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L’Italia chiamò: René Ferretti e Boris stanno tornando

Federico Falcone

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Dopo dieci anni dall’ultimo episodio trasmesso, Boris sta tornando. L’approdo su Netflix è ormai quasi certo, così come la reunion completa del cast. Nelle scorse settimane era stata lanciata online una petizione per chiedere nuove storie e il ritorno in grande stile di Francesco Pannofino nei panni del regista René Ferretti. A svelare quella che sembra essere una possibilità sempre più concreta – complice un rinnovato entusiasmo da parte dell’audience tricolore – è stato Lorenzo Mieli della The Apartment Production, casa di produzione, fra le altre, di Boris. “Stiamo pensando ad una piccola grande reunion per una serie breve con tutti i personaggi“, ha dichiarato sulle pagine della Repubblica.

“A dieci anni dalla misteriosa sospensione della migliore serie comedy italiana, in concomitanza con la pubblicazione delle tre stagioni su Netflix, il pubblico italiano chiede la messa in produzione dell’attesissima quarta stagione di Boris!” si leggeva su Change.org. “In questo paese troppe volte la qualità ha lasciato spazio alla mediocrità: è tempo che le piattaforme di streaming ripropongano un prodotto unico, attuale e tagliente come Boris! È giunto il tempo di “smarmellare, aprire tutto e fare le cose a cazzo di cane! DAI DAI DAI!” .

Oltre a Pannofino dovremmo quindi ritrovare Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Carolina Crescentini, Pietro Sermonti, Antonio Catania, Ninni Bruschetta: Duccio Patané, Paolo Calabresi, Alberto Di Stasio, Luca Amorosino, Carlo De Ruggieri. Mancherà Roberta Fiorentini, recentemente scomparsa.

“Raccontava cose vere e non diverse da quelle di oggi. E certe dinamiche e gerarchie sono esperienze comuni in cui tutti possono riconoscersi. Come con Coso, lo stagista, o meglio ‘lo schiavo’ interpretato da Alessandro Tiberi, di cui nessuno ricorda il nome e che tutti chiamano Coso”, ha recentemente dichiarato Pannofino al Corriere della Sera.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Quando il Daily News di Bangor uccise Richard Bachman. Stephen King: “sono colpevole”

Stephen King non ha fatto tutto da solo. Al suo fianco, per lo meno agli esordi, e per motivi ben diversi da quelli facilmente immaginabili, c’era anche Richard Bachman

Federico Falcone

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Sono numerosi gli scrittori celati dietro falsa identità o che sono abilmente portati avanti da ghostwriter. Famosi o esordienti non fa molta differenza in realtà, è prassi abbastanza frequente. E’, invece, meno consueto che a farlo sia un autore famoso, tra i più conosciuti al mondo, antonomasia di un determinato genere letterario. Parliamo di Stephen King, 73 anni, tutti vissuti tra paure, incubi, deliri, paranormale, mostri e fantasmi e aguzzini.

Si stima che abbia venduto più di 500 milioni di copie. Merito di un talento coltivato fin dalla tenera età. A scuola, infatti, al costo di un dollaro vendeva ai suoi compagni di classe i brevi racconti che realizzava. Ciò durò fino a che non venne scoperto dai professori che gli sequestrarono gli incassi. Il boom, però, avvenne più tardi, nonostante gli anni universitari abbiano rappresentato lo scrigno della sua fantasia.

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E’ il 1974, l’anno della pubblicazione di Carrie, tutt’ora tra le sue opere più amate. E pensare che se non fosse stato per l’amata moglie Tabhita (conosciuta sui banchi dell’università) quest’opera non avrebbe mai visto la luce. King, infatti, non ne era entusiasta e non si adoperò più del dovuto per trovare una casa editrice che lo prendesse in considerazione. Lo gettò tra i rifiuti, convinto che fosse una schifezza. Lei lo recuperò e… il resto è storia.

Non solo le vie del Signore sono infinite, anche quelle di una moglie impicciona.

Da quel momento non ha più smesso, pubblicando più di ottanta opere tra romanzi e raccolte. I suoi scritti hanno ispirato più di quaranta tra film e miniserie televisive. Alcuni portano le firme illustri di grandi registi come Stanley Kubrick, John Carpenter e George A. Romero. Dopo Carrie arrivano Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) e lo status si consolida a ogni copia venduta. Lo scrittore del Maine segue le scia dei padri del genere, da E.A.Poe a Lovecraft, da Matheson ai celebri – se pur di nicchia – racconti della rivista Weird Tales.

