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“E guarirai da tutte le malattie…”, Franco Battiato compie 75 anni e La Cura è un messaggio di speranza per tutti

Eleonora Lippa

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Considerato all’unanimità tra i più grandi artisti italiani del ‘900, Franco Battiato compie oggi 75 anni. Nato a Jonia (CT) nel 1945, partecipa attivamente alle correnti di ricerca e sperimentazione europee. Le sue prime incisioni escono per l’etichetta sperimentale Bla Bla: FetusPollution , Sulle corde di AriesClicM.elle le “Gladiator”. Passa a Ricordi, che pubblica FeedbackBattiatoJuke Box  e L’Egitto prima delle sabbie. Con quest’ultimo brano Battiato vince nel 1978 il Premio Karlheinz Stockhausen

Nel 1979 pubblica L’Era del Cinghiale Bianco, primo lavoro con la Emi Italiana. Seguono Patriots e La voce del Padrone, al vertice della classifica italiana per un anno con oltre un milione di copie. Battiato diventa un “caso”, materia di studio per gli intellettuali e fonte d’ ispirazione per i musicisti. Gli album successivi sono: L’arca di NoèOrizzonti perdutiMondi lontanissimiEchoes of sufi dances

Dal 1984 Battiato è al lavoro per Genesi. L’opera debutta al Teatro Regio di Parma nel 1987, accolta con trionfale consenso. Per la Emi escono: NomadasFisiognomica e Giubbe rosse.  Esce la colonna sonora composta per il film Benvenuto Cellini – Una vita scellerata. Incide Come un Cammello in una grondaia. L’album contiene il brano Povera Patria, che diviene in breve tempo un simbolo di impegno civile. Come un Cammello in una grondaia è riconosciuto Miglior Disco dell’Anno 1991 nel referendum della stampa specializzata promosso dalla rivista Musica e Dischi.

Lavora alla sua seconda opera lirica, Gilgamesh, che debutta con successo al Teatro dell’Opera di Roma. Segue il Tour di Come un cammello in una grondaia, con l’orchestra I Virtuosi Italiani, Antonio Ballista e Giusto Pio. A Baghdad canta con l’Orchestra Sinfonica Nazionale Irachena. Pubblica Caffé de la Paix e la Messa Arcaica, composizione per soli, coro e orchestra. Viene rappresentata nella Cattedrale di Palermo l’opera Il Cavaliere dell’intelletto, su libretto del filosofo Manlio Sgalambro. Esce Unprotected,. Poi è la volta de L’ombrello e la macchina da cucire. La EMI inglese pubblica Shadow, Light. 

Polygram pubblica L’imboscata. Uno dei brani dell’album, La cura, è riconosciuto Miglior Canzone dell’Anno al Premio Internazionale della Musica. Esce Gommalacca, contenente il singolo di grande successo Shock in my town. Viene pubblicato Fleurs, album che gli vale la targa di Miglior Interprete nel Premio Tenco.  Nel giugno 2000 esce Campi magnetici, con le musiche del balletto commissionate dal Maggio Musicale Fiorentino. Esce Ferro Battuto, con la partecipazione di alcuni prestigiosi ospiti, primo fra tutti Jim Kerr dei Simple Minds. Arriva nei negozi Fleurs3, con una canzone inedita cantata in coppia con Alice, intitolata Come un sigillo.

Vogliamo festeggiarlo con quella che è la sua canzone più amata. Un messaggio di amore e speranza di cui abbiamo incredibilmente bisogno. Auguri, Maestro.

LA CURA

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti sollleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare;
e guarirai da tutte le malattie.

Perchè sei un essere speciale
ed io avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee,
come vi ero arrivato chissà
non hai fiori bianchi per me?
più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza,
percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’Agosto non calmerà i nostri sensi.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto,
conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare;
ti salverò da ogni malinconia.

Perchè sei un essere speciale
ed io avrò cura di te.
Io sì che avrò cura di te

Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

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Più forti del destino: il disastro aereo delle Ande

alessiodipasquale

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Il concetto di “destino” è sempre stato oggetto di teorie e ipotesi, non solo da parte di alcuni tra i filosofi più autorevoli di sempre, ma anche di numerosi studiosi della materia. Se è vero, quindi, che la realtà è soggettiva, è di conseguenza inevitabile l’esistenza di varie scuole di pensiero.

