Connect with us

Interviste

Alla scoperta del “Sesso eroico furore” con Paolo Crimaldi: la sfera sessuale tra tabù, disagi e prospettive evolutive

Intervista allo scrittore Paolo Crimaldi, autore di “Sesso eroico furore”, un libro in grado di sgretolare blocchi e tabù sulla sfera sessuale

Antonella Valente

Published

on

Può essere l’esperienza sessuale un veicolo per scoprire la parte mistica di sé stessi? È possibile scoprire attraverso il sesso un percorso evolutivo che porta alla propria realizzazione? A migliorare la nostra esistenza? A cogliere gli aspetti creativi ed evolutivi? Prova a rispondere a queste domande, e non solo, Paolo Crimaldi, uno dei più famosi astrologi italiani.

Laureato in Filosofia e specializzato in Psicologia e in Psicosintesi, ha dato vita a “Sesso eroico furore” (edito SpazioInteriore), un libro sul sesso, unpolitically- correct, in grado di smuovere il lettore in profondità, sgretolando blocchi e tabù, offrendo nuove prospettive e affrontando il disagio legato alla sfera sessuale, trasformandolo in un potenziale evolutivo.

Come nasce l’idea di scrivere un libro sul sesso e perchè questo titolo “eroico furore”?

Il libro nasce dopo un’intervista con Giovanni Picozza sulle nuove frontiere della sessualità. Poi ho tenuto work-shop e lezioni in varie parti d’Italia. Su incitazione di Giovanni ho deciso di mettere su carta i miei pensieri in materia di sesso. “Eroico”, e aggiungerei “furore”, sono presi a prestito da un’opera di Giordano Bruno che, pur non trattando di sesso, per l’epoca sicuramente apparve trasgressiva e non allineata alla cultura fondamentalmente cattolica. Quindi è un libro eroico e furoreggiante perché esce dal politically-correct e prova ad esplorare, quelle dinamiche pruriginose legate al sesso che quasi mai vengono affrontate, come ad esempio la sessualità in relazione alle disabilità o alla terza età. Ho riportato anche storie e percorsi terapeutici di alcuni miei pazienti, o conoscenti, per rendere il libro maggiormente vivo, capace di portare nel quotidiano tutto il non dicibile che riguarda quest’esperienza assolutamente fondamentale della nostra esistenza.

Come si sviluppa la collaborazione con Ivan Cattaneo che scrive la sua prefazione?

Ivan è un carissimo amico da quasi trent’anni. Sono stato dapprima suo fan e poi amico. È grazie a lui, alla sua musica, ai suoi concerti, a quanto ha liberamente detto e fatto in televisione che la mia generazione, gli adolescenti degli anni ’80, hanno potuto avere un modello di omosessualità coraggioso, libero, trasgressivo e forse anche urticante per i benpensanti. Il coraggio che Ivan ha avuto, soprattutto in un periodo nel quale gli altri cantanti ammiccavano a una sessualità diversa, avvolti in tutine, paillettes e trucco scenico, ma poi pronti a farsi fotografare con la showgirl di turno per ribadire un’eterosessualità che forse non importava a nessuno. Ivan è stato un personaggio di rottura, anche nei testi musicali. Penso a “Polisex”, o a una canzone poco conosciuta, “Su”, in cui cantava: “o angelo parassita sulla tua terra nuda”, inizialmente “schiena”, cambiata poi in “terra” per evitare i problemi con la censura. È una canzone del 1978.
Solo di recente molti cantanti hanno fatto “coming out” e devo dire che, forse, se fossero stati zitti era meglio. Facile farlo quando la carriera inizia la fase discendente, le fan da ragazzine sono diventate mamme, e i dischi non si vendono più. Non mi piacciono i loro proclami morali, l’ideale della famiglia, le storie d’infanzie sofferte, di episodi di bullismo, etc. etc. Mancano di dignità.
Essere gay non è una via crucis per tutti per fortuna, e non sono per nulla convinto che un ragazzo o ragazza eterosessuale abbia avuto sempre un’adolescenza facile e priva di sofferenza.
Il dolore aiuta a crescere, a rafforzarsi e non si può diventare paladini di una causa quando il lavoro fatto da altri ha permesso di giungere alla libertà di poter essere sé stessi. Al massimo si è testimoni. L’ amicizia con Ivan è andata avanti negli anni, confrontandoci quotidianamente su tante cose, dal gossip a letture complicate e profonde, ironizzando però sempre su tutto. È diventato un fratello acquisito, una libera scelta e ho voluto che mi facesse la prefazione e la copertina al libro proprio perché è stato una persona importantissima nella mia formazione di uomo.

