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Charles Baudelaire, 200 anni dalla nascita del flâneur

Federico Rapini

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Charles Baudelaire, forgiatore dello stile bohémien, nasce il 9 aprile del 1821 a Parigi. 

Esempio di un dandy dedito al lusso e allo sfarzo. La sua vita piena di debiti fu frutto di un’infanzia complicata, segnata dalla morte del padre e con il rendimento al liceo che non fu dei migliori. Anche il rapporto con il patrigno, un colonnello francese molto severo, non lo aiutò. Decise così di lasciare ben presto la Francia per partire verso l’India. Lì entrò in contatto con l’ignoto, scoprendo una passione esotica che si rintraccerà nelle sue opere. 

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Il rientro in Patria segnò, invece, una passo verso l’eccesso. Cominciò ad esprimere il suo essere romantico ma allo stesso tempo tetro. Esteta, passeggiatore distratto (flâneur), rivoluzionario e ribelle. Amante della vita notturna e degli eccessi ad essa collegati.  Amava accompagnarsi con prostitute nonostante i continui problemi economici. Fu critico d’arte e giornalista.  Ebbe modo di conoscere personaggi come Gautier, Balzac, Delacroix, Edgar Allan Poe. 

Esponente chiave del simbolismo, fu anticipatore del decadentismo nonché fonte di ispirazione per autori come Rimbaud e Verlaine, i cosiddetti “poeti maledetti”, ma anche per gli scapigliati italiani (Emilio Praga). Fu il vero maestro di Marcel Proust.

I Fiori del Male

La sua grandezza fu nel creare scompiglio, nel rivoluzionare la poesia, nella semantica. Lo fa attraverso temi nuovi, come il viaggio, la morte, il rimorso, la sofferenza.
Con la sua opera più famosa “Les Fleurs du mal” (I fiori del male) contrappone il bene e il male, proponendo due soluzioni per sfuggire alla sofferenza intrinseca dell’uomo. Questa è chiamata da Baudelaire “Spleen”.

La prima via è proprio l’arte, la poesia. Attraverso la bellezza si può raggiungere l’Ideal, cioè la condizione ultraterrena che garantisce la serenità dello spirito. Una sorta di novello Seneca, per il quale nel “De tranquillitate animi” solo il saggio stoico era in grado di arrivare a questa condizione. Così per lo scrittore francese solo il poeta poteva raggiungere questo stato d’animo, rappresentato dalla metafora dell’albatro nella poesia “L’albatro”. Qui l’uccello è deriso dall’equipaggio di una nave che in realtà rappresenta la massa incapace di comprendere il poeta.

La seconda soluzione baudelariana fu quella che gli costò il processo. Per abbandonare lo Spleen bisognava abbandonarsi all’alcol, alla droga. Ovviamente in pieno contrasto con la morale e l’etica dell’epoca.

Charles Baudelaire, alcol e droga

Droga e alcol a cui Baudelaire dedica “Del vino e dell’hashish”, “Il poema dell’hashish” e “Un mangiatore d’oppio”, racchiusi ne “I paradisi artificiali”, un saggio del 1860.

Il poeta francese analizza con lucido distacco queste sostanze mostrando le perversioni più abbiette senza abbandonarsi a compiacimenti. Lo fa avendo provato tutto in prima persona, frequentando anche il “Club de Hashischins” (Club dei mangiatori d’Hashish). La sua è quindi un’esperienza diretta e di osservazione anche di ciò che accade nelle persone a lui vicine. 

I paradisi artificiali rappresentano le droghe utili a stimolare la creatività dell’artista. Nonostante ciò Baudelaire affermò che “orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio”.

Se la droga, quindi, sembra avere conseguenze negative, verso l’alcol e in particolare il vino ha un giudizio relativamente più positivo. Esaltatore della personalità dell’artista, del suo essere, tira fuori, con le giuste dosi, il meglio delle persone.