Ma Stephen King non ha fatto tutto da solo. Al suo fianco, per lo meno agli esordi, e per motivi ben diversi da quelli facilmente immaginabili, c’era anche Richard Bachman. Sotto questo nome fittizio, il nativo di Portland, Maine, ha pubblicato cinque romanzi tra il 1977 e il 1984. “Ossessione” (1977), “La Lunga Marcia” (1979), “Uscita per l’Inferno” (1981), “L’uomo in fuga” (1982) e “L’occhio del male” (1984). Nel mentre realizzava tali lavori sotto pseudomino – per il motivo che tra poco vedremo – realizzava capolavori immortali. E no, non esageriamo nell’affermarlo.

L’ombra dello Scorpione” (1978), “Christine, la macchina infernale” (1983), “Pet Semetery” (1983), “It” (1986), “Misery” (1987). Fra i tanti realizzati tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, questi sono indubbiamente i più meritevoli di menzione.

E allora, perché dover scrivere sotto falsa identità? Perché non cavalcare l’onda del successo? Perché dover rischiare un flop editoriale quando si può far leva su un nome consolidato e nel pieno della fama? Lo spiega egli stesso.

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Credo di averlo fatto per raffreddare un po’ l’atmosfera, per fare qualcosa nelle vesti di qualcuno che non fosse Stephen King.

“Credo che tutti i romanzieri siano incorreggi­bili mistificatori ed è stato divertente essere qualcun altro per un po’, nel mio caso Richard Bachman. Il quale non ha mancato di crearsi una personalità e una storia con cui sor­reggere la falsa foto dell’autore sulla quarta di copertina di L’occhio del male e la falsa moglie (Claudia Inez Bachman) al quale il libro è dedicato”.

“Bachman era un personaggio di­scretamente sgradevole, che era nato a New York e aveva trascorso una decina d’anni nella marina mercantile dopo quattro anni nella guardia costiera. Si era infine stabilito in una zona rurale del New Hampshire, dove scriveva di notte dopo essersi occupato durante il giorno della sua fattoria di medie dimensioni”.

“I Bachman avevano un solo figlio ma­schio, morto in un disgraziato incidente a sei anni (annegato in un pozzo). Tre anni prima vicino alla base del cervello di Bachman era stato trovato un tumore, rimosso con un deli­cato intervento chirurgico. Nel febbraio del 1985 è morto al­l’improvviso, cioè il giorno in cui il Daily News di Bangor, il quotidiano della mia città, ha resa pubblica la vera identità di Bachman, circostanza da me confermata. E’ stato anche divertente essere Bachman, uno scostante asceta alla J.D. Salinger, che non rilasciava mai interviste e che, nel que­stionario della New English Library di Londra, ha scritto «falcheggiamento» nello spazio riservato al credo religioso“.

L’ironia tagliente di King è cosa arcinota. E ci piace. Famosa la frase “Si può uccidere il male seppellendolo di risate“, ancora più famosa quella in risposta a chi gli chiedeva se avesse un cuore, “La gente pensa che io sia una persona strana. Non è vero. Ho il cuore di un ragazzino. Si trova in un vaso di vetro, sulla mia scrivania“.

Incubi e deliri, dicevamo, sono stati a lungo linfa vitale dello Zio. Alimentati, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista, da una lunga dipendenza da alcool e droghe, sempre sull’orlo della disperazione profonda e dell’abisso della depressione. In particolar modo a inizio carriera, quando le difficoltà di un’infanzia non propriamente felice sembravano insormontabili.

“Ho scritto cinque romanzi prima di Carrie. Due erano brutti, uno era medio, e ritenevo che due fossero piuttosto buoni”.

“I due buoni erano Getting It On (che diventò Rage quando fu finalmente pubblicato) e La lunga marcia. Get­ting It On fu iniziato nel 1966, quando frequentavo l’ultimo anno di liceo. L’ho ritrovato in seguito ad ammuffire in una vecchia scatola nella cantina della casa dove ero cresciuto. La scoperta è avvenuta nel 1970 e ho finito il romanzo nel 1971. La lunga marcia è stato scritto tra l’autunno del 1966 e la primavera del 1967, quand’ero matricola all’università”.

Quando gli fu domandato se la scelta di celarsi dietro il moniker di Richard Bachman fosse perché il mercato era saturo di libri di Stephen King, la risposta fu un “no” secco. Sul banco degli imputati, però, un posto venne riservato agli editori. “Erano come una mogliettina frigida che ci sta solo una o due volte l’anno e incoraggia il marito sempre arrapato a trovar­si una squillo. Bachman era il luogo dove andavo a sfogar­mi”.

“Mi è stato chiesto spesso e sovente se l’ho fatto perché mi sento bollato dalla definizione di scrittore di horror. La risposta è no. Non m’importa un fico secco di come vengo classificato se di notte mi è concesso di dormire in pace”. Settantatré anni. Lunga vita al Re.

