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Interviste

Alla scoperta del “Sesso eroico furore” con Paolo Crimaldi: la sfera sessuale tra tabù, disagi e prospettive evolutive

Intervista allo scrittore Paolo Crimaldi, autore di “Sesso eroico furore”, un libro in grado di sgretolare blocchi e tabù sulla sfera sessuale

Antonella Valente

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Può essere l’esperienza sessuale un veicolo per scoprire la parte mistica di sé stessi? È possibile scoprire attraverso il sesso un percorso evolutivo che porta alla propria realizzazione? A migliorare la nostra esistenza? A cogliere gli aspetti creativi ed evolutivi? Prova a rispondere a queste domande, e non solo, Paolo Crimaldi, uno dei più famosi astrologi italiani.

Laureato in Filosofia e specializzato in Psicologia e in Psicosintesi, ha dato vita a “Sesso eroico furore” (edito SpazioInteriore), un libro sul sesso, unpolitically- correct, in grado di smuovere il lettore in profondità, sgretolando blocchi e tabù, offrendo nuove prospettive e affrontando il disagio legato alla sfera sessuale, trasformandolo in un potenziale evolutivo.

Come nasce l’idea di scrivere un libro sul sesso e perchè questo titolo “eroico furore”?

Il libro nasce dopo un’intervista con Giovanni Picozza sulle nuove frontiere della sessualità. Poi ho tenuto work-shop e lezioni in varie parti d’Italia. Su incitazione di Giovanni ho deciso di mettere su carta i miei pensieri in materia di sesso. “Eroico”, e aggiungerei “furore”, sono presi a prestito da un’opera di Giordano Bruno che, pur non trattando di sesso, per l’epoca sicuramente apparve trasgressiva e non allineata alla cultura fondamentalmente cattolica. Quindi è un libro eroico e furoreggiante perché esce dal politically-correct e prova ad esplorare, quelle dinamiche pruriginose legate al sesso che quasi mai vengono affrontate, come ad esempio la sessualità in relazione alle disabilità o alla terza età. Ho riportato anche storie e percorsi terapeutici di alcuni miei pazienti, o conoscenti, per rendere il libro maggiormente vivo, capace di portare nel quotidiano tutto il non dicibile che riguarda quest’esperienza assolutamente fondamentale della nostra esistenza.

Come si sviluppa la collaborazione con Ivan Cattaneo che scrive la sua prefazione?

Ivan è un carissimo amico da quasi trent’anni. Sono stato dapprima suo fan e poi amico. È grazie a lui, alla sua musica, ai suoi concerti, a quanto ha liberamente detto e fatto in televisione che la mia generazione, gli adolescenti degli anni ’80, hanno potuto avere un modello di omosessualità coraggioso, libero, trasgressivo e forse anche urticante per i benpensanti. Il coraggio che Ivan ha avuto, soprattutto in un periodo nel quale gli altri cantanti ammiccavano a una sessualità diversa, avvolti in tutine, paillettes e trucco scenico, ma poi pronti a farsi fotografare con la showgirl di turno per ribadire un’eterosessualità che forse non importava a nessuno. Ivan è stato un personaggio di rottura, anche nei testi musicali. Penso a “Polisex”, o a una canzone poco conosciuta, “Su”, in cui cantava: “o angelo parassita sulla tua terra nuda”, inizialmente “schiena”, cambiata poi in “terra” per evitare i problemi con la censura. È una canzone del 1978.
Solo di recente molti cantanti hanno fatto “coming out” e devo dire che, forse, se fossero stati zitti era meglio. Facile farlo quando la carriera inizia la fase discendente, le fan da ragazzine sono diventate mamme, e i dischi non si vendono più. Non mi piacciono i loro proclami morali, l’ideale della famiglia, le storie d’infanzie sofferte, di episodi di bullismo, etc. etc. Mancano di dignità.
Essere gay non è una via crucis per tutti per fortuna, e non sono per nulla convinto che un ragazzo o ragazza eterosessuale abbia avuto sempre un’adolescenza facile e priva di sofferenza.
Il dolore aiuta a crescere, a rafforzarsi e non si può diventare paladini di una causa quando il lavoro fatto da altri ha permesso di giungere alla libertà di poter essere sé stessi. Al massimo si è testimoni. L’ amicizia con Ivan è andata avanti negli anni, confrontandoci quotidianamente su tante cose, dal gossip a letture complicate e profonde, ironizzando però sempre su tutto. È diventato un fratello acquisito, una libera scelta e ho voluto che mi facesse la prefazione e la copertina al libro proprio perché è stato una persona importantissima nella mia formazione di uomo.