L’estasi provocata dalle droghe è invece illusoria e non alimenta la creatività. Ma se l’autore francese sembra giudicare negativamente in toto l’hashish in realtà non lo respinge completamente. Ne osserva gli effetti sugli artisti, sui filosofi e non sugli uomini qualunque poiché “un mercante di buoi non sognerà, non vedrà mai altro che buoi e pascoli”. Come a voler giustificarne un uso da parte di un’élite in grado di estrarne il meglio.

La confettura verde, poiché all’epoca questa sostanza veniva mangiata sotto forma di decotto composto da canapa, burro e oppio, faceva tendere l’uomo all’infinito. Gli fa mescolare colori, suoni, immagini. Annulla il tempo. Il rischio è la troppa esaltazione che ne deriva. Quasi un tendere alla divinizzazione.

Il vino sembra quindi una costante nella vita e nella poetica di Charles Baudelaire, tanto che gli dedicò una sezione de “I fiori del male”. Amava gustare il vino, in particolare il,Borgogna rosso, ma non ne abusava. Non si ubriacava mai, perciò quanto lui scriva sul vino sembra essere stato dovuto più che altro all’osservazione dell’ubriachezza altrui. Contemporaneamente esalta Hoffman quando afferma che la musica non può fare a meno del vino. Ed esalta ancor più il “meraviglioso liquido”, sia per le gioie profonde che dona, nelle quali tutti i dispiaceri possono essere annegati, sia per lo stato sognante o per la seconda giovinezza che offre all’uomo che vi attinge.

Il vino, per Baudelaire è però anche pericoloso e potenzialmente nocivo. Ma è necessario perché “rende buoni e socievoli”. Il popolo che lavora sodo senza soddisfazioni e spesso vive delle deiezioni della città merita di berne. Esattamente come chi soffre. E qui fa l’esempio di Napoleone a Sant’Elena.

D’altronde come scrisse “oh gioie profonde del vino, chi non vi ha conosciute? Chiunque abbia avuto un rimorso da placare, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, o abbia fatto castelli in aria, tutti hanno finito per invocarti, o dio misterioso celato nelle fibbre della vite”.

A 200 anni dalla sua nascita la sua arte e le sue idee rivoluzionarie sono ancora fonte di ispirazione. Come per Guccini che nella canzone “Addio” cita i versi finali della prefazione “Al lettore” e Franco Battiato che ha messo in musica “Invitation au voyage” come “Invito Al Viaggio” nel suo album “Fleurs”. Ma anche i Baustelle, Marracash e più recentemente il rapper Ernia che si ispira proprio al concetto di Spleen.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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RetroGaming: Doom, il padre dei moderni sparatutto, tra sangue, violenza e demoni

Luigi Macera Mascitelli

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«Essi sono furia: brutali, senza pietà. Ma tu… tu sarai peggio. Falli a pezzi, finché non sarà finita!»

L’articolo di oggi è dedicato ai veterani del mondo videoludico e ai veri appassionati di storia del videogame, perché parleremo non di un titolo qualunque, ma del papà dei moderni sparatutto in prima persona. Perciò, doppietta alla mano e benvenuti su Marte, in questo speciale RetroGaming dedicato a Doom. Tra carneficine di demoni, proiettili in quantità industriale e sangue come se piovesse, ripercorreremo la genesi e l’evoluzione di questo titolo seminale. Let’s begin!

Doom è ormai divenuto un videogioco leggendario, e qualunque giocatore, dal più datato al più giovane, lo avrà sentito nominare almeno una volta. Assieme a Wolfenstein e Quake, infatti, esso va a costituire la sacra triade capostipite dei cosiddetti First Person Shooter (FPS) come li conosciamo oggi. Nato in quel lontano 1993 per mano della id Software e inizialmente lanciato per il pc, il gioco ottenne ben presto un successo notevole, così come numerosissime critiche per la sua natura estremamente violenta. E come ogni buona società bigotta che si rispetti, non mancarono certamente le scontatissime accuse di istigare i giovani alla violenza.

