Connect with us

Libri

“Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza”: ristampata l’opera di Graciàn del 1647

Published

on

La casa editrice Adelphi ha ripubblicato “Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza” di Baltasar Graciàn, libro stampato la prima volta nel 1647 e scritto da un gesuita aragonese.

All’inizio della decadenza dell’impero spagnolo, Graciàn realizza un testo enigmatico, densissimo, spiazzante composto di 300 brevi aforismi fulminanti nella loro icasticità, paronomasie, ossimori, metafore, calembour. Il gesuita si assume il compito di elaborare una via, sempre strettissima, per il cristiano che opera nel mondo post rinascimentale e della prima modernità, un mondo che, dopo Machiavelli, sembra aver rescisso il legame non solo tra morale e politica, in nome della novella ragion di stato, ma anche tra morale e rapporti personali dando vita per contrapposizione, all’interno del Cattolicesimo stesso, a riflessioni polemiche rigoriste sfocianti nell’eterodossia di alcune posizioni gianseniste.

MyZona

Leggi anche: Alessandro Manzoni e il covid ante-litteram

Ma la raccolta di Graciàn non è un “Colloquio con se stesso”, come il testo di Marco Aurelio il cui stoicismo spesso traspare tra le righe e neanche un insieme di “Pensieri” dominati dalla scommessa sull’esistenza di Dio, come il contemporaneo libro di Pascal, non è neppure l’antesignana di uno Zarathustra che si aggira nel deserto del moderno nichilismo, come la lesse Nietzsche dopo la riscoperta da parte di Schopenhauer. Graciàn è innanzi tutto un gesuita spagnolo del Siglo de oro e l’illuminante saggio di Marc Fumaroli in appendice ne chiarisce molto bene il significato.

L’arte della prudenza parte dal presupposto della fragilità della condizione umana sempre in procinto di rovinare nel male. Nell’uomo il peccato originale ha creato un “vulnus” compromettendone, non irrimediabilmente a differenza di quanto sostenuto dal protestantesimo, le facoltà; nel suo spazio interiore, spesso viene citato il temine della teologia mistica synderesis, né totalmente corrotto né senza speranza, opera la Grazia divina e, attraverso la Grazia illuminante le proprie facoltà, l’uomo può agire, senza smettere di essere Cristiano, in un mondo che si è congedato dal Cristianesimo medievale.

Leggi anche: Sì al mantenimento della didattica a distanza nelle Università

Gli aforismi però non mirano a elaborare un’etica in sé conchiusa perché non si tratta di individuare delle norme rigide da applicarsi alle più svariate occasioni; l’obiettivo è mostrare come comportarsi con prudenza e autodisciplina, senza farsi trascinare dalle passioni, ma controllandole, poiché anch’esse possono essere utilizzate positivamente, agendo quindi non in modo  rigido, ovvero prevedibile, bensì flessibile, in grado di adattarsi alle innumerevoli situazioni quotidiane né per una mera autoaffermazione né perseguendo una politica di potenza che abbia rescisso i legami dalla “respublica Christiana”.

In un testo teologicamente densissimo (i problemi di fondo sono il rapporto tra Grazia e libertà dell’uomo, l’interpretazione di Agostino, la morale gesuitica contrapposta alla posizione giansenista, il valore dell’operare umano, l’antimachiavellismo) dove però la teologia non sembra mai comparire, l’ultimo brano dà il tono al tutto perché al fondo dell’opera, come sigillo finale del testo l’aforisma 300 s’intitola “In una parola, santo”.

Qui la virtù umana, santificata dalla Grazia divina, rende infine “un individuo saggio, attento, sagace, accorto, coraggioso, dignitoso, integro, felice” (pag. 145). Meditazioni sugli “Esercizi spirituali” di Loyola (“Dio si adopera e lavora per me in tutte le cose create sulla faccia della terra”, Quarta Settimana), sul Vangelo (“Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” Matt. 10,16,), sui grandi classici, in primis Cicerone, Tacito e Seneca, suggestioni dell’umanesimo cristiano erasmiano e del relativo confronto con Lutero sul “servo arbitrio”, nonché una ripresa del “Nulla di troppo” delfico rappresentano i punti di riferimento di Graciàn che sa bene di non poter cambiare la natura umana, ma vi si adegua (prudentemente), la accetta nelle sue debolezze e bassezze, nelle sue piccole cattiverie e grandi malvagità (i lupi dell’Evangelo), nella certezza che la Grazia divina opera in esse e l’uomo non è del tutto corrotto nel suo agire: è la ripresa gesuitica, si pensi a Matteo Ricci e San Francesco Saverio, dell’esempio paolino: “Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”, 1 Cor. 9,22.

