Al via il Go Abruzzo Festival: positività e arte per rilanciare gli spettacoli dal vivo

L’Italia e l’Abruzzo ripartono anche da qui, da Guardiagrele (Ch) e dal Go Abruzzo Festival. La sesta edizione ha un sapore diverso, speciale, di ripartenza dopo mesi di incertezza e instabilità. Solo poche settimane fa eravamo a interrogarci se questa manifestazione avrebbe avuto un’edizione estiva o se, analogamente a molte altre, sarebbe slittata al 2021. Ma la cultura non si ferma e, pur se tra mille difficoltà, va avanti. Domani, 18 luglio, sarà il momento di Les Indes Galantes, di Jean-Philippe Rameau, spettacolo che inaugura la kermesse. Ne abbiamo parlato con i protagonisti.

Come si coniugano, all’interno di questo spettacolo, le diverse molteplicità dei linguaggi artistici presenti? L’idea originaria è variata in corso d’opera per fare fronte alle necessità del palco oppure è rimasta fedele a sé stessa?

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Maria Cristina Esposito, coordinatrice del corpo di ballo GO Dancers Ensemble, che parteciperà a Les Indes Galantes di J.-Ph. Rameau, il 18 luglio a Guardiagrele: “Lavorare a un’opéra-ballet è impresa complessa e affascinante, all’interno della quale le scelte coreografiche non possono esulare dal disegno drammaturgico generale, quindi dalla stretta collaborazione tra coreografia, regia e direzione musicale. In tal senso la prima ed esplicita richiesta della regia è stata quella di adottare un linguaggio coreografico contemporaneo, capace di tradurre con sensibilità moderna i nuclei concettuali dell’opera – in primis la celebrazione dell’amore in tutte le sue declinazioni -, le atmosfere e gli intrecci delle scene, i colori dei tempi di danza. Il lavoro di composizione, svolto nel rispetto delle modalità di distanziamento richieste dall’emergenza sanitaria, è stato affidato agli stessi danzatori (Tiziano Di Muzio – che ha composto anche per le sue tre giovani danzatrici – Manuele Giovannelli, Laura Petrini, Cristina Squartecchia) che, pur lavorando a distanza, hanno realizzato una trama coreografica felicemente assemblata in sede di prova musicale. Anche in questo caso il connubio ormai consolidato tra lo stile coreografico contemporaneo e musica barocca ha svelato una volta di più la ricchezza e la modernità della musica di Rameau, che nella plasticità dei corpi e delle forme coreografiche ha incontrato una traduzione esteticamente moderna del concetto di barocco, nel rispetto della chiave di lettura fresca e giovanile richiesta dalla regia. Passando alla seconda parte della domanda, bisogna considerare che ogni messa in scena, anche quella più rigorosa dal punto di vista storico-filologico, vede l’interpretazione di una regia, quindi una traduzione estetica e poetica che comporta inevitabilmente un tradimento. Le prassi musicali storicamente informate sono il punto di partenza, ma nella pratica della messa in scena la fedeltà al libretto e alla musica deve poi fare i conti con le esigenze specifiche dell’allestimento, del contesto organizzativo, del pubblico. Difficile parlare di fedeltà. Nel teatro musicale settecentesco la rimodulazione dei testi e dei materiali musicali era funzionale alla messa in scena, in tal senso ogni allestimento poteva e può comportare adattamenti e “tradimenti”. Nel nostro caso, aver avvicinato a questa splendida opera di Rameau tanti giovani artisti e un pubblico nuovo corrisponde comunque, al di là degli adattamenti, ad un successo che premia il coraggio degli organizzatori.

Con riguardo alle misure di distanziamento sociale che hanno interessato le scorse settimane, quali sono state le difficoltà principali nel preparare questo spettacolo?

Antonello Lupiani, fondatore e organizzatore del GO Abruzzo Festival: “Più che di difficoltà parlerei di un modo diverso di approcciare lo spettacolo, posto che comunque le difficoltà ci sono sempre. Sostanzialmente il rispetto dei distanziamenti comporta l’utilizzo di spazi maggiori ove possibile, oppure impone di ridurre il pubblico in presenza di spazi simili rispetto alle precedenti edizioni. Quest’anno abbiamo cercato di avere un palco più grande per permettere agli interpreti (cantanti, ballerini e coristi) di essere il più possibile distanti. Sul fronte degli spettatori abbiamo messo in vendita la metà dei biglietti, in modo da avere gli spettatori a un metro di distanza tra loro come i protocolli richiedono”.