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Leggi anche: “RetroGaming: The Secret of Monkey Island

Tanto per fare un esempio. Ricorderete tutti, o ne avrete sicuramente sentito parlare, del massacro della Columbine High School avvenuto negli USA il 20 aprile 1999 ad opera dei diciassettenni Eric Harris e Dylan Klebold. I due aprirono il fuoco contro i loro stessi compagni ed insegnanti, causando 13 morti e svariati feriti, per poi suicidarsi quando la polizia irruppe nella scuola. Cosa centra Doom in tutto ciò? Pare che i due ragazzi fossero appassionati del titolo e della musica di Marylin Manson. Ed ecco che i capri espiatori furono serviti alla società americana, che anziché condannare l’uso delle armi si scagliò contro il gioco e l’artista. Perché è il videogioco ad ispirare la violenza, non il contrario. Giusto?

Tolta questa breve digressione tanto per ricordare quanto, nel bene e nel male, Doom si fece conoscere, parliamo del gioco in sé. La particolarità del titolo era l’uso della grafica in 3D, un gameplay semplice e fluido e soprattutto frenetico. Il nostro alter ego, il Doomguy, armato dalla testa ai piedi, devi aprirsi la strada in vari livelli ambientati su Marte facendo strage di demoni. Questi ultimi fuoriusciti da dei portali creati come ponte di comunicazione dalla Union Aerospace Corporation. Lo scopo è scoprire cosa sia successo fermando l’avanzata delle creature infernali. Stop! Niente di più. Trama basilare ed estremamente funzionante. Ma il vero punto di forza, come avrete capito, era certamente un altro: la violenza allo stato puro. Massacrare orde demoni e zombie senza un attimo di respiro mettendo a dura prova i riflessi del giocatore (soprattutto impostando la difficoltà massima). Questo rese Doom spettacolare!

Il tutto accompagnato dalla celebre colonna sonora incalzante creata da Bobby Prince, il quale si ispirò chiaramente al mondo dell’heavy metal. Le tracce infatti richiamavano tantissimo i riff di band come Slayer, Pantera e Metallica e riuscivano perfettamente a dare quella sensazione di frenesia. Inoltre, cosa molto importante per l’epoca, Doom girava su qualsiasi pc, consentendo quindi a chiunque di poterci giocare. E infatti il passo verso le console e varie piattaforme fu breve. Il titolo è tutt’ora famoso per gli adattamenti pressoché infiniti (addirittura c’è chi si è divertito a farlo girare su uno smartwatch o su una calcolatrice).

Del titolo venne rilasciato un sequel nel 1994, Doom II: Hell on Earth, ed un reebot nel 2004, Doom 3. Quest’ultimo soprattutto, a differenza del secondo capitolo graficamente e tecnicamente identico al primo, segnò delle tappe importanti per la id Software, a cominciare dal record di vendite che superò le 3,5 milioni di copie vendute. Il taglio marcatamente horror, poi, rese il gioco ancora più celebre, seppur i vecchi fan ne criticarono le eccessive differenze con i primi due capitoli. Sta di fatto che il titolo del 2004 aprì le porte ad una vera e propria riscoperta del retrogaming che si concretizzò 12 anni dopo, e che di fatto fece conoscere Doom anche alle nuove generazioni.

Nel 2016 la id Software pubblicò DOOM e nel 2020 il seguito Doom Eternal, entrambi per Pc, ps4 e Xbox One e derivanti da Doom 64, remake del 1997 per Nintendo 64. I due nuovi titoli riaccesero l’amore per il primissimo capitolo in tutti quei giocatori nati negli anni ’80-’90 e diedero modo ai novizi di approcciarsi al gaming old school. Ultra frenetici, ai limiti della follia, caratterizzati da una violenza esponenzialmente maggiore rispetto ai titoli precedenti e dannatamente divertenti.

E come al solito il tutto condito da una nuova colonna sonora realizzata da Mick Gordon e vincitrice di numerosissimi premi. Pesante, macabra, martellante e caustica: l’accompagnamento perfetto mentre, impersonando il celebre Doomguy, ci faremo strada maciullando orde di demoni. Se volete averne un assaggio, consigliamo caldamente la traccia più celebre di tutte: BFG Division.

