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Interviste

Alla scoperta del “Sesso eroico furore” con Paolo Crimaldi: la sfera sessuale tra tabù, disagi e prospettive evolutive

Intervista allo scrittore Paolo Crimaldi, autore di “Sesso eroico furore”, un libro in grado di sgretolare blocchi e tabù sulla sfera sessuale

Antonella Valente

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Può essere l’esperienza sessuale un veicolo per scoprire la parte mistica di sé stessi? È possibile scoprire attraverso il sesso un percorso evolutivo che porta alla propria realizzazione? A migliorare la nostra esistenza? A cogliere gli aspetti creativi ed evolutivi? Prova a rispondere a queste domande, e non solo, Paolo Crimaldi, uno dei più famosi astrologi italiani.

Laureato in Filosofia e specializzato in Psicologia e in Psicosintesi, ha dato vita a “Sesso eroico furore” (edito SpazioInteriore), un libro sul sesso, unpolitically- correct, in grado di smuovere il lettore in profondità, sgretolando blocchi e tabù, offrendo nuove prospettive e affrontando il disagio legato alla sfera sessuale, trasformandolo in un potenziale evolutivo.

Come nasce l’idea di scrivere un libro sul sesso e perchè questo titolo “eroico furore”?

Il libro nasce dopo un’intervista con Giovanni Picozza sulle nuove frontiere della sessualità. Poi ho tenuto work-shop e lezioni in varie parti d’Italia. Su incitazione di Giovanni ho deciso di mettere su carta i miei pensieri in materia di sesso. “Eroico”, e aggiungerei “furore”, sono presi a prestito da un’opera di Giordano Bruno che, pur non trattando di sesso, per l’epoca sicuramente apparve trasgressiva e non allineata alla cultura fondamentalmente cattolica. Quindi è un libro eroico e furoreggiante perché esce dal politically-correct e prova ad esplorare, quelle dinamiche pruriginose legate al sesso che quasi mai vengono affrontate, come ad esempio la sessualità in relazione alle disabilità o alla terza età. Ho riportato anche storie e percorsi terapeutici di alcuni miei pazienti, o conoscenti, per rendere il libro maggiormente vivo, capace di portare nel quotidiano tutto il non dicibile che riguarda quest’esperienza assolutamente fondamentale della nostra esistenza.

Come si sviluppa la collaborazione con Ivan Cattaneo che scrive la sua prefazione?

Ivan è un carissimo amico da quasi trent’anni. Sono stato dapprima suo fan e poi amico. È grazie a lui, alla sua musica, ai suoi concerti, a quanto ha liberamente detto e fatto in televisione che la mia generazione, gli adolescenti degli anni ’80, hanno potuto avere un modello di omosessualità coraggioso, libero, trasgressivo e forse anche urticante per i benpensanti. Il coraggio che Ivan ha avuto, soprattutto in un periodo nel quale gli altri cantanti ammiccavano a una sessualità diversa, avvolti in tutine, paillettes e trucco scenico, ma poi pronti a farsi fotografare con la showgirl di turno per ribadire un’eterosessualità che forse non importava a nessuno. Ivan è stato un personaggio di rottura, anche nei testi musicali. Penso a “Polisex”, o a una canzone poco conosciuta, “Su”, in cui cantava: “o angelo parassita sulla tua terra nuda”, inizialmente “schiena”, cambiata poi in “terra” per evitare i problemi con la censura. È una canzone del 1978.
Solo di recente molti cantanti hanno fatto “coming out” e devo dire che, forse, se fossero stati zitti era meglio. Facile farlo quando la carriera inizia la fase discendente, le fan da ragazzine sono diventate mamme, e i dischi non si vendono più. Non mi piacciono i loro proclami morali, l’ideale della famiglia, le storie d’infanzie sofferte, di episodi di bullismo, etc. etc. Mancano di dignità.
Essere gay non è una via crucis per tutti per fortuna, e non sono per nulla convinto che un ragazzo o ragazza eterosessuale abbia avuto sempre un’adolescenza facile e priva di sofferenza.
Il dolore aiuta a crescere, a rafforzarsi e non si può diventare paladini di una causa quando il lavoro fatto da altri ha permesso di giungere alla libertà di poter essere sé stessi. Al massimo si è testimoni. L’ amicizia con Ivan è andata avanti negli anni, confrontandoci quotidianamente su tante cose, dal gossip a letture complicate e profonde, ironizzando però sempre su tutto. È diventato un fratello acquisito, una libera scelta e ho voluto che mi facesse la prefazione e la copertina al libro proprio perché è stato una persona importantissima nella mia formazione di uomo.

