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“A Christmas carol”: da 177 anni Charles Dickens ci fa sognare a occhi aperti

Antonella Valente

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Sono trascorsi ben 177 anni dalla prima pubblicazione di “A Christmas Carol” di Charles Dickens.

Il 19 dicembre del 1843, infatti, l’autore inglese, raccontò per la prima volta la storia del vecchio Ebenezer Scrooge, un uomo avaro, ostile e scorbutico, che la sera della Vigilia di Natale riceve la visita di tre spiriti del Natale passato, presente e futuro.

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I tre spettri, preceduti da un’ammonizione del fantasma del defunto amico e collega Jacob Marley, riusciranno tra flashback e premonizioni a mutare l’indole meschina ed egoista dell’ anziano finanziere. Scrooge si risveglierà la mattina di Natale con una rinata consapevolezza: l’avidità per il denaro e l’attaccamento alle sole cose materiali sono sbagliate e non hanno valore nella vita di un uomo.

Autore di altri noti romanzi come David Copperfield, Oliver Twist e Tempi difficili, Charles Dickens era cresciuto in una famiglia indigente e conosceva molto bene la povertà e cosa significasse per un bambino vivere nelle Workhouses.

Il racconto nel corso del tempo ha assunto sempre di più un forte significato simbolico. Incarna alla perfezione lo spirito del Natale, il sentimento di solidarietà, benevolenza e amore nei confronti del prossimo.

Ma il testo di Dickens, oltre ad essere una delle storie natalizie più commuoventi, rappresenta anche una critica alla società inglese del tempo, alla povertà e allo sfruttamento minorile.

Dickens fece stampare in quel lontanto 1843 circa 6000 copie che andarono a ruba in pochi giorni. Secondo la British Library, con questo racconto, il giornalista inglese sperava di sanare alcuni debiti che aveva proprio con l’editore di “A Christmas carol”.

A causa, però, delle litografie e incisioni dell’artista John Leech, decisamente fastose, il guadagno di Dickens fu veramente limitato, come anche nel corso degli anni successivi quando il libro fu preda dei pirati dell’editoria.

A New York si iniziarono a vendere a pochi centesimi delle copie stampate senza il consenso dell’autore. Ancora non c’era una legge sul copyright, sarebbe arrivata solo nel 1891, ma la pratica era largamente diffusa.

Dickens aveva dimostrato il suo disappunto già durante il primo tour americano nel 1842, in cui era stato accolto in trionfo dal mondo letterario, dai grandi editori e dal pubblico che lo conosceva grazie alle copie piratate di Il circolo Pickwick e Oliver Twist.

Nel Regno Unito invece il 6 gennaio 1844 fu pubblicata una versione modificata di A Christmas Carol della Parley’s Illuminated Library che raccoglieva versioni abbreviate e semplificate dei romanzi più popolari del tempo, spesso destinati ai bambini.

Il racconto si chiamava Christmas Ghost Story ed era stato scritto da Henry Hewitt. Non era la prima volta che la Parley’s copiava un’opera di Dickens, il quale aveva sempre lasciato correre, ma non questa volta. Decise infatti di far loro causa e non è difficile immaginare come andò a finire.

Dickens vinse ed in quel momento esultò scrivendo che “i pirati sono stati sconfitti. Sono pieni di lividi, sanguinanti, malconci, fracassati, schiacciati e completamente distrutti.”

Dopo oltre 170 anni, “Il Canto di Natale” continua a farci compagnia durante uno dei periodi più belli dell’anno, e lo fa non solo nella sua classica versione letteraria ma anche attravero le innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e fumettistiche ispirate al racconto di Dickens.

Lo farà anche in questo 2020, strano, spesso triste, doloroso e deludente e starà lì a ricordarci di quanto sia importante, nonostante tutto, provare a vivere lo spirito Natalizio.

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Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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“Greenlights”: una lettera d’amore alla vita di Matthew McConaughey

Martina Carnevale

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Ce lo ricordiamo tutti in Magic Mike (soprattutto per le sue doti fisiche…), e non possiamo di certo dimenticarlo in qualche chicca come A time to kill o il ben più noto e recente Dollars Buyers Club. Salta da commedie romantiche con Jennifer Lopez al suo fianco, a film da Oscar che gli hanno permesso di stringere fra le mani la bella statuetta dorata. Ma chi è davvero Matthew McConaughey?

Un attore, sicuramente…ma non solo. Non siamo qui per parare delle sue pellicole famose in tutto il mondo o delle numerose classifiche in cui è annoverato come sex symbol. Perché Matthew ha qualcos’altro da dirci. Greenlights è uscito in America lo scorso anno, ma arriva solo oggi nelle nostre librerie mostrando a nudo tutta la vita (50 anni) del grande attore texano, dalle origini irlandesi.

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Devo dire che la scrittura non delude affatto: se ci siamo sempre immaginati McConaughey con quel carattere un po’ spigoloso e tagliente da poliziotto alla True Detective, non resteremo delusi. L’autobiografia di questo grande attore è uno specchio su tutta la sua esistenza. Non si parla solo di carriera, ma d’infanzia, di sesso, di famiglia, di violenza. Uno spaccato su una realtà dura e cruda, che Matthew ci mostra sin dai primi capitoli del suo libro, raccontandoci di aver fatto sesso per la prima volta dopo essere stato ricattato quando aveva quindici anni e di essere stato molestato a diciott’anni da un uomo nel retro di un furgone dopo aver perso conoscenza.

