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Attualità

Procida capitale italiana della Cultura 2022, l’annuncio di Franceschini

Fabio Iuliano

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Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini in diretta su YouTube ha annunciato che Procida, l’isola della Campania,sarà la capitale culturale del 2022.

Procida si era candidata con il progetto “La cultura non Isola”. Nel corso della audizione, durata poco più di un’ora e diffusa in streaming sul canale Youtube del ministero, la delegazione procidana (in collegamento dalla sede comunale) aveva illustrato i punti salienti. Nell’arco dell’incontro sono stati mostrati alla commissione alcuni video tra cui il cortometraggio prodotto dal Festival di Giffoni a sostegno della candidatura isolana e la clip con gli endorsement di personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.

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Ben 44 i progetti culturali per 330 giorni complessivi di programmazione tra cui il green deal, l’innovazione sociale ed urbana, il turismo lento e la gestione sostenibile degli eventi. Le altre nove candidate erano Ancona, Bari, Cerveteri, L’Aquila, Pieve di Soligo e le Terre Alte della Marca Trevigiana,Taranto e la Grecìa Salentina, Trapani, Verbania e Volterra. 

Erano state pre-selezionate in una lista di 27. Le altre 18 sono Arezzo, Pisa, Fano, Isernia, Arpino (Fr), Castellammare di Stabia (Na), Padula (Sa), Molfetta (Ba), San Severo (Fg), Trani, Venosa (Pz), Tropea (Vv), Modica (Rg), Palma di Montechiaro (Ag), Scicli (Rg) e Carbonia).

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Attualità

Hasel: l’arresto del rapper catalano incendia la Spagna

Federico Rapini

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L’arresto di Pablo Hasél, il rapper catalano, continua ad incendiare le notti spagnole. Barcellona e altre città catalane, fino addirittura a Madrid, sono da quasi una settimana il teatro di violenti scontri.

Pablo Hasél, nome d’arte di Pablo Rivadulla Duró, è un cantante rap spagnolo condannato a 9 mesi di reclusione più una multa da 30 mila euro per alcuni tweet e soprattutto per i testi di alcune canzoni che secondo la legge spagnola esalterebbero il terrorismo e insulterebbero la famiglia reale.

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L’arresto di Hasel

Barricatosi nell’università di Lleida, sua città natale, Hasél è stato inseguito e catturato dai Mossos d’Esquadra, agenti della polizia catalana. Si era barricato nel rettorato dell’università insieme a decine di studenti e attivisti con l’obiettivo di dare risonanza mediatica al suo arresto, che ha definito un “gravissimo attacco” alla libertà d’espressione. “Non ci fermeranno! Non ci piegheranno!”, ha gridato Hasel mentre veniva portato via dagli agenti. 

Il suo arresto ha diviso l’opinione pubblica e la stessa politica che ora deve rispondere alle rivolte popolari che nel nome di Hasél e della libertà di espressione da quasi una settimana tengono in scacco le maggiori città spagnole. Il tentativo di censura ha quindi sortito l’effetto contrario.
Migliaia di giovani hanno dato vita a manifestazioni nate spontaneamente sui social che hanno portato a scene di violenza, culminate con la distruzione della stazione di polizia a Vic, in Catalogna, e la perdita di un occhio per una diciannovenne.

“Si tratta di un amalgama di persone violente e aggressive che, con il pretesto di una legittima manifestazione, causano disordini”, ha dichiarato in conferenza stampa Joan Carles Molinero, capo dei Mossos.

Le frasi incriminate

Trentatrenne, sostenitore dell’indipendenza catalana, Hasél nei suoi testi spiega che non ama essere etichettato ribadendo il suo essere voce degli oppressi schiacciati dal sistema di cui la monarchia spagnola è complice.