Cosa le hanno trasmesso i suoi alunni su questo argomento?

I miei alunni sono fonte di stupore continuo. Credo che senza la loro energia, curiosità, voglia di esplorare non avrei scritto nessun libro. Certo, le domande che spesso pongono sono spiazzanti e paradossalmente oggi, nonostante all’apparenza posseggono molti più mezzi per conoscere, anche in tema di sessualità, sono molto fragili. I loro comportamenti talvolta arroganti, sicuri, fieri delle proprie azioni nascondono in molti casi una profonda solitudine, una mancanza di ascolto in famiglia, ma anche dagli amici. Oggi siamo tutti connessi, ma nella solitudine.

Come pensa che i giovanissimi di oggi si approccino al sesso?

Sicuramente arrivano al sesso prima di quanto è accaduto a molti di noi, ma dopo poco il sesso viene privato dell’eros, diventa qualcosa da vivere velocemente e con un’idea di perfezione corporea che poi porta a grandi insicurezze e a ricorrere all’uso della chimica per poter fare qualcosa che alla loro età non ha assolutamente bisogno di nulla, se non del desiderio. Ecco forse il desiderio dell’altro non solo come corpo, ma come persona, è il grande assente dalla vita di gran parte di loro.

Come scrive lei, per intere generazioni di uomini e ragazzi c’è stata una specie di iniziazione al sesso, che in maniera impropria potremmo definire ” educazione sessuale”. Si può dire la stessa cosa per le donne? nel caso negativo, perchè?

Non credo che le donne abbiano ricevuto in passato un’iniziazione alla sessualità come per gli uomini. L’unica cosa che veniva detta loro, spesso dalla madre, o una sorella o cugina maggiore, era che bisognava sopportare e accettare il rapporto sessuale con il marito essendo un obbligo matrimoniale. Piacere, passione, tenerezza erano impensabili, almeno a livello di morale comune. La sessualità femminile è stato un tabù per secoli a causa dell’oscurantismo religioso presente non solo nel cattolicesimo, ma direi in quasi tutte le religioni monoteiste.  Del resto la donna è stata creata dalla costola di Adamo e quindi inferiore all’uomo. È su questa idea che le è stato negato il piacere, l’autonomia. La sottomissione nasceva dall’inferiorità di essere stata creata a partire dall’uomo e non dalla materia divina. Cosa che in realtà è vera solo se consideriamo Eva come prima donna e compagna di Adamo. In realtà nella tradizione giudaica è presente la figura di Lilith, prima sposa di Adamo, fatta identicamente come lui, ma che decise di abbandonare il Paradiso terrestre perché non amava la monotonia di una vita con il suo sposo. Fu punita per tutto ciò e condannata all’inferno e alla negazione al poter generare. Da qui si viene a creare Eva, che a dirla tutta, non è che si trovava tanto bene neppure lei nell’Eden, visto che fece di tutto per uscirne. Insomma Adamo non è che ne esce molto bene!

Crede che ad oggi si ha ancora paura del sesso? se sì, perchè?

Oggi il sesso fa paura in modo diverso. Dalla fine degli anni ’80 l’Aids ha tolto la libertà e la piacevole leggerezza dell’incontro. Da allora in poi si è giustamente iniziato a fare tutto protetto, togliendo a volte di spontaneità. Quante volte, inizialmente ci si è chiesti se il bacio fosse una via di contagio del virus dell’Hiv? Lentamente se ne è usciti fuori, anche grazie alle cure che hanno permesso una buona qualità della vita, però credo che ci sia ancora una sorta di presenza fantasmatica legata all’angoscia di morte. La paura del sesso nei giovani, ma non solo, oggi è maggiormente legata alle “dimensioni”. Vi è una rincorsa alla perfezione fisica, all’”essere super” che il corpo finisce coll’essere svuotato dell’eros per diventare pura pornografia come profeticamente affermava, sempre negli anni ’80, il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard.

A suo avviso, perchè esiste la necessità di porre etichette sull’identità sessuale di un individuo?