Cosa le hanno trasmesso i suoi alunni su questo argomento?

I miei alunni sono fonte di stupore continuo. Credo che senza la loro energia, curiosità, voglia di esplorare non avrei scritto nessun libro. Certo, le domande che spesso pongono sono spiazzanti e paradossalmente oggi, nonostante all’apparenza posseggono molti più mezzi per conoscere, anche in tema di sessualità, sono molto fragili. I loro comportamenti talvolta arroganti, sicuri, fieri delle proprie azioni nascondono in molti casi una profonda solitudine, una mancanza di ascolto in famiglia, ma anche dagli amici. Oggi siamo tutti connessi, ma nella solitudine.

Come pensa che i giovanissimi di oggi si approccino al sesso?

Sicuramente arrivano al sesso prima di quanto è accaduto a molti di noi, ma dopo poco il sesso viene privato dell’eros, diventa qualcosa da vivere velocemente e con un’idea di perfezione corporea che poi porta a grandi insicurezze e a ricorrere all’uso della chimica per poter fare qualcosa che alla loro età non ha assolutamente bisogno di nulla, se non del desiderio. Ecco forse il desiderio dell’altro non solo come corpo, ma come persona, è il grande assente dalla vita di gran parte di loro.

Come scrive lei, per intere generazioni di uomini e ragazzi c’è stata una specie di iniziazione al sesso, che in maniera impropria potremmo definire ” educazione sessuale”. Si può dire la stessa cosa per le donne? nel caso negativo, perchè?

Non credo che le donne abbiano ricevuto in passato un’iniziazione alla sessualità come per gli uomini. L’unica cosa che veniva detta loro, spesso dalla madre, o una sorella o cugina maggiore, era che bisognava sopportare e accettare il rapporto sessuale con il marito essendo un obbligo matrimoniale. Piacere, passione, tenerezza erano impensabili, almeno a livello di morale comune. La sessualità femminile è stato un tabù per secoli a causa dell’oscurantismo religioso presente non solo nel cattolicesimo, ma direi in quasi tutte le religioni monoteiste.  Del resto la donna è stata creata dalla costola di Adamo e quindi inferiore all’uomo. È su questa idea che le è stato negato il piacere, l’autonomia. La sottomissione nasceva dall’inferiorità di essere stata creata a partire dall’uomo e non dalla materia divina. Cosa che in realtà è vera solo se consideriamo Eva come prima donna e compagna di Adamo. In realtà nella tradizione giudaica è presente la figura di Lilith, prima sposa di Adamo, fatta identicamente come lui, ma che decise di abbandonare il Paradiso terrestre perché non amava la monotonia di una vita con il suo sposo. Fu punita per tutto ciò e condannata all’inferno e alla negazione al poter generare. Da qui si viene a creare Eva, che a dirla tutta, non è che si trovava tanto bene neppure lei nell’Eden, visto che fece di tutto per uscirne. Insomma Adamo non è che ne esce molto bene!

Crede che ad oggi si ha ancora paura del sesso? se sì, perchè?

Oggi il sesso fa paura in modo diverso. Dalla fine degli anni ’80 l’Aids ha tolto la libertà e la piacevole leggerezza dell’incontro. Da allora in poi si è giustamente iniziato a fare tutto protetto, togliendo a volte di spontaneità. Quante volte, inizialmente ci si è chiesti se il bacio fosse una via di contagio del virus dell’Hiv? Lentamente se ne è usciti fuori, anche grazie alle cure che hanno permesso una buona qualità della vita, però credo che ci sia ancora una sorta di presenza fantasmatica legata all’angoscia di morte. La paura del sesso nei giovani, ma non solo, oggi è maggiormente legata alle “dimensioni”. Vi è una rincorsa alla perfezione fisica, all’”essere super” che il corpo finisce coll’essere svuotato dell’eros per diventare pura pornografia come profeticamente affermava, sempre negli anni ’80, il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard.

A suo avviso, perchè esiste la necessità di porre etichette sull’identità sessuale di un individuo?