Alcuni affermano che sia già scritto nelle stelle fin dalla nascita (se non prima), mentre altri sono convinti che la sorte non esista, che sia solo la somma delle nostre azioni durante il corso dell’esistenza che ci conduce lungo un preciso sentiero. Sostanzialmente, per questi ultimi, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino che rimane, quindi, solo una parola atta a indicare i nostri pensieri che si tramutano quotidianamente, uno alla volta, nella totalità dei nostri fatti.

Senza addentrarci troppo in sofismi che esulano dai nostri intenti, possiamo affermare che c’è chi la vita la subisce, lasciando che siano i venti della casualità a governarne le vele, perfino durante la tempesta, e chi invece l’affronta a testa alta, scegliendo di rimanere a qualunque costo al suo timone invece di gettarsi nel mare della disperazione.

E’ sempre una questione di scelta: o si fa di tutto per vivere, o si fa di tutto per morire

Le vie di mezzo non esistono, sono solo una comoda, tiepida, coperta imbottita di dolci tenere utopie sulle quali adagiarsi per evitare di assumersi le responsabilità derivanti dal prendere una decisione. Ma la vita nel frattempo scorre sempre come un fiume in piena, e ogni tanto straripa sulle rive della nostra coscienza e ci scuote selvaggiamente dal tiepido torpore.

L’argomento di oggi è un tema delicato capace di abbracciare questioni etiche, morali e religiose se vogliamo, che vanno a sfiorare o urtare le nostre emozioni. Dipende dalla nostra sensibilità e abilità a comprendere che ogni forma di vita, dalla più grande alla più piccola, desidera solo una cosa: vivere. Bisogna possedere un equilibrio dinamico tra le due, mai statico e rigido. Solo così possiamo realmente capire le scelte dell’altro, specialmente quando scelta non ne ha. Come i 16 sopravvissuti dell’incidente aereo che verrà in seguito rinominato “disastro aereo delle Ande“.

La mattina del 12 Ottobre 1972 decollò dall’aeroporto di Carrasco di Montevideo, Uruguay, il volo 571 diretto verso Santiago del Cile, aeroporto Benitez. A bordo del velivolo utilizzato, un Fokker F27, vi era l’intera squadra di rugby degli Old Christians club, amici e tecnici per un totale di 40 persone più 5 di equipaggio. In cabina di pilotaggio erano presenti il comandante colonnello Julio César Ferradas e il copilota Dante Héctor Lagurara al quale vennero affidati i controlli sotto la supervisione dell’altro.

La formazione avrebbe dovuto recarsi al di là della catena montuosa più lunga al mondo, la cordigliera delle Ande, per disputare un’importante partita ma, proprio mentre stavano sorvolando l’Argentina, si videro costretti ad atterrare preventivamente all’aeroporto El Plumerillo, Mendoza, a causa delle forti perturbazioni e della fitta nebbia.

I regolamenti argentini in materia di volo erano chiari: gli aerei militari stranieri non potevano sostare per più di 24 ore su territorio nazionale. Inoltre, le condizioni meteorologiche il giorno seguente non erano affatto migliorate. A quel punto, in cabina di pilotaggio vi erano rimaste dunque solo due opzioni: tornare in Uruguay, ma ciò avrebbe comportato il rimborso del biglietto per tutti i 40 passeggeri (e gravose perdite quindi in termini economici), oppure proseguire comunque verso la destinazione prefissata, nonostante le incessanti perturbazioni atmosferiche. Scelsero la seconda.

L’indomani mattina l’aereo ripartì e le prime fasi del volo non riscontrarono problemi. Fu nel primo pomeriggio che Lagurara commise un errore fatale: convinto di trovarsi ormai in territorio cileno sopra la città di Curicó, iniziò la manovra di discesa verso Santiago nel mezzo di una forte turbolenza, che gli fece perdere diverse centinaia di metri di quota. Non si accorse dunque di essere ancora in Argentina e, non appena uscirono dalle nubi, iniziò l’incubo ad occhi aperti: si ritrovarono improvvisamente, pericolosamente vicini ad un crinale roccioso delle Ande (le quali nel punto più alto sfiorano i 7000 metri di altezza) a circa 4200 metri di altitudine, ma a quel punto ormai era troppo tardi per qualsivoglia disperata manovra di salvataggio.