Attraverso i social e i suoi video musicali il rapper ha portato avanti per anni la sua lotta contro il “tiranno”. Come nella canzone “Juan Carlos el Bobón”, che senza la “r” fa perdere alla parola tutta la sua regalità trasformandola in “sciocco”. O come l’ultimo video, apparso su YouTube quando Hasél si è barricato all’interno dell’Università, dove si vede l’attuale sovrano Filippo VI inneggiare alla libertà di espressione come fondamento essenziale su cui fondare una democrazia. Un’immagine abbastanza in controtendenza con ciò che sta avvenendo in questi giorni in Spagna. Per questo Hasél canta: Senti tiranno, non ce n’è solo per tuo padre. Che il grido repubblicano trapani il tuo timpano. Amo l’oppresso, odio il regno oppressore”.

Le canzoni sotto processo sono molte di più e sono state pubblicate più di dieci anni fa, dove Hasél inneggiava ai gruppi terroristici del GRAPO e dell’Eta.
La denuncia del rapper riguarda anche la violenza in Spagna soggetta a due pesi e due misure: quella dei prigionieri politici, “trattati peggio degli stupratori”, e quella impunita della monarchia accusando inoltre di ripetute e ingiustificate violenze la polizia.

Al suo fianco si sono schierati personalità di spicco della cultura spagnola. “L’imprigionamento di Pablo Hasél rende ancora più evidente la spada che pende sopra la testa di tutti i personaggi pubblici che osano criticare apertamente le azioni delle istituzioni statali. Siamo consapevoli che se permettiamo a Pablo di essere incarcerato, domani potrebbero venire dietro a chiunque di noi, finché non saranno riusciti a soffocare ogni sussurro di dissidenza”, recita il manifesto firmato da oltre 200 artisti, tra i quali figurano il regista Pedro Almodóvar, l’attore Javier Bardem, il cantautore Joan Manuel Serrat, l’attore Luis Tosar e il rapper Valtony, scappato nel 2018 in Belgio per evitare la fine di Hasel.

La divisione politica

L’arresto del rapper catalano è dunque un elemento di divisione tra le forze politiche. Mentre il ministero della Giustizia non si era ancora mosso per eventuali revisioni della legge sull’anti terrorismo inasprita già nel 2018, la pressione delle piazze ha portato Podemos, appartenente alla minoranza del governo, a dichiarare come stesse completando il proprio “progetto di legge per la protezione della libertà di espressione”. Il ministro della giustizia Juan Carlos Campo ha ammesso la confusione creata da crimini come questo, ma non ha parlato di un’abrogazione totale. “La proposta del ministero considererà che gli eccessi verbali compiuti nell’ambito di manifestazioni artistiche, culturali o intellettuali debbano rimanere al di fuori dell’ambito della punizione penale”, recita una nota del governo. 

Una frattura diventata ancora più profonda dopo che il portavoce di Podemos al Congresso, Pablo Echenique, ha deciso di sostenere apertamente i manifestanti chiedendo di indagare su alcune azioni della polizia, alimentando ancora di più il clima infiammato nelle città spagnole.

Solo pochi giorni fa, nel frattempo, gli indipendentisti hanno trionfato alle elezioni catalane, nel cui parlamento, con 11 seggi si siederanno i radicali di destra del movimento Vox. Un elettorato sempre più distante dal potere centrale di Madrid, cresciuto già dopo il referendum del 2017, che ha portato anche in quell’occasione a scontri cittadini. Un chiaro segno di insofferenza nei confronti della Corona a cui vanno sommate le inchieste di corruzione che riguardano l’ex re Juan Carlos, quello cantato da Pablo Hasél, su cui la magistratura sta indagando e che non possono che aumentare il distacco fra Corona e popolazione.

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Attualità

Eventi ridotti, ingressi crollati e perdite miliardarie: 2020 anno nero per lo spettacolo

Fabio Iuliano

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Gli eventi ridotti del 69,29%, gli ingressi crollati del 72,9%. Arrivano i dati Siae per lo spettacolo 2020 e appaiono come la certificazione di quello che per l’intero settore, dal cinema al teatro, dalla musica alle mostre, il ballo, lo sport, è stato uno degli anni più neri.

