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A coloro che salvarono il mondo: I liquidatori di Chernobyl

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Non sempre comprendiamo il sacrificio che molti uomini audaci compiono per il nostro benessere, e non sempre ne siamo riconoscenti. A volte non ne abbiamo colpa, in quanto soltanto con la conoscenza diretta possiamo realmente identificarci in questi sforzi. Non esiste parola che penetri chi è sordo all’esperienza. Abbiamo una certa responsabilità al contrario quando dimentichiamo, o per pigrizia non tentiamo almeno di calarci nei panni dell’altro.

Ciò che vogliamo offrirvi oggi è un argomento in cui la parola chiave è: empatia. Una parola spesso abusata e di moda che a volte perde dunque di significato, o ne viene travisato o corrotto il senso, ma che invece descrive la straordinaria capacità umana di immedesimarsi nelle emozioni e nei sentimenti altrui; sentire sulla propria pelle sensazioni che originano e sgorgano da una fonte esterna al nostro vissuto interiore. Tenteremo di calarci nei panni dei protagonisti attivi di questa drammatica vicenda, passata tristemente alla storia come “Disastro nucleare di Chernobyl”.

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Siamo in Ucraina. È la notte del 26 aprile 1986. Un improvviso, devastante, boato squarcia il silenzio notturno, svegliando di soprassalto i lavoratori della centrale nucleare Vladimir Il’ič Lenin di Černobyl‘ che alloggiano nei palazzi della vicina cittadina di Prypiat. Le lancette degli orologi segnano le ore 1:23:45, l’ora della più grande catastrofe nucleare della storia del genere umano. Il reattore n. 4 della centrale, durante un test di sicurezza, esplode. La monolitica piastra di 1000 tonnellate in cemento e acciaio, che sigilla ermeticamente il nocciolo del reattore, viene scagliata in aria dall’esplosione e il tetto dell’edificio n.4 crolla, esponendolo, ormai in pieno meltdown nucleare, a diretto contatto con l’ambiente esterno.

Infine, una pioggia di centinaia di frammenti di grafite radioattiva ricade a terra, spargendoli ovunque nell’area circostante. Il reattore si incendia, rilasciando tonnellate di materiale radioattivo nell’aria, che si disperde in seguito, sotto forma di nubi tossiche, anche su altri paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia. L’inizio della fine per migliaia di persone che furono costrette a evacuare velocemente dagli affetti e dai ricordi di una vita delle loro abitazioni. Poterono portare solo cibo per un unico pasto, e per le altrettante migliaia di persone che si prodigarono a contenere l’incendio dapprima, e ripulire e bonificare l’area del disastro poi, per evitare conseguenze peggiori.

Quelli di cui vi parliamo oggi sono coloro che entrarono in scena dopo i primissimi interventi dei soccorritori di quella tragica notte, per decontaminare e mettere in sicurezza il sito dell’esplosione, e che più di tutti subirono i danni ai tessuti biologici causati dalla prolungata e continua esposizione alle radiazioni, assorbendone in grandi o estreme quantità. Stiamo parlando dei liquidatori di Chernobyl, la personificazione del coraggio fattosi carne, sangue, tendini e muscoli. Vennero ribattezzati in seguito “bio-robots” poiché arrivarono ad operare laddove i robots radiocomandati, a causa dell’elevata intensità delle radiazioni, smettevano di funzionare. Forse perché una macchina non sente la paura e dunque non può vincerla; un cuore umano sì.

È stato stimato che i liquidatori furono circa 600.000 tra militari e civili; provenivano da tutti i paesi dell’ormai ex Unione Sovietica e non erano assolutamente preparati ed equipaggiati a fronteggiare un evento simile, considerando che, all’epoca dei fatti, la centrale nucleare di Chernobyl era considerata una delle più sicure al mondo.

