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Interviste

Andrea Agresti si è rotto: “fuck the virus” e la lotta metallara al covid 19

Federico Falcone

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Andrea Agresti, figura emblematica delle Iene, noto appassionato di musica rock e heavy metal, assieme a Lauretta, attore, speaker radiofonico e imitatore, e il cantante Davide De Marinis, è da poco uscito sul mercato con un singolo goliardico e fin troppo esplicito nel messaggio del suo contenuto.

Il titolo, “Mi sono rotto”, è un grido che serve a scaricare la tensione provocata da questo periodo travagliato, confuso, contraddittorio, dove ci sembra di vivere sospesi in un tempo che non ci appartiene in attesa di tornare alla vita normale, quella precedente alla pandemia.

Non solamente un volto noto della televisione italiana, Andrea Agresti è una dinamite di spontaneità. Genuino, schietto, appassionato e coinvolgente, si è lasciato andare a una chiacchierata a tutto tondo in attesa di una prossima intervista dove parlare esclusivamente di heavy metal. Promessa segnata. La faremo. Ma prima godiamoci queste parole. Perché anche noi ci siamo rotti.

Andrea, ti sei rotto. Credi che lo stesso valga per gli italiani?

Tutti ci siamo rotti. Bisognerebbe essere dei feroci criminali al limite della bestia per non rompersi di questa situazione. Ma non con riguardo alla libertà, bensì a una condizione che ogni giorno fa sparire amici, parenti e conoscenti. Il nostro è un libero sfogo, preso anche da un punto di vista più goliardico. Tutte le misure che ci vengono date sono importanti e vanno rispettate, ma alla fine uno si rompe un po’ i coglioni. Non fanno parte della nostra naturalezza e non possiamo pensare che evitare di abbracciarci o stringerci la mano sia normale. Non possiamo pensare che sia normale, ecco. “Mi sono rotto” è un augurio che questo covid se ne vada, è un ospite indesiderato, ha stravolto e distrutto le nostre abitudini. Il nostro è un “mi sono rotto” planetario. C’è il paradosso anche di chi ha altre problematiche rispetto al covid, pensiamo agli indigenti o a malati affetti da altre patologie.

Credi che questa situazione sia anche figlia di politiche disattente ?

La nostra politica è incapace di gestire questa emergenza, è evidente, ma non la si può colpevolizzare del tutto. Ci troviamo di fronte a una cosa inaspettata e gigantesca. Nel nostro singolo non ci schieriamo né a favore né contro la classe politica, ma contro il covid che ha stravolto tutto e che ha reso fastidiose anche le cose più normali. Questo singolo è anche un tributo a chi è in trincea per contrastare questo dannato virus.

Oltre all’aspetto sanitario e a quello economico, non può passare in secondo piano quello sociale, altrettanto a pezzi…

Come diceva Aristotele, siamo animali sociali. Abbiamo bisogno del colloquio, del confronto e del dibattito. Per lo meno per le specie che vivono in superficie. Sott’acqua, poi, l’evoluzione paritaria all’essere umano è la piovra. Nella sua evoluzione vive in modo solitario, ma è la massima espressione della sua specie. Noi, per natura, abbiamo scelto di essere sociali. Dibattito e confronto sono indispensabili, indipendentemente che l’argomento sia la cultura, la comunicazione o lo sport. Le passioni si incontrano. Quando ciò manca è la fine di tutto, anche se ci viene incontro la tecnologia. Cosa sarebbe accaduto se questo virus fosse arrivato negli anni Ottanta? La tecnologia aiuta, è vero, però mi spaventa anche. Abbiamo bisogno di sentire il puzzo delle ascelle del nostro compagno di banco, di vedere i suoi capelli sporchi, le sue maglie gualcite. Mi auguro che questa cosa possa finire al più presto. Il concetto di prossemica è stato totalmente stravolto. Non ci si può né si si deve abituare alla distanza.

Cosa ne pensi dei concerti online? Dua Lipa, Foo Fighters, Gorillaz sembrano aver tracciato una strada. Il futuro è questo?