Doom non era e non è un titolo per tutti, c’è poco da fare. Il ritmo frenetico e lo stile retrò dei nuovi capitoli rendono tutta la saga un gioiello seminale che fa della semplicità e dell’immediatezza i suoi cavalli di battaglia. Niente inutili orpelli o evoluzioni del caso. Puro e semplice old school e tanti, ma proprio tanti proiettili. E ora tocca a voi gamers: controller alla mano, riflessi fulminei e furia distruttiva in corpo; si va a caccia di demoni!

«The only thing they fear, is you»

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Natale di Roma, storie e segreti del nome dell’Urbe

Federico Rapini

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Natale di Roma

La fondazione di Roma, di cui oggi ricorre il Natale, viene fatta risalire proprio al 21 aprile del 753 a.C. Romolo, tracciando il solco sul colle Palatino, presi gli auspici che lo indicavano come il prescelto, legava per sempre la città al suo destino.

La Pax Deorum, il vincolo con gli Dèi immortali, che assicura a Roma l’eternità, a patto che i suoi cittadini sappiano garantirne le condizioni.

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Tale data è stata indicata da Varrone seguendo i calcoli di Lucio Taruzio, astrologo di estrazione pitagorica, che in verità indicò la data anteriore del 9 Aprile, in cui si sarebbe verificata un’eclisse di Sole.

Al Sulcus Primigenius, quadrato o circolare, si da una doppia interpretazione. Quadrato come il solco segnato da Romolo, circolare come l’aedes di Vesta, vero centro dell’Urbe, secondo le ultime scoperte archeologiche di Andrea Carandini. L’unione dei due simboli è, quindi, la famosa “quadratura del cerchio”, la fissazione, la realizzazione in terra della dimensione sovrasensibile, la manifestazione degli Dei nella storia. Roma come Città degli Dei. La tradizione romana come guida per la manifestazione del numen dentro di sé, così come disposto dall’Oracolo di Delfi. Lo stesso oracolo che consentì a Marco Furio Camillo, “secondo fondatore di Roma”, di conquistare Veio, dopo un prodigio sul lago di Albano. Quando con la famosa evocatio chiese al numen tutelare della città, Giunone Regina, di lasciarla per essere meglio onorato a Roma.

IL NOME SEGRETO DI ROMA: ATTENZIONE A RIVELARLO

Ma quello di cui vogliamo parlarvi oggi non è la storia di Roma. Né delle sue conquiste o della sua grandezza. Nel giorno del Natale di Roma vogliamo approfondire il tema del suo nome segreto.

Molte città nell’antichità avevano tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Nel caso dell’Urbe, il nome pubblico era Roma mentre quello sacrale Flora o Florens, usato in occasione di alcune particolari cerimonie. Quello segreto, invece, è ancora oggi dibattuto e misterioso.

Questo perché alcuni nomi non potevano essere pronunciati per evitare che si materializzasse davanti a tutti, anche ai profani, la vera essenza dell’entità cui appartenevano e che invece doveva restare sconosciuta.

Inoltre, in questa maniera, l’entità in questione poteva essere conosciuta e manipolata a piacimento. Per le città il nome segreto coincideva con quello del vero nume tutelare, la cui denominazione non era quella nota a tutti. Un antico commentatore di Virgilio, Servio, spiegò in una nota all’Iliade che chi avesse rivelato tale nome poteva essere condannato a morte. L’appellativo era probabilmente a conoscenza del solo Pontifex Maximus.

Conoscere il nome del dio equivaleva ad impadronirsi dell’essenza della città assediata e a sottometterla. Tramite un particolare rito il numen sarebbe stato portato in città, introducendo poi il suo culto nell’Urbe con l’innalzamento di un tempio in suo onore. In questo modo Roma avrebbe aumentato la sua potenza, mentre il popolo sconfitto e sottomesso, senza la protezione del proprio numen, non sarebbe più stato in grado di riconquistare la potenza guerriera di un tempo. 