Il loro compito iniziale, a sole 36 ore dall’esplosione, fu quello di spegnere le ultime fiamme che avvolgevano ancora il “core”del reattore, dopo il precedente intervento dei pompieri (i primi ad arrivare): scaricarono dagli elicotteri più avanzati dell’epoca migliaia di tonnellate di sabbia, argilla, boro e piombo sulla ferita aperta e sanguinante dell’edificio ormai ridotto a poco più di una voragine, impedendo quindi che le malsane sostanze, prodotte anche dalla grafite che insisteva a bruciare, continuassero ad essere sprigionate all’esterno, alimentando le nubi radioattive che si erano già formate.

Nel caos generale improvvisamente creatosi, non tardarono purtroppo ad arrivare i primi incidenti dei mezzi di soccorso: uno dei rotori di un elicottero Mi-8 rimase impigliato nel cavo di una gru nelle vicinanze, precipitando nel reattore. Tutto l’equipaggio (4 uomini) perse la vita.

È solo grazie ai liquidatori se oggi l’Europa non è un arido deserto radioattivo: dopo lo scoppio del reattore e la fusione del nocciolo, le centinaia di tonnellate di sabbia e boro (avido di neutroni, senza i quali la reazione nucleare si interrompe) riversate su di esso lo avevano appesantito e, nel frattempo, continuava a bruciare sotto forma di Corium altamente radioattivo (tuttora esistente, rinominato “piede d’elefante” per il suo aspetto). Rischiava dunque di sprofondare nelle acque delle piscine sottostanti il reattore stesso.

Il contatto di questa sostanza a 1660 °C con l’acqua avrebbe provocato il repentino e violento passaggio di stato da liquido a vapore, esplodendo e scaraventando nell’etere stavolta tonnellate di Corium radioattivo potenzialmente capace di devastare buona parte d’Europa, inquinando per giunta le falde acquifere della città di Kiev. Una strage senza precedenti. Bisognava perciò agire tempestivamente per svuotare le piscine sotterranee, aprendo manualmente le valvole posizionate sott’acqua; acqua che brillava di un intenso azzurro a causa delle macerie estremamente radioattive che ormai si trovavano depositate sul fondo.

Ma chi avrebbe mai accettato di immergersi in quelle acque, e affrontare quindi un viaggio dal quale era praticamente certo nessuno avrebbe mai più fatto ritorno? Si offrirono volontari Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov. Si racconta che, mentre avanzavano lungo il tunnel scavato poco prima dai minatori volontari con enormi difficoltà (per il caldo insopportabile molti lavorarono senza tute protettive o completamente nudi) e che conduceva fin sotto il reattore, i tre dialogavano tranquillamente come fossero vecchi amici. L’impresa riuscì, le acque defluirono e un’ecatombe di proporzioni bibliche fu scongiurata. Ma c’è di più: contrariamente ad ogni matematica previsione, tutti e tre miracolosamente sopravvissero. Ancora: due di loro sono tuttora in vita. Chiamatelo se volete “fato”, oppure fortuna. Quello che ritenete più appropriato.

Quando finalmente la furia distruttiva del reattore 4 venne domata, ai liquidatori restavano ancora molti obblighi da assolvere per bonificare il sito. Uno dei più importanti era la rimozione dei frammenti di grafite radioattiva dalle strade e soprattutto dai bordi del tetto semi-esploso dell’edificio che conteneva il reattore. Per svolgere questo compito ricevettero in dotazione soltanto una dozzinale tuta protettiva in piombo che schermava ben poco dagli altissimi livelli delle radiazioni, e un badile.

Una volta giunti sul tetto, armati solo delle loro braccia iniziarono a gettare la grafite tossica nella voragine al di sotto di essi. Alcuni blocchi (di grafite) spesso erano così pesanti che necessitavano di essere presi e lanciati a mano; sapevano che con un contatto così ravvicinato stavano giocandosi la salute e la vita, ma non avevano alternative. Come se non bastasse, onde evitare l’assorbimento di una dose letale di radiazioni, il tempo a disposizione per le operazioni era soltanto 40 secondi, ma chiaramente spesso non bastavano e vi rimanevano anche per più di 120 secondi, con tutte le conseguenze del caso sul loro fisico.

