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Civita di Bagnoregio: la magia del paese che muore

Antonella Valente

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“La fiaba del paese che muore – del paese che sta attaccato alla vita in mezzo a un coro lunare di calanchi silenziosi e splendenti, e ha dietro le spalle la catena dei monti azzurri dell’Umbria – durerà ancora”. Con queste parole Bonaventura Tecchi, lo scrittore di Bagnoregio, ha assegnato alla famosa Civita di Bagnoregio il famoso, ma triste, soprannome del “paese che muore”.

Nel cuore della Tuscia viterbese, a poco più di un’ora di auto da Roma e da Civitavecchia, sorge Civita di Bagnoregio nota anche come “il paese che muore”, divenuta nel corso degli anni meta ambita dal turismo nazionale e internazionale e uno dei borghi più belli d’Italia.

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Attraversando il ponte che unisce Civita di Bagnoregio al resto del paesaggio viterbese, si può comprendere il perché di quella definizione. Civita, che oggi conta 11 abitanti, si erge, infatti, su un colle situato nella Valle dei Calanchi, un’area morfologicamente soggetta a continue erosioni e frane, un terreno precario che negli anni sta contribuendo a un progressivo assottigliamento di quello sperone sopra il quale sorge il borgo e che in futuro causerà la scomparsa della stessa Civita. Un motivo in più per visitare almeno una volta questo piccolo capolavoro urbano, anche se dal 2013, l’accesso al Borgo di Civita è diventato a pagamento. (Qui le info per visitarla)

Civita di Bagnoregio venne fondata 2500 anni fa dagli Etruschi e sorge su una delle più antiche vie d’Italia che unisce il Tevere con il lago di Bolsena. In passato si accedeva nell’abitato attraverso cinque porte, mentre oggi la porta “di Santa Maria” o “della Cava” rappresenta l’unico accesso al paese.

Guardando la struttura urbanistica notiamo l’indiscutibile origine etrusca, costituita da cardi e decumani secondo l’uso etrusco e poi romano, mentre l’intero rivestimento architettonico risulta medioevale e rinascimentale.

Numerose sono le testimonianze della fase etrusca di Civita. Nella rupe sottostante il belvedere di San Francesco vecchio è stata ritrovata una piccola necropoli etrusca. Anche la grotta di San Bonaventura, nella quale si dice che San Francesco risanò il piccolo Giovanni Fidanza, che divenne poi San Bonaventura, è in realtà una tomba a camera etrusca. Ne parla anche Dante nella Divina Commedia nel dodicesimo canto del Paradiso.

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Già gli stessi etruschi, che resero Civita una florida città grazie alla posizione strategica per il commercio, dovettero far fronte ai problemi di sismicità e instabilità dell’area, come scosse e smottamenti.

All’epoca il problema dell’erosione era molto importante, quindi gli etruschi, prima, i romani, poi, misero in atto alcune opere con l’intento di proteggere il borgo proprio dai terremoti e smottamenti. Nel 265 a.C. i romani, al loro arrivo, ripresero le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate dagli etruschi. Dopo di loro, però, le opere costruite furono trascurate portando ad un inevitabile degrado del territorio.

Civita di Bagnoregio, un posto fuori dal tempo e dal mondo: questa l’immagine che i visitatori si troveranno di fronte dopo aver attraversato il famoso corridoio. All’interno Piazza San Donato, anticamente il foro, oggi chiamata “la piazzatta”. A dominare il lato frontale la facciata del Duomo di San Donato, cattedrale fino al 1699. Tappa importante verso il centro di Civita è la Cattedrale che si trova in piazza Cavour che conserva il Santo Braccio: in un reliquiario di oreficeria francese è custodita una reliquia di San Bonaventura.

Il “paese che muore” è stato anche protagonista di molte trasmissioni televisive che ne hanno raccontato il fascino e la bellezza. Uno Mattina è stata una di quelle che grazie all’inviato Luca Di Nicola ha portato l’incanto di Civita di Bagnoregio nelle case degli italiani.