Cosa le hanno trasmesso i suoi alunni su questo argomento?

I miei alunni sono fonte di stupore continuo. Credo che senza la loro energia, curiosità, voglia di esplorare non avrei scritto nessun libro. Certo, le domande che spesso pongono sono spiazzanti e paradossalmente oggi, nonostante all’apparenza posseggono molti più mezzi per conoscere, anche in tema di sessualità, sono molto fragili. I loro comportamenti talvolta arroganti, sicuri, fieri delle proprie azioni nascondono in molti casi una profonda solitudine, una mancanza di ascolto in famiglia, ma anche dagli amici. Oggi siamo tutti connessi, ma nella solitudine.

Come pensa che i giovanissimi di oggi si approccino al sesso?

Sicuramente arrivano al sesso prima di quanto è accaduto a molti di noi, ma dopo poco il sesso viene privato dell’eros, diventa qualcosa da vivere velocemente e con un’idea di perfezione corporea che poi porta a grandi insicurezze e a ricorrere all’uso della chimica per poter fare qualcosa che alla loro età non ha assolutamente bisogno di nulla, se non del desiderio. Ecco forse il desiderio dell’altro non solo come corpo, ma come persona, è il grande assente dalla vita di gran parte di loro.

Come scrive lei, per intere generazioni di uomini e ragazzi c’è stata una specie di iniziazione al sesso, che in maniera impropria potremmo definire ” educazione sessuale”. Si può dire la stessa cosa per le donne? nel caso negativo, perchè?

Non credo che le donne abbiano ricevuto in passato un’iniziazione alla sessualità come per gli uomini. L’unica cosa che veniva detta loro, spesso dalla madre, o una sorella o cugina maggiore, era che bisognava sopportare e accettare il rapporto sessuale con il marito essendo un obbligo matrimoniale. Piacere, passione, tenerezza erano impensabili, almeno a livello di morale comune. La sessualità femminile è stato un tabù per secoli a causa dell’oscurantismo religioso presente non solo nel cattolicesimo, ma direi in quasi tutte le religioni monoteiste.  Del resto la donna è stata creata dalla costola di Adamo e quindi inferiore all’uomo. È su questa idea che le è stato negato il piacere, l’autonomia. La sottomissione nasceva dall’inferiorità di essere stata creata a partire dall’uomo e non dalla materia divina. Cosa che in realtà è vera solo se consideriamo Eva come prima donna e compagna di Adamo. In realtà nella tradizione giudaica è presente la figura di Lilith, prima sposa di Adamo, fatta identicamente come lui, ma che decise di abbandonare il Paradiso terrestre perché non amava la monotonia di una vita con il suo sposo. Fu punita per tutto ciò e condannata all’inferno e alla negazione al poter generare. Da qui si viene a creare Eva, che a dirla tutta, non è che si trovava tanto bene neppure lei nell’Eden, visto che fece di tutto per uscirne. Insomma Adamo non è che ne esce molto bene!

Crede che ad oggi si ha ancora paura del sesso? se sì, perchè?

Oggi il sesso fa paura in modo diverso. Dalla fine degli anni ’80 l’Aids ha tolto la libertà e la piacevole leggerezza dell’incontro. Da allora in poi si è giustamente iniziato a fare tutto protetto, togliendo a volte di spontaneità. Quante volte, inizialmente ci si è chiesti se il bacio fosse una via di contagio del virus dell’Hiv? Lentamente se ne è usciti fuori, anche grazie alle cure che hanno permesso una buona qualità della vita, però credo che ci sia ancora una sorta di presenza fantasmatica legata all’angoscia di morte. La paura del sesso nei giovani, ma non solo, oggi è maggiormente legata alle “dimensioni”. Vi è una rincorsa alla perfezione fisica, all’”essere super” che il corpo finisce coll’essere svuotato dell’eros per diventare pura pornografia come profeticamente affermava, sempre negli anni ’80, il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard.

A suo avviso, perchè esiste la necessità di porre etichette sull’identità sessuale di un individuo?