Una volta che ebbero finito di spalare i detriti, dovettero provvedere a confinarli ed arrestare pertanto la fuga di particelle radioattive all’esterno. Iniziarono, così, i lavori titanici svolti in condizioni proibitive del sarcofago di rivestimento del reattore. Un colosso di migliaia di tonnellate di cemento armato che avrebbe arginato gli isotopi radioattivi e tutte le migliaia di altre sostanze velenose, la cui costruzione fu ultimata in soli 7 mesi, nel novembre dello stesso anno. Una nuova, seria minaccia venne dunque sventata solo grazie al loro inumano sacrificio.

I lavori di bonifica di strade e villaggi limitrofi continuarono fino al 1990, ma fu soprattutto durante il biennio ’86-’87 che i liquidatori assimilarono le maggiori quantità di radiazioni, in particolare coloro che lavorarono nella cosiddetta “zona di alienazione”, nel raggio cioè di 30 Km dal sito dell’esplosione, l’area quindi più altamente contaminata. È stato dimostrato che questi ultimi (200.000 circa) arrivarono ad assorbirne anche fino a 100 millisievert (unità di misura del danno biologico da radiazioni) in quell’arco di tempo. Basti pensare che in Italia, escludendo la naturale radiazione di fondo, il limite di sicurezza garantito senza effetti nocivi sull’organismo è 1 millisievert annuo.

Risulta difficile stabilire quanti furono i morti tra i liquidatori, poiché spesso gli effetti mutageni delle radiazioni sul DNA e le conseguenti malattie (tumori e leucemie frequentemente) possono impiegare anche anni prima di manifestarsi, e purtroppo i danni vengono trasmessi geneticamente anche alla prole, vale a dire alle successive generazioni. Ricerche indipendenti hanno quantificato fino a più di 100.000 decessi totali a breve e a lungo termine, ma appare chiara la natura lacunosa delle stime, che rimangono piuttosto approssimative per le suddette ragioni. Le perdite restano incalcolabili. Letteralmente.

Molti di loro inoltre non ricevettero la giusta ricompensa pattuita, come la pensione anticipata, la possibilità di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici, l’assistenza sanitaria, oppure questi diritti inizialmente concessi furono annullati anni dopo, per una serie di ragioni le quali meriterebbero di essere esaminate in separata sede. Ai liquidatori e alle loro famiglie restano una medaglia e un monumento situato nella città fantasma di Chernobyl, ai cui piedi vi è posta una targa, con una scritta in cirillico che recita: “A coloro che salvarono il mondo”. Non abbastanza.

Le informazioni su quanto era realmente avvenuto furono distribuite col contagocce alla popolazione. Le persone vennero in un certo modo manipolate tramite bugie o mezze verità (in Unione Sovietica non era mai così semplice reperire la verità). E così anche gli stessi liquidatori di Chernobyl che, per ragioni politiche e di prestigio dell’URSS, non vennero inizialmente messi al corrente dai piani alti del governo sovietico del pericolo a cui andavano incontro; non appena divenne chiaro, non si fermarono, proseguirono comunque tenacemente e con maggior determinazione.

Sapevano che la maggior parte di loro non avrebbe più fatto ritorno a casa o avrebbero sofferto per tutta la vita i danni delle radiazioni ma, d’altro canto, sentivano gravare su di sé il peso della responsabilità: tutto il mondo contava su di loro. Non potendo quindi aggirare la paura, le si scagliarono contro impavidi, polverizzandola. Non erano affatto degli sprovveduti o poveri disperati come sono spesso dipinti; tranne i militari, i restanti erano volontari civili che avrebbero potuto scappare da lì quando volevano, ma non lo fecero mai. Erano persone coscienti e consapevoli dell’immane opera che stavano compiendo, e che avrebbe cambiato la loro vita fino alla fine della loro esistenza terrena, sacrificandosi per il bene comune.