Leggi anche: Sibilla Aleramo, vita fuori dagli schemi di un’autrice da riscoprire

Ma il testo dell’Adelphi è di notevole interesse anche per il poc’anzi citato corposissimo saggio di Fumaroli. Il grande intellettuale francese ha il merito di ricondurre Graciàn alle sue coordinate di pensiero facendolo reagire con la cultura a lui contemporanea, soprattutto francese. Nell’analisi della ricezione oltralpe Fumaroli delinea un’interpretazione del Gran Siècle francese in cui il gesuita è posto in relazione con le correnti culturali del giansenismo, del gallicanesimo e del machiavellismo paganeggiante del Re Sole; emergono così, quasi in controluce rispetto al rapporto con Gracìan, i presupposti dei cosiddetti Lumi settecenteschi nonché l’approdo all’ideologia rivoluzionaria.

Fumaroli tratteggia una “via francese alla modernità” di notevole interesse anche per noi italiani perché spesso i percorsi intellettuali franco-spagnoli incrociano la letteratura, le arti e la politica degli stati della penisola e soprattutto nei centri più importanti di Venezia, Roma e Napoli.

E’ da rilevarsi, in chiusura, come nel Belpaese su Gracìan, sul barocco e su tutto il ‘600 italiano abbia pesato il giudizio negativo della critica otto novecentesca di Croce e prima ancora di De Sanctis. Il XVII secolo, compreso l’autore dell’Oracolo, è stato visto solo come decadenza, vuota verbosità, arido artificio.

Così è poco ricordato Torquato Accetto e la sua “Della dissimulazione onesta”, Napoli 1641, ove il termine dissimulazione, centrale nel gesuita aragonese, non è sinonimo di ipocrisia, ma affonda le radici nell’ambiguità ontologica dell’uomo nello status naturae lapsae; non si presta attenzione alla poesia di Giovan Battista Marino e al suo ammirevole lavoro sulla lingua, che sarebbe così utile per tanti improvvisati poeti contemporanei obnubilati dalla ipostasi del “genio”; sono ignorate le eleganti poesie in latino di Urbano VIII Barberini, pensate proprio contro Marino in funzione antispagnola e filofrancese.

Leggi anche: Rea Silvia, la madre di Roma | ArcheoFame

Trascurati sono i legami della nostra cultura con la poesia di Gòngora, i pìcari di Quevedo il teatro di Lope de Vega e Calderon de la Barca; ricordiamo Cervantes ma poco conosciuto è Graciàn il cui trattato di estetica, “L’acutezza e l’arte dell’ingegno”, è stato posto in relazione, dalla critica più avvertita, con le avanguardie novecentesche, ma è stato disprezzato da Croce.

Proprio per riavvicinarci a questi autori, italiani e spagnoli, per riprendere il filo che a loro ci lega, per riscoprire il loro ruolo europeo, talvolta mediterraneo, sempre sovranazionale vale la pena rileggere Graciàn. Egli, a distanza di quattro secoli ha ancora molto, moltissimo da insegnarci e da dirci non solo su noi stessi ma anche sul Cattolicesimo e sull’attuale Pontefice che della famiglia spirituale di Graciàn e della sua tradizione teologica e filosofica, per tacere della lingua, fa saldamente parte.

Articolo e recensione a cura di Nicola F. Pomponio

Libri

Addio ad Antonio Pennacchi, lo scrittore-operaio

Published

on

Antonio Pennacchi

Addio ad Antonio Pennacchi. Lo scrittore Premio Strega (ha vinto nel 2010 con Canale Mussolini) sarebbe stato stroncato da un infarto. L’ex operaio diventato scrittore di successo, che con i suoi romanzi ha fatto conoscere al grande pubblico l’impresa della bonifica dell’agro pontino, si è spento a Latina, all’età di 71 anni. Aveva lavorato all’Alcatel Cavi. Aveva alle spalle anche una carriera politica.

