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Cinema

La commovente supercazzola di Elio Germano

Alberto Mutignani

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Che per molti il medioevo sia ancora quell’amalgama di luoghi comuni sullo ius primae noctis e la tomistica è un dato di fatto. Non studiamo il medioevo a sufficienza per conoscere la fioritura culturale di quell’epoca e mai sono bastati gli interventi decennali di Eco per educarci a ridere di gusto contro le generalizzazioni e gli intellettualismi da sciarpetta.

C’è però questa squisita tendenza italiana del far sbucare dalle fosse vecchie scope senz’arte né parte, altrove inapprezzabili per ragioni meramente meritocratiche, e convertirle come violette di marzo allo spirito bonario degli artisti arrabbiati contro le industrie per cui lavorano, per il bene dell’Arte. Arriviamo dunque al centro della questione: gira da qualche settimana il video di un giovanissimo Elio Germano, spaparanzato su una poltroncina mentre si lagna dell’industria culturale italiana, che nel filtro in bianco e nero trova il picco di tristezza tipico dell’intellighenzia italiana.

Fondamentalmente ci si lagna che l’avidità di denaro dei terribili produttori italiani impedisca una crescita culturale nel nostro Paese. Citavo il medioevo perché in questo curioso video a favore della vera conoscenza la situazione italiana attuale veniva paragonata alla cultura medievale atrofizzata. Un paradosso su cui ridere, se volete. A rifletterci però questo video pone una domanda sopra le altre: quale direzione può prendere un discorso mosso da necessità divulgative se tutto ciò che contiene è una serie ininterrotta di luoghi comuni?

Basterebbe chiarire a Germano uno dei punti catartici del suo monologo drammatico: il cinema come arte. Abbiamo già riso abbastanza su questa definizione, in passato. Una passeggiata in un’Accademia del cinema di Roma basterebbe a mostrare la situazione corrente dei giovani del nostro paese quando provano ad approcciarsi al cinema come alla carcassa di un animale defunto: lo si guarda con rammarico e ci si prende sempre questa pena di volerlo ravvivare con la propria ipersensibilità.

Cortometraggi da vecchia nouvelle vouge ne abbiamo da riempirci tutti i festival nati nell’ultimo quarto di secolo – nati appositamente per premiare queste ciofeche – e le sovvenzioni statali di cui Germano prega la comparsa esistono già, anche e soprattutto per progetti così timidi e affazzonati. Quanto alla rimpianta età dell’oro, quegli anni ’70 in cui – ci dice Germano – il cinema era fatto con amore, senza pensare ai soldi, e il pubblico aveva consapevolezza dei propri grandi artisti, va fatta chiarezza: ricordiamo tutti benissimo le polemiche nate contro Rovazzi quando si azzardò a duettare con Morandi. Noi oggi ricordiamo Morandi come un gigante dell’autorialità sensibile e dimentichiamo quanto sia stato, per la generazione passata, il Rovazzi della propria epoca.

Ricordiamo Gaber per “libertà è partecipazione” e non per “Non arrossire”, Fellini per le analisi di cuore di ogni singolo frame de “La Dolce Vita” e non per la cazzoneria del Fellini uomo dietro al regista. Questo meccanismo che ha portato una generazione ormai anziana a rendere gli anni di piombo un’epoca ideale e il cinema e la musica leggera un manifesto politico e sociale è la stessa che porta Germano, un vecchio, a parlarci del passato come dell’epoca degli artisti molto buoni, quelli che non badavano allo sporco danaro. La verità è che il cinema è un’industria, sempre lo è stata e sempre lo sarà. Ha bisogno di soldi per andare avanti, scommette su prodotti che, vendendo, permettono di finanziare altri prodotti ipoteticamente artistici.

Quanto a quest’ultimo concetto, atteniamoci alla regola – lo consiglio per gli amici delle Accademie e per i frequentanti assidui dei cineforum per riflettere – che la definizione dell’arte la possiede solo l’artista. Arte è consapevolezza del proprio creato e conoscenza del linguaggio che si sta usando. Quanto alla consapevolezza di Germano, abbia almeno quella degli argomenti di cui vorrebbe parlare. Altrimenti taccia.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Lupin: il ladro gentiluomo su Netflix

Federico Rapini

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Lupin, la nuova serie Netflix ispirata, neanche troppo, alle gesta del personaggio nato dalla penna di Maurice Leblanc nel 1905, è già nella top 10 del colosso americano.