Sono assolutamente contrario alla teoria gender ma non per quei motivi beceri che si sentono spesso, anche da persone la cui vita privata non è poi così cristallina. Credo che bisogna andare oltre ogni etichettatura, dobbiamo giungere alla persona, anche se paradossalmente il significato di questa parola è “maschera”. Voglio dire che se davvero vogliamo vivere serenamente il sesso, e non farne motivo di giudizio sociale, allora bisogna che ci relazioniamo con il singolo, con il suo mondo fatto di pensieri, valori, esperienze. Bisogna assolutamente evitare le categorizzazioni e i processi agiografici se si sceglie un modo di vivere la sessualità differente da quello dominante. Oggettivamente uno stupido o un meschino lo si trova tra gli eterosessuali come tra i gay o i transessuali. La normalità sarà acquisita quando si potrà dire di chiunque ciò che realmente è indipendentemente dalla propria scelta sessuale.
In altre parole la propria sessualità non deve diventare una maschera o un insieme di qualità e difetti, perché altrimenti si apre la strada a stereotipi che portano a pregiudizi. Per cui si può essere gay e stronzi, ma la seconda attribuzione non deve essere la conseguenza della prima. Spesso il pregiudizio ne genera un altro, catena che impedisce la vera conoscenza dell’Altro.

Mi ha colpito un passo del suo libro, che cito: “Probabilmente pensare a una sessualità libera, realmente basata sul puro principio del piacere, è ancora oggi qualcosa di sconvolgente e pericoloso, che sovverte le regole di una società costruita su valori quali la normalità (quale però? E chi l’ha definita?), la famiglia, la rispettabilità”. Insomma chi ce li ha imposti questi canoni, queste regole? chi decide cosa è normale e cosa no?

Questi canoni sono principalmente imposti dalla morale religiosa che lentamente si è insinuata anche in quella civile. È pur vero che in genere ha prevalso il principio “del si fa, ma non si dice”, una sorta d’ipocrisia che porta al pentimento e ai sensi di colpa che a loro volta generano non pochi danni sul piano personale e collettivo. In realtà vige una sessuofobia che genera perversione, cosa di per se non negativa, ma essendo vissuta spesso non con serenità, può sfociare nella patologia quanto non nella violenza. Quanto al concetto di cosa s’intende per “normalità” temo sia quasi impossibile poter rispondere. È un concetto fluttuante a seconda delle persone, della cultura dominante, del periodo storico. Si può dire che in genere esiste una “norma ideale”, più o meno riconosciuta ma non necessariamente condivisa da tutti, che detta comportamenti e regole.

Quanto l’esperienza sessuale incide sull’evoluzione di un individuo? e quando può avere effetti negativi?

Credo sia alla base di ogni processo evolutivo. Il sesso parte dal corpo per incrociare la mente e con il raggiungimento dell’orgasmo tocca anche l’”anima”. Naturalmente non per tutti si crea questo processo, dipende molto dal periodo della vita, dalle scelte fatte e tanto altro ancora.
Se penso però a un abuso sessuale, o a una violenza, l’effetto negativo è chiaro. Ma non credo si tratti di una condanna a vita, dipende molto dalla persona, da come riesce a metabolizzare l’esperienza. Forse una sessualità vissuta come coazione a ripetere, goduta grazie al numero dei partner che non in rapporto al piacere ricevuto (il piacere in realtà giunge dalla quantità per queste persone), può essere inibente la propria crescita psicologica e spirituale. Come tutti i comportamenti dipendenti e compulsivi non aprono alla libertà e spesso spingono verso il basso, bloccano l’evoluzione personale e non danno modo di sperimentarsi anche con le altre cose della vita.

Quando il sesso si tramuta in amore e viceversa?

È una domanda di non semplice risposta. Forse è più facile che una forte attrazione sessuale possa trasformarsi anche in amore, allorquando i due partner si aprono e si lasciano andare a quelle emozioni che giungono dall’anima. Più difficile l’inverso, ma non impossibile. Se un rapporto nasce dall’amore, da una tenerezza condivisa, ma non sul sesso, ovvero manca di attrazione fisica, non è facile recuperarla col tempo, ma non impossibile. Non ci sono regole assolute perché fortunatamente l’uomo è unico e possiede risposte infinite dinanzi a un determinato evento, scelta, bisogno. La libertà di poter essere ciò che si è, è l’unica garanzia di crescita psicologica e sviluppo spirituale!


Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

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Interviste

La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Sophia Melfi

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Cosa rende la festa di Halloween così intrigante? Forse, come per la gran parte degli eventi e dei culti popolari, è il sentimento che si ha verso di essi e l’immaginario creatosi nel tempo ad incuriosire maggiormente le persone. E sono proprio sentimenti ed immaginari a scatenare la fantasia di scrittori, artisti e musicisti che negli anni hanno avuto modo di trasmettere attraverso testi, tele e sinfonie la propria idea di Halloween.

Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.

Questa è la ricezione artistica dell’illustratrice editoriale Diana Gallese che, da sempre, attinge ad un immaginario noir, gotico e decadente, fonte inesauribile d’ispirazione per le sue rapsodie di colori e grafite.

Halloween si avvicina e non potevamo non incuriosirci alle tue illustrazioni gotiche dalle atmosfere grandguignolesche. Com’è nata la passione per questo tipo di arte?

“C’era una volta…una bambina che non riusciva a smettere di disegnare…cose strane!”, ecco direi che nasce da qui. Sono cresciuta tra gli odori di pagine di libri, tra poesie decadenti e fiabe nere, con le mani sempre piene di colori e grafite, pervasa dal desiderio continuo di voler donare un segno al suono delle parole che leggevo. La mia testa è da sempre un mosaico di immagini, nel loro continuo vortice, a cui sento il bisogno di donare una quiete, un corpo di carta e colore.

Tutto è divenuto più concreto, nel 2019, quando la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Macerata è stata adottata dalla casa editrice Officina Milena, ed è iniziata ufficialmente la mia carriera da illustratrice editoriale. Non mi sento di definire l’arte “la mia passione”, in realtà è molto di più: è il mio modo di esprimermi, l’unica lingua che io riesca davvero a parlare.

Sfogliando le tue pagine social, ho notato che associ spesso i tuoi lavori ad altre forme d’arte quali la poesia e la musica. Puoi parlarci dei progetti in cui sono confluite queste collaborazioni?

Calliope ed Euterpe, sono da sempre le mie Muse, a cui volgo lo sguardo quando sento il bisogno di far fluire un’immagine, o viceversa quando ho già un’immagine che necessita di essere accompagnata. Edgar Allan Poe, W. B. Yeats, Edgar Lee Masters sono i poeti che più di altri accompagnano le mie visioni, spesso create sulle dolci note nere di Ólafur Arnalds, dei Nox Arcana o sui suoni spettrali dei Cradle of Filth.

Sono devota alla commistione tra le arti, al dialogo fluido che può nascere dal loro incontro, quando la matita sfiora un suono e riesce a darne forma.

Nelle mille strade che percorro ogni giorno, ho avuto il piacere di incontrare delle anime  con cui condividere modi di sentire e visioni; tra queste c’è Maurizio Di Berardino, musicista elettronico e compositore: la nostra è una collaborazione giocosa fatta di copertine di libri, dischi, e disegnini, accompagnata dal nostro motto “è sempre l’ora del tè e di nuovi progetti!” Per lui ho realizzato le illustrazioni di copertina delle trascrizioni di “ Barcarola Op. 19” di F. Mendelsohnn, “The snow is dancing” di Debussy per vibrafono e marimba, di “Two studies for Marimba” e dei suoi due ultimi manuali di programmazione “Introduzione a PureData”, e “Organelle”, tutti disponibili su Amazon.

Stiamo anche ultimando “Quarantine sound diary”, il nostro diario pandemico composto da suoni quotidiani e linee di carboncino che avrà presto modo di approdare in uno spazio fisico oltre che virtuale. Sulla stessa strada ho incrociato l’animo elegante di Roberto Bisegna, chitarrista, compositore e didatta; per lui ho realizzato la copertina di “Circles”, il suo ultimo album musicale. Il nostro è un dialogo onirico-metafisico che vedrà presto nuove luci.

Infine, i miei passi hanno sfiorato i magici sentieri di Alberto Nemo, artista e musicista rodigino; un intrico di parole, suoni e visioni ha dato vita a “Didì disegna Nemo”: una serie di illustrazioni nate dalla necessità di voler disegnare un suono. Per lui ho realizzato l’illustrazione di copertina del suo trentanovesimo album “Aspidistra”, uscito il 15 Ottobre e prodotto da MayDay.