Con la spesa del pubblico che nel confronto con il 2019 è diminuita dell’82,24% ovvero di oltre 4,1 miliardi di euro. Per il settore, sottolinea il presidente Mogol, “per i creatori della felicità che sono i compositori e gli artisti della musica, del teatro, del cinema e della letteratura, nonché per i tanti lavoratori che ne supportano l’attività, un prezzo altissimo”. Mentre il dg Gaetano Blandini parla di “bollettino di guerra” e chiede al governo attenzione “in termini di strategie, programmazione e sostegno finanziario” per un settore, sottolinea, “che contribuisce sensibilmente alla crescita economica del paese”.

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Numeri impietosi e terribili, che certo non arrivano inaspettati. E che tuttavia fanno se possibile ancora più male quando si nota che a gennaio e febbraio, prima che esplodesse la bomba Covid, il settore appariva florido, anzi in crescita. In particolare il cinema, complice l’uscita nelle sale di Tolo tolo, l’attesissimo blockbuster di Checco Zalone che con più di 7 milioni di spettatori aveva rispettato le aspettative e mantenuto alti gli incassi. Ma pure la musica sorrideva, con gli incassi del botteghino cresciuti del 26,54% . Tant’è, da marzo con il lockdown si è aperto l’abisso, con la scure sui conti di tutti, dal cinema al teatro, dalla musica alla danza, dagli eventi legati ai libri, le fiere, lo sport. La parziale riapertura estiva, pure incoraggiante, non è bastata, tanto più che in tanti sono rimasti ugualmente fermi.

I NUMERI DEL DISASTRO

Quello che ne viene fuori, alla fine, è davvero un bollettino di guerra, la certificazione dell’abisso in cui sono precipitati tutti i settori della cultura e dello spettacolo, dal cinema (- 70,85% ingressi/ – 71,55% spesa al botteghino) al teatro ( -70,71% ingressi /-78,45% spesa botteghino) dai concerti ( -83,19% ingressi/ -89,32% spesa botteghino) allo sport (-77,50% ingressi/ -83,96% spesa botteghino). Una crisi profonda che ha affondato discoteche, sale da ballo e piano bar (- 78,53% ingressi/ – 78,03% spesa botteghino) e colpito circhi e spettacolo viaggiante ( -58,75%ingressi/- 60,74% spesa botteghino) devastato fiere, mostre, esposizioni (-77,90% ingressi/- 76,70 spesa botteghino).

Un disastro reso più grave dalle incognite sul futuro, perché se è vero che ad un anno dal primo lockdown l’emergenza è tutt’altro che superata è vero pure che bisognerà prima o poi fare i conti con tanti mesi di buio. Perché in molti potrebbero non farcela a ripartire. E non solo. “Nel periodo in cui stiamo combattendo una battaglia durissima – ragiona il dg Siae Blandini – è importante capire anche quali conseguenze lascerà questa lunga e difficile fase sulle abitudini delle persone quando sarà possibile tornare alla normalità”. Non basta sperare in un futuro migliore: “Serviranno investimenti, strategie, progetti. Bisogna arrivarci preparati”

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Draghi rilancia la cultura nell’agenda politica del Paese

Redazione

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C’è la cultura tra le priorità indicate dal premier Mario Draghi, nell’arco del dibattito generale sulla fiducia in Senato. “L’Italia è una grande potenza culturale, riconosciuta in tutto il mondo”, ha ricordato. “E anche per questo durante il G20 daremo grande importanza ai temi della cultura con un incontro dedicato. Naturalmente le restrizioni necessarie a contenere la pandemia hanno messo a dura prova musei, cinema, teatri, musica, danza, tutto lo spettacolo dal vivo e ogni arte in generale”.

“Ora”, ha detto Draghi – ancora la cultura va sostenuta (tutte le attività vanno sostenute). Il rischio è di perdere un patrimonio che definisce la nostra identità. La perdita economica è ingente; ancor più grave sarebbe la perdita dello spirito. Molto è stato fatto per assicurare ristori adeguati; ma serve fare ancora di più. Soprattutto, serve rinforzare le tutele dei lavoratori e va colta l’opportunità del Next Generation per potenziare gli investimenti sul patrimonio culturale, sul capitale umano, sulle nuove tecnologie. Il ritorno nel più breve tempo possibile alla normalità deve riguardare anche la cultura, in tutte le sue forme, perché imprescindibile per la crescita e il benessere del Paese”.

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