Foto di Aldo Ardetti di Wikipedia in italiano, CC BY-SA 3.0

MyZona

Continue Reading

Libri

I tesori delle sorelle Brontë: che l’asta abbia inizio

Published

on

Sotheby’s ha deciso: all’asta l’incredibile collezione di oltre 500 manoscritti da sempre sotto l’ala protettiva delle famose Emily, Charlotte e Anne Brontë.

Perché sì, le tre sorelle inglesi, celebri soprattutto per la creazione di pietre miliari della letteratura vittoriana come Cime tempestose e Agnes Grey, hanno lasciato al mondo un’eredità di estremo valore culturale.

MyZona

La loro stupefacente collezione di manoscritti, mantenuta nel tempo proprio grazie alle accortezze di queste tre grandi scrittrici, oggi rischia di perdersi. La casa d’asta Sotheby’s ha deciso di mettere all’asta il tutto, portando così a rischio l’unicità di questo patrimonio. Per fortuna che qualcuno si è mobilitato per interferire in tutto ciò.

Leggi anche: L’influenza di Cime tempestose

Con l’intenzione di salvaguardare il preziosissimo tesoro, il Brontë Parsonage Museum, ovvero il museo dedicato alla scrittura delle tre sorelle, e la Brontë Society stessa si sono rivolti al parlamento britannico, per evitare che privati possano compromettere l’integrità della collezione. 

A mettere i puntini sulle “i” è stata la Friend of the National Libraries, ossia l’associazione benefica nata per tutelare il capitale scritto e stampato della Gran Bretagna, la quale, con la sua influenza, è riuscita a stabilizzare un colosso come la Sotheby’s, che si è vista costretta almeno a rimandare l’asta.

Leggi anche: “A riveder le stelle”: a Bevagna il teatro va incontro al pubblico con Dante

Ma non è tutto, perché la suddetta associazione è anche in prima linea per poter acquistare lei stessa tutto ciò che racchiude la Honresfield Library (questo il nome dell’eredità di Emily, Charlotte e Anne). Ma entriamo nel dettaglio: cosa davvero racchiude il lascito di queste maestre della letteratura inglese ottocentesca?

La straordinaria raccolta di volumi include non solo libri stampati ma anche manoscritti, lettere e pagine di diario delle stesse sorelle Brontë: fiore all’occhiello c’è la prima edizione di Cime tempestose, con tanto di commenti scritti personalmente a mano dall’autrice, insieme ad alcuni testi di altri scrittori, amatissimi dalle Brontë, come Walter Scott, Thomas Bewick e Robert Burns.

Ma c’è qualcos’altro, qualcosa che spinge in molti a farsi avanti con la proposta della Sotheby’s, un dettaglio che per gli amanti della letteratura fa davvero la differenza. Il tutto racchiuso in un piccolo libricino, contenente ben 31 poesie scritte di pugno proprio da Emily Brontë. Un quaderno preziosissimo datato 1844, che non è solamente considerato introvabile, ma che segna anche l’inizio della carriera della grande scrittrice.

Più cupa, dai gusti ombrosi e segreti, Emily era l’unica delle tre sorelle che avrebbe potuto dar vita ad una storia potente come quella che vede Heathcliff e Catherine come protagonisti. Fu sua sorella maggiore Charlotte, “mamma” di Jane Eyre, a scoprire questo taccuino segreto, pieno di componimenti affatto pronti per la stampa e del tutto personali.

Le tre donne scrivevano da tempo, soprattutto per diletto. Insieme a loro anche il loro unico fratello, Branwell Brontë, e forse proprio grazie alla sua presenza misero su una vera e propria “setta letteraria”, composta da Currer, Ellis and Acton Bell (i tre pseudonimi maschili che vennero utilizzati per le prime edizioni dei romanzi Brontë, in risposta ai pregiudizi del tempo).

Leggi anche: “I Classici del Giallo della British Library” approdano in Italia

Vite piene, descritte e raccolte fra le pagine private di manoscritti, per il momento ancora accessibili a tutti, al pubblico. Ma le cose potrebbero presto cambiare, e rischieremmo così di veder quel patrimonio perso in case di privati dall’altra parte del mondo, senza poterle reperire e avere sottomano, come pagine strappate di un unico grande libro.