Per questo i Romani furono attenti a non diffondere il nome segreto della loro città.

Alcuni autori dell’antichità tentarono comunque di proporre una soluzione all’arcano. Lo fecero proponendo i nomi di Angerona, la dea che intima il silenzio. Oppure Giove, Opi, dea arcaica dell’abbondanza (a volte assimilata a Venere come dispensatrice di vita e di forza), a Cerere, Flora e Pomona. Ma tutti sapevano, qualora fossero arrivati alla verità, la rivelazione del nome avrebbe comportato l’exauguratio, l’allontanamento della sacralità della città e la perdita della libertà per i suoi cittadini.

LA CONDANNA DI VALERIO SORANO

Plinio il Vecchio nelle “Naturalis Historia”, affermava che “riti misteriosi proibiscono di pronunciare l’altro nome di Roma. Valerio Sorano che osò divulgarlo non tardò a pagarne la pena. Non è fuori proposito accennare qui ad una particolarità dell’antica religione prescritta per questo silenzio. La dea Angerona, alla quale si sacrifica nel giorno 21 dicembre, ha il simulacro con la bocca fasciata da una benda”.

Si parla dunque di Valerio Sorano, ritenuto un modello da personaggi come Cicerone, Varrone e lo stesso Plinio in materia di studi filologici, antiquari e filosofici. Sembra dunque, come appare anche dagli studi del tedesco Köves-Zulauf, che l’erudito sorano trattò in una sua opera di divinità greche e romane delle quali era espertissimo. 

Probabilmente in questa avvenne la fatale empietà di cui parla anche Servio. Costui nel commento alle Georgiche, sosteneva che la causa della morte di Valerio Sorano fosse attribuibile all’aver detto il nome autentico della divinità tutelare di Roma. Inoltre, nel commento all’Eneide sostiene che “nessuno pronuncia il nome di quella città persino durante i riti. Infatti un certo tribuno della plebe, Valerio Sorano, come sostiene Varrone e molti altri, osò pronunciare questo nome, cosicché alcuni dicono che sia stato arrestato dal senato e levato sulla croce, mentre altri che per paura della pena sia fuggito e, catturato in Sicilia dal pretore su ordine del senato, sia stato ucciso”. 

Ma se il nome doveva rimanere segreto e anche solo parlare di quell’argomento avrebbe portato alla morte, come faceva il Sorano a saperlo? Alcune fonti ci portano ad identificare in lui l’Edituo, avente la carica di aedituus, tramite la quale poteva certamente avere accesso a risorse e conoscenze solitamente interdette ai profani.

Comunque se la storia di Valerio Sorano ci illumina sulla sorte che sarebbe toccata a chi avesse rivelato il nome segreto di Roma, bisogna approfondire la causa dell’esilio del poeta Ovidio.

OVIDIO E IL NOME SEGRETO DI ROMA

Il motivo che spinse Augusto a mandarlo a Tomi nell’8 d.C è ancora oggi dibattuta.  Il poeta abruzzese scrisse a tal riguardo “due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore, di questo debbo tacere qual è stata la colpa”.

Ovidio morì nell’attuale Costanza in Romania senza mai tornare a Roma. Si è parlato sempre di coinvolgimenti in congiure politiche, di una relazione con la figlia del Pontifex Maximus, di aver scoperto segreti di corte.  Negli ultimi anni, invece, si è fatta strada un’ipotesi più affascinante.

Al momento della condanna il poeta stava ultimando l’opera “Fasti”, che avrebbe dovuto trattare delle feste religiose e laiche della tradizione romana. Aveva appena iniziato la trattazione di Giugno quando fu emessa la sentenza. Aveva perciò appena elaborato il mese di Maggio. Nello scovare l’etimologia del nome del mese tirò in ballo la costellazione delle Pleiadi, in particolare la stella Maia mettendola in relazione con la fondazione della città.