Sono assolutamente contrario alla teoria gender ma non per quei motivi beceri che si sentono spesso, anche da persone la cui vita privata non è poi così cristallina. Credo che bisogna andare oltre ogni etichettatura, dobbiamo giungere alla persona, anche se paradossalmente il significato di questa parola è “maschera”. Voglio dire che se davvero vogliamo vivere serenamente il sesso, e non farne motivo di giudizio sociale, allora bisogna che ci relazioniamo con il singolo, con il suo mondo fatto di pensieri, valori, esperienze. Bisogna assolutamente evitare le categorizzazioni e i processi agiografici se si sceglie un modo di vivere la sessualità differente da quello dominante. Oggettivamente uno stupido o un meschino lo si trova tra gli eterosessuali come tra i gay o i transessuali. La normalità sarà acquisita quando si potrà dire di chiunque ciò che realmente è indipendentemente dalla propria scelta sessuale.
In altre parole la propria sessualità non deve diventare una maschera o un insieme di qualità e difetti, perché altrimenti si apre la strada a stereotipi che portano a pregiudizi. Per cui si può essere gay e stronzi, ma la seconda attribuzione non deve essere la conseguenza della prima. Spesso il pregiudizio ne genera un altro, catena che impedisce la vera conoscenza dell’Altro.

Mi ha colpito un passo del suo libro, che cito: “Probabilmente pensare a una sessualità libera, realmente basata sul puro principio del piacere, è ancora oggi qualcosa di sconvolgente e pericoloso, che sovverte le regole di una società costruita su valori quali la normalità (quale però? E chi l’ha definita?), la famiglia, la rispettabilità”. Insomma chi ce li ha imposti questi canoni, queste regole? chi decide cosa è normale e cosa no?

Questi canoni sono principalmente imposti dalla morale religiosa che lentamente si è insinuata anche in quella civile. È pur vero che in genere ha prevalso il principio “del si fa, ma non si dice”, una sorta d’ipocrisia che porta al pentimento e ai sensi di colpa che a loro volta generano non pochi danni sul piano personale e collettivo. In realtà vige una sessuofobia che genera perversione, cosa di per se non negativa, ma essendo vissuta spesso non con serenità, può sfociare nella patologia quanto non nella violenza. Quanto al concetto di cosa s’intende per “normalità” temo sia quasi impossibile poter rispondere. È un concetto fluttuante a seconda delle persone, della cultura dominante, del periodo storico. Si può dire che in genere esiste una “norma ideale”, più o meno riconosciuta ma non necessariamente condivisa da tutti, che detta comportamenti e regole.

Quanto l’esperienza sessuale incide sull’evoluzione di un individuo? e quando può avere effetti negativi?

Credo sia alla base di ogni processo evolutivo. Il sesso parte dal corpo per incrociare la mente e con il raggiungimento dell’orgasmo tocca anche l’”anima”. Naturalmente non per tutti si crea questo processo, dipende molto dal periodo della vita, dalle scelte fatte e tanto altro ancora.
Se penso però a un abuso sessuale, o a una violenza, l’effetto negativo è chiaro. Ma non credo si tratti di una condanna a vita, dipende molto dalla persona, da come riesce a metabolizzare l’esperienza. Forse una sessualità vissuta come coazione a ripetere, goduta grazie al numero dei partner che non in rapporto al piacere ricevuto (il piacere in realtà giunge dalla quantità per queste persone), può essere inibente la propria crescita psicologica e spirituale. Come tutti i comportamenti dipendenti e compulsivi non aprono alla libertà e spesso spingono verso il basso, bloccano l’evoluzione personale e non danno modo di sperimentarsi anche con le altre cose della vita.

Quando il sesso si tramuta in amore e viceversa?

È una domanda di non semplice risposta. Forse è più facile che una forte attrazione sessuale possa trasformarsi anche in amore, allorquando i due partner si aprono e si lasciano andare a quelle emozioni che giungono dall’anima. Più difficile l’inverso, ma non impossibile. Se un rapporto nasce dall’amore, da una tenerezza condivisa, ma non sul sesso, ovvero manca di attrazione fisica, non è facile recuperarla col tempo, ma non impossibile. Non ci sono regole assolute perché fortunatamente l’uomo è unico e possiede risposte infinite dinanzi a un determinato evento, scelta, bisogno. La libertà di poter essere ciò che si è, è l’unica garanzia di crescita psicologica e sviluppo spirituale!


Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

E’ tempo di bilanci per Roberta Maiolini: la speaker radiofonica si confida tra libri in cantiere e il ruolo della cultura al giorno d’oggi

Roberta Maiolini, speaker radiofonica e scrittrice abruzzese, lo sa bene. “L’Amore Sospeso”, suo esordio letterario, mette al centro dell’interesse l’amore, nello specifico il grande sentimento che lega i due protagonisti.

Federico Falcone

Published

on

“Un tempo sospeso” per riflettere. Su noi stessi, sul cambiamento che sta influenzando le nostre vite e che ci costringerà a rimodulare la nostra stessa esistenza, per lo meno sul breve e medio periodo. Guardare oltre la tragedia derivante dalla diffusione del Coronavirus è complesso, ma se c’è un qualcosa che può guarire ferite e traumi, questo è certamente l’amore.

Roberta Maiolini, speaker radiofonica e scrittrice abruzzese, lo sa bene. “L’Amore Sospeso“, suo esordio letterario, mette al centro dell’interesse l’amore, nello specifico il grande sentimento che lega i due protagonisti. Ma non stiamo vivendo giorni normali, siamo di fronte a un momento storico che, inevitabilmente, fa sorgere riflessioni e porre dubbi. Abbiamo parlato di bilanci e prospettive, di sogni e di speranze. Un’intervista, insomma, a tutto tondo.

Ciao, Roberta, benvenuta su The Walk Of Fame, come te la passi in queste giornate di reclusione forzata?

Ciao, un saluto, un grazie a te e complimenti a The Walk of Fame. In questi giorni cerco di tenermi occupata, il lavoro si è ridotto a tre volte a settimana per limitare il contagio, si lavora uno alla volta, il resto del tempo sto in casa come tutti. Rifletto, cucino, scrivo.

Parliamo de “L’Amore Sospeso”. E’ tempo di bilanci, quale è il tuo?

Il mio romanzo è uscito tre anni fa, autopubblicato, e poi lo scorso 7 novembre con Lupi Editore. Posso fare soltanto un bilancio positivo, mi ha regalato molte soddisfazioni, mi ha permesso di conoscere tante persone nel corso delle presentazioni, di ricevere molti messaggi da lettrici e lettori. Mi ha dato davvero tanto.

E’ stato il tuo esordio come scrittrice; a distanza di tutti questi mesi, ricordi quali sono state le sensazioni che ti hanno spinto a scriverlo e quali quelle provate durante la sua elaborazione?

Avevo da molto tempo voglia di scrivere, di raccontare una storia, ma non iniziavo mai. Poi una mattina all’alba, mentre ero al mare, osservando i colori meravigliosi che andavano dal rosa all’arancio capii che era arrivato il momento di farlo, forse perché la mattina presto per me è il momento migliore della giornata, sa di speranza. Quando scrivevo ero talmente concentrata che le emozioni le provavo dopo, rileggendo. Mi sembrava impossibile che la storia scorresse così sotto i miei occhi e il rumore dei tasti battuti del pc mi mette allegria anche ripensandoci ora. Scrivere è terapeutico.

Provenendo dal mondo della radio, immagino che uno step complesso da superare possa essere stato quello comunicativo. Dietro il microfono ci si esprime in un modo diverso rispetto a quando si deve mettere l’inchiostro su carta. E’ stato difficile questo adattamento?

Devo dire sinceramente che non ho trovato difficoltà, scindo le cose in automatico. La radio la fai anche improvvisando, è fantasia, hai una canzone come colonna sonora su cui parlare. Scrivere è un’esigenza, è stato per me un sogno nel cassetto realizzato. Scrivendo usi la stessa fantasia della radio ma metti nero su bianco storie, emozioni, che alla radio sarebbero troppo lunghe da raccontare.

So che sei una grande lettrice, questo ti aiutato nel raccontare la storia di Ludovica e Paolo?

Moltissimo, leggo da sempre, amo molto i romanzi d’amore, i chick lit soprattutto, di cui la regina per me è Sophie Kinsella, amo anche i gialli, però certamente aver letto tante storie d’amore mi ha aiutato a scrivere con più facilità il legame di Ludovica e Paolo. La lettura per me è evasione positiva, è un viaggio insieme ai personaggi, quindi è stato fondamentale aver sempre letto molto per mettere nero su bianco la trama del mio romanzo.

