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Boris e il sogno ingenuo di una quarta stagione

Le ultime voci sulla quarta stagione di Boris portano a chiedersi quanto davvero si senta il bisogno di una nuova stagione e perché proprio adesso. Prima di tutto: non c’è stato nessun annuncio.

Alberto Mutignani

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Da qualche anno siamo abituati alle analisi costi-benefici del governo. Sono riflessioni a porte chiuse che si fanno con la cravatta allentata e le maniche della camicia attorcigliate per fare la quadra di una situazione non chiara. Le ultime voci sulla quarta stagione di Boris portano a chiedersi quanto davvero si senta il bisogno di una nuova stagione e perché proprio adesso. Prima di tutto: non c’è stato nessun annuncio.

Spiace spegnere così precocemente gli animi, ma Boris 4 non è stato confermato. Se ne sta parlando, qualcuno lo dice più fermamente di altri. Se ne parla da anni, a dire il vero. Quel pubblico di giovani che con Netflix ha scoperto soltanto adesso l’esistenza di Boris – la si consigliava dai tempi di Breaking Bad, ma si è dovuto aspettare Netflix per sembrare credibili – non è il primo che da tempo brama un nuovo capitolo della fuoriserie italiana.

Leggi anche: L’Italia chiamò: René Ferretti e Boris stanno tornando

Con gli anni ci si è messo un po’ anche il cast a stemperare la sfiducia verso il proseguo di Boris: “Ci stiamo lavorando”, “Vediamo cosa si può fare, noi vorremmo” dicevano gli attori per non tirar fuori la risposta più ovvia: la storia è finita. C’è stato il film, rimasto lì a prendere polvere, dimenticato anche da quelli che oggi non possono stare senza citare Boris in mezzo a una conversazione qualunque.

E il film chiudeva davvero il cerchio, quello di una riflessione non solo cinematografica e non più unicamente televisiva, ma anche il contro-coro che la buttava sulle ipocrisie del cinema socialmente impegnato, quello della sinistra democratica. Oggi Boris 4 ha tanti motivi per esistere come per non vedere la luce: chiediamoci anzitutto se un Boris davvero autentico possa esistere senza il contributo fondamentale di Mattia Torre. È stato l’autore, dei tre, che ha più contribuito a rendere la serie indimenticabile e che fuori dall’universo Boris ha portato avanti meglio di tutti una filosofia nuova per la commedia italiana.

Oggi ci manca e ci chiediamo che Boris possa esistere senza la sua firma. Seconda questione è il nodo fondamentale di tutta la serie: sapersi fermare. Boris ci insegna, tra le tante cose – tra le quali, la vita è fatta di grandi botte che uno deve metabolizzare con altre botte – che un prodotto va confezionato quando ha ragione d’esistere, se fatto con un criterio, con un’idea. Tutto il resto è locura. La buona notizia è che sono passati 9 anni dalla fine di Boris, non proprio un mesetto.

Dopo il successo della terza stagione, nessuno ha pensato di cavalcare l’onda e portare avanti la baracca. Lo si vorrebbe fare adesso, ed è probabile che in nove anni si sia trovato qualcosa da dire e il modo adatto con cui dirlo. Il mondo è cambiato molto e molto velocemente, nove anni fa non c’erano (in Italia) i servizi streaming né il governo gialloverde.

Se Boris sarà in grado di registrare con la solita intelligenza questo cambiamento antropologico, ben venga. Possiamo anche credere, però, che Vendruscolo e Ciarrapico siano invecchiati male (succede) come è invecchiato il cast. Sono solo supposizioni, cosa ci sia davvero dietro la lavorazione di Boris 4 non potremo saperlo fino alla sua uscita, se uscirà. Gli autori farebbero bene a chiedersi però che pubblico stanno andando ad accontentare, se nel bramare ciecamente una quarta stagione questo pubblico ignora tutto ciò che Boris ha spiegato loro per tre anni (e un film, per noi dieci che l’abbiamo visto).

