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“Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza”: ristampata l’opera di Graciàn del 1647

Redazione

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La casa editrice Adelphi ha ripubblicato “Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza” di Baltasar Graciàn, libro stampato la prima volta nel 1647 e scritto da un gesuita aragonese.

All’inizio della decadenza dell’impero spagnolo, Graciàn realizza un testo enigmatico, densissimo, spiazzante composto di 300 brevi aforismi fulminanti nella loro icasticità, paronomasie, ossimori, metafore, calembour. Il gesuita si assume il compito di elaborare una via, sempre strettissima, per il cristiano che opera nel mondo post rinascimentale e della prima modernità, un mondo che, dopo Machiavelli, sembra aver rescisso il legame non solo tra morale e politica, in nome della novella ragion di stato, ma anche tra morale e rapporti personali dando vita per contrapposizione, all’interno del Cattolicesimo stesso, a riflessioni polemiche rigoriste sfocianti nell’eterodossia di alcune posizioni gianseniste.

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Ma la raccolta di Graciàn non è un “Colloquio con se stesso”, come il testo di Marco Aurelio il cui stoicismo spesso traspare tra le righe e neanche un insieme di “Pensieri” dominati dalla scommessa sull’esistenza di Dio, come il contemporaneo libro di Pascal, non è neppure l’antesignana di uno Zarathustra che si aggira nel deserto del moderno nichilismo, come la lesse Nietzsche dopo la riscoperta da parte di Schopenhauer. Graciàn è innanzi tutto un gesuita spagnolo del Siglo de oro e l’illuminante saggio di Marc Fumaroli in appendice ne chiarisce molto bene il significato.

L’arte della prudenza parte dal presupposto della fragilità della condizione umana sempre in procinto di rovinare nel male. Nell’uomo il peccato originale ha creato un “vulnus” compromettendone, non irrimediabilmente a differenza di quanto sostenuto dal protestantesimo, le facoltà; nel suo spazio interiore, spesso viene citato il temine della teologia mistica synderesis, né totalmente corrotto né senza speranza, opera la Grazia divina e, attraverso la Grazia illuminante le proprie facoltà, l’uomo può agire, senza smettere di essere Cristiano, in un mondo che si è congedato dal Cristianesimo medievale.

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Gli aforismi però non mirano a elaborare un’etica in sé conchiusa perché non si tratta di individuare delle norme rigide da applicarsi alle più svariate occasioni; l’obiettivo è mostrare come comportarsi con prudenza e autodisciplina, senza farsi trascinare dalle passioni, ma controllandole, poiché anch’esse possono essere utilizzate positivamente, agendo quindi non in modo  rigido, ovvero prevedibile, bensì flessibile, in grado di adattarsi alle innumerevoli situazioni quotidiane né per una mera autoaffermazione né perseguendo una politica di potenza che abbia rescisso i legami dalla “respublica Christiana”.

In un testo teologicamente densissimo (i problemi di fondo sono il rapporto tra Grazia e libertà dell’uomo, l’interpretazione di Agostino, la morale gesuitica contrapposta alla posizione giansenista, il valore dell’operare umano, l’antimachiavellismo) dove però la teologia non sembra mai comparire, l’ultimo brano dà il tono al tutto perché al fondo dell’opera, come sigillo finale del testo l’aforisma 300 s’intitola “In una parola, santo”.

Qui la virtù umana, santificata dalla Grazia divina, rende infine “un individuo saggio, attento, sagace, accorto, coraggioso, dignitoso, integro, felice” (pag. 145). Meditazioni sugli “Esercizi spirituali” di Loyola (“Dio si adopera e lavora per me in tutte le cose create sulla faccia della terra”, Quarta Settimana), sul Vangelo (“Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” Matt. 10,16,), sui grandi classici, in primis Cicerone, Tacito e Seneca, suggestioni dell’umanesimo cristiano erasmiano e del relativo confronto con Lutero sul “servo arbitrio”, nonché una ripresa del “Nulla di troppo” delfico rappresentano i punti di riferimento di Graciàn che sa bene di non poter cambiare la natura umana, ma vi si adegua (prudentemente), la accetta nelle sue debolezze e bassezze, nelle sue piccole cattiverie e grandi malvagità (i lupi dell’Evangelo), nella certezza che la Grazia divina opera in esse e l’uomo non è del tutto corrotto nel suo agire: è la ripresa gesuitica, si pensi a Matteo Ricci e San Francesco Saverio, dell’esempio paolino: “Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”, 1 Cor. 9,22.