Stiamo vivendo dei giorni drammatici, in cui l’amore può, e dovrà, svolgere un ruolo primario. Quale è e quale sarà, secondo te?

I giorni che stiamo vivendo io li chiamo “tempo sospeso”, un tempo in cui credo l’amore ha un ruolo principale, inteso non solo come sentimento che proviamo per la persona che amiamo, ma anche verso l’intera umanità. Verso le figure che stanno facendo sacrifici enormi per salvare chi sta male, verso chi lavora per noi, chi si occupa della nostra sicurezza e tutte le altre figure che stanno tentando di fermare il Covid-19. L’amore ha mille sfaccettature e spero che da tutto questo se ne esca più umani e più pronti a donare buoni sentimenti, più capaci di riflettere e di essere meno affrettati, meno cattivi, meno proiettati alla corsa al potere e all’immagine. Forse sogno troppo, mi piace pensare che ne usciremo migliori.

E’ cambiato il tuo modo di parlare al pubblico in queste settimane di emergenza? Quali sono le vibrazioni che percepisci al momento di andare in onda?

Si, è decisamente cambiato. I primi giorni andavo a lavoro con una sorta di paura, con timore, non volevo essere inadeguata al momento. Durante i miei programmi ho sempre parlato di musica, cultura, eventi, libri, cinema, ora posso farlo poco, è tutto fermo. Allora ho dovuto reinventarmi, parlo di musica ma soffermandomi sugli artisti, parlo di libri non citando le uscite rimandate, consiglio tour nei musei virtuali, informo sulle nuove date dei tour rimandati. Prima di aprire il microfono percepisco piccole scariche di adrenalina, faccio attenzione agli argomenti e ai messaggi che arrivano in radio, perché è cambiato anche il rapporto tra speaker e ascoltatore, ma cerco sempre di parlare con il sorriso, quello che vorrei regalare sempre a chi ci ascolta, che si aspetta dalla radio l’informazione sì, ma anche svago.

C’è una cosa, di questa tragedia, che ti ha particolarmente colpito o che ti ha ferita profondamente?

Ci ho messo alcuni giorni per prendere atto di quello che sta accadendo, mi hanno colpito tutte le foto che ho visto di medici, infermieri, sanitari, devastati dalla stanchezza e dalla paura. Il numero delle vittime, enorme, spesso comunicato con distacco, le storie dietro alla perdita di queste persone. Mi ha ferita quello che leggo sui social, davanti a tutto questo c’è ancora chi ha voglia di insultarsi per la politica o per quisquilie che in questo tempo lasciano davvero il tempo che trovano.

Il mondo della cultura, letterario o musicale che sia, sta dando un contributo molto importante, sensibilizzando e supportando l’umore della gente. Quando tutto sarà finito, quale sarà il suo ruolo?

Il mondo della cultura in generale sta facendo molto, in tanti ambiti e un grazie va a tutti. Dopo avrà un ruolo importante, sarà quello però che gli daremo noi, immagino che dopo, anche se passerà ancora molto tempo, tutti avremo voglia di andare ad un concerto, ad uno spettacolo a teatro, a visitare un museo, alla presentazione di un libro. Dopo sarà più importante di prima partecipare e supportare artisti che in questo momento si stanno spendendo molto per creare unione e ricordarci che viviamo in un paese ricchissimo di talento e cose meravigliose.

Prima di lasciare a te le conclusioni, ti faccio un’ultima domanda: stai lavorando al successore de “L’Amore Sospeso”?

Si, sto scrivendo il seguito e, malgrado questi giorni è più complicato, vado avanti, sono a buon punto. Spero che questo periodo passi presto e il dopo ci trovi migliori. Auguro a tutti cambiamenti positivi e al tuo giornale di poter parlare tanto ancora di musica suonata, di nuove uscite, di concerti. Grazie per questo spazio.

Continue Reading

Interviste

Poesia, rock e musica classica: Roberto Bisegna si intervista per The Walk Of Fame

Avatar

Published

on

By

Da due settimane The Walk Of Fame ha posto in essere l’iniziativa dei concerti in streaming. Ogni venerdì, dalle 15 alle 15.30, si esibirà un artista diverso. Suonerà i propri brani inediti e avrà l’opportunità di presentarsi al nostro pubblico. Un modo, questo, che il nostro giornale ha scelto per essere al fianco della musica e dei musicisti, degli appassionati e di tutto coloro i quali desiderano trascorrere un po’ di tempo ad ascoltare musica inedita.