Il tuo stile ha un background horror, macabro ma anche onirico e astratto. A quale immaginario o contesto ti ispiri maggiormente?

Ritrovo parti di me stessa nell’ immaginario fiabesco dei fratelli Grimm, nelle vecchie leggende irlandesi, nei canti ossianici, nei racconti popolari di streghe e fantasmi, nello “Sturm und drang”, nei “fiori del male” di Baudelaire.


Mi lascio fluire ed ispirare dalle fasi lunari, dal suono del vento, dal contatto con la natura, dall’energia che rilascia un momento appena trascorso che assimilo per poi liberarlo su carta, con pennelli e colori.
Echi fiabeschi e romantici sono i miei ingredienti preferiti, e sono presenti anche nella mia prima pubblicazione “La Leggenda di Sleepy Hollow”, edito con Officina Milena: sfogliandolo potreste essere galoppati “a spron battuto sulle ali del vento” in groppa al tenebroso Cavaliere senza testa, diretti verso la valle incantata e finire così preda di “estasi e visioni”. Alcune delle mie illustrazioni sono citazioni, elogi a grandi maestri d’arte, esse si staccano dalla loro immobilità di “olio su tela” e fluiscono nella narrazione illustrata.

Hai qualche progetto in cantiere per Halloween? Cosa rappresenta per te questa festa dal punto di vista artistico?

“Nella notte di Samain ci sono più anime in ogni casa che granelli di sabbia in riva al mare”, recita un antico proverbio bretone riguardante la notte di Halloween. Samhain, il vero nome di Halloween, è da sempre la mia festa preferita, ed ogni anno ho creato eventi artistici a tema, esposizioni per adulti o presentazioni di libri con laboratori creativi per i bambini.

A causa dell’emergenza coronavirus, non sono previsti eventi in presenza, ma sto lavorando ad una presentazione virtuale, che uscirà proprio il 31 Ottobre dove parlerò dell’ultimo libro per ragazzi che ho illustrato: “I misteri di Pianodoro”, di Mariagrazia Giuliani edito da Officina Milena.

Se potessi reincarnarti in un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Odilon Redon, per divenire parte del suo Nero.

Bisogna rispettare il nero. Nulla può corromperlo. Non piace agli occhi e non risveglia alcuna sensualità. E’ un agente dello spirito molto più che il più bel colore della tavolozza o del prisma.

REDON A FRONTFROIDE, SETTEMBRE 1910

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Interviste

Maximilian Nisi è Giuda, l’uomo dal cuore nero

“Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo”

Antonella Valente

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Mancano pochi giorni alla messa in scena di “Giuda“, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, che dal 29 ottobre al 1 novembre sarà al Teatro Lo Spazio di Roma.

Un testo sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa e che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti. “Giuda”, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo.

Ne abbiamo parlato con il protagonista, l’attore e regista teatrale Maximilian Nisi.

Giuda rappresenta la parte peggiore dell’uomo o quella più naturale?

Giuda è per antonomasia il traditore, l’infedele, il figlio della perdizione, l’uomo dal cuore nero, il bugiardo orgoglioso ed ambizioso, la persona di cui non ci si può fidare. Io credo che sia stato certamente un peccatore e che sicuramente ha sbagliato, commettendo il suo peccato nel modo più eclatante possibile, ma chi può dire di non aver mai, in vita propria, tradito qualcuno o qualcosa? Gli studi psicologici e criminologici hanno rivelato che, in ognuno di noi, esiste una parte primordiale che non è né bene né male, semplicemente “è” e segue il proprio egoismo, il proprio piacere, la propria sopravvivenza. Giuda è un uomo e, come tale, è un contenitore di contraddizioni: amore e peccato, azioni giuste ed errori. Ovviamente, il suo tradimento non è solo una risposta alle istanze primordiali, poiché è determinato dalla volontà, dal libero arbitrio. Ha scelto. Ma cosa ha scelto? Ha scelto di tradire Gesù, di vederlo morire? O ha scelto, in modo errato e balordo, di aiutarlo a realizzare il suo disegno divino? Giuda è un insieme di domande senza risposte.

Qual è il limite che Giuda incontra nell’esercitare il suo amore? Nell’interpretare questo ruolo, la tua visione sulla sua figura è mutata o è rimasta inalterata rispetto a prima?