Ora, per andare avanti, l’unica salvezza è la tecnologia. Bisogna utilizzarla a nostro favore senza esserne schiavi. Occorre la consapevolezza di saperla contestualizzare. I concerti rock? Tutto un altro mondo, dai. Vuoi mettere la fatica di stare in piedi, il puzzo di sudore di ascelle, birra e piscio di chi è al tuo fianco, i rumori della musica e della gente? E’ un ambiente. Poi, personalmente, sono appassionato degli errori commessi e di come vengono risolti nel mentre, come ad esempio un assolo sbagliato che viene poi recuperato. Tutto questo non si può sostituire, inutile provarci. E poi significa vita vera, cos’altro vuoi di più rispetto al materiale umano che si trova a un concerto?

Mi viene in mente il primo tour degli Iron Maiden all’indomani della vittoria di Bruce Dickinson sul tumore. Grande coraggio, grande determinazione, grande grinta, anche al cospetto di prestazioni non esaltanti…

E’ vero, in quel tour Bruce era in difficoltà. Come avrebbe potuto essere altrimenti? E’ un cantante e ha sconfitto un tumore alla lingua. Ma quanto cuore! Quanta generosità! Penso anche a un concerto degli Scorpions a Padova. Durante tutto lo show Rudolf Schenker non si fermò un attimo, eppure sbagliò clamorosamente l’assolo di “Wind Of Change“, probabilmente la loro canzone più famosa. Non prese una nota, neanche per sbaglio. Più tentava di recuperare, più sbagliava. A un certo punto alzò le mani per ammettere l’errore e la gente lo applaudì riconoscendo il suo momento. Fu intenso ed emozionante. Anche gli errori danno emozioni. E va perdonato anche quell’errore. Vuoi mettere la stessa scena vissuta dietro lo schermo di un pc o di una televisione?

Un anno suddiviso in tre: lockdown, riaperture estive, semilockdown invernale. Quali ascolti ti hanno accompagnato in questi dodici mesi?

Sono gli stessi che mi hanno tenuto compagnia durante gli ultimi trent’anni. Non ce n’è uno in particolare. Sono nato, cresciuto e morirò con gli Iron Maiden nel cuore. Ancora li sento e ancora mi emozionano. Indipendentemente dal lockdown, mi sono risvegliato e ho risentito da capo Seventh Son of a Seventh Son, con The Prophecy nelle orecchie, uno dei pochi pezzi scritti da Dave Murray che sappiamo non essere il compositore principale della band. Chi altro mi ha sempre fatto compagnia? Mike Patton in tutte le sue forme, in tutte le sue band, anche se lo preferisco nei Faith No More, nei Tomahawk e Mr. Bungle. Poi, che dire, ho troppa, troppa, passione per Kiske, Helloween, Unisonic e tutto quello che ha fatto uno come Ian Gillian. Non mi abbandonano mai i Metallica o i System Of A Down di Sergej Tankian che ho conosciuto solo più tardi. Ma le origini vanno sempre lì, alla Vergine di Ferro. Ah, poi ci sono le ballad degli Scorpions che sono patrimonio Unesco. Nessuno ha mai avuto quella classe le comporre ballate simili. Insomma, quanto tempo ho per parlare di heavy metal?

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Astol, un teen idol da disco d’oro: “Grazie ai social ho fatto conoscere la mia musica”

Alessio Di Pasquale

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Dal 10 dicembre è disponibile in radio e su tutte le piattaforme streaming Vediamoci Stasera” il nuovo singolo di Astol con LDA e Robledo.

Dopo il grande successo del romantico tormentone estivo “Sangria” con Emma Muscat, certificato oroAstol, con la fine dell’estate, ha posto le basi per il suo nuovo progetto discografico. Ha dato vita così, a partire da un ritornello scritto a quattro mani con Francesco “Francis” Conteddu, a “Vediamoci Stasera”, brano unico, innovativo e caratterizzato da sonorità spiccatamente reggaeton, genere di cui Astol, tra gli esponenti italiani, è uno dei principali protagonisti.