Era il 2002 e fu una delle mie prime esterne da inviato per il programma televisivo. Mi occupavo in particolar modo di una rubrica che faceva scoprire ai telespettatori i posti più belli d’Italia – racconta a The Walk of Fame il giornalista e conduttore abruzzese Luca Di Nicola Il paese, solitamente poco densamente popolato, quel giorno era vestito a festa per l’occasione. Arrivava comunque la Rai, Uno Mattina aveva successo e la nostra rubrica era molto attesa e seguita perché c’erano diversi collegamenti a più riprese che consentivano di far conoscere peculiarità e caratteristiche dei luoghi, oltre ai monumenti e alla storia. Durante la diretta affrontammo tutti gli aspetti più belli del posto, a livello culturale, antropologico, morfologico e gastronomico.”

L’associazione con cui avevamo preso contatti ci spiegò a telecamere spente che pian piano il borgo si stava spopolando – continua il conduttore – ma rimasi davvero felice quando tempo dopo il responsabile dell’associazione mi raccontò che molti turisti erano andati a far visita al borgo perché incuriositi dalla nostra trasmissione. Un posto davvero magico. Entrare a Civita di Bagnoregio era come entrare in un borgo incantato e sospeso nel tempo. Talmente affascinato e contento che ci tornai anche alcuni anni dopo con i miei genitori. Indimenticabile“.

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Tenebre e ossa: la nuova produzione Netflix è un viaggio tra amore e magia

Redazione

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Uscirà tra pochi giorni, precisamente il 23 aprile su Netlifx, la trasposizione di “Tenebre e Ossa“, primo capito della trilogia fantasy scritta da Leigh Bardugo. “Shadow and Bone”, questo il titolo originale, è tra le serie Netflix più attese del 2021, fin dal momento in cui la piattaforma ne ha annunciato l’inizio della lavorazione, lo scorso 10 gennaio 2019 (anche se la produzione è entrata nel vivo nell’ottobre dello stesso anno). Tutti i fan della saga, ma anche curiosi, appassionati del genere o semplici divoratori di prodotti analoghi, restano alla finestra in attesa di poter vedere sul piccolo schermo i loro personaggi preferiti.

L’adattamento dei romanzi è realizzato da Eric Heisserer, già sceneggiatore di pellicole di grande successo come Nightmare (2010), Final Destination 5 (2011), Arrival (2016) e Bird Box (2018).Le riprese hanno preso il via a Budapest, in Ungheria, e l’ultimo ciak è datato febbraio 2020, con alcune scene girate anche a Vancouver, in Canada. Nel trailer rilasciato da Netflix veniamo subito catapultati nel mondo di Alina Starkov, un’adolescente orfana, che vive nel regno di Ravka. Alina è cresciuta insieme a Malyen Oretsey in un orfanotrofio di Keramzin.

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All’inizio della storia i due amici marciano verso l’Unsea, una striscia di terra, misteriosa e piena di mostri chiamati Volcra, che separa Ravka dal mare. Durante la traversata il battaglione di Alina e Mal viene attaccato da un gruppo di Volcra e Alina, per salvare il suo unico amico, mostra un potere che è in possesso unicamente dei Grinsha, persone in grado di manipolare gli elementi, che usano questi poteri come armi per difendere la città. Sono in grado di chiamare il fuoco, evocare il vento, fermare i cuori. Alina può evocare la luce, più precisamente la luce del sole.

Questa è la sinossi ufficiale rilasciata da Netflix:

“In un mondo diviso in due da un’enorme barriera dell’oscurità perpetua, dove creature innaturali si nutrono di carne umana, una giovane soldatessa scopre un potere che potrebbe finalmente unire il suo Paese. Ma mentre lotta per affinare il suo potere, forze pericolose la circondano. Ladri, assassini e santi ora sono in guerra, e per sopravvivere ci vorrà più della magia“.

Tenebre e Ossa è tratta dall’omonimo libro di Leigh Bardugo, che in Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Piemme sotto il titolo di Tenebre e Ghiaccio. The Grisha Trilogy. La prima stagione della serie Netflix attinge anche dal romanzo Six of Crows (Sei di Corvi), scritto sempre dalla Bardugo e ambientato nello stesso universo, il cosiddetto Grishaverse.

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Durante un’intervista rilasciata ad Entertainment Weekly, quest’ultima ha spiegato l’origine della sua ispirazione.