Studi recenti, in particolare quelli di Felice Vinci e Arduino Maiuri, indicano il posizionamento delle Mura Serviane come un modo per adattare lo schema della città all’interno delle stelle sopra citate. Al centro così ci sarebbe Maia in corrispondenza del colle Palatino. Proprio dove Romolo, secondo tradizione, tracciò il solco della Città Quadrata.

Stando a quanto riferito dai due studiosi, il passo che Ovidio nei Fasti attribuisce alla Musa Calliope sarebbe stato un indizio sul segreto di cui il poeta sarebbe venuto a conoscenza.  Ovviamente solo un romano ben istruito avrebbe potuto cogliere questa allusione alla sanctissima Maia alla quale sarebbe stata consacrata la città nata dal solco di Romolo. La stella, che Ovidio dice essere la più bella delle Pleiadi, avrebbe dunque riservato a Roma la sua protezione e il suo stesso nome.

Maia, secondo questa interpretazione, sarebbe dunque il nome segreto di Roma. 

PASCOLI E L’INNO A ROMA

Una teoria affascinante che entra però in contrasto con l’Inno a Roma di Giovanni Pascoli.Il poeta cita i 3 nomi dell’Urbe. Roma, Amor e Flora. 

Amor sarebbe, secondo Pascoli, il nome segreto di Roma e la stella d’oro del testo sarebbe allusione evidente a Venere.  Un nome palindromo, perfetto, quasi magico. Risalendo alla leggendaria fondazione di Roma, Enea era figlio del mortale Anchise e della dea Venere, dea dell’ Amore (Amor) inteso come origine di vita ma anche stella dei naviganti. In questa stella i Romani identificarono nella sua facies mattutina come Lucifero e in quella serale come Vespero. E Roma è palindromo di Amor

Flora ( o Florens) invece sarebbe il nome sacro. Almeno stando alla versione dello scrittore bizantino Giovanni Lorenzo Lido, che per primo formulò un’idea chiara sui nomi di Roma. I Floralia, tra l’altro, erano solitamente feste a carattere orgiastico e licenzioso. Venivano festeggiati a Roma dal 28 aprile al 3 maggio. In queste feste uomini e donne abbandonavano se stessi alla sensualità. Come a sottolineare come sessualità e fertilità (si ritorna al rito della dea Flora) naturale fossero elementi caratteristici della cultura e della civiltà romana.

Comunque la fondazione di Roma il 21 aprile non è certo casuale. Siamo in un mese primaverile, di rinascita della natura. Come se ogni anno l’Urbe rinascesse più forte che mai. Lo stesso Pascoli, inoltre, nell’Inno a Roma, insiste sul ruolo di Roma legata alla fertilità della dea Madre, quindi Venere Genitrice da cui Amor. Lo affascinava sicuramente il legame tra la potenza maschile della città e la fecondità della natura.

In ogni caso, oggi 21 aprile, in occasione del Natale di Roma, l’Urbe non smette di stupirci e di lasciarci segreti ed enigmi inesplorati.

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Lucrezia Borgia: la dama più “chiacchierata” del Rinascimento

Licia De Vito

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Lussuria, perversione, vizi, amore, incesto, dolore, tragedia e solitudine. Una donna bellissima, desiderata da tutti, che ha vissuto sopra le righe e al di sopra delle leggi. Il 18 aprile 1480 nasceva Lucrezia Borgia, uno dei personaggi più controversi del rinascimento Italiano.

La vita di Lucrezia Borgia

Lucrezia viene alla luce a Subiaco, è la figlia illegittima di Rodrigo Borgia e della sua amante, Vannozza Cattanei. Ha tre fratelli maschi: Juan, Cesare e Jofré. Il padre è in verità il cardinale Roderic Llancol de Borja, che in seguito diventerà Papa Alessandro VI. Un uomo lascivo e lussurioso, dedito agli eccessi, che pare abbia ripetutamente abusato di sua figlia insieme al fratello di lei Cesare, “il Valentino”, croce e delizia di Lucrezia, con cui lei stessa porterà avanti per tutta la vita un rapporto incestuoso e tossico. Siccome una figlia femmina ben educata ai tempi costituiva ottima merce di scambio per eventuali accordi politici, la piccola, a soli 14 anni, viene data in sposa a Giovanni Sforza, rampollo della ricca famiglia milanese. Il matrimonio viene annullato poco dopo, a causa di uno spiacevole caso diplomatico con i francesi che rapirono Lucrezia costringendo il vaticano a pagare un cospicuo riscatto. Una commissione papale certifica che la giovane è ancora vergine ma nel frattempo, nel buio di un convento nasce il primo dei figli di Lucrezia Borgia, “l’infante romano”, Giovanni, sottratto alla madre verrà dichiarato prima figlio naturale di Cesare poi del Papa.

