A Procida, sulla spiaggia delle metafore

“Don Pablo, posso farvi una domanda?
-Certo, dimmi.
-Ma il mondo intero, col mare, il cielo, le stelle, la pioggia
-Ahora tu puoi già dire eccetera eccetera
– Eccetera eccetera, allora è tutto una metafora di qualcosa?”

A questo punto, Noiret/Neruda, in quel capolavoro che è la trasposizione cinematografica del Cartero del Pablo Neruda di Antonio Skármeta, prende tempo. Si alza e si fa un bagno, tuffandosi in una delle spiagge di Procida, sede di buona parte delle riprese del film di Robert Redford e Massimo Troisi.

Il nome originario di quella spiaggia è “Pozzo Vecchio”, ma ormai tutti la conoscono come “la spiaggia del Postino”. Un’area piuttosto calda, specie nel pomeriggio essendo situata in una vera e propria conca, mentre al mattino il sole tarda ad arrivare.

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Proprio lì sopra si trova il cimitero dell’isola, la cui posizione contribuisce a dare a tutta la zona quel senso di malinconia e disorientamento che le ultime pagine della storia di Troisi restituiscono. Quel trapianto che volle rimandare per terminare le riprese “con il proprio cuore”. Per questa ragione le sue condizioni di salute si aggravarono e affrontò il lavoro grazie all’aiuto di comparse e di una sedia a rotelle che lo accompagnava al porto della Corricella, lì dove c’era il bar della bella Beatrice. Il 4 giugno 1994, poche ore dopo gli ultimi ciak, scivolò dal sonno alla morte.

Come ricorda il portale “èCampania”, sulla spiaggia del Porto Vecchio, il mare azzurro fa sicuramente contrasto con la sabbia procidana, scura e vulcanica. La baia è circondata da scogliere, insenature e grotte. Il resto sono emozioni da vivere, non da spiegare: “Quando la spieghi, la poesia diventa banale”, si sente a un certo punto nel film. “Meglio delle spiegazioni, è l’esperienza diretta delle emozioni che può spiegare la poesia ad un animo disposto a comprenderla”.

Procida è un’isola è piuttosto piccola, solo 4 chilometri quadrati. Per questo muoversi da una parte all’altra è molto semplice, anche a piedi quando non fa caldo. Nell’anno in cui è Capitale della cultura, a Procida ci si sposta comunque con piccole navette pubbliche della compagnia Eav e l’unico prezzo che si paga è quello di una scomoda Ffp2 da indossare tassativamente a bordo. Siamo pur sempre nella regione dello sceriffo De Luca.

Un po’ di buona volontà e organizzazione permettono di visitare Procida in un giorno, da Terra Murata alla Chiaiolella passando per la stessa Corricella, tra natura e architetture tipiche, tra sapori autentici e atmosfere d’altri tempi.

Non appena sbarcati al porto di Marina Grande, raggiungere il centro storico è semplicissimo: basta percorrere a piedi le strade del porto, per poi salire attraverso via Principe Umberto fino a Piazza dei Martiri, fare una breve sosta per ammirare i colori di di Santa Maria delle grazie e poi salire fino al Belvedere dei Cannoni.

Altro luogo affascinante, Marina Chiaiolella, con la lunga spiaggia di Ciraccio e di Ciracciello, che guardano verso Ischia e si affacciano sul misterioso isolotto di Vivara. Al fascino di Procida non rimase indifferente Elsa Morante che nel 1955, nel giardino dell’allora Albergo Eldorado, ebbe l’ispirazione per il romanzo che due anni dopo le valse il Premio Strega: L’isola di Arturo. L’hotel fu costruito alla fine dell’Ottocento ma divenne popolare soprattutto negli anni Cinquanta quando vi alloggiarono Vasco Pratolini, Alberto Moravia e appunto Elsa Morante.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.