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Ma il testo dell’Adelphi è di notevole interesse anche per il poc’anzi citato corposissimo saggio di Fumaroli. Il grande intellettuale francese ha il merito di ricondurre Graciàn alle sue coordinate di pensiero facendolo reagire con la cultura a lui contemporanea, soprattutto francese. Nell’analisi della ricezione oltralpe Fumaroli delinea un’interpretazione del Gran Siècle francese in cui il gesuita è posto in relazione con le correnti culturali del giansenismo, del gallicanesimo e del machiavellismo paganeggiante del Re Sole; emergono così, quasi in controluce rispetto al rapporto con Gracìan, i presupposti dei cosiddetti Lumi settecenteschi nonché l’approdo all’ideologia rivoluzionaria.

Fumaroli tratteggia una “via francese alla modernità” di notevole interesse anche per noi italiani perché spesso i percorsi intellettuali franco-spagnoli incrociano la letteratura, le arti e la politica degli stati della penisola e soprattutto nei centri più importanti di Venezia, Roma e Napoli.

E’ da rilevarsi, in chiusura, come nel Belpaese su Gracìan, sul barocco e su tutto il ‘600 italiano abbia pesato il giudizio negativo della critica otto novecentesca di Croce e prima ancora di De Sanctis. Il XVII secolo, compreso l’autore dell’Oracolo, è stato visto solo come decadenza, vuota verbosità, arido artificio.

Così è poco ricordato Torquato Accetto e la sua “Della dissimulazione onesta”, Napoli 1641, ove il termine dissimulazione, centrale nel gesuita aragonese, non è sinonimo di ipocrisia, ma affonda le radici nell’ambiguità ontologica dell’uomo nello status naturae lapsae; non si presta attenzione alla poesia di Giovan Battista Marino e al suo ammirevole lavoro sulla lingua, che sarebbe così utile per tanti improvvisati poeti contemporanei obnubilati dalla ipostasi del “genio”; sono ignorate le eleganti poesie in latino di Urbano VIII Barberini, pensate proprio contro Marino in funzione antispagnola e filofrancese.

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Trascurati sono i legami della nostra cultura con la poesia di Gòngora, i pìcari di Quevedo il teatro di Lope de Vega e Calderon de la Barca; ricordiamo Cervantes ma poco conosciuto è Graciàn il cui trattato di estetica, “L’acutezza e l’arte dell’ingegno”, è stato posto in relazione, dalla critica più avvertita, con le avanguardie novecentesche, ma è stato disprezzato da Croce.

Proprio per riavvicinarci a questi autori, italiani e spagnoli, per riprendere il filo che a loro ci lega, per riscoprire il loro ruolo europeo, talvolta mediterraneo, sempre sovranazionale vale la pena rileggere Graciàn. Egli, a distanza di quattro secoli ha ancora molto, moltissimo da insegnarci e da dirci non solo su noi stessi ma anche sul Cattolicesimo e sull’attuale Pontefice che della famiglia spirituale di Graciàn e della sua tradizione teologica e filosofica, per tacere della lingua, fa saldamente parte.

Articolo e recensione a cura di Nicola F. Pomponio

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A tu per tu con John Steinbeck: l’intervista impossibile sulle radici del rock

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Come immaginereste un’intervista a John Steinbeck (1902-1968)? Uno dei nostri collaboratori ha ideato un ipotetico e immaginario dialogo a due tra la nostra testata e l’autore americano che ha influenzato direttamente ed indirettamente la nascita della musica rock. Lo scopo è proprio quello di indagare i rapporti tra letteratura e musica.

The Walk Of Fame è riuscita nella non facile impresa di intervistare John Steinbeck. Quanto segue è il risultato del nostro confronto

MyZona

The Walk of Fame:
John, The Walk of Fame è sinceramente orgogliosa di essere riuscita a strapparle questa intervista

John Steinbeck:
Beh, un po’ lo immagino, se metto da parte la falsa modestia.
Qualcuno c’era anche riuscito, negli anni ’60, ma le assicuro che dal 1968 questa è la prima volta che qualcuno ce la fa davvero.