Sono assolutamente contrario alla teoria gender ma non per quei motivi beceri che si sentono spesso, anche da persone la cui vita privata non è poi così cristallina. Credo che bisogna andare oltre ogni etichettatura, dobbiamo giungere alla persona, anche se paradossalmente il significato di questa parola è “maschera”. Voglio dire che se davvero vogliamo vivere serenamente il sesso, e non farne motivo di giudizio sociale, allora bisogna che ci relazioniamo con il singolo, con il suo mondo fatto di pensieri, valori, esperienze. Bisogna assolutamente evitare le categorizzazioni e i processi agiografici se si sceglie un modo di vivere la sessualità differente da quello dominante. Oggettivamente uno stupido o un meschino lo si trova tra gli eterosessuali come tra i gay o i transessuali. La normalità sarà acquisita quando si potrà dire di chiunque ciò che realmente è indipendentemente dalla propria scelta sessuale.
In altre parole la propria sessualità non deve diventare una maschera o un insieme di qualità e difetti, perché altrimenti si apre la strada a stereotipi che portano a pregiudizi. Per cui si può essere gay e stronzi, ma la seconda attribuzione non deve essere la conseguenza della prima. Spesso il pregiudizio ne genera un altro, catena che impedisce la vera conoscenza dell’Altro.

Mi ha colpito un passo del suo libro, che cito: “Probabilmente pensare a una sessualità libera, realmente basata sul puro principio del piacere, è ancora oggi qualcosa di sconvolgente e pericoloso, che sovverte le regole di una società costruita su valori quali la normalità (quale però? E chi l’ha definita?), la famiglia, la rispettabilità”. Insomma chi ce li ha imposti questi canoni, queste regole? chi decide cosa è normale e cosa no?

Questi canoni sono principalmente imposti dalla morale religiosa che lentamente si è insinuata anche in quella civile. È pur vero che in genere ha prevalso il principio “del si fa, ma non si dice”, una sorta d’ipocrisia che porta al pentimento e ai sensi di colpa che a loro volta generano non pochi danni sul piano personale e collettivo. In realtà vige una sessuofobia che genera perversione, cosa di per se non negativa, ma essendo vissuta spesso non con serenità, può sfociare nella patologia quanto non nella violenza. Quanto al concetto di cosa s’intende per “normalità” temo sia quasi impossibile poter rispondere. È un concetto fluttuante a seconda delle persone, della cultura dominante, del periodo storico. Si può dire che in genere esiste una “norma ideale”, più o meno riconosciuta ma non necessariamente condivisa da tutti, che detta comportamenti e regole.

Quanto l’esperienza sessuale incide sull’evoluzione di un individuo? e quando può avere effetti negativi?

Credo sia alla base di ogni processo evolutivo. Il sesso parte dal corpo per incrociare la mente e con il raggiungimento dell’orgasmo tocca anche l’”anima”. Naturalmente non per tutti si crea questo processo, dipende molto dal periodo della vita, dalle scelte fatte e tanto altro ancora.
Se penso però a un abuso sessuale, o a una violenza, l’effetto negativo è chiaro. Ma non credo si tratti di una condanna a vita, dipende molto dalla persona, da come riesce a metabolizzare l’esperienza. Forse una sessualità vissuta come coazione a ripetere, goduta grazie al numero dei partner che non in rapporto al piacere ricevuto (il piacere in realtà giunge dalla quantità per queste persone), può essere inibente la propria crescita psicologica e spirituale. Come tutti i comportamenti dipendenti e compulsivi non aprono alla libertà e spesso spingono verso il basso, bloccano l’evoluzione personale e non danno modo di sperimentarsi anche con le altre cose della vita.

Quando il sesso si tramuta in amore e viceversa?

È una domanda di non semplice risposta. Forse è più facile che una forte attrazione sessuale possa trasformarsi anche in amore, allorquando i due partner si aprono e si lasciano andare a quelle emozioni che giungono dall’anima. Più difficile l’inverso, ma non impossibile. Se un rapporto nasce dall’amore, da una tenerezza condivisa, ma non sul sesso, ovvero manca di attrazione fisica, non è facile recuperarla col tempo, ma non impossibile. Non ci sono regole assolute perché fortunatamente l’uomo è unico e possiede risposte infinite dinanzi a un determinato evento, scelta, bisogno. La libertà di poter essere ciò che si è, è l’unica garanzia di crescita psicologica e sviluppo spirituale!


Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Gli Aborym svelano Hostile: “Per la prima volta abbiamo scritto il disco da band”

“Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo”

Luigi Macera Mascitelli

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Il 12 febbraio 2021, i nostrani Aborym pubblicheranno Hostile, il loro ottavo album per Dead Seed Productions. Attiva da quasi trent’anni, la band industrial metal ha segnato un’importante solco nel panorama musicale italiano. Questa nuova fatica è certamente il lavoro più complesso ed ambizioso per i nostri. I ben noti elementi noise, rock, industrial ed elettronici, si arricchiscono ulteriormente, dando vita ad un’atmosfera psichedelica in cui la musica gioca un ruolo di assoluto dominio.