L’ala destra dall’aereo impattò contro la parete di una montagna staccandosi dal corpo del velivolo e, ruotando, tagliò la coda, che precipitò portando con sé tutti i passeggeri che la occupavano

Ormai ingovernabile, il Fokker precipitò, colpendo le rocce anche con l’ala sinistra che si staccò, e terminò la sua corsa solo con la fusoliera su di un ripido pendio innevato a 3657 metri, arrestandosi dopo 2 chilometri di inerzia. Nell’impatto morirono 12 persone, altre 5 la stessa notte, mentre per gli altri iniziò la lotta contro il tempo per la sopravvivenza. I sopravvissuti allo schianto cercarono di gestire la nuova, shockante, situazione come meglio potevano, per resistere in quell’ambiente così ostile, remoto e isolato, dove le temperature di notte raggiungevano anche i 30 gradi sottozero.

Costruirono dei muri di valige per tamponare la voragine lasciata dall’ex coda dell’aereo per arginare il freddo e razionarono accuratamente le esigue scorte di cibo: un cucchiaino di marmellata a pranzo e un quadratino di cioccolata a cena per ognuno di loro. Per l’acqua potabile invece lavorarono di ingegno, utilizzando delle lamiere dall’aereo per sfruttare il calore del sole e sciogliere la neve. Una lucidità mentale dunque ammirevole in tali terribili circostanze. Dopo lo schianto, molte persone riportarono naturalmente ferite di ogni grado ed entità. Gli unici in grado di prestare reale soccorso ai feriti furono i due studenti di medicina Roberto Canessa e Gustavo Zerbino, usando mezzi di fortuna per tamponare ferite e immobilizzare gli arti fratturati degli altri passeggeri.

In tutto quel caos, avvenne il primo miracolo: Nando Parrado (l’eroe della triste storia) creduto morto e lasciato dunque durante la prima notte nel punto più freddo, vicino lo squarcio della fusoliera, si risvegliò sotto gli occhi sbalorditi dei suoi compagni di squadra e di volo. La sua presenza si rivelerà decisiva per il destino di tutti. Prima di continuare la narrazione, bisogna fare una doverosa premessa. Siamo tutti abituati alle comodità della civiltà, al riscaldamento autonomo in casa e alle auto che ci accompagnano agiatamente al supermercato per fare la spesa. Immaginiamo per un momento di trovarci ai confini del mondo, su di una imponente, sperduta montagna esposta alle più estreme condizioni climatiche, isolati, feriti, emotivamente distrutti ma soprattutto affamati.

Le regole della società, a cui siamo oramai assuefatti, perdono dunque ogni significato qui

Così, quando terminarono i viveri, avendo appreso dalla radio che le ricerche dei superstiti erano state interrotte e avrebbero quindi dovuto cavarsela da soli per sopravvivere, un’idea si insinuò nella mente di qualcuno, per poi diffondersi come un virus fra tutto il gruppo: mangiare i cadaveri dei loro compagni. La discussione sull’eticità della scelta si protrasse a lungo, e inizialmente molti si rifiutarono ma, avendo compreso che non avevano nessuna alternativa, cederono tutti: il più grande tabù dell’umanità venne dunque infranto. Fu una scelta che li perseguitò per tutta la vita, di cui quasi tutti quelli sopravvissuti fino alla fine non ne parlano mai volentieri. È comprensibile, come sono comprensibili le loro azioni. Non dovremmo mai arrogarci il diritto di giudicare la condotta di chi non ha nessuna scelta, specialmente in situazioni così estreme. Semmai il nostro contributo verso chi lotta contro i propri demoni dovrebbe essere solo curativo, mai vessatorio; eppure spesso ciò che è così evidente ci sfugge. L’essenziale, come si sa, è invisibile agli occhi.

Il 29 Ottobre una valanga travolse la fusoliera, seppellendo per tre giorni il gruppo, e otto di loro morirono

Anche in questa occasione, Nando Parrado scampò per la seconda volta dalle mani della morte e si convinse di essere stato scelto dal destino per salvare gli altri. Così, dopo i primi tentativi falliti di raggiungere la civiltà a piedi, sul manto nevoso delle Ande, organizzò in data 12 dicembre la spedizione definitiva assieme a Canessa e Antonio Vizintin per l’ultima, definitiva volta, in cerca di soccorsi per i loro compagni. I molti chilometri di montagne da scalare, che li separavano da qualsiasi contatto umano, non furono in grado di scalfire il morale del capogruppo Parrado, che infuse coraggio agli altri due con la sua ammirevole, indistruttibile risolutezza. Ben presto però il viaggio si rivelò più lungo del previsto e Vizintin fu rimandato indietro per scarsità di provviste; proseguirono dunque la ricerca soltanto Parrado e Canessa, usando come bussola in quel vasto, sconosciuto territorio solo l’intuito e la determinazione a riuscire nell’impresa.