TWoF
Eh, per questo ne siamo orgogliosi.
Dunque, caro John – possiamo chiamarla così, vero? – lei sa che dai suoi romanzi che han cantato la nascita del mito della frontiera e del sogno americano è scaturita praticamente tutta la musica che poi si sarebbe chiamata “rock”?

JS
Certo che potete chiamarmi John.
Smettiamola anche con questo tono formale e parliamo da vecchi amici.
E visto che dite che dal mito della frontiera e dal mito del sogno americano è nata tutta la musica rock, significa che voi siete quelli che han capito esattamente il significato di quello che ho scritto!

TWoF
Grazie di cuore, John.

JS
Niente, è la verità.
Ai miei tempi mi crocifiggevano per quello che scrivevo.
Sai che in molti stati volevano bandire i miei libri?
Mentre – certo che lo sapevo! – i rockers che occupano le vostre prime pagine e con cui siete cresciuti voi han cantato l’America che avevo raccontato io.

TWoF
E cosa pensi, allora, di quelli che si sono ispirati ai tuoi personaggi?

JS
Tutto il bene possibile, ovviamente.
Non credo di aver mai sentito un cantautore degli anni ’60 e ’70 che non avesse, nel suo background, la mia America, i miei personaggi, i miei poveri e la disperazione di chi vedeva infrangersi il proprio sogno nel tritacarne dell’economia a stelle e strisce.

TWoF
Imitavano anche le pronunce degli uomini della frontiera, lo sai?

JS
(ride sinceramente divertito)
Sì, sì, lo so! Quel John Fogerty, che figlio di buona donna! (non ha detto proprio così, ndc)
Un californiano che finge di parlare texano arrotando le r in [oi] e vestendo solo camicie a scacchi.
Eppure, quando cantava di quel ragazzo che doveva guadagnarsi da vivere lavando i piatti sulla *Proud Mary*, beh, mi sembrava di sentire la voce di uno dei personaggi di Tortilla Flat!
(Pian della Tortilla)
Bravissimo, però!
E un po’ tutti i testi dei Creedence Clearwater Revival sembrano acquarelli ispirati ai miei personaggi.

TWoF
Vero.
Ma adesso parlaci un po’ di quelli che sono i tuoi eredi dichiarati, cioè Woody Guthrie e Bob Dylan.

JS
Beh, andiamo al cuore della questione, allora.
Quelli sono mio fratello e mio figlio, no?
Woody – che tipo! – è praticamente mio coetaneo; se n’è andato anche prima di me
E quando ha scritto “This Land Is Your Land” sono andato a casa sua e ho bussato alla sua porta dicendo che doveva darmi i diritti d’autore!
(ride di gusto)

TWoF
E come reagì?

JS
Beh, mi chiese chi fossi e di che diritti d’autore stessi parlando

TWoF
Ma tu eri veramente arrabbiato con lui o era un gioco tra artisti?

JS
Certo che era più un gioco tra artisti.
Ma lui la prese seriamente e mi mostrò la sua chitarra con su scritto “This Machine Kills Fascists”.
Io lotto, mica mi limito a descrivere, caro John – mi disse con quel suo tono serissimo e profondo.
Lì avrei voluto arrabbiarmi; ma come? E io cosa ho fatto con Grapes Of Wrath (Furore, ndc) e soprattutto con East Of Eden (La Valle dell’Eden, ndc)?
Non ho cantato anch’io come te la sofferenza e la lotta dei derelitti e degli ultimi?
Vabbè, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, alla fine.
Non potevo certo arrabbiarmi con lui.


TWoF
E Dylan?
JS
Beh, lui ha raccolto i frutti del lavoro di tutti e due!
All’inizio voleva proprio essere Woody Guthrie; era andato a trovarlo in ospedale quando sapeva che se ne stava andando per berne la sua linfa; poi è andato più nella direzione della protesta diretta ad eventi e persone specifiche.
Ma è durato poco; quando ce ne siamo andati noi, ha iniziato a cantare anche lui cose del cuore.
Ma ci metteva sempre dentro quella rabbia e quella difesa dei diritti civili che ha imparato da noi due, no?
(sorride pieno di orgoglio)
Blood On The Tracks e Desire sono secondo me i suoi migliori lavori.
E in Shelter From The Storm, in Hurricane non si trova forse quella rabbia sociale che aveva guidato i Joads ad uscire dal Dust Bowl (lo spunto iniziale di “Furore”, ndc) per cercare un posto dove poter vivere una vita un po’ migliore?