Erano inoltre (o sono, i pochi rimasti in vita) qualcosa di più di semplici uomini, come vengono ingenuamente descritti. Persone che non possono e non potranno mai essere interpretate, né comprese: solo amate. Avevano indubbiamente qualcosa che va al di là di una semplice umanità che tutti portiamo dentro di noi. Nessuna esplosione nucleare potrà mai eguagliare in forza ed intensità il loro dirompente altruismo.

Non erano eroi, no. Gli eroi per definizione sono mortali. Erano super-eroi. E come tutti i supereroi: immortali. E tali resteranno, finché vivranno nei nostri cuori.

Vogliamo concludere questo articolo con una delle parole più belle, delicate e forti allo stesso tempo che sia mai stata concepita; una parola oggi così solitaria, démodé e desueta, ma racchiude il senso di tutte quelle utilizzate per raccontarvi questa storia, e che speriamo raggiunga il cuore e l’anima di tutti questi uomini fuori dal comune: Grazie. Ad Astra.

Alessio Di Pasquale

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Arancia Meccanica – Arte, fascino ed estetica della violenza

La violenza non è sempre estetica, ma l’estetica è sempre violenta.

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Il cinema è morto. E no, non riuscirete mai a convincermi del contrario, con le vostre tesi su quanto siano stupendi alcuni lavori recenti.

Ok, lo ammetto, sono stati prodotti dei bei film ultimamente. Basti guardare alla saga di John Wick che, (in questi tempi in cui state dando il meglio della vostra aggressività per ridurre in cenere l’identità sessuale), ci permettiamo di affermare che è una delle poche saghe cazzute, con le palle quadrate, che valga ancora la pena di vedere. Ma il cinema come lo conosciamo noi nostalgici del VHS non esiste più. E tutti quei (pochi) film recenti che non sono “allineati” alle logiche commerciali di Hollywood, che se ne fregano di raggiungere il più vasto pubblico possibile, che hanno ancora qualcosa di originale e di personale da dire insomma, non sono altro che riflessi incondizionati. Ultime scariche elettriche di un corpo morto.

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“Maestro”. Dal latino “magister”, unione delle due parole “magis” (grande) + il suffisso comparativo “ter”. Perciò il termine maestro sta letteralmente a significare “il più grande”, il più competente cioè in una materia, che sia arte, scienza o filosofia. E Stanley Kubrick è proprio questo, il più grande, IL maestro per definizione. Uno dei più immensi geni che il cinema abbia mai conosciuto. Quindi, ricapitolando: se volete imparare qualcosa a riguardo, dovete andare dal maestro. E nello specifico, se volete imparare qualcosa di arte, scienza e filosofia, dovete rivolgervi ad Arancia Meccanica. Le ha tutte.

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A clockwork orange” è semplicemente la summa maxima di tutto il talento e la genialità di Stanley, concentrati ed impressi su immortale pellicola. Un trionfo di estetica, di bellezza visiva, di significati profondissimi non immediatamente o facilmente intuibili dai più. Un film che F. Nietzsche definirebbe “per tutti e per nessuno”, come il suo Zarathustra. Non è un caso se li accostiamo nella stessa frase. Sono entrambi dei profondissimi filosofi, i quali usano semplicemente due diversi metodi per comunicare i loro pensieri, cioè la loro arte.

Cosa significa per tutti e per nessuno? Quello che significa per ogni cosa al mondo in realtà. Se si è terreni abbastanza fertili, si può seminare qualsiasi cosa, nascerà comunque qualcosa un giorno. Se non lo si è, nessuna pietà del Michelangelo, nessuna Monna Lisa del Da Vinci e nessun altro capolavoro al mondo potrà mai lasciare un segno o far germogliare un proprio, personale pensiero da fonti di ispirazione esterne. Ci si limiterà a porre un superficiale giudizio, a lanciare uno svogliato applauso o, nella peggiore delle ipotesi, a gettarsi in una grottesca, goffa emulazione.