Dopo 10 giorni di cammino, lungo un fiume incontrarono i primi segni di presenza umana: una lattina e delle mucche al pascolo. Il giorno seguente, dopo 2 mesi di avversità e disavventure (per usare un eufemismo) si imbatterono finalmente nelle prime tre persone dall’incidente: il mandriano Sergio Catalán e altri due uomini a cavallo, che li guardavano dall’altra parte del fiume. Quell’incontro fu una vera manna dal cielo, in quanto Canessa era ormai allo stremo delle forze; incapace fisicamente di proseguire la marcia, avrebbe dovuto abbandonare, lasciando solo Parrado a cercare aiuto.

Non potendo comunicare a voce per via della distanza e del rumore dell’acqua che sovrastava le loro grida disperate, Parrado e Catalán riuscirono a intendersi lanciandosi a vicenda un biglietto legato a un sasso. Non appena compreso l’accaduto, il mandriano corse subito ad avvertire le autorità, le quali avviarono tempestivamente le attività di soccorso e il recupero dei superstiti. L’incubo ebbe dunque fine per tutti il 23 dicembre, con un bilancio finale di 29 vittime e 16 sopravvissuti, i quali furono trasportati in elicottero in ospedale, ricevendo le dovute cure del caso.

Siamo portati spesso a credere che situazioni al limite come questa non ci riguarderanno mai, e probabilmente molti di loro credevano la stessa cosa prima di imbarcarsi su quell’aereo. È umano. Ma, come sappiamo, la vita è imprevedibile.

Possiamo trarre numerosi insegnamenti da storie simili, affinché il dolore patito da altri non vada sprecato. Un’importante lezione che possiamo imparare è che la solidarietà è certamente intrinseca nella natura umana, ma va allenata e coordinata con metodo tramite la razionalità. Gli old Christians Club erano una squadra di rugby, ed è nota a tutti noi la fratellanza che unisce e lega i giocatori di questo nobile sport. Riuscirono a salvarsi solo grazie al loro spirito di squadra, dividendosi i compiti e collaborando senza inutili egoismi, per darsi man forte in quella che altrimenti avrebbe potuto diventare la loro tomba.

È solo quando cuore e cervello cooperano che possiamo definirci persone davvero complete. In tutto e per tutto esseri umani. Sforziamoci di non dimenticarlo. Alla prossima

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1 agosto 1981, nasce Mtv: “Video Killed The Radio Star” il primo video trasmesso

Federico Falcone

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Primo agosto 1981, ore 12.01, Mtv fa il suo esordio televisivo. Il mondo della musica, e dell’industria a esso connessa, entrò in una nuova era, rinnovando linguaggi fino a quel momento standardizzati su linee comunicative consolidate da decenni di approcci preconfezionati di cui tutti, diciamolo apertamente, ci eravamo stancati

Era giunto il momento di guardare avanti e di proiettarsi nel futuro

Novità nella novità, la nascita dei VJ, cioè di figure televisive – tassativamente giovani – nella duplice veste di presentatore – “spacciatore” di video musicali. Bastarono pochi mesi per accreditare Mtv come la rete televisiva più amata dai giovani di tutto il mondo e per far conoscere nuove band, nuovi generi musicali e stili compositivi e artistici che fino a quel momento interessavano solo una certa nicchia.

L’entusiasmo crebbe quotidianamente, esattamente come la rete di artisti internazionali che lavoravano alacremente nell’ottica di vedere trasmessi i loro video musicali. Alzi la mano chi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, non ha trascorso intere giornate con gli occhi fissi su Mtv, vero dispensatore di musica oltre che programma televisivo dai contenuti freschi, innovativi e prevalentemente rivolto a un pubblico giovanile. Senza contare che, fino all’avvento di internet, era l’unico canale dove poter vedere video di band e musicisti vari, sia al debutto che già affermati.

Il primo video trasmesso fu “Video killed the radio star” dei Buggles

In Italia arrivò in un secondo momento, ma solo grazie agli accordi intercorsi tra Mtv e alcune emittenti regionali che si assicurarono la trasmissione di sei ore al giorno del palinsesto. Il processo di rinnovamento di Music Television è stato rapido e non sempre indolore. In molti, nel corso degli anni, hanno accusato la rete di un’eccessiva commercializzazione (come se gli imprenditori lavorassero per gloria) a discapito della qualità delle trasmissioni portate avanti. Ma, anche qui, il giudizio è del pubblico, e il concetto di “gusto oggettivo” crolla nell’esatto momento in cui vi è un’opinione.

