Boris e il sogno ingenuo di una quarta stagione

Da qualche anno siamo abituati alle analisi costi-benefici del governo. Sono riflessioni a porte chiuse che si fanno con la cravatta allentata e le maniche della camicia attorcigliate per fare la quadra di una situazione non chiara. Le ultime voci sulla quarta stagione di Boris portano a chiedersi quanto davvero si senta il bisogno di una nuova stagione e perché proprio adesso. Prima di tutto: non c’è stato nessun annuncio.

Spiace spegnere così precocemente gli animi, ma Boris 4 non è stato confermato. Se ne sta parlando, qualcuno lo dice più fermamente di altri. Se ne parla da anni, a dire il vero. Quel pubblico di giovani che con Netflix ha scoperto soltanto adesso l’esistenza di Boris – la si consigliava dai tempi di Breaking Bad, ma si è dovuto aspettare Netflix per sembrare credibili – non è il primo che da tempo brama un nuovo capitolo della fuoriserie italiana.

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Con gli anni ci si è messo un po’ anche il cast a stemperare la sfiducia verso il proseguo di Boris: “Ci stiamo lavorando”, “Vediamo cosa si può fare, noi vorremmo” dicevano gli attori per non tirar fuori la risposta più ovvia: la storia è finita. C’è stato il film, rimasto lì a prendere polvere, dimenticato anche da quelli che oggi non possono stare senza citare Boris in mezzo a una conversazione qualunque.

E il film chiudeva davvero il cerchio, quello di una riflessione non solo cinematografica e non più unicamente televisiva, ma anche il contro-coro che la buttava sulle ipocrisie del cinema socialmente impegnato, quello della sinistra democratica. Oggi Boris 4 ha tanti motivi per esistere come per non vedere la luce: chiediamoci anzitutto se un Boris davvero autentico possa esistere senza il contributo fondamentale di Mattia Torre. È stato l’autore, dei tre, che ha più contribuito a rendere la serie indimenticabile e che fuori dall’universo Boris ha portato avanti meglio di tutti una filosofia nuova per la commedia italiana.

Oggi ci manca e ci chiediamo che Boris possa esistere senza la sua firma. Seconda questione è il nodo fondamentale di tutta la serie: sapersi fermare. Boris ci insegna, tra le tante cose – tra le quali, la vita è fatta di grandi botte che uno deve metabolizzare con altre botte – che un prodotto va confezionato quando ha ragione d’esistere, se fatto con un criterio, con un’idea. Tutto il resto è locura. La buona notizia è che sono passati 9 anni dalla fine di Boris, non proprio un mesetto.

Dopo il successo della terza stagione, nessuno ha pensato di cavalcare l’onda e portare avanti la baracca. Lo si vorrebbe fare adesso, ed è probabile che in nove anni si sia trovato qualcosa da dire e il modo adatto con cui dirlo. Il mondo è cambiato molto e molto velocemente, nove anni fa non c’erano (in Italia) i servizi streaming né il governo gialloverde.

Se Boris sarà in grado di registrare con la solita intelligenza questo cambiamento antropologico, ben venga. Possiamo anche credere, però, che Vendruscolo e Ciarrapico siano invecchiati male (succede) come è invecchiato il cast. Sono solo supposizioni, cosa ci sia davvero dietro la lavorazione di Boris 4 non potremo saperlo fino alla sua uscita, se uscirà. Gli autori farebbero bene a chiedersi però che pubblico stanno andando ad accontentare, se nel bramare ciecamente una quarta stagione questo pubblico ignora tutto ciò che Boris ha spiegato loro per tre anni (e un film, per noi dieci che l’abbiamo visto).

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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