Classe 1995, Pasquale Giannetti, in arte Astol è nato in provincia di Napoli, ma romano d’adozione. Inizia la propria carriera artistica nel 2013 pubblicando su YouTube i suoi primi brani, seguiti da videoclip che attualmente contano milioni di visualizzazioni. Nel 2018 partecipa, insieme ai principali influencer italiani, al The Hottest Summer 2018 a Malta e successivamente al The Hottest Winter 2019 a Canazei, contest trasmessi su Real Time.

Nel 2018 pubblica l’album di debutto “Astol”, che sancisce il suo debutto ufficiale per l’etichetta Believe, sotto la produzione di Jeremy Buxton. Un concept album che suona fresco, con strumentali inspirate al pop d’Oltreoceano, dalle influenze latino-americane, frutto del lavoro di Astol insieme al suo producer. Nel 2019 Astol dà vita, insieme all’artista Daniel, al duo reggaeton DASTOL.

Gli artisti diventano in breve tempo dei veri e propri teen idol collezionando milioni di streaming su Spotify. Il primo singolo del duo è “Fuoco”, connubio perfetto tra trap e reggaeton, seguito da “Proibito”, “Fulmine” e “Momenti”, brani dagli oltre 17 milioni di stream su Spotify. Dopo il duo con Daniel, Astol ritorna al proprio progetto collaborando con Don Joe nel brano “Jingle Bell Trap” e pubblicando i singoli “Princesa”, “Diabla”, “Mondo” e “Sangria” che è stata un’indiscussa hit dell’estate 2020. Sta attualmente lavorando al nuovo album di cui “Vediamoci Stasera” è il primo singolo.

Chi è Astol? come si avvicina a questo mondo?

Un romantico amante. Ho iniziato tra i banchi di scuola, in realtà penso di essere sempre stato un cantante, o almeno, anche da piccolo in qualche modo sognavo che un giorno avrei dovuto esserlo. Inizio ufficialmente a provare a realizzare il mio sogno pubblicando in maniera indipendente le mie canzoni nel 2016.

Se potessi descriverti usando un solo aggettivo quale sceglieresti, e perché?

Galante. Il modo di fare è il nostro biglietto da visita

“Vediamoci stasera, ti porto sulla luna”. Come hai vissuto e come stai vivendo invece questa privazione della libertà di uscire anche solo di casa senza portarti dietro l’autocertificazione?

Con responsabilità e speranza. Rispetto le regole e sogno il momento in cui questo momento finisca. Cerco sempre di confortare le persone che ho intorno, di star loro vicino nei loro momenti più delicati. 

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Cosa significa per te fare musica? È una forma di espressione di te stesso, una semplice valvola di sfogo personale o entrambe?

È il modo per esprimermi, spesso è stata uno sfogo, è il mio modo per raccontare la mia storia.

Sei seguitissimo sui social, che rapporto hai con questi?

Ho tanta gratitudine verso chi mi segue, cerco di coinvolgere i miei fans in tutto ciò che faccio e vorrei fare sempre di più. Con i social ho iniziato a far conoscere la mia musica. I social sanno essere il posto ideale dove poter costruire un percorso, ovviamente con tanti sacrifici e determinazione, fondamentale è per me la qualità dei contenuti e la passione che metto in tutto ciò che faccio.

Hai un certo magnetismo sui giovani. Quali consigli ti senti di dare a questi ultimi che come te che stanno affrontando questo difficile momento storico, per aiutarli a superarlo?

Di informarsi su ciò che accade nel mondo, di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, di non arrendersi mai, di impegnarsi per realizzare i propri sogni. Nell’attesa del momento in cui potremo di nuovo abbracciarci. Non vedo l’ora!

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Interviste

Shores Of Null: un viaggio introspettivo attraverso l’accettazione della morte

La morte turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla

Luigi Macera Mascitelli

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Lo scorso 27 novembre 2020, i romani Shores Of Null hanno rilasciato Beyond the Shores (On Death and Dying), il loro terzo album. Un lavoro che si compone di una sola lunghissima traccia nella quale si ripercorrono le cinque fasi dell’accettazione della morte. La band capitolina è ad oggi una dei massimi esponenti del death/doom metal italiano. Con uno stile vicino alle sonorità di Paradise Lost, My Dying Bride, Katatonia e Sentenced, questa nuova fatica consacra ufficialmente il quintetto tra le migliori realtà nostrane del genere.