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Il 21 luglio 1498 Lucrezia si risposa con Alfonso d’Aragona e dà alla luce un bambino, Rodrigo. Anche Alfonso però muore, in circostanze particolarmente sospette nel 1500, ucciso proprio da un sicario dello stesso Cesare, pazzo di gelosia. Lucrezia è certamente la vedova più desiderata del suo tempo e infatti non tarda a trovare un altro povero coniuge. Il 30 dicembre 1501 è la data delle terze nozze di Lucrezia, lo sfortunato è Alfonso d’Este, il signore di Ferrara. Nonostante i numerosi e reciproci tradimenti avranno sette figli. Proprio l’ultimo parto sarà fatale per Lucrezia, che muore di setticemia il 24 giugno 1519, a soli 39 anni.

Lucrezia Borgia – Bartolomeo Veneto

Gli amori e gli intrighi

Per tutta la vita Lucrezia è stata profondamente segnata dal legame perverso con suo fratello Cesare. Entrambi assistono fina da piccoli agli eccessi e alla cupidigia del padre che non si fa scrupoli, nonostante fosse un uomo di chiesa, a portare in casa prostitute, organizzare orge e sbornie, e incoraggiare i figli a intrattenersi insieme a lui con la sorellina. Non si può certo pretendere che il rapporto che Lucrezia avrebbe avuto con gli uomini e con la propria sessualità crescendo fosse sano. Pare comunque che la giovane fosse follemente accecata dall’amore per suo fratello e che non rinunciasse a usare violenza sulle sue numerose amanti. Aveva tra i contemporanei La fama di avvelenatrice, ratificata anche da Victor Hugo nel dramma “Lucrezia Borgia”ma non ci sono in realtà prove certe del fatto che abbia fatto uso così tante volte della cantarella, il micidiale veleno di cui i Borgia sembrano essere esperti.

Nonostante gli eccessi della prima parte della vita, quando era ancora inevitabilmente controllata a vista e sempre vicina alla sua disfunzionale famiglia, quando arriva a Ferrara rinasce, e ricopre il ruolo di perfetta castellana rinascimentale. Acquista in poco tempo la fama di abile politica e fine diplomatica. Il marito le affida senza alcun timore l’amministrazione del proprio ducato e le permette di svolgere anche il ruolo, sempre maschile, di mecenate a corte. Proprio a lei si deve la profonda amicizia che legò la figura di Ludovico Ariosto al ducato di Ferrara. Aveva uno spiccato gusto per l’arte e si dedicava a attività intellettuali quali la lettura e l’ascolto della musica.

Enigmatica e forte ma anche vittima di sé stessa e del feroce pettegolezzo che si abbattè su di lei e sulla sua famiglia. Ha ispirato con la sua bellezza e con le sue azioni alcuni tra i più noti artisti rinascimentali come il Pinturicchio, Bartolomeo Veneto da cui si fa ritrarre sia come la “beata” Beatrice II d’Este che come dea Flora. Anche artisti decisamente più vicini ai giorni nostri sono stati attratti dagli eccessi e dalle leggende targati Borgia, ad esempio John Collier con il dipinto “Un bicchiere di vino con Cesare Borgia” per non parlare dei numerosissimi film dedicati alle sue notti e una serie tv andata in onda su Sky dal 2011 al 2014.

Foto: Frank Cadogan cowper, “Vanity”

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