Il tutto accompagnato dall’inossidabile vocalist e frontman Fabrizio Giannese, in arte Fabban, al quale abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda in merito. Con lui, ad approfondire insieme il background di Hostile, il batterista Gianluca “Kata” Catalani. A loro i nostri ringraziamenti e a voi tutti una buona lettura!

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Il 12 febbraio pubblicherete “Hostile”, il vostro nuovissimo album. Cosa potete dirci a riguardo? Sarà un lavoro differente rispetto ai precedenti?

Fab: Preferirei che la gente lo ascoltasse e traesse le proprie conclusioni piuttosto che indirizzarla verso un punto di vista che sarebbe di parte. Quando leggo interviste di gruppi che si autocelebrano mi cadono le palle per terra. Lo trovo poco serio. Il 12 Febbraio verrà pubblicato un nuovo disco degli Aborym, l’ottavo ufficiale, e quando esce un nuovo album non sai mai cosa può succedere. Se verrà capito, se verrà apprezzato o demolito dalla critica… Di certo non vediamo l’ora di poterlo condividere con tutti.

È un disco che ha richiesto due anni di lavoro tra scrittura, pre-produzione, registrazioni, arrangiamenti e post produzione. Ci siamo trovati nell’ esplosione della pandemia proprio quando mancavano le voci su tre brani. Ho inserito le parti vocali in pieno lockdown e poi abbiamo dovuto modificare i nostri piani mixando il disco da remoto, tutti collegati via internet. Ci siamo affidati ad Andrea Corvo, il nostro consolidato sound engineer che ci segue sin dalle prime demo. Ha fatto un lavoro superbo. Dopo la morte di Guido Elmi, producer di Vasco Rossi che ha lavorato con noi su SHIFTING.negative, abbiamo affidato la produzione di Hostile a Keith Hillebrandt, che forse qualcuno ricorda per aver lavorato, tra gli altri, con Nine Inch Nails e David Bowie. Keith ha letteralmente elevato il livello, e per noi era un obiettivo essenziale. Siamo ottimi amici da un po’ di anni ormai e lavorare con un guru di quel calibro è come comprare una Maserati a scatola chiusa.

Com’è nato il disco? Volete parlarci del processo di songwriting?

Fab: Per la prima volta nell’arco di quasi trent’anni abbiamo scritto il disco da band, che per definizione è una combo di vari elementi. Ho finalmente avuto modo di lavorare con musicisti professionali, nonché ottimi amici. Ormai suoniamo da un po’ di anni e ci conosciamo molto bene. Siamo polistrumentisti, ognuno sa cosa fare, e il disco è nato dalle mani di tutti. In passato invece scrivevo tutto da solo. Purtroppo mi sono trovato a lavorare con gente che mi farciva il cervello di promesse e proclami, per poi ritrovarmi a constatare che i fatti erano zero. Ho dovuto chiudere le porte a tanti fattucchieri purtroppo.

Ora sembra che le cose funzionino in modo molto organico. Innanzitutto non c’è più un compositore principale, e ognuno ha lavorato molto sugli arrangiamenti. Siamo partiti da lontano, mettendo le mani su alcune demo. In due anni abbiamo smontato e rimontato tutto fino ad ottenere circa una ventina di canzoni in pre-produzione. Keith ha poi definito quali voleva registrassimo -che poi sono quelle presenti nel disco- e nella sequenza da lui delineata. 

Abbiamo un metodo di lavoro abbastanza trasversale in fase di songwriting. In alcuni casi i brani nascono dalle idee di chitarra di Tommy o sono stati costruiti sul basso. In altri partiamo da un testo e dalle metriche di voce, oppure iniziamo a montare direttamente su sistema modulare o midi su un sequencer. Il processo è schizofrenico, tutto muta e si evolve: i pezzi suonano in un modo e due mesi dopo vengono completamente smembrati e riassemblati diversamente. Una singola canzone ha avuto mesi di gestazione. Credo che per fare musica a certi livelli il tempo giochi un ruolo fondamentale, così come la conoscenza degli strumenti, l’applicazione e lo studio di ciò che non si conosce bene. Siamo tutti decisamente “nerd” in questo.

Kata: Abbiamo iniziato in modo del tutto spontaneo. Eravamo reduci da alcuni concerti in giro per l’Europa e Fab aveva già parecchie idee in cantiere. Abbiamo iniziato a scambiarci file e a lavorarci su in totale autonomia, essendo ognuno attrezzato con il proprio home studio. È stata una vera macchina: i brani uscivano uno dopo l’altro ed erano tutti validissimi. Una vera magia. Abbiamo poi inviato tutto a Keith il quale ci ha dato degli ottimi consigli su come migliorare alcune parti e quali secondo lui fossero i brani più forti. Sai, l’orecchio esterno del producer è veramente prezioso e ti fa rendere conto di cose di cui non avresti mai immaginato. Leggo spesso da parte di sedicenti criticoni musicali della domenica (soprattutto nell’ambito della musica estrema) che le band si fanno scegliere i brani dal produttore limitandone la libertà artistica. Ecco, inviterei gli stessi a studiare come funzionano le cose prima di blaterare.