Chi ha letto i libri delle avventure di Arsenio Lupin, o magari è cresciuto con il manga di Lupin III, rimarrà deluso dalla storia di Assane Diop, che per i suoi colpi usa gli psudonimi di Paul Sernine o Luis Perenna e si muove in un contesto odierno e diverso dal ladro da cui prende il nome la serie.

Il Lupin di Leblanc come ispirazione

Da Lupin prende ovviamente spunto, soprattutto grazie al libro “Arsène Lupin gentleman cambrioleur” regalatogli dal padre prima dell’arresto e al successivo suicidio che cambieranno per sempre la vita di Assane il quale, ispirandosi al più famoso ladro della letteratura, diverrà un abile borseggiatore. Gli stessi pseudonimi, che altro non sono che acronimi di Arsène Lupin, sono legati ad abili travestimenti che richiamano una delle caratteristiche del personaggio di Leblanc: il camuffamento usato per i furti.

Dal ladro immaginario, ispirato a sua volta alla figura reale di Marius Jacob, Assane prende l’etica del gentiluomo. La figura del “ladro gentiluomo” torna di continuo e sembra richiamare anche la “Casa di Carta” nel momento in cui il “Professore” della fortunata serie spagnola spiega che non ruberanno al popolo ma soldi di nessuno senza voler far del male a qualcuno.

Questo tema nel personaggio interpretato da Omar Sy, famoso al grande pubblico per il film Quasi amici”, è ridondante. Le scene di violenza sono pressoché zero e i furti vengono fatti ai danni di ricchi in una sorta di “esproprio proletario”, come nel caso dei gioielli provenienti dal Congo belga che richiama il tema dello sfruttamento coloniale. Troviamo quindi il tema della rivincita. Assane, che si muove nell’odierna Parigi, è colui che vuole giustizia per il padre ma anche per il popolo, quello senegalese, dal quale discende. C’è quindi una retorica di fondo su temi quali lotta di classe e pseudo-razzismo che non sono neanche troppo impliciti.

I richiami ad altre fortunate Serie TV

Per quanto riguarda la svolta revanscista, che viene a galla minuto dopo minuto, alcune scene richiamano serie TV che hanno fatto la storia. L’entrata volontaria in carcere, ad esempio, richiama “Prison Break”, dove Michael Scofield si fa arrestare per far evadere il fratello ingiustamente carcerato.

La trama è abbastanza scontata, vista più volte in polizieschi e caper movie. Dall’idea di un colpo quasi impossibile dentro al Louvre, passando per il ricco e potente che per i suoi loschi affari incastra il povero autista immigrato, al poliziotto corrotto che poi cerca di redimersi a 25 anni di distanza, alla giornalista caduta in disgrazia che ritrova la voglia di lottare per aiutare un perfetto sconosciuto. Anche alcune battute sembrano molto banali, come quando Assane giura all’ex moglie di smettere di fare quella vita. Sembra quasi un richiamo a “Domani smetto” degli Articolo 31.

“Lupin, nell’ombra di Arsenio”, come suggerisce il sottotitolo, ha volutamente richiamare alla mente del pubblico il famoso personaggio ideato ad inizio ‘900 da Leblanc, ma la figura ideata da George Kay e François Uzan è sicuramente altro, un omaggio in chiave moderna al capolavoro letterario da cui trae ispirazione.

L’ambientazione ricorda molto alcune serie come Luther e Sherlock e non è da sottovalutare il fatto che sia stato Louis Leterrier il regista dei primi tre episodi, famoso per “Now you see me”. Con una delle prime frasi pronunciate da Assane , “mi avete visto, ma non mi avete guardato”, si ricrea quell’ambiente di magia legata al furto che aveva dato fortuna al suddetto film. In questo caso, questa capacità da borseggiatore-prestigiatore del protagonista ricorda anche Will Smith in “Focus- Niente è come sembra”.