Il mondo della cultura e dell’intrattenimento dal vivo prova a riprendersi i propri spazi, se pure con i tanti limiti che ci sono. Questi settori godono delle giuste attenzioni, da parte del nostro governo, o si necessita di altro?

Maurizio Colasanti, direttore d’orchestra, fondatore del GO FESTIVAL: “Ho la sensazione che la cultura sia vittima anche nel nostro paese di un capitalismo estetico che confonde l’arte con i bilanci. La società contemporanea ha prodotto un “homo aestheticus”, ad uso del consumo. La dimensione esistenziale dell’arte è stata deviata verso l’immagine, l’evento, la parvenza di una proiezione di sé inesistente. In questo senso ho l’impressione che le élite che ci governano anziché privilegiare l’aspetto etico dell’arte, proprio inseguendo il bello inteso solo come semplice immagine di sé o come prodotto promozionale, abbiano inconsapevolmente deviato dalla ricerca del bello come forma di conoscenza. Venendo alla sua domanda, io farei una prima distinzione: intrattenimento e cultura non sono sinonimi. L’intrattenimento è un risultato del capitalismo culturale, la cultura invece è il prodotto di una ricerca umana che benché non sempre compresa, è la sola forma espressiva che determina il valore di un’opera d’arte. I governi mi sembra che privilegino semplicemente lo status quo ante senza promuovere lo status quo post”.

Quale è il valore del portare uno spettacolo del genere in un borgo tipico d’Abruzzo? Quale è il peso che l’apparato cultura ha per rilanciare quei territori dove non vi sono sufficienti fondi o dove le amministrazioni hanno difficoltà a dare spazio alle forme d’arte?

Susanna Rigacci, coordinatrice dell’Opera Studio e curatrice del cast dell’opera: “E’ un’operazione molto particolare questa che stiamo proponendo nell’edizione 2020 del GO Festival: un’opera barocca di Jean-Philippe Rameau, un compositore che non è tra i più noti al grande pubblico. Un’opera quindi che ha uno stile diverso rispetto all’opera italiana, ed è anche scritta in un’altra lingua. Ma l’abbiamo scelta perché, oltre ad avere una musica strepitosa, è un’opera completa e composita, con canto, coro e balletto. E noi la proponiamo all’aperto, non all’interno di un teatro, è una sfida anche questa. Nelle passate edizioni abbiamo rappresentato Così fan tutte, Rigoletto, Il Barbiere di Siviglia… opere estremamente conosciute e popolari. Ma l’anno scorso, insieme a Rigoletto, abbiamo proposto Il combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi che ha ottenuto un grande successo, a dimostrazione che il pubblico, pur affezionato alle grandi opere, ha sete di novità. Anche il pubblico di un borgo abruzzese come Guardiagrele, dove non è facile trovare spazio per il rilancio della cultura e dell’arte dopo un periodo difficile come quello che abbiamo vissuto e non ci siamo ancora lasciati alle spalle. Il pubblico si lascia affascinare da ciò che non conosce. E Les Indes galantes non è solo un capolavoro del barocco francese, ma anche un’opera di una novità coinvolgente e affascinante. Oltre alla ricchezza di cui abbiamo già detto, ha la particolarità di non avere una trama unica, ma di essere strutturata in un prologo e quattro atti che sono episodi indipendenti l’uno dall’altro, con storie e personaggi diversi, pur se legati da più fili conduttori: la rappresentazione delle terre lontane e selvagge genericamente chiamate “Indie”, il tema dell’amore declinato in diverse forme, e la lotta tra bene e male, amore e guerra, con un messaggio molto moderno di pace e di rispetto reciproco tra le culture.

E’ pensabile che questo spettacolo possa subire delle variazioni in futuro e quindi evolversi per rinnovarsi?

Maurizio Colasanti, direttore d’orchestra, fondatore del GO FESTIVAL: “La cultura è una forma di intelligenza e come tutte le forme di intelligenza non è mai statica. La mente è meravigliosa proprio perché riesce a escogitare sempre nuove soluzioni. In questo senso sono darwinista: appartenente a un processo evolutivo, la cultura non può mai riproporre gli stessi prodotti nelle stesse confezioni e con le stesse modalità espressive. I teatri, le orchestre, gli artisti che dovessero riproporre l’eterno ritorno dell’uguale sono a mio avviso destinati all’oblio e non fanno cultura, ma solo intrattenimento. In questo senso le dico che no, non è pensabile. È necessario che tutte le forme d’arte acquistino una costante tensione alla rivoluzione. Anche per questo spettacolo vale l’assu

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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