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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American Dream?: il nuovo libro di Andrea Careri, tra sogni e opportunità

Riccardo Colella

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È uscito American Dream?: l’ultimo libro di Andrea Careri, scrittore e vlogger romano che si divide tra l’Italia e gli States. Dopo La Mia New York – Vivere nella città che non dorme mai e Un giorno senza Kobe – Storie di Los Angeles, Careri raccoglie cento interviste di italiani che, come lui, si son trasferiti in America alla ricerca del Sogno Americano.

AMERICAN DREAM – Il quesito che si pone Careri è semplice: ai tempi del Covid-19 e con gli USA guidati da un Trump ai minimi storici nei sondaggi di gradimento, esiste ancora l’American Dream? E cosa si intende per “sogno americano”? Inutile negare che gli USA abbiano sempre rappresentato, almeno nell’immaginario collettivo, la terra delle grandi opportunità. Quel posto magico dove tutto è possibile e la fortuna è dietro l’angolo, pronta per essere colta.

Da Boston a New York, dal Tennessee al West Virginia, passando per Los Angeles, San Antonio e il Texas, gli intervistati raccontano la propria esperienza negli Stati Uniti e il rapporto con l’Italia. Ne nascono opinioni e idee differenti: eterogenee per esperienze di vita, aspettative, delusioni, falsi miti e realizzazioni.

Storie diverse che raccontano un’America complessa, dura e talvolta animata da ben radicati preconcetti con cui confrontarsi. Un’America che è culla di quella capitalist society che, spesso, pare essere strutturata per chi la fortuna ce l’ha già.  American Dream?, però, non è solo un dipinto degli Italiani che vivono, lavorano e sognano negli USA, oppure un utile dispensario di consigli per chiunque voglia tentare la scalata al sogno americano. L’opera di Careri è, anche e soprattutto, una dichiarazione di amore verso un Paese come l’Italia. Un Paese in cui, quegli emigrati, hanno lasciato il cuore.

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Gianni Rodari, cento anni fa nasceva il poeta dei bambini. A L’Aquila un flashmob in suo onore

Ma i componimenti dello scrittore non avevano presa solo sui bambini ma contenevano messaggi importanti che ancora oggi trovano motivo d’esistere

Antonella Valente

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Tra i massimi scrittori italiani per l’infanzia del XX secolo, Gianni Rodari avrebbe compiuto oggi 100 anni.

Nato nel comune piemontese di Omegna nel 1920, Giovanni Rodari è stato maestro, pedagogista, giornalista, maestro e poeta. Tra le sue opere più famose ricordiamo “La grammatica della fantasia“, pubblicata nel 1973 da Einaudi, una specie di manifesto teorico sui meccanismi che sottendono l’arte di inventare storie.

Nel 1970 Rodari ha ricevuto, primo e unico italiano fino a oggi, il Premio Hans Christian Andersen, considerato il “Piccolo Premio Nobel” della narrativa per l’infanzia, il più prestigioso riconoscimento internazionale che premia la qualità letteraria ed estetica degli scritti prodotti nel corso della carriera.

Filastrocche, poesie, racconti per l’infanzia surreali, divertenti, fantasiosi, poetici, hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Rodari usava sempre un linguaggio semplice, chiaro, originario che innescava curiosità tra i più piccoli dando prova di come li tenesse in considerazione e di conoscerli nel profondo.

Ma i componimenti dello scrittore non avevano presa solo sui bambini ma contenevano messaggi importanti che ancora oggi trovano motivo d’esistere. Tolleranza, integrazione, solidarietà, amore per la natura e solidarietà sono solo alcuni dei principi cardine alla base dei lavori di Rodari che era capace di trasmettere un insegnamento con l’utilizzo semplice delle parole e delle rime che lascia a bocca aperta. Addirittura alcuni suoi testi, tra i quali la celeberrima “Ci vuole un fiore“, furono musicati da Sergio Endrigo e da altri cantautori.