E va bene così, altrimenti parleremmo di omologazione e, quindi, di standardizzazione, cioè ciò che viene contestato dal pubblico di tutte le età. Funziona così. La proposta di Mtv si è ovviamente allargata col tempo e al giorno d’oggi, oltre ai video musicali, sono presenti nel palinsesto numerosi reality show, serie tv e non di rado anche concerti interi o film. Continuerà ad evolversi e a rinnovarsi, di questo ne siamo certi. Buon compleanno, Music Television, nella speranza che torni a passare anche del sano rock’n’roll. Richiesta, questa, che non stancheremo mai di inoltrare.

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Quelle accuse a Joey Armstrong e la fine della Burger Records

Marina Colaiuda

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L’etichetta californiana Burger Records è finita al centro dell’ultima riprovevole accusa di molestie. Perché se l’antagonista diretto sembra essere Joey Armstrong (25 anni, figlio di Billie Joe Armstrong, frontman dei Green Day) è l’intera casa discografica, giustamente – si fa per dire – a chiudere bottega.

La B.R. è accusata di perpetrare e favorire comportamenti inaccettabili, chiudendo gli occhi di fronte ad atti di molestie compiute, ma anche a danni dei propri artisti

Tutto il marcio nascosto è stato reso noto soprattutto grazie all’account Instagram “Lured By Burger Records”, nato per dare voce a tutte le vittime, alle accuse, e alle testimonianze che gravitano attorno all’etichetta. È proprio su famoso social network che tutta la vicenda ha avuto risonanza. Il primo comunicato ufficiale della Burger Records riporta:

“Sono state portate alla nostra attenzione diverse storie su artisti Burger impegnati nell’adescamento di ragazze minorenni per sesso, relazioni costruite sullo squilibrio di potere, e incoraggiamento di pornografia da parte di minori. Con questo in mente, vogliamo ricordare a tutti i nostri artisti, e informare la comunità della Burger che abbiamo da tempo una politica di tolleranza zero per questo tipo di comportamento. Tolleranza zero significa rimozione completa da tutte le piattaforme Burger, distruzione di media fisici, e fine dei nostri accordi con voi, nessuna domanda e nessuna eccezione. Se la vostra situazione lo richiede, la segnaleremo alle autorità.”

La Burger Records è stata quindi attaccata per aver promosso un ambiente e delle relazioni decisamente poco sane ed addirittura, in alcuni casi, illegali. Il caso di Joey Armstrong e della sua band SWMRS è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Con un post Instagram della scorsa settimana, Lydia Night (19 anni) ha accusato Joey Armstrong di violenza sessuale, coercizione ed atteggiamenti predatori. La confessione di Lidya arriva come commento ad un post degli SWMRS contro il patriarcato, di solidarietà alle donne… un post alquanto ipocrita alla luce del comportamento dei suoi membri. L’ipocrisia, in una situazione come questa, non è un lusso che ci si può permettere in momenti e contesti storici simili.

Lydia, leader della band The Regrettes, ha avuto una relazione con Joey all’età di 16 anni, quando lui ne aveva quindi 22. Il racconto di Lidya ci mostra una dinamica ormai tristemente normalizzata nella società e nello showbiz in generale: un uomo più grande e più potente che gradualmente trasforma una relazione in un contratto strettamente vincolante per la donna.

La ragazza racconta della loro storia, iniziata come tutte le storie tra adolescenti, ma qui si parla anche di lavoro, essendo entrambe band appartenenti alla Burger Records. La relazione con Joey – che, ricordiamo, all’epoca aveva 22 anni – si è progressivamente trasformata: a Lydia è stato chiesto di tenere segreto questo rapporto per poi passare a continue pressioni per avere rapporti sessuali, nonostante la sua chiarezza nel non essere, al momento dei fatti, d’accordo.

La risposta a Lydia è pervenuta tramite un breve e fin troppo generico post dall’account degli SWMRS:

“Ciao a tutti, vorrei rispondere al post Instagram di Lydia riguardo alla nostra relazione. Anche se non concordo con alcune delle cose che ha detto su di me, è importante che le sia permesso di dirle e che sia appoggiata per averne parlato. La rispetto immensamente e accetto totalmente il fatto di averla delusa come partner. Sono stato egoista e non l’ho tratta nel modo che meritava sia durante la nostra relazione che nei due anni successivi alla nostra rottura. Mi sono scusato con lei in privato e spero mi possa perdonare, se e quando sarà pronta. Ammetto i miei errori e lavorerò duramente per riguadagnare la fiducia che ho perso – Joey”.