Per l’occasione abbiamo avuto modo di fare qualche domanda al vocalist e leader Davide Straccione (già cantante degli degli Zippo). Di seguito l’intervista nella quale esploreremo più da vicino il lavoro che c’è stato dietro questo concept album. Buona lettura!

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Ciao Davide e benvenuto su The Walk Of Fame. Beyond the Shores (On Death and Dying) è forse il lavoro degli Shores Of Null più maturo e stilisticamente completo. Come è nata l’idea di creare una singola suite di 38 minuti?

Mi fa piacere che lo consideri il nostro lavoro più maturo e completo, perché in un certo senso la vedo allo stesso modo. L’idea di un unico brano di 38 minuti è nata in maniera molto particolare, quasi rocambolesca. Avevamo già un altro disco pronto ed eravamo entrati in studio per registrarlo. Le parti di batteria e basso erano state terminate quando, in una pausa dalle registrazioni, abbiamo sentito la necessità di scrivere qualcosa di più sperimentale.

Perché, ti chiederai. Il motivo principale è che stavamo da tempo vivendo un rapporto particolarmente difficile con la nostra precedente etichetta (Candlelight/Spinefarm) . Contrattualmente ci spettava ancora un disco con loro. Ma eravamo molto insoddisfatti del lavoro di promozione (non) svolto sul nostro precedente Black Drapes For Tomorrow, per cui non volevamo affidare a loro le stampe del nuovo album, sul quale avevamo già investito troppo tempo e denaro. In un momento di pura follia ci siamo detti “scriviamo una sola traccia lunghissima, ai limiti del drone, monolitica e diversa da ciò che facciamo di solito, e vediamo se vogliono pubblicarla lo stesso”. Doveva essere un pezzo quasi di serie B, e invece col passare del tempo è diventata la traccia che puoi ascoltare, frutto di un songwriting d’urgenza, spontaneo e disperato. L’unico paletto che ci eravamo dati era quello di una maggiore lentezza rispetto al solito.

Il brano, strumentalmente parlando, è nato in 4 o 5 pomeriggi spalmati nell’arco di poche settimane. Per una serie di motivi, poi, siamo riusciti a svincolarci completamente dalla vecchia etichetta, trovandoci a questo punto con ben due dischi in mano. Per coronare un anno già di per sé infausto e privo di concerti dal vivo, abbiamo deciso di dare priorità a Beyond The Shores e di tenere l’altro disco al caldo, sebbene composto prima a livello temporale.

La scelta di una sola lunga traccia è stata sicuramente ambiziosa, poiché si rischia di scadere nella ripetitività e di offrire un prodotto noioso e prolisso. Possiamo dire che si è trattato una scommessa con voi stessi o sapevate fin da subito che l’album avrebbe funzionato?

Come ti dicevo, il tutto è nato in circostanze molto particolari e non abbiamo avuto il tempo materiale per fare previsioni. Abbiamo sentito l’urgenza di far uscire questo disco come primo perché lo sentivamo più attuale che mai. Sicuramente una scommessa con noi stessi, ma col senno di poi una scommessa vinta.

L’album è un concept ispirato allo scritto On Death and Dying della psichiatra svizzero-americana Elisabeth Kübler-Ross, in cui vengono formulati i cinque stadi del lutto. Un tema piuttosto delicato ed introspettivo. Come mai questa scelta?

Prima che il modello Kübler-Ross venisse esteso al lutto di coloro che hanno perso qualcuno, il libro in questione, così come gli studi stessi della psichiatra, si concentrava sulle fasi che attraversano i malati terminali, dalla diagnosi della malattia alla morte. È proprio questo il punto di vista narrativo di Beyond The Shores (On Death And Dying), quello coraggioso di chi la morte l’affronta in prima persona, sapendo di doverla accoglierla molto presto.