In occasione del centenario della sua nascita all”Aquila Spazio Rimediato e l’associazione Brucaliffo hanno organizzato un flashmob per chiunque abbia amato e ami Gianni Rodari.

Appassionati di tutte le età, in maniera spontanea e volontaria, potranno prendere parte alla manifestazione leggendo o recitando ai passanti il proprio pezzo preferito dello scrittore. L’evento avrà luogo presso la Villa Comunale a partire dalle 17.30 e ogni partecipante dovrà preparare un cartello con il titolo della storia che leggerà, fino a quando le parole di Rodari riecheggieranno tra le strade aquilane.

Leggi anche: Gianni Rodari e il sottotesto politico di cui nessuno parla

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Idee per il fine settimana: la formula dell’Officina della Scultura

Il progetto ha scelto quest’anno di non rinunciare al racconto dell’arte scultorea, solo di spostarsi all’esterno e di arricchire il suo percorso con due installazioni

redazione

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L‘Officina della Scultura rinnova la sua formula e incontra il pubblico all’aperto fino al 25 ottobre, percorsi di scultura tra Milano e Sesto San Giovanni e Bergamo.

Anche quest’anno sono tre i protagonisti, con Franco Mazzucchelli anche Kengiro Azuma e Piero Cattaneo, e grazie a due installazioni e alle passeggiate en plein air è possibile scoprire e approfondire la conoscenza della scultura italiana del Novecento.

L’Officina della Scultura, ideata e promossa da Fondazione Piero Cattaneo di Bergamo, si pone come obiettivo non solo di divulgare e promuovere la conoscenza dell’arte e delle tecniche ma anche di realizzare una vera e propria mappatura di artisti, luoghi e storia lunga oltre un secolo.

Di norma dedicato all’apertura di alcuni atelier, il progetto ha scelto quest’anno, per venire incontro alle esigenze sanitarie, di non rinunciare al racconto dell’arte scultorea, solo di spostarsi all’esterno e di arricchire il suo percorso con due installazioni. Dal 13 al 18 ottobre la città di Bergamo accoglie due interventi scultorei di Franco Mazzucchelli (Milano 1939). In due luoghi simbolo della città, largo Porta Nuova e piazzetta Santo Spirito, trovano accoglienza due grandi sculture gonfiabili, tridimensionali geometrie non euclidee.

Queste strutture in PVC si danno propriamente alla città, come allude lo stesso titolo A. TO. A. sigla di Art to Abandon, ma anche alla francese à toi, a te / per te, cioè per il pubblico. I cittadini infatti da spettatori vengono invitati a trasformarsi in performer, intervenendo sulla superficie plastica con pennarelli indelebili.

Sabato 24 ottobre e domenica 25 ottobre 2020 a Milano e a Sesto San Giovanni, il pubblico è accompagnato alla scoperta di Kengiro Azuma (Yamagata 1926 – Milano 2016). Con la presenza eccezionale del figlio dell’artista, Ambrogio, sarà possibile approfondire la conoscenza dell’opera MU 141 in piazzale Cimitero Monumentale a Milano, e del messaggio di cui si fa portavoce, simbolo nelle intenzioni dell’artista di rinascita. L’appuntamento a Sesto San Giovanni è dedicato alla Fontana delle Tartarughe, intervento che ha visto lavorare fianco a fianco padre e figlio, in perfetta armonia.

La vocazione didattica del progetto, a cura di Marcella Cattaneo, si sviluppa così grazie a specifiche visite en plein air che coinvolgono, le opere di Franco Mazzucchelli e interventi di artisti coinvolti nelle precedenti edizioni, come Piero Cattaneo (Bergamo 1929 – 2003) e Kengiro Azuma (Yamagata 1926 – Milano 2016)

Percorsi gratuiti con prenotazione obbligatoria: +39 333 2698886

Milano: sabato 24 ottobre 2020 ore 9.00 e ore 11.00
Sesto San Giovanni: domenica 25 ottobre 2020 ore 9.00 e ore 11.00

photo Kristin Man

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