Nel corso degli anni il vostro sound si è evoluto arricchendosi sempre di nuovi elementi. Ciò è dovuto ad un bagaglio culturale maggiore o alla necessità di dire di più con la vostra musica?

Kata: Direi entrambe le cose. Col passare degli anni si acquisiscono sempre più nuove competenze, si fa esperienza e nel nostro caso, essendo dei veri e propri nerd dei nostri strumenti, investiamo tanto tempo e soldi per acquistare ed imparare a padroneggiare nuove macchine. Nel caso di Fab l’ambiente dei synth modulari, nel mio caso l’integrazione dell’elettronica nella batteria acustica tradizionale etc. Tutto questo fa si che il nostro sound si evolva sempre album dopo album, caratteristica poi che è sempre stata una costante negli Aborym.

Fab: È il DNA di questa band e delle persone che ne fanno parte. Non è un lavoro per noi. Non dobbiamo prostituirci artisticamente per gonfiare le tasche di qualche discografico e di conseguenza facciamo come vogliamo. Suoniamo ciò che ci fa bene suonare, come se la musica fosse un medicinale per lenire il dolore. Per noi esiste solo questo.

Qual è, per voi, quell’elemento che funge da marchio di fabbrica degli Aborym?

Kata: A mio avviso la sperimentazione, il voler continuamente cambiare pelle senza piegarsi mai alla logica dei generi musicali. Facciamo sempre quello che ci passa per la testa, non ci interessano le mode né stiamo ad inseguire ciò che “funziona” e che quindi fa vendere. Siamo coscienti che se gli Aborym riprendessero in mano la macchina che erano 20 anni fa noi tutti ne trarremmo un beneficio economico enorme. Ma non avrebbe alcun senso. Diffidiamo sempre delle band che fanno uscire dischi tutti uguali. Non posso credere che a 50 anni qualcuno si senta ed agisca come quando ne aveva 20. Capisci cosa voglio dire? A mio avviso la curiosità e la voglia di mettersi in discussione è la base dell’essere creativi.

Fab: Siamo agitatori stilistici (ride, n.d.r.). Mettiamo sempre in difficoltà chi deve scrivere di noi, recensire un nostro disco o la nostra fanbase. I generi musicali li creiamo e li modifichiamo, per poi divertirci a leggere le varie classificazioni che la gente tenta di fare con la musica, non solo con la nostra. È divertente, quanto inutile. Ma tant’è.

Il periodo di quarantena è stato in qualche modo utile per conoscervi meglio durante la lavorazione al nuovo album?

Kata: È stato difficile ma di contro anche molto motivante. L’inizio della quarantena ha coinciso esattamente con l’inizio delle sessioni di mixing dell’album. I primi tempi c’è stato un momento di sconforto perché era chiaro che sarebbe slittato tutto rispetto al planning originale. Ci siamo armati quindi di spirito di abnegazione e siamo riusciti (facendo i salti mortali) a portare tutto a termine, oltretutto con risultati ben al di sopra delle aspettative. Questo sicuramente ci ha resi più forti e coesi di prima, nonché più sicuri dei nostri mezzi.

Fab: Il lockdown, come dicevo prima, ha rallentato la nostra tabella di marcia e abbiamo dovuto modificare i nostri piani. Anche ora siamo in quarantena e stiamo subendo una serie di rallentamenti per via delle restrizioni dei vari DPCM, che rispettiamo tutti. Lo scorso week-end ad esempio non abbiamo potuto fare prove. Inizia a snervarmi tutto questo. Il disco era previsto per il 2020 ed è già tanto che stia uscendo a febbraio 2021. Per mesi e mesi il mondo ha smesso di funzionare e tutt’ora che siamo a gennaio non mi pare che le cose stiano tornando alla normalità.

Ad ogni modo il lockdown non è certo servito per conoscerci meglio. A me ha solo fatto capire che, in fondo, non è cambiato molto nelle persone intorno. Sono sempre stato parecchio distante dalla gente. Sto bene con la mia famiglia, con gli altri della band e con pochi amici. Sono in “distanziamento sociale” dal 1990 circa. Non uso il termine “misantropia” perché non sono un misantropo e queste cazzate le lascio agli adoratori di Satana e al black metal.