La paura della morte è un concetto assai radicato nella cultura occidentale. In fondo essa altro non è che la fine del ciclo della vita stessa e in quanto tale non dovrebbe sconvolgerci più di tanto. Eppure non è così. Essa turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla. Con questa scelta abbiamo voluto dare voce proprio a tale paura ma da una prospettiva forse poco esplorata: quella del paziente, della persona in punto di morte, del proprio lutto. Quindi mi sono basato sugli studi della Kübler-Ross e le sue interviste ai malati terminali raccolte poi in questo libro seminale. Uno scritto sulla morte che in realtà è una grandissima lezione per i vivi.

Quali sono le differenze nel processo di songwriting tra il lavoro fatto con gli Shores Of Null e quello con gli Zippo?

Con gli Zippo la composizione nasceva prettamente in sala prove: qualcuno arrivava con un riff o un’idea e da lì si jammava fino ad avere il pezzo finito. Io, pur non suonando, ero spesso presente mentre questa magia accadeva. Non mi risulta che un brano degli Zippo sia mai giunto in sala fatto e finito. Ovviamente questo era un processo piuttosto lungo per alcune tracce, soprattutto a seconda della frequenza con cui ci vedevamo per provare.

Con gli Shores Of Null è l’esatto opposto, sin dall’inizio. Siamo più una band da “smart working”, passami il termine. Gabriele e Raffaele, i due chitarristi, compongono sempre in remoto registrando dei demo a casa, poi li ascoltiamo tutti con attenzione ed infine li arrangiamo insieme in un secondo momento. Dal mio punto di vista, quello del cantante, in entrambi i casi le cose funzionano pressappoco allo stesso modo: inizio seriamente a lavorare alla voce solo a brano finito, e poi mi dedico ai testi dopo aver steso una prima bozza di linea vocale. Quasi mai ho scritto un testo prima della linea vocale.

Durante l’ascolto si sente molto l’influenza di varie band del panorama death/doom, come My Dying Bride, Paradise Lost e Sentenced. Ci sono dei gruppi a cui siete particolarmente legati?

Le band che hai citato sono tra le mie influenze principali e sono molto apprezzate anche all’interno della band. Questo disco in particolare si rifà al death doom e al gothic doom degli anni ’90. Non ho problemi ad ammetterlo, ma credo che al di là di tutto, sebbene questa influenza sia più marcata nel nuovo lavoro, il marchio di fabbrica degli Shores Of Null sia comunque presente.

Nel disco sono presenti diversi ospiti importanti, tra cui Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus), Elisabetta Marchetti (Inno) e Marco Mastrobuono (Hour of Penance). Come è nata questa grande collaborazione?

Fin da subito ci sembrava chiaro che un disco così ambizioso necessitasse di un approccio più corale; un lavoro di squadra nel vero senso della parola. Man mano che ascoltavamo il brano sentivamo il bisogno di avere ospiti esterni per fornire la giusta dose di varietà, oltre che un carattere più personale. Non nascondo che ascoltando determinati riff abbiamo pensato che fossero cuciti apposta per Mikko o Thomas, perché sia Swallow The Sun che Saturnus sono due grosse influenze per noi. E così abbiamo fatto la cosa più naturale da fare, ossia chiedergli di prendere parte al disco, e loro hanno accettato senza esitare.

Marco Mastrobuono è il nostro produttore sin dal primo album Quiescence ed un amico da molto prima. Oltre ad aver prodotto, registrato e missato ogni nostro lavoro, questa volta ha inciso anche le linee di basso, precedentemente composte da Matteo il quale però è tornato in Olanda dove attualmente vive. Questa ci è sembrata la soluzione più pratica. Elisabetta, oltre ad essere la cantante degli Inno, è anche la moglie di Marco. Lui sapeva che stavamo cercando una voce femminile per un paio di punti cruciali del disco. Ovviamente Il suo consiglio è stato accolto a braccia aperte e non posso che esserne felice. Il mio duetto con Elisabetta è, a detta di tutti, tra i punti più alti dell’intero lavoro.

Farete un tour promozionale quando sarà possibile oppure vi muoverete diversamente per sponsorizzare l’album?