TWoF
Vero.

JS
Ma sai chi ha incarnato perfettamente lo spirito della frontiera che avevo descritto io, ma senza venir mai  riconosciuto abbastanza dalla critica?

TWoF
No, chi?

JS
Paul Simon.

TWoF In effetti è sempre stato considerato un Dylan di serie B, anche se chi ama l’arte odia queste definizioni!

JS
Esatto.
E nel caso di Simon è una definizione doppiamente ingiusta, perché in alcuni suoi lavori il grido dell’ultimo che deve lottare per sfuggire ad una vita disperata è evidente e molto ben descritto.
Hai presente il testo di *The Boxer*?
E anche quello di *Homeward Bound*, con quell’artista folk che vaga di piazza in piazza per suonare ma poi ha sempre voglia di tornare a casa?

TWoF
Vero, son due testi molto vicini all’epopea della frontiera.

JS
E dove raggiunge il massimo è nel testo di “America”, quando canta:

*Dai, amiamoci e uniamo i nostri destini;
nella valigia ho una casa intera!
Così abbiamo comprato un pacchetto di sigarette, un dolce
e siam partiti per cercare l’America.

Mentre eravamo sull’autobus le dissi;
“Kathy, il Michigan mi sembra un sogno adesso; ci ho messo 4 giorni di autostop per venire fin qui!
E ridevamo, sull’autobus, e giocavamo con le facce della gente.
“Guarda, quello col vestito è una spia!”
“Eh, sì, ha una macchina fotografica nascosta nella cravatta!”
“Dammi una sigaretta, devo averne ancora una nell’impermeabile.”
“No, abbiamo fumato l’ultima un’ora fa.”
Allora io mi misi a guardare fuori dal finestrino e sapevo che lei dormiva,
ma le dissi: *Kathy, son perso e sono triste.
Siamo sullo svincolo del New Jersey; guarda quante macchine!
Vengono tutti qui a cercare la loro America.*
In questo, secondo me,  c’è sia La Valle Dell’Eden che Cannery Row (Vicolo Cannery, NDR).

TWoF
E Springsteen?

JS
Beh, a lui sarò sempre grato.
Sai quante royalties ho preso quando lui ha scritto *The Ghost Of Tom Joad”?.
(ridiamo entrambi)
Quella è stata veramente una rilettura letterale del mio lavoro; molti si sono accorti di me grazie a lui.
E comunque quel disco era bellissimo.
Quando canta:
“Gente che cammina lungo i binari
senza sapere dove sia diretta ma sapendo che non torneranno a casa
elicotteri che volano sulle loro teste per tenerli d’occhio
un piatto di zuppa accanto al falò acceso sotto un ponte
dietro l’angolo termina la loro zona di sicurezza;
benvenuti nel nuovo ordine mondiale dove
le famiglie del Southwest dormono in macchina
senza casa, senza lavoro, senza pace e senza quiete.
La strada sembra viva stasera
ma nessuno si illude su dove possa portare.
Sto seduto anch’io accanto al falò
e cerco lo spirito di Tom Joad”
Beh, lì credo abbia colto lo spirito del mio lavoro in modo perfetto.
Non esiste un riassunto di “Grapes Of Wrath” (Furore) migliore di quel pezzo.

TWoF
Grazie, John.
Siamo veramente contenti che gli artisti su cui si è formata la nostra generazione siano apprezzati dai loro padri spirituali!
Grazie di cuore.