Sono uno che meno persone ha intorno e meglio si sente. E non credo molto a ciò che spesso leggo sui giornali, del tipo “questo virus ha avvicinato le persone” o “le persone dopo il covid saranno migliori” e cazzate del genere. Credo esattamente nel contrario. Con la differenza che quando la pandemia sarà finita la gente, oltre che peggiorata a livello sociale, sarà anche incazzata e avrà fame. In molti saranno con le pezze al culo. Mi auguro solo che in tutto questo enorme caos quel pupazzo di Renzi non faccia cadere il governo. Non vorrei ritrovarmi in piena pandemia con Salvini, Berlusconi e la Meloni alla guida. Sarebbe come avere dieci Trump tutti insieme. E non ho nessuna voglia di vaccinarmi facendomi bucare con una dose di disinfettante.

Come pensate sarà tornare in tournée dopo questo blocco mondiale? Avete già in mente un piano per sponsorizzare il disco?

Fab: Al momento no. Per ora ci concentriamo sulle prove dei brani di questo disco, restrizioni e DPCM permettendo, e su una setlist. Siamo già al lavoro su nuove tracce ma non abbiamo idea di quando sarà possibile anche solo iniziare a parlare di concerti. Spero di sbagliarmi, ma credo che il 2021 non sarà poi così diverso dal 2020. Spero davvero di sbagliarmi! Nel frattempo cerchiamo tutti di rispettare le regole, di stare a distanza di sicurezza, di usare quelle cazzo di mascherine, di lavarci spesso le mani e, soprattutto, vacciniamoci quando sarà il nostro turno.

Kata: È prematuro ora parlare di tournée. Come tutti sappiamo bisogna navigare a vista. L’obiettivo adesso è promuovere l’album nel migliore dei modi e nel frattempo lavoreremo affinché possa essere suonato anche live non appena ci sarà di nuovo un barlume di normalità. Di certo tornare a calcare un palco dopo una situazione come questa sarà ancor più stimolante. Speriamo di ritrovarci presto di persona proprio durante un concerto.

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Interviste

Solisumarte: il duo bresciano alla ricerca di una nuova dimensione spazio-musicale

Domenico Paris

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Nati a Brescia nel 2019, i Solisumarte sono un duo formato da Daris Bozzoni e Nicolas Pelleri, entrambi reduci da lunghe e variegate esperienze personali, che hanno unito le loro forze con l’intento di proseguire il loro viaggio musicale in un’avventura in grado di regalargli una nuova prospettiva e nuove suggestioni a sette note.

Dopo il grande riscontro di critica e ascolti ottenuto con “Quella volta sul mare”, ci riprovano con il nuovo singolo “Stare lucido” (uscito il 4 dicembre scorso per Leindie Music/ Artist First), un brano dal ritmo e dall’umore a dir poco catchy, con il quale sperano di rafforzare l’alto indice di gradimento ottenuto finora e prepararsi al meglio per una nuova stagione che, passata l’emergenza covid, possa regalargli prestigiose ribalte.

Dopo “Quella volta sul mare”, ecco “Stare lucido”, un’altra canzone che sembra avere tutte le carte in regola per ripeterne il successo, cambiandone però la formula musicale. Ci raccontate come è nata?

Hai colto nel segno, tramite “Stare Lucido” abbiamo voluto introdurre all’interno dei nostri brani alcune influenze che stanno caratterizzando i nostri ascolti in questo periodo. La canzone è nata in un momento particolare, ci sentivamo davvero annegare tra lavoro, progetti e vita privata, così abbiamo cercato di fotografare quegli istanti e percorrere una strada nuova e ricca di stimoli.

In che modo dobbiamo porci di fronte al nuovo brano: un invito a ragionare e a evitare le “buche” o la semplice constatazione che, nella vita, nessun freno può evitare che succedano certe cose e si creino poi i rimpianti?

“Stare Lucido” è una presa di coscienza sul fatto che le cose nella vita succedono e basta. Guardandoci indietro, è normale vedere opportunità perse, obiettivi mancati, strade sbagliate, ma poco importa. Quello che conta davvero è dove siamo ora, sopravvissuti anche ai mille anni di sfiga augurati da quella maledetta catena del 2007.

Solisumarte è un progetto del 2019 che segue una lunga serie di diverse esperienze che avete accumulato singolarmente. Perché avete deciso di unire le vostre forze e, da quello che avete potuto vedere fino ad ora, la gestione di un duo è più semplice rispetto a quella di un gruppo convenzionale?