Tra le nostre volontà c’è quella di portare questo album dal vivo non appena sarà possibile. Speriamo ciò avvenga in tempi piuttosto brevi, poiché abbiamo diversi festival confermati per l’estate 2021 e non vorremmo dovervi rinunciare. Per il resto cerchiamo di essere presenti sui nostri social, in particolar modo Facebook e Instagram. In più abbiamo da poco pubblicato un video dell’intero brano, che ovviamente vi invito a guardare.

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Interviste

Tra cantautorato, psych e alternative rock, Kublai è il primo album di Teo Manzo

Domenico Paris

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Registrato presso il Vicolo Studio di Milano e prodotto da Filippo Slaviero, è uscito lo scorso 4 dicembre il nuovo progetto solista di Teo Manzo, “Kublai”. Ne abbiamo parlato un po’ con il musicista e autore meneghino, vincitore del premio “Fabrizio De André” 2016 nella sezione “Poesia” con il suo “Le Piromani”.

Partiamo dalla tua decisione di uscire con questo debutto omonimo in un periodo così particolare. Non temi che l’impossibilità di una adeguata promozione live possa penalizzarne la diffusione? E, rimanendo sempre in tema, hai affrontato particolari difficoltà per registrarne tutte le tracce?

In verità le tracce erano già pronte prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, quindi non ho avuto esitazioni in questo senso. Per quanto riguarda la diffusione capisco le difficoltà, ma se queste cose mi preoccupassero avrei già smesso di fare canzoni da un pezzo. La mia musica “soffre” di problemi di diffusione endemicamente, per sua natura, da ben prima della pandemia.

Il progetto Kublai sembra averti allontanato dalla matrice cantautorale che caratterizzava la tua musica in precedenza, soprattutto per quanto concerne la “forma canzone” classica. Come mai questo cambio di indirizzo? E dove credi ti condurrà in un prossimo futuro?

Non so bene dove arriverò, ho cambiato direzione proprio perché – artisticamente – non sopporto più la premeditazione, che è una prerogativa del cantautorato. Mi riferisco allo scrivere musica nuda, la canzone spoglia rabberciata a tavolino, che “deve funzionare chitarra e voce”; la sua postura mi rende tutto prevedibile e noioso, che sia il farla o ascoltare quella degli altri. L’ho già fatto, l’ho già sentito, vado oltre.

A proposito del tuo progetto e del suo nome: cosa ti ha spinto a legare la tua nuova avventura a sette note alla memoria del nipote di Gengis Khan e quale metafora, quali significati sottende la storia che ci racconti nel disco?

Detto in poche parole, la suggestione è quella del dialogo, della collaborazione, ed è valida sia all’interno del disco che all’esterno. Nell’album si racconta la storia di una conversazione tra due amici, Kublai e Marco Polo, ma anche presi dal di fuori i pezzi sono nati da una collaborazione, quella con Filippo Slaviero. Tutto riconduce al rifiuto dell’autosufficienza, di assomigliare a sé stessi e basta (come i cantautori, appunto). Questo, in soldoni, è il manifesto del progetto e dell’album.

Durante il processo compositivo la parte relativa alla stesura dei testi (e del concept) ha preceduto quella strumentale o viceversa? Hai una formula rigorosa in questo senso?

Come dicevo, cerco di non avere regole o “maniere” fisse. In questo album, a parte qualche eccezione, i testi sono arrivati dopo, prima abbiamo fissato ritmi e suoni; e con ritmi e suoni intendo anche quelli delle parole, delle vocali, della scansione sillabica, che sono integrati nel contesto timbrico. I significati sono successivi e adattati di conseguenza. Ciò richiede una certa cura “letteraria”, per così dire, ma garantisce (insieme al mixaggio) che la voce non strabordi o, come sempre avviene nella musica italiana, calpesti tutto il resto.

Cessata l’emergenza Covid in corso, in che modo ti immagini ripartirà il mondo della musica e quali saranno gli scenari per chi non è inserito in circuiti mainstream?

La verità è che non lo so, non ho il polso per fare profezie.  Posso immaginare che ci sia, almeno all’inizio, l’entusiasmo dovuto all’astinenza da concerto. Di più non saprei, navigo a vista come ho sempre fatto.

ph. Simone Pezzolati

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