione e il tetto dell’edificio n.4 crolla, esponendolo, ormai in pieno meltdown nucleare, a diretto contatto con l’ambiente esterno.

Infine, una pioggia di centinaia di frammenti di grafite radioattiva ricade a terra, spargendoli ovunque nell’area circostante. Il reattore si incendia, rilasciando tonnellate di materiale radioattivo nell’aria, che si disperde in seguito, sotto forma di nubi tossiche, anche su altri paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia. L’inizio della fine per migliaia di persone che furono costrette a evacuare velocemente dagli affetti e dai ricordi di una vita delle loro abitazioni. Poterono portare solo cibo per un unico pasto, e per le altrettante migliaia di persone che si prodigarono a contenere l’incendio dapprima, e ripulire e bonificare l’area del disastro poi, per evitare conseguenze peggiori.

Quelli di cui vi parliamo oggi sono coloro che entrarono in scena dopo i primissimi interventi dei soccorritori di quella tragica notte, per decontaminare e mettere in sicurezza il sito dell’esplosione, e che più di tutti subirono i danni ai tessuti biologici causati dalla prolungata e continua esposizione alle radiazioni, assorbendone in grandi o estreme quantità. Stiamo parlando dei liquidatori di Chernobyl, la personificazione del coraggio fattosi carne, sangue, tendini e muscoli. Vennero ribattezzati in seguito “bio-robots” poiché arrivarono ad operare laddove i robots radiocomandati, a causa dell’elevata intensità delle radiazioni, smettevano di funzionare. Forse perché una macchina non sente la paura e dunque non può vincerla; un cuore umano sì.

È stato stimato che i liquidatori furono circa 600.000 tra militari e civili; provenivano da tutti i paesi dell’ormai ex Unione Sovietica e non erano assolutamente preparati ed equipaggiati a fronteggiare un evento simile, considerando che, all’epoca dei fatti, la centrale nucleare di Chernobyl era considerata una delle più sicure al mondo.

Il loro compito iniziale, a sole 36 ore dall’esplosione, fu quello di spegnere le ultime fiamme che avvolgevano ancora il “core”del reattore, dopo il precedente intervento dei pompieri (i primi ad arrivare): scaricarono dagli elicotteri più avanzati dell’epoca migliaia di tonnellate di sabbia, argilla, boro e piombo sulla ferita aperta e sanguinante dell’edificio ormai ridotto a poco più di una voragine, impedendo quindi che le malsane sostanze, prodotte anche dalla grafite che insisteva a bruciare, continuassero ad essere sprigionate all’esterno, alimentando le nubi radioattive che si erano già formate.

Nel caos generale improvvisamente creatosi, non tardarono purtroppo ad arrivare i primi incidenti dei mezzi di soccorso: uno dei rotori di un elicottero Mi-8 rimase impigliato nel cavo di una gru nelle vicinanze, precipitando nel reattore. Tutto l’equipaggio (4 uomini) perse la vita.

È solo grazie ai liquidatori se oggi l’Europa non è un arido deserto radioattivo: dopo lo scoppio del reattore e la fusione del nocciolo, le centinaia di tonnellate di sabbia e boro (avido di neutroni, senza i quali la reazione nucleare si interrompe) riversate su di esso lo avevano appesantito e, nel frattempo, continuava a bruciare sotto forma di Corium altamente radioattivo (tuttora esistente, rinominato “piede d’elefante” per il suo aspetto). Rischiava dunque di sprofondare nelle acque delle piscine sottostanti il reattore stesso.

Il contatto di questa sostanza a 1660 °C con l’acqua avrebbe provocato il repentino e violento passaggio di stato da liquido a vapore, esplodendo e scaraventando nell’etere stavolta tonnellate di Corium radioattivo potenzialmente capace di devastare buona parte d’Europa, inquinando per giunta le falde acquifere della città di Kiev. Una strage senza precedenti. Bisognava perciò agire tempestivamente per svuotare le piscine sotterranee, aprendo manualmente le valvole posizionate sott’acqua; acqua che brillava di un intenso azzurro a causa delle macerie estremamente radioattive che ormai si trovavano depositate sul fondo.

Ma chi avrebbe mai accettato di immergersi in quelle acque, e affrontare quindi un viaggio dal quale era praticamente certo nessuno avrebbe mai più fatto ritorno? Si offrirono volontari Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov. Si racconta che, mentre avanzavano lungo il tunnel scavato poco prima dai minatori volontari con enormi difficoltà (per il caldo insopportabile molti lavorarono senza tute protettive o completamente nudi) e che conduceva fin sotto il reattore, i tre dialogavano tranquillamente come fossero vecchi amici. L’impresa riuscì, le acque defluirono e un’ecatombe di proporzioni bibliche fu scongiurata. Ma c’è di più: contrariamente ad ogni matematica previsione, tutti e tre miracolosamente sopravvissero. Ancora: due di loro sono tuttora in vita. Chiamatelo se volete “fato”, oppure fortuna. Quello che ritenete più appropriato.

Quando finalmente la furia distruttiva del reattore 4 venne domata, ai liquidatori restavano ancora molti obblighi da assolvere per bonificare il sito. Uno dei più importanti era la rimozione dei frammenti di grafite radioattiva dalle strade e soprattutto dai bordi del tetto semi-esploso dell’edificio che conteneva il reattore. Per svolgere questo compito ricevettero in dotazione soltanto una dozzinale tuta protettiva in piombo che schermava ben poco dagli altissimi livelli delle radiazioni, e un badile.