JS
Il piacere è stato mio.
Son contento anch’io di essere ancora apprezzato e di essere tornato per un po’ in mezzo a tutti voi.
Grazie, The Walk Of Fame

di Giuseppe Gazerro

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Libri

Giornata Internazionale del Libro e del Diritto d’autore: dalle leggende ai giorni nostri

Martina Carnevale

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Don Miguel de Cervantes e il suo collega don William Shakespeare non sono morti tecnicamente lo stesso giorno, il 23 aprile, invano. Se sono schiattati entrambi con una tale precisione nella stessa giornata, noi librai non saremo da meno e non ci lasceremo intimorire. Oggi usciamo a unire libri e lettori anche se il generale Espartero ci bombarda dal castello del Montjuic”. Fermìn, Il labirinto degli spiriti, Carlos Ruiz Zafòn

Non è un caso che uno scrittore della Catalogna come Zafòn abbia messo in bocca a uno dei suoi più riusciti personaggi, Fermìn Romero de Torres, delle parole così importanti. La leggenda vuole che tutto ebbe inizio proprio in un piccolo paese della Catalogna del sud, quando un mostruoso drago ne terrorizzava gli abitanti. Questi, impauriti dalla bestia mitologica, sacrificavano al drago una giovane fanciulla al giorno fin quando non arrivò il turno della bella principessa del paese. Fu a questo punto che il cavaliere (poi santo) Jordi decise d’interrompere quel supplizio, uccidendo il drago e spargendo il suo sangue sulla terra.

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Proprio da quel liquido viscoso nacque un roseto e insieme l’usanza che è alla base di questa giornata tanto importante: sin dal Medioevo, il 23 aprile, gli uomini portano in dono alle donne una rosa, in cambio di un libro, proprio per festeggiare San Jordi. E oggi? Cosa possiamo dire del 23 aprile? Come festeggiamo una giornata che ha origini così antiche? Il mondo è cambiato, e possiamo dirlo con certezza soprattutto in questi ormai ultimi due anni di pandemia. Molto probabilmente in un altro periodo storico avremmo visto piazze, teatri e fiere piene di libri e autori, case editrici e uffici stampa, pronti a rendere omaggio alla scrittura, alla lettura e all’importanza di condividere tutto ciò.

Stavolta, è proprio il web che ci salverà. Impossibilitati nel vederci e scambiarci libri di persona, molte sono le attività che il mondo digitale ha deciso di offrire agli passionati, per un’intera settimana, dal 23 aprile al 31 maggio. Qualche esempio? L’Alta Valtellina ha optato per le tradizioni: in onore alle storie sempre vive, deciderà di riprendere le redini di un’antica tradizione come quella della rosa e del fiore, con il suo evento “La Festa dei Libri e dei Fiori“, in tutte le biblioteche della zona, dal Bormio alla Valdisotto.

Leggi anche: Leggere Sempre: il festival per celebrare la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

Biblioteche di Roma, in occasione del suo 25esimo anniversario, in collaborazione con l’Associazione Italiana editori (AIE), organizza in diretta streaming, per due giorni (dal 23 al 23 aprile) il festival nominato “Leggere sempre“, dedicato al piacere della lettura in tutte le sue forme. Incontri, approfondimenti e dibattiti sono alla base dell’organizzazione, che ci condurrà in un viaggio tra libri, biblioteche e la capitale stessa, anche grazie agli interventi di Romaeuropa Festival e alla ormai consueta iniziativa Maggio dei Libri del Centro per il Libro e la Lettura.

É proprio sul sito www.ilmaggiodeilibri.it che troverete tutte le iniziative e gli eventi che ci permetteranno di festeggiare insieme, seppur a distanza, questa settimana all’insegna della cultura e della buona lettura. Dall’anniversario di Dante, al riconoscimento speciale di Margaret Atwood del Premio Lattes Grinzane, dalla rubrica social dedicata ai bookbloggers e bookstagrammers, alla petizione torniamo #inLibreria a favore delle Case Editrici.

Tantissimi sono gli incontri segnati al quale sarà possibile partecipare e non solo, anche organizzare! Basterà registrarsi sul sito (www.ilmaggiodeilibri.it/registrazione) per segnalare qualsiasi tipo di evento, con foto, locandine promozionali, didascalie accattivanti, così da poter condividere tutti insieme l’amore per la lettura e celebrare così, anche in questo secondo anno particolare, la Giornata Internazionale del Libro e del Diritto d’autore 2021. Cosa state aspettando! Alla lettura!