Stanley Kubrick. Ha davvero bisogno di presentazioni? Non c’è molto da dire sulla sua persona, sul suo infinito genio. Tutti i suoi (capo)lavori parlano da sé. Parole come “visionario”, “genio”, “illuminato” sono spesso troppo abusate, e ancora troppo lontane per descriverlo. “Arancia meccanica”, come “Full Metal Jacket”, è un’opera d’arte trasposta su pellicola analogica. Un film letteralmente affetto da disturbo bipolare di tipo I, tacitamente diviso in due parti: la prima parte, un ouverture di euforia condita da del dolcissimo latte+, è dedicata ai deliri di onnipotenza di Alex DeLarge, che assieme alla sua banda (composta da altri tre “drughi”) sfoga le sue giovanili manie di grandezza e il suo più sfrenato egoismo individualista attraverso rapine, stupri, e l’esercizio della raffinata arte dell’ultra-violenza.

La seconda parte di Arancia Meccanica invece è l’altra faccia del bipolarismo, e cioè quella più triste e “deprimente”, in cui Alex inizia la sua discesa verso gli inferi, venendo dapprima tradito dai suoi “compagni di merende”, arrestato in seguito e infine condannato per lo stupro della moglie di un mite scrittore (che avrà un ruolo fondamentale sulla vita di Alex) e per l’omicidio di una attempata proprietaria di una clinica per dimagrire, amante dei gatti. In carcere Alex conoscerà quindi il significato della privazione di tutte le libertà, anche di quella a lui più cara: la musica. Specialmente Beethoven, il suo più grande amore.

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Decide quindi di farsi avanti e di aderire alla cura Ludovico, una cura sperimentale in grado di riabilitare anche il più difficile dei criminali. Durante questa cura ad Alex vengono fatti vedere dei film di violenza, accompagnati da un farmaco che dà nausea e malessere, condizionando artificialmente quindi il nostro affezionatissimo, suscitando in lui immediata repulsione contro la violenza. A nessuno interessano i sofismi del cappellano che fa notare che in questo modo viene annullato quindi il libero arbitrio, e per Alex si aprono le porte della libertà.

Una volta fuori, una serie di sfortunatissimi eventi lo porterà a subire la vendetta di alcune delle sue vittime (ex-drughi compresi), fino ad arrivare ad un punto di non ritorno: il suicidio. Alex si lancia da una finestra quando non riesce più a sfuggire ad un errato (non voluto) condizionamento contro la “nona” di Beethoven, tortura organizzata dallo scrittore a cui aveva violentato la moglie, morta in seguito per il profondo shock emotivo. Tuttavia, sopravvive al tentato suicidio: “Io saltai, oh compagni. Ma non la resi. Se l’avessi resa, non sarei qui a raccontarvelo“.

“A clockwork orange”, come immagino tutti sappiate, è un romanzo di Anthony Burgess, riadattato per il cinema da Kubrick. Ciò che rende questo romanzo/film così artistico è la chiave di lettura del film. Ad esempio: tutti noi, se ascoltassimo una notizia in TV che raccontasse di un gruppo di persone che ha appena compiuto degli atti osceni simili a quelli che commettono i drughi nella prima parte del film, proveremmo subito sdegno, malessere e terrore, giusto? Magari augureremmo a tali delinquenti di ricevere lo stesso trattamento che hanno esercitato sulle povere vittime innocenti, no? E allora perché tutti noi simpatizziamo per Alex quando inizia la sua via crucis, quando viene sottoposto alla cura, o quando si trova alla fine sul letto d’ospedale, ingessato dalla testa in giù? Perché il compito dell’arte è di raccontare la verità tramite delle bellissime menzogne, di scardinare i pilastri di ogni morale, di fornire corpo ad un involucro esteticamente perfetto… E di risvegliare sentimenti sopiti dentro di noi che la società moderna ha annullato, con tutte le sue ipocrisie, idiozie, distrazioni e pessimo senso estetico. E possiamo tranquillamente affermare che sia Kubrick che Burgess in questo, ognuno nel suo campo, sono stati al pari livello di una Gioconda del Da Vinci.