Come redazione abbiamo sentito il bisogno di andare oltre, di garantire alla causa un contributo ancora maggiore. Un impegno, di avvicinare gli artisti alla realtà dello streaming, che abbiamo preso in considerazione perché, prima di tutto, anche noi, che dietro una tastiera cerchiamo di garantirvi una corretta e interessante informazione, siamo musicisti e appassionati.

A margine del concerto c’è l’autointervista. Ogni autore si intervisterà da solo e si presenterà al pubblico. Un modo simpatico e stuzzicante di cogliere gli aspetti più genuini dell’uomo, prima ancora che del musicista. A parlare di sé, e della sua musica, c’è Roberto Bisegna.

“Da chitarrista classico diplomato e laureato in conservatorio si passano ore ed ore di studio suonando e interpretando composizioni di alcuni dei più grandi autori del passato e contemporanei, da Bach a Brouwer, passando da Giuliani e De Falla. Ma non è affatto usuale che il chitarrista in questione abbia anche interesse in altri stili e generi musicali o che trovi dentro di sé ispirazione per scrivere musica propria”.

“Ecco io sono proprio quel chitarrista classico “atipico”: appassionato da sempre di rock, soprattutto progressive rock e più tardi di jazz, tanto da rischiare l’integrità delle unghie, che sono indispensabili per la chitarra classica, pur di suonare il basso elettrico. L’esigenza di esprimere, con la mia musica, emozioni, stati d’animo è venuta fuori quasi per caso. Ti ritrovi in una delle solite giornate di studio, ma le mani si muovono quasi con coscienza propria su un armonia, un accordo o un arpeggio e la mente è ormai catturata, non può far altro che assecondare quella esigenza creativa fino a che il brano non abbia parvenza di qualcosa di compiuto”.

“I primi semplici brani sono nati così quasi per caso, poi si affina tecnica e qualità con l’esperienza, lo studio e la pratica. Devo essere grato a chi per primo ha creduto nelle mie qualità non solo di esecutore, ma anche di compositore: Federico Del Monaco e Dimitri Ruggeri che mi hanno spronato senza pressioni a scrivere musica da commento per i loro racconti, poesie e spettacoli teatrali; sono nati così gli audiolibri “Status D’amore” e “Il dolcetto salvamondo”, le videopoesie “Poemotus 1915” e  “Krokodil” e gli spettacoli teatrali “27 Aprile”, “SinGhiaccio” e “Tra le righe” “.

“Poi nel 2015 l’esigenza di mettere un punto: doveva essere allo stesso tempo un punto di arrivo ed un punto di ri-partenza; ho voluto quindi mettere su disco quelle composizioni che avevo scritto fino a quel momento e che avevano per me un forte significato: è nato, quindi, l’album Dialoghi.
Le mie composizioni hanno sì un significato ed un messaggio molto personale in quanto quasi sempre nate da stati d’animo miei, positivi o negativi che siano, ma credo e spero che le emozioni che ho cercato di trasmettere nelle mie interpretazioni possano essere “decodificate” e fatte proprie da un ascoltatore sensibile. Quello che mi sprona ad andare avanti nello scrivere musica è come prima cosa l’indubbia esigenza personale di esprimere me stesso, senza tralasciare, però, la voglia di condividere e cercare di emozionare.

Per i #concerti in #streaming di The Walk Of Fame: Roberto Bisegna, chitarrista e compositore, che presenta gli inediti degli album "Dialoghi" e "Circles"

Pubblicato da The Walk Of Fame – magazine su Venerdì 3 aprile 2020

Continue Reading

Interviste

Scopriamo i Bloop: la nostra musica per abbattere confini e mescolare sound e stili diversi

Federico Falcone

Published

on

“Schiacciatempo” è il nuovo EP autoprodotto dei milanesi Bloop, pubblicato il 14 febbraio. Un disco che non vuole legarsi ad alcun genere in particolare, costruendo un’esperienza rock – cantautorale con richiami agli autori di qualche generazione fa, nella quale si alternano stati d’animo diversi: a volte più riflessivi, altre volte quasi rabbiosi, altri ancora ironici. La migliore caratteristica, però, è il cantato in italiano. Scelta coraggiosa, soprattutto se in un campo in cui l’esterofilia regna sovrana.