“Nella maggior parte dei fantasy, l’oscurità è metaforica; è solo un modo di parlare del male (l’oscurità cala sulla terra, un’età oscura sta arrivando). Volevo prendere qualcosa di figurativo e renderlo letterale. Quindi la domanda è diventata: “E se l’oscurità fosse un luogo?” E se i mostri in agguato non solo fossero reali ma persino più orribili di qualsiasi cosa avremmo potuto mai immaginare sotto il letto o dietro la porta dell’armadio? E se fosse necessario combatterli sul loro territorio, essendo ciechi e indifesi nell’oscurità? Queste idee alla fine sono diventate l’Unsea.”

Il mondo fantastico di Ravka è plasmato sul modello dell’impero russo dei primi anni del 1800. Alla domanda sul perché avesse scelto un’ambientazione così particolare, l’autrice ha proseguito spiegando: “Penso che ci sia un enorme potere nelle immagini che associamo alla cultura e alla storia russa, questi estremi di bellezza e brutalità che si prestano anche alla fantasia. Onestamente, per quanto mi piacciano le spade e le bandiere – e credetemi, mi piacciono davvero tanto! – volevo portare i lettori in un posto che fosse un po’ diverso. La Russia al tempo degli zar mi ha dato un punto di partenza diverso “.

Nel cast troviamo volti noti e altri meno conosciuti:

Ben Barnes (Le cronache di Narnia, The Punisher) interpreta il Generale Kirigan alias l’Oscuro, comandante d’élite magica, Jessie Mei Li è l’orfana soldato Alina Starkov, Freddy Carter è Kaz Brekker, Archie Renaux porta in scena Malyen Oretsev, Amita Suman veste i panni di Inej, e Kit Young quelli di Jesper Fahey. A loro si uniscono anche Sujaya Dasgupta (Press, Guilt) nella parte di Zoya Nazyalensky, Danielle Galligan (Game of Thrones, Krypton) nelle vesti di Nina Zenik, Daisy Head (Harlots, Guilt) porta in scena Genya Safin e Simon Sears (Winter Brothers) è Ivan.

Per la prima stagione la piattaforma ha ordinato otto episodi che dovranno intrecciare le storie, i personaggi e le ambientazioni dei due libri della saga Tenebre e ossa e Sei di corvi. Questo ha indispettito non poco alcuni fan, che a seguito dell’annuncio da parte di Netflix dell’inizio della produzione della serie, su Twitter hanno esternato le loro perplessità.

Il trailer prospetta ambientazioni e caratteristiche a dir poco non convenzionali. Una storia unica che ci fa entrare in un mondo da scoprire con creature magiche, mostri e poteri misteriosi. Il tutto circondato da intrighi, misteri e colpi di scena.

Tenebre e ossa è una produzione Netflix e sarà disponibile solo sulla piattaforma digitale a partire dal 23 aprile, giorno in cui saranno caricati tutti gli 8 episodi della prima stagione.

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di Federica Prato

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Pass sanitario per accedere ai luoghi di cultura: l’idea al vaglio del governo

Antonella Valente

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Dal 26 aprile ci si potrà spostare tra Regioni gialle, mentre per andare da quelle arancioni o rosse ci vorrà un pass. Il lasciapassare di cui ha parlato il presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa sull’emergenza Covid in cui ha annunciato le prime riaperture, è una specie di anticipazione del passaporto sanitario europeo.

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Attraverso il pass si darà prova di aver avuto il Covid da meno di 6 mesi (con certificato medico), essere stati vaccinati o aver effettuato un tampone negativo nelle 48 ore precedenti: queste le prime ipotesi. Secondo quanto si apprende dal Ministero del Turismo all’inizio si userà un lasciapassare cartaceo, poi sarà digitalizzato. A tal fine sono state coinvolte anche Poste Italiane.

Tanti i dubbi che saranno chiariti nel prossimo decreto a partire dalla definizione di “vaccinazione”, quindi se si intende solo l’aver ricevuto la prima dose o tutte e due. Non è ancora chiaro, inoltre, l’ente che rilascerà il pass, se Asl, Regione o altro ente sanitario.

Per quanto riguarda gli eventi culturali e la riapertura di cinema, teatri e musei ci sono ancora molti dettagli da definire. Il 16 aprile il Cts ha accolto la proposta del ministro della Cultura Dario Franceschini.