Abbiamo deciso di iniziare questo viaggio insieme perché ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto, entrambi soli, con il morale sottoterra, ma con la voglia di risalire e di fare qualcosa che ci rendesse veramente felici. La gestione di un duo è nettamente più lineare e immediata rispetto a quella di una band. Mettere insieme le idee in due già non è scontato, mettere d’accordo quattro o cinque teste spesso può diventare un’impresa impossibile.

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In che modo nasce la vostra musica? Lavorate in sinergia o si tratta di un assemblaggio che fate dopo aver sviluppato separatamente le rispettive idee?

Il vero segreto del nostro sound e del nostro lavoro è che c’è molta cooperazione. Non siamo il producer e il cantante da vedere separatamente, tutte le fasi fino alla creazione del prodotto finale vengono viste e riviste insieme. Crediamo che questo modo di operare sia ideale per proporre un prodotto omogeneo e che rispecchi pienamente la nostra prospettiva musicale.

Dopo esservi aggiudicati la copertina di “Scuola di indie” su Spotify con “Quella volta al mare”, avete rilevato un’impennata di gradimento considerevole rispetto al passato? Quanto sono realmente importanti questi riconoscimenti per una band come la vostra e, più in generale, che idea vi siete fatti dei canali sui quali viaggia la musica oggi?

Essere stati copertina di “Scuola Indie” ed essere all’interno di “Indie Italia” per noi è veramente una figata. Chiaramente sappiamo benissimo che questo è solo un punto di partenza, la strada è ancora molto lunga, ma sicuramente questi risultati rappresentano un ottimo feedback su ciò che abbiamo fatto fino ad ora. I canali su cui viaggia la musica oggi, non c’è bisogno di dirlo, sono cambiati e a nostro avviso è giusto sapersi adattare: Spotify è un ottimo punto di partenza da utilizzare per far sentire le proprie canzoni a più persone possibili.

Immagino che, appena sarà possibile, vogliate suonare dal vivo. Avete già immaginato quale sarà un live standard dei Solisumarte (formazione, set, ecc)? E quanto pensate che la dimensione di un locale e/o di un altro contesto concertistico possa cambiare l’esecuzione dei vostri pezzi?

Non crediamo che ci sia un luogo più o a meno adatto per ciò che vogliamo proporre, sicuramente adatteremo il nostro live a seconda dei contesti in cui ci dovremo esibire. Se dovessimo suonare in un locale importante, probabilmente aggiungeremo al set un batterista per dare più energia e potenza al tutto. Se la situazione dovesse essere invece più intima e il locale meno attrezzato, organizzeremo un set in acustico. No problem!

Nonostante oggi si tenda a procedere per singoli, vi piacerebbe un giorno pubblicare un album per fare un discorso, testuale o musicale, più ampio? E, se sì, quando dobbiamo aspettarcelo?

Assolutamente, l’idea di un album sta già attraversando le nostre menti da tempo. Arriverà il momento giusto, ne siamo certi. Per ora andremo avanti con i singoli che stiamo terminando e quando capiremo che le cose saranno mature per un’uscita sulla “lunga distanza”, ci faremo trovare pronti per raccontarvi qualcos’altro di noi!

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Interviste

Dario Vero firma la colonna sonora del nuovo Sushi Spaghetti Western: l’intervista

Antonella Valente

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Nel 1971 Sergio Leone regalava agli amanti del grande cinema, e non solo, il capolavoro di “Giù la Testa“, con le musiche di Ennio Morricone. Cinquant’anni dopo, il genere che ha contribuito a far conoscere al mondo il cinema italiano trova nuove forme nell’estremo oriente con il Sushi Spaghetti Western: un salto spazio temporale che segue, mezzo secolo dopo, la scia di grandi italiani con protagonisti ninja e samurai alle prese con scazzottate e fischiabotti.

Ultimo esempio delle nuove visioni del genere italo-western declinato in sushi, è The Ingloriuos Serf, che ha visto la produzione impegnata tra Giappone, Est Europa e Stati Uniti. A firmare le musiche è un italiano, il compositore Dario Vero, che per l’occasione ha diretto in presenza e a distanza un’orchestra internazionale di 88 elementi, con un’ospite d’eccezione: Tina Guo, violoncellista di Sherlock Holmes, Wonder Woman, Inception e altri grandi kolossal d’oltreoceano degli ultimi 20 anni.

The Ingloriuos Serf è una colonna sonora inusuale e originale di 42 tracce orchestrali e sinfoniche, in cui il mandolino incontra il koto, una sorta di arpa giapponese, le chitarra slide tipicamente western, i tamburi Taiko giapponesi, l’Erhu e lo scacciapensieri, di Morriconiana memoria, in combinazione della americanissima chitarra elettrica col wah wah nelle scene action.