Lupin: un finale aperto

Le 5 puntate scorrono comunque piacevolmente senza grandi colpi di scena ma con una buona dose di flashback sul passato di Assane e del suo essere un ladro gentiluomo autodidatta ispirato alla figura di Arsène Lupin. Questa figura è ciò che più di tutto lo lega al padre. Quel padre che gli è stato tolto ingiustamente e di cui vuole riabilitare la persona.

La serie si chiude con un episodio, anche esso lievemente forzato, che lascia la trama aperta e irrisolta in attesa della seconda stagione. Certo è che a livello commerciale il richiamo al ladro gentiluomo più famoso del mondo è stata una trovata geniale.

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Cinema

Calibro 9, il poliziesco con Marco Bocci, Alessio Boni e Michele Placido

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Dopo essere stato presentato fuori concorso alla 38esima edizione del TFF – Torino Film Festival, approda sulle principali piattaforme TVOD Calibro 9, la nuova pellicola di Toni D’Angelo, regista del film noir Falchi. Marco BocciKsenia RappoportMichele PlacidoAlessio Boni e Barbara Bouchet sono i protagonisti di questa storia, che si propone di tracciare un ponte ideale tra il capolavoro di Fernando Di Leo, Milano Calibro 9 sulla malavita organizzata di fine anni ’70, e il contesto criminale della ’ndrangheta di oggi.

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Calibro 9 è prodotto da Minerva Pictures con Rai Cinema, in co-produzione con la belga Gapbusters e sarà disponibile a partire dal 4 febbraio su Sky Primafila Premiere, Apple TV, The Film Club, Rakuten TV, Chili, IoRestoInSala e Google Play.

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Sinossi

Milano, oggi. Fernando, il figlio di Ugo Piazza, è un brillante penalista cresciuto da sua madre Nelly con l’intento di farne un uomo diverso da suo padre. Ma se in città scompaiono 100 milioni di euro con una truffa telematica, e se il principale indiziato è proprio un cliente dell’avvocato Fernando Piazza, quel cognome non può non avere un peso e portare ad un naturale collegamento.

Soprattutto se la società truffata è solo una copertura e, chi c’è dietro, è una delle più potenti organizzazioni criminali del pianeta: la ‘ndrangheta. Milano, Calabria, Francoforte, Mosca e Anversa sono solo alcune caselle dello scacchiere su cui Fernando è costretto a giocare la partita per la propria vita. Una partita da giocare a tutto campo, impegnativa come il nemico che si trova a fronteggiare.

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Bastardi a mano armata: il nuovo film di Albanesi su Amazon Prime Video

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Sarà disponibile dall’11 febbraio sulle principali piattaforme TVOD Bastardi a mano armata, thriller adrenalinico diretto da Gabriele Albanesi (Il Bosco Fuori) e scritto dallo stesso Albanesi insieme a Luca Poldelmengo (Cemento armato, Calibro 9) e Gianluca Curti (Calibro 9).

Al centro della storia, che vede un criminale appena uscito dal carcere recarsi in uno chalet di montagna e prendere in ostaggio i proprietari per recuperare una ricca refurtiva, Marco BocciFortunato Cerlino e Peppino Mazzotta. Completano il cast Maria Fernanda Cândido (Il traditore) e la giovane stella emergente Amanda Campana (Summertime di Netflix).

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Bastardi a mano armata è prodotto da Minerva Pictures con Rai Cinema, in collaborazione con Amazon Prime Video e in coproduzione con la brasiliana Boccato Productions, e sarà disponibile a partire dall’11 febbraio su Sky Primafila PremiereApple TVThe Film ClubRakuten TVChiliIoRestoInSala e Google Play.

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Sinossi

Michele vive in uno chalet tra le montagne con la moglie Damiana e la figliastra Fiore, un’adolescente con cui ha una relazione piuttosto complicata. Una notte, Sergio irrompe nella loro abitazione prendendoli in ostaggio. Si trova lì per una missione particolare: deve recuperare per conto di Caligola il prezioso bottino di un furto di tempo prima.

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