Le sale al chiuso, solo in zona gialla, potranno ospitare il 50% degli spettatori rispetto alla capienza, fino a un massimo di 500 persone. All’aperto invece sarà possibile arrivare a mille. Al momento pare che il pass non sia necessario, ma lo diventerebbe nell’ipotesi di eventi in cui sono previsti più spettatori. In quel caso potrebbero mettersi in atto protocolli più specifici e richiedere, agli spettatori, il pass sanitario a riprova dell’avvenuta vaccinazione, dell’immunità o dell’esito negativo di un tampone.

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Emily Dickinson, la poetessa che con i suoi versi è volata oltre le mura della sua casa

Erica Ciaccia

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Emily Dickinson (1830-1886) è una delle poetesse più misteriose ed originali di sempre; dal carattere schivo e poco socievole, sappiamo ben poco su di lei. Per molti anni visse, vestita solo di bianco, confinata nella propria stanza in un isolamento volontario, quasi in difesa della sua esperienza poetica. Gli unici rapporti che intratteneva, in forma epistolare, erano delle rare ma intense amicizie. Tra queste annoveriamo quella con il Reverendo Charles Wadsworth che era un ecclesiastico di Philadelphia, padre e marito, con cui Emily era in corrispondenza durante la sua esplosione di creatività.

Nel 1858 aveva scritto 52 poesie e spesso scriveva lettere al Rev. Wadsworth. Le bozze di quest’ultime rivelano che la scrittrice (Emily) si faceva chiamare Daisy ed il destinatario “Maestro”. Le lettere, che erano un grido d’intensa emozione, non si saprà mai come siano state ricevute poiché furono tutte distrutte. In seguito Wadsworth ebbe una chiamata da una chiesa a San Francisco e fu così che si interruppe la loro corrispondenza.

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Questa esperienza potrebbe aver contribuito ai temi dello shock, della separazione e della perdita espressi nelle poesie della Dickinson che dal 1858 al 1861 scrisse quelle che sono state chiamate Le lettere del maestro, in cui si rivolge ad uno sconosciuto “Maestro” con il quale gli studiosi hanno teorizzato che la poetessa avesse una relazione romantica tumultuosa. Proprio dal nome “Maestro” è stato ipotizzato che questi scritti possano essere stati influenzati dalla figura del Reverendo Wadsworth.

Nel 1862 ella invia quattro poesie al critico Thomas Higginson che rimane sconcertato per la novità di quei versi “spasmodici”. Tutta la produzione della Dickinson – 1775 poesie – è giunta a noi postuma se non fosse per qualche poesia pubblicata, contro la sua volontà, mentre lei era ancora in vita e questo perché, a detta di Higginson, i versi di Emily non sarebbero stati apprezzati dalla società nella quale essi vivevano.

Il tema più comune della sua poesia era l’amore immaginato, sempre sospirato, quasi sfiorato, ma mai vissuto sul serio. Come un forte desiderio di qualcosa che non è possibile afferrare, così è il sentimento romantico negli occhi di una donna chiusa all’interno di una campana di vetro (si sentiva così la poetessa). La grandezza della poesia di Emily Dickinson sta nella profondità delle sue tematiche e nel suo stile -leggiadro ed elegante-, entrambi derivanti da elementi di matrice popolare più che letteraria. I suoi versi incidono la pagina.

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Di seguito Cuore è la capitale della mente, una poesia la quale ci fa capire che noi siamo dei mondi ed abbiamo bisogno di mappe che ci illustrino, grazie alle quali noi stessi/e non rischieremo di perderci inoltrandoci al nostro interno; quanti saranno interessati a noi, grazie alle mappe, potranno raggiungerci; ma prima di essere raggiunti da qualcun altro dobbiamo cercarci e trovarci da soli, solo a quel punto sapremo indirizzare l’altro verso di noi e verso i meandri della nostra anima.

Cuore è la capitale della mente, Poems n° 1354

Cuore è la capitale della mente –

Mente è uno stato a sé –

Il cuore e la mente insieme fanno 

un solo continente –

Uno – è la popolazione – 

numerosa abbastanza –

Questa nazione estatica

cercala – è te. 

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