Inutile qui analizzare come in fondo l’intero post non sia altro che un “contentino”, in quanto costituito da parole – poche parole – decisamente troppo lievi vista la gravità della situazione e vista anche la più lunga e quasi più accorata risposta generica fatta dall’intera band in un precedente post.

C’è da dire, tra l’altro, che Joey ha pubblicato le sue scuse tramite l’account degli SWMRS, lasciando il suo profilo personale praticamente immacolato

Successivamente, data anche la portata mediatica degli eventi, la Burger Records dichiara di aver apportato modifiche all’organico direttivo, chiamando Jessa Zapor-Gray al ruolo di presidente ad interim. Riorganizzazione, cambio di nome in BRGR RECS e volontà di creare una label solo per donne (BRGRRRL) non sono ovviamente bastate a ripulire il nome dell’etichetta. Non solo, Jessa ha espresso in un comunicato ufficiale la sua volontà di allontanarsi del tutto dall’etichetta. Per concludere, il cofondatore Sean Bohrman ha comunicato qualche giorno fa di aver preso la decisone di chiudere definitivamente l’etichetta; i brani usciti sotto la Burger Records saranno rimossi dalle piattaforme per lo streaming musicale ma gli artisti saranno liberi di uploadarle di nuovo personalmente, avendo mantenuto tutti i diritti sul loro lavoro. Anche il festival Burger Boogaloo, organizzato dalla Total Trash Production di Oakland, ha preso posizione riguardo le vicende, garantendo l’allontanamento di tutte le persone negativamente coinvolte e annunciando la volontà di cambiare nome, per sottolineare la distanza messa tra il festival e la Burger Records.

C’è, di fondo, una grande problematica di base, laddove degli adolescenti talentuosi e con la voglia di suonare vengono messi a stretto contatto – malsano – con band molto più grandi di loro, dove adulti possono indisturbatamente far presa su ragazzi e ragazze, sfruttando il proprio status di idoli e la voglia di emularli dei giovani musicisti. Favoriti per giunta dal contesto creato dalle stesse label.

Questi sono solo parte degli effetti a catena scatenati dal passaparola su Instagram. Il coraggio di Lydia, come di tanti altri, di farsi avanti raccontando cosa davvero nascondano le diverse scene musicali ha portato a concrete prese di posizione, con risultati effettivi in breve tempo – tra il post di Lydia e la chiusura della Burger Records sono passati soltanto due giorni!

Certamente, Lydia Night non è stata né la sola né la prima a parlare chiaramente delle molestie presenti nella scena musicale californiana. Uno dei primi casi è quello riportato da una giornalista che dovendo intervistare la band The Growlers, sempre sotto la Burger Records, si è trovata di fronte ad una “richiesta”: alzati la maglietta altrimenti niente intervista.

Capiamo quindi che il giro di vessazioni è molto più ampio e subdolo

Non stiamo certo parlando di un’etichetta discografica da impero mondiale, ma la Burger Records è stata un’importante istituzione nell’area californiana e per la scena punk rock e garage rock sin dalla

sua creazione, nel 2007. L’unione e la raccolta di più testimonianze, la creazione di Lured By Burger, e la capacità di persone interne alla stessa Burger Records di comprendere la situazione e di schierarsi apertamente hanno garantito la chiusura di un ambiente estremamente nocivo.

Ogni minima azione può davvero fare la differenza

Qualcuno potrebbe a questo punto invocare il beneficio del dubbio – non sono inesistenti casi di accuse false o poco veritiere – ma sarebbe come mettere sullo stesso piano un ipotetico molestatore e un’ipotetica vittima; il confronto non può e non deve assolutamente reggere. Al tempo dei Social, dell’individualismo estremo, della ricerca spasmodica dei 15 minuti di notorietà, effettivamente chiunque può inventare storie su qualsivoglia volto noto ma, se su venti storie di abusi se ne trovano tre false, avremmo comunque ottenuto diciassette verità. Diciassette persone che hanno avuto il coraggio di parlare e che meritano tutto il sostegno possibile.

È una questione spinosa di cui occorre salvare il lascito finale: coraggio, giustizia e buon senso hanno portato a risultati concreti. Almeno questo volta.

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