Duke Ellington, il gran signore dello swing

Tutti i musicisti dovrebbero riunirsi un certo giorno, inginocchiarsi e ringraziarti“. Miles Davis in in onore di Duke Ellington.

Se parliamo del Duca del jazz, è inutile che vi scriva il nome del grande artista che ha arricchito la “musica americana” di tutti i tempi. 122 anni dalla sua nascita (29 aprile 1899), 47 anni dalla sua scomparsa (24 maggio 1974). Due date che ci permettono a breve di celebrarlo come si deve.

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Anche chi non apprezza particolarmente il jazz, o “non lo capisce”, come spesso si sente dire, ha ascoltato almeno una volta nella vita, un brano di Duke Ellington anche senza sapere di chi fosse. Ha vissuto gli anni d’oro della musica nera, quando finalmente potevano entrare nei grandi club, ma solo come musicisti, non come ospiti.

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Ha visto l’apice della sua carriera, e il declino, dopo così tanti successi, da essere contrapposto spesso ad un altro mostro sacro della musica jazz, il Louis Armstrong. Sono passati molti anni,  Ellington è uno di quegli uomini che cavalcherà per sempre l’immortalità. Perché la musica ci rende vivi, ci rende eterni e anche fra molti altri anni, tutti conosceranno Duke Ellington e la sua Orchestra, le sue suite e il suo swing che faceva ballare tutti, “bianchi” e “neri”. Ma andiamo per ordine…

Edward Kennedy Ellington fu compositore, pianista e direttore d’orchestra, sin da giovanissimo. Già nei primi anni, insieme al trombettista Bubber Miley e al suo “wa wa” (“Bub era capace di far sospirare, gemere e stridere la sua tromba” Duke Ellington cit.), Ellington diede vita alla sua piccola orchestra, che dovrà aspettare solo pochi anni prima di farsi aprire le porte del famosissimo Cotton Club di Harlem.

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Erano gli anni degli stereotipi dei “bianchi” verso i “neri” e del cosiddetto stile “jungle” che nacque proprio in quegli anni, che vedeva la ricca borghesia divertirsi con i magistrali arrangiamenti del Duca, volti a evocare show dal sapore esotico e sconosciuto. Già in questi primi anni di crisi, i capolavori di Duke Ellington non si fanno attendere: brani come The Mooche, Mood Indigo, Echoes of the Jungle, dai toni rochi e sensuali, insieme ad opere più nostalgiche come In a Sentimental Mood, Sophisticated Lady, Solitude e Prelude to a Kiss.

Con l’avvento dei primi programmi radiofonici, Ellington si fa coinvolgere dalla moda dello “swing”, ovvero quel genere musicale che si distingue per un caratteristico ritmo e per un tipo di esecuzione delle note con una cadenza”dondolante” (per l’appunto “swing” in inglese), accompagnando il tutto da balli molto ritmati. Si parla di Ko Ko, Concerto for Cootie, Sepia Panorama, e tantissimi altri brani che gli hanno fatto raggiungere il vertice della sua produzione, insieme a ballate più pacate, sentimentali, come quella dedicata alla madre, Reminiscing in Tempo.

La forza di Duke era anche nei suoi solisti: l’impegno nel comporre, le numerose prove in scena per gli spettacoli, non facevano altro che rendere il gruppo di Duke sempre più unito e coeso, tanto da spingere gli stessi musicisti della sua orchestra a collaborare e suggerire variazioni, che spinsero lo stesso Duke Ellington a dedicarsi alla scrittura diretta esclusivamente ai suoi solisti, tenendo conto delle loro particolari caratteristiche. Nomi come Johnny Hodges e Paul Gonsalves hanno goduto a pieno delle suite di Ellington, portando la band a un periodo d’oro, nel 1959.

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E fu proprio l’unione della sua Orchestra a creare la leggenda. Con la scomparsa dei suoi solisti, la carriera di Ellington virò verso i Concerti Sacri e altri suite dei suoi ultimi anni di musica (New Orleans Suite e The Afro-Eurasian Eclypse, tra le tante). Tantissimi gli artisti che lo hanno ammirato e considerato anche temibile rivale, nel campo della musica, da Armstrong e Basie, alla Fitzgerald e Coltrane.

Il mondo del jazz non sarebbe stato lo stesso, senza le capacità del più grande pianista, irregolare e personalissimo (spesso anche criticato per le sue esecuzioni “sporche”), autore di melodie universalmente amate, ma anche di opere più complesse. Sperimentatore di un timbro unico, profondo e rauco, ci ha lasciato un patrimonio musicale e culturale enorme, per l’appunto…eterno. Proprio le sue ultime parole furono rappresentative di questo pensiero: “La musica è come vivo, perché vivo, e come sarò ricordato“. Grazie Duke.

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Martina Carnevale
Sono Martina, sommelier da parecchi anni e appassionata di enogastronomia ma soprattutto di tutto quello che riguarda la lettura ( e scrittura!). Amo viaggiare, il mondo del cinema e tutte quelle esperienze che possano arricchirmi.

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