Link e contatti utili:

www.cepell.it

ilmaggiodeilibri@cepell.it

facebook.com/ilmaggiodeilibri

twitter.com/ilmaggiodeilibri

www.ilmaggiodeilibri.it

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Libri

Ray Bradbury, il suo Fahrenheit 451 brucia ancora

Federico Rapini

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Bradbury fuoco di ibri

Ray Bradbury, romanziere e sceneggiatore statunitense, è stato sicuramente uno dei più grandi scrittori del ‘900. Oggi, Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, non possiamo non parlare di lui e del suo Fahrenheit 451. Quel libro che inizia con una frase che ha fatto storia “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, diverse.”

Montag, il protagonista del romanzo, era una sorta di pompiere che invece di spegnere incendi li appiccava.  Questi incendi, però, erano accesi con qualcosa che brucia a 451 gradi fahrenheit. La carta dei libri.

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“Mi permettete una domanda? Da quanto tempo lavorate agli incendi?” “Da quando avevo vent’anni, dieci anni fa.” “Non leggete mai qualcuno dei libri che bruciate?” Lui si mise a ridere: “Ma è contro la legge!” “Oh, già, certo.” “È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciar la cenere. È il nostro motto ufficiale.” Continuarono a camminare e infine la ragazza domandò: “È vero che tanto tempo fa i vigili del fuoco spegnevano gli incendi invece di appiccarli?” “No, è una leggenda. Le case sono sempre state anticendio, potete prendermi in parola.” 

Non serve leggere molto del libro di Bradbury per capire ambientazione e tema. Futuro distopico in cui il potere ha imposto il pensiero unico e in cui leggere e avere un’opinione diversa è reato. Non c’è un’esaltazione del fuoco. C’è un inno all’andare contro corrente. Al mettere a rischio la propria vita pure di non essere pecora nel gregge. Un plauso a chi esce dalla massa.

Nel mondo descritto da Fahrenheit 451, i libri sono sostituiti dalla televisione che crea degli spettatori passivi. Nessuno ha opinioni o pensieri originali. La messa al bando dei libri la creatività viene persa completamente. La società di Bradbury ha all’apparenza la felicità come meta più alta in un mondo dove le conoscenze e le idee personali sono veicolate dal governo.

Libri contro apatia

In un periodo di apatia generale, dove la noia la fa da padrona, dove si guarda ogni tipo di serie tv possibile immaginabile, comprare e leggere un libro sembra quasi rivoluzionario.

Andare in una vecchia libreria di libri usati appare come qualcosa da vecchi. Di obsoleto. Si perde così la bellezza dello sfogliare una pagina magari ingiallita, girata da chissà quante persone prima di noi (al massimo svuotiamoci un barattolo di amuchina dopo se proprio dobbiamo essere ipocondriaci). Un libro è un pezzo di storia.

Ma purtroppo è un’abitudine che si sta perdendo. La “fuga dal libro” è una tendenza tutt’altro che circoscritta. In Italia secondo l’Istat il 70% ragazzi tra i 14 e 19 anni legge solo un libro l’anno e i loro genitori non sono da meno. L’ultimo dato riguarda il possesso di libri: il 57% delle famiglie italiane possiede meno di 50 libri (e il 10,8% addirittura non ne possiede neppure uno, mentre il 14,5% in casa ha tutt’al più dieci libri). Soltanto il 6,5% delle famiglie italiane ha in casa più di 400 libri. Il problema non è sicuramente generazionale ma è figlio di un allontanamento dal libro, dalla lettura, che nasce in famiglia.

Sebbene la pandemia abbia influito positivamente poiché nell’annus horribilis 2020 le case editrici affermino di avere avuto un lieve aumento di richieste. Ovviamente lo stare in casa e lo spasmodico bisogno di comprare su Amazon ha fatto si che qualcuno riscoprisse questo piacere.

Nella giornata mondiale del libro non ci resta che immedesimarci in Clarisse McClellan, giovane diciassettene del libro di Bradbury, non allineata al modo di pensare imposto dal governo. 

“Ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che queste due cose vanno sempre insieme. Quando qualcuno ti chiede quanti anni hai, mi ha detto, tu di’ sempre diciassette e che sei pazza”. Con la sua stessa spregiudicatezza riavviciniamoci all’arma migliore che ci è concessa. La cultura. E quale miglior modo di ampliarla se non leggendo di continuo?

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