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Il David Bowie inesplorato: Paolo Madeddu racconta i primi 12 anni di carriera del Duca Bianco

redazione

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David Bowie è un personaggio immenso e ingombrante per la cultura rock, che copre sei decenni e vanta una discografia monumentale. Orientarsi nel suo mondo non è semplice, serve un libro come questo, primo volume di due, perché per spiegare nel dettaglio le centinaia di canzoni del “Duca Bianco” e le sue molteplici mutazioni occorrono non meno di un migliaio di pagine.

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Qui si parte dagli anni ‘60, dall’imberbe Davey Jones che è ancora un personaggio in cerca di autore, e si arriva al 1976, dopo i tentativi nel mondo beat e folk, dopo le prove teatrali con il grande mimo Lindsay Kemp, dopo che David è diventato Ziggy Stardust, re della musica glam.

Una straordinaria cavalcata nel “classic rock” scandita da canzoni epocali come “Space Oddity”, “Changes”, “Life On Mars?”, “Starman”, raccontando come è regola nella serie la genesi, la storia, la fortuna o sfortuna di tutte le canzoni, con aneddoti poco raccontati e, soprattutto, con le dichiarazioni del loquace egocentrico protagonista.

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PAOLO MADDEDDU è nato a Milano, scrive prevalentemente di musica. Attualmente collabora con Rolling Stone, TRX Radio, www.aMargine.it, Link, Riders Magazine, HvsR, Fondazione Symbola.

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Nuovo Dpcm, Conte: è il momento del sacrificio, ognuno deve fare la sua parte

Antonella Valente

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È il momento di alzare l’asticella dell’attenzione. È il momento del sacrificio. È il momento di tenere duro. Si è da poco conclusa la conferenza stampa del presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte che ha spiegato le novità più salienti del nuovo decreto mirato a contrastare il diffondersi del coronavirus. “Dobbiamo conciliare salute ed economia. I numeri dei contagi sono seri e preoccupanti, dobbiamo intervenire“.

Riguardo ristoranti e attività enogastronomiche il limite è fissato a sei persone per tavolo. “E’ fatto obbligo per gli esercenti di esporre all’ingresso del locale un cartello che riporti il numero massimo di persone ammesse contemporaneamente nel locale medesimo, sulla base dei protocolli e delle linee guida vigenti”.

Stop a sport dilettantistici, proseguiranno solo quelli individuali ma rispettando le distanze. Le palestre avranno una settimana di tempo per adeguarsi alle disposizioni di sicurezza, altrimenti chiuderanno. Bloccate fiere e sagre e convegni. I sindaci potranno chiudere strade, piazze e zone ampie a partire dalle 21 qualora dovessero verificarsi circostanze di assembramento.

Possibilità di turni pomeridiani per le scuole. Nell’ambito della PA le riunioni potranno avvenire a distanza, salvo fatto eccezioni e casi particolari. Lo stesso vale per le Camere.

La curva dei contagi è salita troppo, oggi quasi 12mila contagi. “Siamo consapevoli che porremo sacrifici economici agli imprenditori e operatori che subiranno queste misure. Li ristoreremo. All’inizio della pandemia ci siamo scoperti privi di attrezzature sufficienti per la terapia intensiva, non avevamo mascherine né potevamo fare controlli. Ora abbiamo raddoppiato posti in terapia intensiva e subintensiva“.

Ogni giorno produciamo 20 milioni di mascherine. Siamo tra i pochi paesi al mondo a distribuire mascherine gratuite per studenti, ospedali, forze di polizia e residenze per anziani. Abbiamo distribuito più di un miliardo di dispositivi di protezione personale. Siamo consapevoli che abbiamo diverse criticità da affrontare. Siamo arrivati a fare sino a 160mila tamponi al giorni ma dobbiamo evitare file di ore per effettuare prove tampone. Nona abbiamo mai abbassato la guardia”.

“Questa strategia che stiamo attuando muove da un’analisi dettagliata del quadro epidemiologico al fine di avere chiarezza su come impegnarci per tutelare salute ed economia, agendo con proporzionalità e adeguatezza. Ma la misura più efficace rimane la responsabilità: igiene personale, mascherina e distanziamento”.

“Siamo più vulnerabili quando incontriamo parenti e amici. Soprattutto in queste situazioni occorre precauzione. Ci vorrà qualche giorno per vedere i risultati di queste misure, ma dobbiamo impegnarci. Prestiamo e continueremo a prestare massima attenzione alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Siamo consapevoli delle difficoltà che stanno affrontando, saremo sempre vicini alle loro esigenze”

La situazione è critica, il governo c’è, ma ognuno deve fare la sua parte. Solo così potremo superare le criticità“, ha concluso Conte prima di passare alle domande della stampa.

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