Compositore, orchestratore e direttore d’orchestra, Dario Vero scrive musica per serie tv, film, animazione e video games. Si diploma e laurea in Italia, presso i conservatori di Santa Cecilia e Licino Refice e si specializza negli States e in Austria sotto la guida di Joe Kraemer (Mission: Impossibile Rogue Nation, Jack Reacher, The Way of Gun) e Conrad Pope (Star Wars, Jurassic Park, Harry Potter, The Matrix, Terminator). Vanta collaborazioni con società italiane e internazionali quali Discovery Channel, Toon Goggles, FilmUa, Rai, MondoTv Iberoamerica, Star Media, Casablanca Brazil, Animagrad, AudioWorkshop, Mediaset.

Dario, come ci si sente a dirigere 88 musicisti sparsi in tutto il mondo per un progetto così importante?

Ci si sente parte di qualcosa di grande. Essere stato scelto tra tantissimi compositori, in un panorama internazionale, mi ha molto lusingato. Dunque ho dato il massimo, cercando di divertirmi. Ma ho anche, come ovvio che sia, sentito la responsabilità sulle mie spalle. Il segreto è scindere. Da un lato le grandi responsabilità e dall’altro l’aspetto ludico. Devi saper gestire le scadenze, perché l’investimento che è a monte è enorme e i produttori ripongono la loro fiducia in te (e anche i tanti soldi investiti). Il tutto ricordandosi la sempre verde regola: “se non ti diverti non funziona!”

Come ti sei avvicinato al progetto che ha visto l’uscita del film “The Inglorious Serfs”?

Ero a Kiev con la crew audio/video di “Mavka the Forest Song”, un grosso progetto al quale sto lavorando da un po’. L’ingegnere del suono mi dice “Sai, sto lavorando al mix di una film unico nel suo genere”. Me ne ha parlato un po’. Mi ha fatto incuriosire. Poi mi ha chiesto di partecipare. I produttori mi volevano nel progetto e Max (il fonico di mix, appunto) è stato il link tra me e la produzione

Cosa pensi del “Sushi Spaghetti Western”? Pensi tenda ad emulare i vecchi Spaghetti Western o che ne rappresenti un omaggio?

Penso ci siano vari topoi in comune con “il vecchio western”. Ma al contempo c’è un che di nuovo, di fresco, in questo film. L’elemento Sushi ha dato una particolarissima svolta all’azione. Ci sono anche omaggi ai classici del genere naturalmente !

Hai composto musiche per molti progetti e lavorato con artisti importanti: c’è un progetto che ti ha visto coinvolto in maniera diversa? o che ricordi con maggiore affetto e legame?

Sono sempre molto coinvolto. Questo lavoro è cosi. Se un progetto non mi convince non posso sposarlo. Ricordo ogni dettaglio di ogni produzione. Direi che, per ragioni anche di carattere umano, il progetto che mi è più rimasto nel cuore è “The Stolen Princess”. Un lungometraggio di animazione internazionale uscito in 52 paesi (a breve anche in Italia, distribuzione Rai). Penso che anche ascoltando la colonna sonora (disponibile su internet e su tutte le piattaforme) si capisca quanto io mi sia divertito.

Vista la grande tradizione italiana in fatto (ovviamente) di spaghetti western, oltre ai film del duo Leone/Morricone ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Ho, ovviamente, ascoltato con enorme attenzione non solo la mia voce interiore, ma anche le idee del regista Roman Perfilyev ! Lui è uno specialista del “genere”. Ama molto l’horror e il thriller e conosce bene tutti i meccanismi che sono dietro questi film. Insieme abbiamo lavorato molto sulle “atmosfere” e sui suoni. Il lavoro invece svolto sul materiale tematico è nato spontaneamente e senza ispirarsi a qualcuno o qualcosa in particolare. È  chiaro che alcuni elementi sono proprio delle invenzioni di Ennio Morricone. Ad esempio la chitarra elettrica con tremolo e i castagnetti.

Al giorno d’oggi è ancora preferibile lavorare con orchestre? quanto sono cambiati i modo di lavorare, in quel settore,rispetto proprio a Ennio Morricone?

Io preferisco lavorare con l’orchestra. Non faccio parte della vecchia guardia per ragioni anagrafiche. Pero il mio workflow assomiglia molto a quello dei compositori del ‘900. Mi piace scrivere i temi, poi orchestrarli e infine eseguirli dal vivo. È un’altra cosa ! Mi piace anche sperimentare con l’elettronica. Ma quando lavoro con i suoni “veri”, con le persone, mi sento a casa.

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