Ciao, ragazzi, come state? Per rompere il ghiaccio, volete presentarvi ai nostri lettori?

Siamo una band milanese, ma caso vuole che tutti i componenti vengano da sotto il Tevere, tre quarti sono pugliesi e un quarto è campano. Facciamo pezzi nostri con testi in italiano, senza porci paletti di genere. Mescoliamo i nostri percorsi musicali e le nostre diverse influenze per concentrarci sul vestito migliore da dare ai singoli brani. Caratteristica che emerge spontanea una volta creato equilibrio e affiatamento nel gruppo. La formazione attuale è composta da Francesco Libertini (voce, tastiera, chitarra acustica), Claudio Nasti (chitarra elettrica, cori), Francesco Franky Todisco (basso, cori), Giuseppe Antonacci (batteria).

Da qualche settimana avete dato alle stampe “Schiattempo”, ep che unisce la poesia del cantautorato all’energia dell’indie-rock. Quando avete iniziato a lavorare a questo progetto?

E’ stata un’evoluzione durata per i nostri primi quattro anni con questa struttura e formazione, ma cominciata già prima. Dico “questa struttura” perché il gruppo inizialmente aveva due fondatori, entrambi autori e cantanti. Alessandro, che suonava anche il basso, è dovuto rientrare a Lecce e attualmente ci segue sulla parte grafica, oltre ad essere coautore di alcune delle canzoni che tuttora suoniamo. Tutte le canzoni dei nostri due primi EP, o per lo meno le bozze, risalgono a quei tempi. Tra le prime riarrangiate e inserite in scaletta con Claudio, Franky e Gabriele c’erano quelle che poi sono rientrate nella demo fatta a casa del 2016, tre più la quarta mai pubblicata perché incompleta, e una versione completamente diversa di Telenovela. Poi è toccato a Di Corsa e Disincontro, quest’ultima in particolare era poco più dell’arpeggio iniziale di chitarra, su cui abbiamo continuato a lavorare successivamente con Diego, il batterista con cui abbiamo registrato Schiacciatempo. Con lui abbiamo composto l’attuale arrangiamento di Telenovela e ripescato, stravolgendola, Non è importante, prima scritta e ultima che abbia trovato una forma soddisfacente. Il lavoro di registrazione e missaggio ci ha impegnato da fine 2018 a metà 2019.

Come si sviluppa il vostro processo di songwriting?

Partiamo da una bozza di struttura e testo. Poi ci lavoriamo in sala, modificando anche la struttura stessa quando serve. Ogni canzone ha una storia a sé, alcune nascono in un’ora e altre si evolvono in anni. Stesso dicasi per gli arrangiamenti, questi poi possono anche cambiare drasticamente negli anni. Faccio qualche esempio. Margherite sulle rocce della vecchia demo è venuta giù subito, arrangiamento idem ed è rimasta sempre più o meno quella. Telenovela è nata rockettara, dritto per dritto e con i chitarroni. Non è importante è stato un parto di anni e senza il contributo di ogni membro del gruppo sarebbe finita nel cesso. 

E’ corretto affermare che tra le vostre influenze musicali, una tra le più evidenti e, chissà, fondamentali è stato Franco Battiato?

Battiato è uno dei pochi italiani che ascoltiamo da sempre, anche quando la quasi totalità degli ascolti viaggiava sul rock in lingua straniera. Sicuramente quindi fa parte del nostro bagaglio di influenze e ci fa piacere che questo emerga in modo spontaneo, pur senza avercelo inserito con intenzione.

La band nasce a Milano ma voi non siete originari del capoluogo lombardo. Come, le vostre rispettive terre di provenienza, hanno influenzato il vostro sound? Quale è il contributo personale di ognuno di voi?

Una delle fortune dei nostri tempi è sicuramente poter avere accesso a una quantità enorme di musica. Di contro, magari viene trascurata quella parte di musica popolare più legata al territorio e alla tradizione locale, che si diffonde molto meno tramite i canali più noti. Credo che le rispettive terre di provenienza abbiano influenzato il nostro sound attraverso le esperienze di vita in contesti diversi, più che attraverso la tradizione musicale locale.