Qualora la raccolta fondi dovesse andare a buon fine, grazie alle cooperazioni tra le biblioteche inglesi, alle associazioni e al passaparola, si potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e potremmo tutti raggiungere Haworth, nello Yorkshire, per goderci a pieno il Brontë Parsonage Museum. La letteratura è libertà d’espressione, e tutti dovremmo poterne godere a pieno nel tempo.

Incrociamo le dita

Continue Reading

Libri

“Il restauratore di libri”: il nuovo libro di Massimo Zona

Dopo la saga noir sul detective Mauro Baveni, lo scrittore romano ci intriga con un giallo

Published

on

Dopo le molteplici avventure noir del detective Mauro Baveni, giunte ormai al sesto libro della saga, lo scrittore romano Massimo Zona si cimenta in un giallo. Il restauratore di libri (LFA Publisher) vi terrà col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Giovanni è un restauratore di libri innamorato del proprio lavoro. La sua vita tranquilla e metodica viene, però, messa a soqquadro quando scopre, celata all’interno della copertina di un libro del XVI secolo, una pergamena in aramaico. Un testo così antico, vergato nella lingua di Gesù, non potrà che sollevare curiosità e insospettabili appetiti. Quanto questi siano pressanti, Giovanni lo scoprirà a sue spese, venendo trascinato dagli eventi in lungo e in largo, potendo contare solo sull’aiuto di Aisha, bibliotecaria siriana con un passato misterioso. Fughe e inseguimenti, scoperte sensazionali e antiche rivelazioni, passione per i libri e ricerca della verità sono il collante che terrà il lettore col fiato sospeso.

MyZona

Massimo Zona è nato a Roma da una professoressa di lettere e un ufficiale di marina. Nella capitale ha frequentato il liceo classico Virgilio e l’Università La Sapienza, dove nel 1972 si è laureato in Giurisprudenza. Vinto un concorso di commissario nella Polizia di Stato, vi rinunciò per entrare in una multinazionale petrolifera che gli permetterà di girare ItaliaEuropa e America. Vi ha lavorato come dirigente fino ai suoi 45 anni, quando si è licenziato per fondare un’agenzia commerciale di supporto all’attività delle multinazionali del petrolio, avviando un lavoro in proprio.

Oggi, nella sua azienda, lavorano tutti e tre i figli e la moglie dello scrittore, libero finalmente di dedicarsi totalmente a quel che più gli piace: scrivere. Attualmente in pensione, Massimo Zona risiede a Calvi Risorta, piccola cittadina dell’hinterland nord della provincia di Caserta.

Leggi anche: “Mormolice”: il Principe, il Lupo e la Rosa

Autore di poesie, sia in lingua che in vernacolo romanesco, di racconti brevi e di romanzi, dalla penna di Massimo Zona è nato il personaggio di Mauro Baveni, l’investigatore della terra dei fuochi, un personaggio controverso, ma decisamente accattivante, che dopo una vita spesa nei Servizi segreti, si è reinventato detective privato per non morire di noia e arrotondare la pensione. La sua etica elementare porterà Baveni sempre a scegliere, in maniera pragmatica, tra bene e male, tra amore e giustizia. E come sempre, senza tentennamenti di sorta. Le storie dell’investigatore privato Mauro Baveni hanno costituito una vera e propria saga, con l’uscita di ben sei libri.

Lo scrittore ha infatti dato alle stampe i romanzi noir Rosso teatro (2015) e La cantina di tufo (2017) con le Edizioni Italia, quindi Un amore comunque (2019), L’arciere di dio (2020), Il risveglio di Mauro (2020), Porto Rotondo, la notte dei gatti randagi (2021), tutti con LFA Publisher. Ha pubblicato inoltre il libro di racconti Sette piccole storie (Booksprint, 2015), Quella casa sulla roccia e altre piccole storie (La Ruota editore, 2017), che ha vinto il Premio Navarro 2018, la silloge di poesie e canzoni Discende il vento (Casa Editrice Piccola Ed. Italia, 2018) e Recita di Natale (Amazon Kindle, 2019), commedia musicale in tre atti e trenta canzoni. Massimo Zona è un talento multiforme: oltre che scrittore e poeta, infatti, è anche un fine cantautore.

Continue Reading

In evidenza