Una volta giunti sul tetto, armati solo delle loro braccia iniziarono a gettare la grafite tossica nella voragine al di sotto di essi. Alcuni blocchi (di grafite) spesso erano così pesanti che necessitavano di essere presi e lanciati a mano; sapevano che con un contatto così ravvicinato stavano giocandosi la salute e la vita, ma non avevano alternative. Come se non bastasse, onde evitare l’assorbimento di una dose letale di radiazioni, il tempo a disposizione per le operazioni era soltanto 40 secondi, ma chiaramente spesso non bastavano e vi rimanevano anche per più di 120 secondi, con tutte le conseguenze del caso sul loro fisico.

Una volta che ebbero finito di spalare i detriti, dovettero provvedere a confinarli ed arrestare pertanto la fuga di particelle radioattive all’esterno. Iniziarono, così, i lavori titanici svolti in condizioni proibitive del sarcofago di rivestimento del reattore. Un colosso di migliaia di tonnellate di cemento armato che avrebbe arginato gli isotopi radioattivi e tutte le migliaia di altre sostanze velenose, la cui costruzione fu ultimata in soli 7 mesi, nel novembre dello stesso anno. Una nuova, seria minaccia venne dunque sventata solo grazie al loro inumano sacrificio.

I lavori di bonifica di strade e villaggi limitrofi continuarono fino al 1990, ma fu soprattutto durante il biennio ’86-’87 che i liquidatori assimilarono le maggiori quantità di radiazioni, in particolare coloro che lavorarono nella cosiddetta “zona di alienazione”, nel raggio cioè di 30 Km dal sito dell’esplosione, l’area quindi più altamente contaminata. È stato dimostrato che questi ultimi (200.000 circa) arrivarono ad assorbirne anche fino a 100 millisievert (unità di misura del danno biologico da radiazioni) in quell’arco di tempo. Basti pensare che in Italia, escludendo la naturale radiazione di fondo, il limite di sicurezza garantito senza effetti nocivi sull’organismo è 1 millisievert annuo.

Risulta difficile stabilire quanti furono i morti tra i liquidatori, poiché spesso gli effetti mutageni delle radiazioni sul DNA e le conseguenti malattie (tumori e leucemie frequentemente) possono impiegare anche anni prima di manifestarsi, e purtroppo i danni vengono trasmessi geneticamente anche alla prole, vale a dire alle successive generazioni. Ricerche indipendenti hanno quantificato fino a più di 100.000 decessi totali a breve e a lungo termine, ma appare chiara la natura lacunosa delle stime, che rimangono piuttosto approssimative per le suddette ragioni. Le perdite restano incalcolabili. Letteralmente.

Molti di loro inoltre non ricevettero la giusta ricompensa pattuita, come la pensione anticipata, la possibilità di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici, l’assistenza sanitaria, oppure questi diritti inizialmente concessi furono annullati anni dopo, per una serie di ragioni le quali meriterebbero di essere esaminate in separata sede. Ai liquidatori e alle loro famiglie restano una medaglia e un monumento situato nella città fantasma di Chernobyl, ai cui piedi vi è posta una targa, con una scritta in cirillico che recita: “A coloro che salvarono il mondo”. Non abbastanza.

Le informazioni su quanto era realmente avvenuto furono distribuite col contagocce alla popolazione. Le persone vennero in un certo modo manipolate tramite bugie o mezze verità (in Unione Sovietica non era mai così semplice reperire la verità). E così anche gli stessi liquidatori di Chernobyl che, per ragioni politiche e di prestigio dell’URSS, non vennero inizialmente messi al corrente dai piani alti del governo sovietico del pericolo a cui andavano incontro; non appena divenne chiaro, non si fermarono, proseguirono comunque tenacemente e con maggior determinazione.

Sapevano che la maggior parte di loro non avrebbe più fatto ritorno a casa o avrebbero sofferto per tutta la vita i danni delle radiazioni ma, d’altro canto, sentivano gravare su di sé il peso della responsabilità: tutto il mondo contava su di loro. Non potendo quindi aggirare la paura, le si scagliarono contro impavidi, polverizzandola. Non erano affatto degli sprovveduti o poveri disperati come sono spesso dipinti; tranne i militari, i restanti erano volontari civili che avrebbero potuto scappare da lì quando volevano, ma non lo fecero mai. Erano persone coscienti e consapevoli dell’immane opera che stavano compiendo, e che avrebbe cambiato la loro vita fino alla fine della loro esistenza terrena, sacrificandosi per il bene comune.

Erano inoltre (o sono, i pochi rimasti in vita) qualcosa di più di semplici uomini, come vengono ingenuamente descritti. Persone che non possono e non potranno mai essere interpretate, né comprese: solo amate. Avevano indubbiamente qualcosa che va al di là di una semplice umanità che tutti portiamo dentro di noi. Nessuna esplosione nucleare potrà mai eguagliare in forza ed intensità il loro dirompente altruismo.

Non erano eroi, no. Gli eroi per definizione sono mortali. Erano super-eroi. E come tutti i supereroi: immortali. E tali resteranno, finché vivranno nei nostri cuori.

Vogliamo concludere questo articolo con una delle parole più belle, delicate e forti allo stesso tempo che sia mai stata concepita; una parola oggi così solitaria, démodé e desueta, ma racchiude il senso di tutte quelle utilizzate per raccontarvi questa storia, e che speriamo raggiunga il cuore e l’anima di tutti questi uomini fuori dal comune: Grazie. Ad Astra.

Alessio Di Pasquale

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