Francesco: sono sicuramente quello più sbilanciato verso il mondo cantautoriale e, in quanto autore, credo che questo si rifletta nel sound complessivo attraverso la scrittura. Negli arrangiamenti prevale il resto delle mie influenze, che mi piace mescolare e inserire senza tenere minimamente conto del loro ruolo originario. Ad esempio nelle parti di pianoforte e piani elettrici, spesso miscugli tra rock, blues e qualcosa di più classico.

Claudio: Mi occupo principalmente di arrangiamenti e a volte può capitare di divertirmi nel fare citazioni intenzionali. Negli arrangiamenti hai la possibilità di prendere del materiale sonoro, decontestualizzarlo e reinserirlo in temi e ambienti completamente diversi dal loro habitat di origine. Il risultato che viene fuori é nel 90% dei casi imprevedibile. Quando parlo di materiale sonoro chiaramente non mi riferisco a brani o autori precisi (quello è plagio), ma magari a frasi musicali che possono avere caratteristiche tipiche di un genere o di un periodo. Mi viene in mente, come esempio più rappresentativo, la chitarra che ho estrapolato dai miei ricordi di bambino, un po’ “watchu wari wari”, un po’ “Rimini Rimini”, insomma una chitarra tipicamente Italian B Movie, inserita in un pezzo quasi prog come Di Corsa. Mi ha riempito di soddisfazione :).

Franky: porto dentro di me il sound e il mood che contraddistingue la mia terra (la Puglia) anche se il mio percorso musicale, come per tanti, è iniziato ascoltando i capisaldi del rock prog anni ’60/70, la new wave anni ’80, il grunge dei ’90, come si fa un po’ a scuola studiando la letteratura e la storia dell’arte degli anni addietro. In questo percorso ho scoperto tante sfumature musicali che credo aver fatto mie e che sicuramente si manifestano in ciò che arrangio e quindi suono, come esperienza e conoscenza appresa, nulla di voluto e di prestabilito. Ecco sicuramente c’è un filo conduttore che esprime la mia attitudine musicale che attraversa tanti continenti, questo è il Groove.  

Beppe: io che sono l’anima sicuramente più pop del gruppo e sono l’ultimo arrivato, non nascondo che sono entrato un po’ in “conflitto” inizialmente con quel che erano già gli arrangiamenti dei brani, però abbiamo insieme ricercato cosa utilizzare e cosa no per amalgamarci al meglio, mantenendo però la mia propria identità proveniente un po’ dal (power) pop internazionale, l’indie britannico e il funky/hip hop dei fratelli neri. Potrei accennare anche al post rock e un periodo radioheadeggiante particolarmente intenso per cui potrei avere dei bug di sistema che ognittanto mi portano a viaggiare. Sono consigliati da nove dentisti su dieci.

Cosa è per voi l’originalità?

Lasciarsi influenzare da molti e imitare nessuno. Non indossare cappellini e orribili felpe dai colori accesi perché va di moda, al contrario, farlo assolutamente se ti piacciono davvero. Fare qualcosa di diverso, diverso e valido chiaramente. Abbattere i paletti, sciogliere il concetto di genere musicale e mescolare. Mettere se stessi in quello che si fa, arricchendosi a vicenda: un insieme di ingredienti che sicuramente evocano sapori già apprezzati, ma che senza dubbio racchiudono qualcosa di unico.

Cosa ne sarà della scena underground quando questa crisi sanitaria sarà cessata? Quali saranno le difficoltà maggiori che ci troveremo ad affrontare?

Molto dipende da quanto ci vorrà per tornare ad una vita normale, o per lo meno prossima alla normalità, e da quali saranno le azioni per sostenere il settore. Non ci lasciamo andare in previsioni in questo senso, in quanto non ci sono gli strumenti necessari. I problemi maggiori riguardano chi in questo periodo è completamente impossibilitato a lavorare, quindi nell’ambito musicale chi lavorava principalmente con i concerti dal vivo. Sicuramente ci saranno dei danni, ma non sarà questo a fermare la musica.

Il tempo a nostra disposizione è finito, lascio a voi le ultime parole famose per salutare i nostri lettori…

Un grande augurio che questa situazione finisca quanto prima. Non vediamo l’ora di portarvi la nostra musica dal vivo, intanto sfruttate il tempo #acasa per ascoltare il disco!

Continue Reading

In evidenza