Ho studiato il testo che Raffaella ha scritto per me, ma ho anche ragionato con lei sui libri che entrambi abbiamo letto e che ci hanno fatto viaggiare verso questo meraviglioso personaggio. In questo modo ho creato un mio legame con lui. Ho sempre desiderato capire il motivo per cui Giuda ha tradito. Le Scritture parlano di tradimento, è vero, ma il finale è aperto, subordinato al libero arbitrio. Non penso che l’abbia fatto per bramosia di denaro, era ricco non ne aveva bisogno, credo invece che abbia agito così perché incapace di accettare un regno che non appartenesse al mondo terreno e che non fosse in grado di comprendere la grandezza della parola di Cristo. Ha tradito per metterlo alla prova, per stimolare reazioni che infine ci sono state, ma non come le avrebbe volute lui, ovviamente. Ha decretato, così, la fine dell’amico, dell’amato maestro e la propria condanna eterna. 

“Giuda come emblema delle fragilità dell’uomo moderno”: quest’ultimo, per non incorrere nel peccato, di cosa avrebbe bisogno?

Di comprensione. So che è un assurdo ma questa potrebbe esser una via. Amare è difficile. Chi tradisce, spesso, lo fa per paura, per infelicità, per incapacità di provare dei sentimenti, per sofferenza, insicurezza o disperazione. A volte si tradisce per cercare di far qualcosa di buono che infine non riesce. Giuda era un uomo, non era Dio, e in quanto tale era imperfetto, egoista, limitato. Accettare quest’idea potrebbe essere un modo per capirlo. Credo che anche l’uomo contemporaneo abbia bisogno di questo. In questo difficile momento che tutto il mondo sta attraversando a causa della pandemia, ho sentito spesso dire che l’uomo sarebbe diventando migliore, eppure è molto facile vedere quanta aggressività ci sia in giro, quanto desiderio non già di giudicare gli altri, ma di condannarli senza alcun processo. Non dico che non si debbano far notare gli errori a chi sbaglia, ma chi non perdona è incapace di amare. Dio è misericordia infinita, infatti, e nella sua misericordia sono convinto che riposi anche Giuda.

Siamo tutti Giuda, secondo te?

Beh, sì. Nessuno di noi è Dio, anche se molti la pensano diversamente. Certo, non tutti agiamo come ha agito Giuda, per fortuna, ma un lato oscuro appartiene a tutti noi. Conoscere la parte imperfetta che alberga nella nostra anima è importante, ci dà modo di tenerla a bada. Nutrirla è la via per evitare di esserne infine fagocitati.

Tu personalmente credi nella redenzione dal peccato?

La redenzione è composta da due elementi essenziali: pentimento e perdono. In una dimensione divina, al pentimento consegue necessariamente il perdono. Papa Ratzinger, ne “La vita di Gesù”, ha scritto che Giuda, nel momento in cui ha restituito i 30 denari, si è pentito e, dunque, ha avuto accesso al perdono divino. La sua colpa, dunque, alberga solo nella mancanza di fede successiva, che lo porta alla disperazione del suicidio. Nella nostra misera dimensione terrena, invece, le cose si complicano. Diventa difficile parlare di “redenzione”. L’uomo è spesso incapace di perdonare; a volte dimentica, ma non perdona. E questo, se ci pensi, è una cosa innaturale, insomma la primavera arriva per tutti, non ha mai escluso nessuno. Gesù predicava l’amore universale, Giuda non fu in grado di capirlo e forse per questo lo tradì, ma anche noi, se continuiamo a condannarlo per il suo tradimento, dimostriamo di non essere molto diversi da lui. 

Perché hai scelto di rappresentare questo personaggio così emblematico?

Quando ho letto il testo di Raffaella è stato semplice decidere di farlo. Ho adorato la poesia che conteneva, l’armonia delle parole dalle quali scaturivano vita e sentimenti. Interpretare Giuda avvolto nel buio gelido, lontano dalla luce di Dio, in compagnia delle sue tenebre che maledice tutti all’infuori di sé stesso vi assicuro può essere estremamente liberatorio. È un mondo che meritava di essere esplorato e questo viaggio l’ho fatto non solo in compagnia di Raffaella ma anche di Stefano De Meo che ha curato le splendide musiche e di Marino Lagorio, l’artefiche delle immagini evocative che ogni sera mi accompagnano

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