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Ci sono poi talmente tante curiosità su Arancia Meccanica che potremmo elencare, ma ve ne raccontiamo alcune delle più fondamentali:

  • Malcom McDowell (l’attore che anima Alex) durante le riprese della scena nel cinema (cura Ludovico) si ferì alla retina ed ebbe problemi alla vista per un certo periodo di tempo a causa dei morsetti utilizzati per tenere i suoi occhi aperti. Ciononostante, continuò stoicamente fino alla fine delle riprese.
  • il titolo del film, a detta dello stesso Burgess, fa riferimento a qualcosa di organico e vivente che si trasforma in una macchina-automa, e cioè il destino di Alex durante il film quando gli viene annullato il libero arbitrio.
  • Dopo l’uscita del film, molti Hooligans si vestivano come i drughi per compiere crimini in quel di Londra (riallacciandoci al discorso sull’imitazione nella nostra introduzione)
  • Arancia Meccanica è scritto in “Nadsat”, una lingua artistica inventata da Burgess che parlano alcuni dei protagonisti del racconto. È sostanzialmente inglese con l’aggiunta di parole russe e altre parole inventate dall’autore.
  • La scena dello stupro della moglie dello scrittore si ispira ad un fatto realmente accaduto nella vita di Burgess. La sua fidanzata fu pestata e violentata da un gruppo di soldati americani ubriachi.

Il senso del romanzo di Burgess o, nel nostro caso, del film, non era certo quello di fomentare la violenza. Al contrario, entrambi gli autori volevano promuovere la libertà dell’individuo, in una società che culturalmente (quella inglese soprattutto) era sempre stata fino ad allora una società basata su una cultura “stitica” e repressa, dominata dagli stereotipi e dalla schiavitù delle apparenze. Alex in questo infatti ci viene in soccorso. Lui è l’incarnazione della vitalità più spinta, delle energie più soverchianti, dell’eros, del cosiddetto “Es” Freudiano. Un ragazzo senza nessun freno inibitorio che non sia la sua (mancante) coscienza, senza nessuna costrizione/castrazione proveniente dall’esterno. E ci viene mostrato invece, nel finale di Arancia Meccanica, quale destino incombe su coloro che provano a vivere una vita come la sua. Ma… C’è un “ma”. E qui Kubrick è bravissimo a giocare con gli specchi.

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È veramente una vittima del sistema Alex? È veramente un burattino senza più volontà nelle mani del governo che lo sfrutta per i suoi sporchi fini elettorali? Chi sfrutta chi? E poi, è veramente “guarito”? E noi, da che parte stiamo? Dalla parte dell’Alex ribelle e divertente, o dalla parte dell’Alex depresso e mezzo morto su un letto di ospedale, incapace perfino di tagliare una semplice bistecca con le sue mani? E soprattutto: si può davvero modificare la natura di un uomo, senza generare in lui una seconda natura?

Qui si apre la libera interpretazione, ma non del tutto, in quanto è solo durante gli ultimi fotogrammi che abbiamo la risposta indiretta a queste domande. Dopo tutte le ingiustizie e i maldestri condizionamenti subiti, Alex torna di nuovo con la mente alle sue fantasie di un tempo, le più lussuriose e libidinose, con tanto di elegantissime persone che lo applaudono mentre fa del lascivo e vizioso sesso con una bellissima ragazza: “Ero guarito! Eccome!

Se, tramite quest’ultima scena con annessa disvelante frase rivelatoria, non avete ancora capito la risposta implicita a tali suddetti interrogativi… Spiacente, ma ho brutte notizie per voi.

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

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