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Senza peli sulla lingua, però, tutto appare fuorché una vittima del destino, di qualcosa più grande di lui. Così come ne parla, schiettamente, così sembra aver vissuto quegli spaccati di vita che nessuno avrebbe immaginato. “Un album, una registrazione, la storia della mia vita finora“. Così ne parla il diretto interessato, e non esagera affatto. La sua vita è davvero degna di un libro! Nella prime pagine racconta di essere stato preso a cinghiate da bambino fino a sanguinare, per essersi fatto un tatuaggio temporaneo di quelli che si trovavano negli snack, di essersi fatto di peyote in gabbia con un puma in Messico, di essersi fatto mettere settantotto punti di sutura sulla fronte da un veterinario e di aver suonato il bongo nudo fino a farsi arrestare, per poi resistere all’arresto.

Si passa dall’inizio della sua carriera, alle prese con una Hollywood che spaventerebbe chiunque, al suo ritiro in Perù, a scoprire e ritrovare se stesso lungo il Rio delle Amazzoni; dalla sfida delle commedie romantiche, all’abbandono del genere perché ormai troppo “facile”. Inquieto, sempre pronto a provare ed a evolversi di ruolo in ruolo, la sua versatilità spaventa e affascina, ma è nel 2006 che mettendo su famiglia, trova finalmente un punto fermo nella sua vita amorosa. Una moglie stupenda, ben tre bambini… ma la sua carriera va avanti.

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Siamo negli anni d’oro. “Le offerte arrivarono a frotte, quasi come dopo “A time to kill”. La differenza questa volta era che sapevo quali ruoli e quali storie volevo fare e il mio appetito per piatti drammatici pericolosi era insaziabile. Era giunto il momento di dire “sì” e di fare un rebranding“. E la consacrazione arriva con Dollars Buyers Club. Interpretare Ron Wooldroof, malato di Aids era la sua nuova sfida, fisica e mentale. Con quasi un kg in meno ogni settimana, la mutazione di McConaughey è quasi paragonabile a quella di Christane Bale in “The Machinist. Finalmente il meritato riconoscimento arriva.

Quel ruolo gli tirò la volata per l’Oscar come migliore attore per la sua performance. L’Oscar come migliore attore: il punto numero otto della lista dei dieci obiettivi nella vita, scritta da Matthew McConaughey nel 1992. Sono sempre molte le sfaccettature di un attore. É il loro mestiere sapersi trasformare e lasciar credere a chi osserva che è tutto vero, che potrebbe esserlo. Matthew McConaughey è un grande trasformista, di un’intensità impossibile da non premiare, e a quanto pare persino la sua penna è degna di nota.

Con questo libro, che chiunque potrebbe credere eccessivo o persino pompato, c’è tutta la sua essenza, le sue emozioni, la sua vita che lui stesso ha definito “Una lettera d’amore“.

Photocredit: Amazon.it

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L’Abruzzo magico negli scritti di Davide Ferrante

Redazione

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David Ferrante scritti sull'Abruzzo magico

È l’Abruzzo antico e misterioso quello che David Ferrante, sociologo e saggista teatino, ama raccontarci attraverso i suoi scritti. Una terra ricca di tradizioni, miti e leggende, dalle radici aspre e solide. Le stesse che le sue genti dal carattere tenace si trascinano dietro anche quando la necessità le costringe a vivere lontano.

Appassionatosi al folklore e all’enogastronomia durante il percorso di studi del dottorato di ricerca in Scienze sociali, dopo la pubblicazione di alcuni testi specialistici di impronta sociologica, Ferrante ha intrapreso la sua attività di saggista-narratore. In una misura spontanea e aperta è diventato cultore di un Abruzzo arcaico e popolare a partire dal racconto Quando passò la pandafeche, incluso nella raccolta Raccontami l’Abruzzo (Tabula Fati, 2017), a cura di Rita La Rovere.

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Rievocazione della credenza legata alla vecchia strega-fantasma che opprime il sonno dei dormienti rubando loro lu fiate, la pandafeche riemerge dai ricordi dell’infanzia accanto alla figura protettiva dell’anziana nonna. A questa donna l’autore demanda la funzione di voce narrante necessaria a spiegare ai lettori, forse anch’essi memori di racconti simili ricevuti un tempo lontano o del tutto ignari dell’esistenza di un tale personaggio nell’immaginario folklorico locale.

I racconti dei nonni, tramandati da una generazione all’altra, attraverso quello che noi immaginiamo come un lunghissimo tratto della nostra storia locale, i culti, le tradizioni, le credenze costituiscono il “serbatoio metafisico” a cui la collettività attingeva nel tentativo di controllare la natura, riducendo la sua misteriosa forza e imprevedibilità a un’entità terribile ma al contempo addomesticabile.

E forse è proprio questo, ancor più delle lacrime e dello spavento del bambino, a intenerire il lettore del racconto. La pandàfeche apre così la strada a un filone di ricerca antropologica che porta David Ferrante a occuparsi di erbe medicamentose o letali, di culti atavici, di magia e antiche credenze, approdando alla stesura di un interessantissimo saggio sul personaggio di Giovanni Battista nel folklore abruzzese e alla realizzazione di due raccolte di racconti di grande successo di pubblico: la prima scritta a “trentaquattro mani” su figure di streghe e guaritrici realmente esistite in un Abruzzo più o meno arcaico, recuperate dall’oblio o riscattate dalla stigmate di prodotti di una subcultura popolare attraverso la finzione narrativa, la seconda, frutto della collaborazione tra dodici autori, restituisce vita e seduzione affabulatoria a miti e leggende del popolo, le stesse che accendevano il cuore e la fantasia dei nostri antenati raccolti attorno al focolare nelle lunghe sere d’inverno.

San Giovanni Battista nella cultura popolare abruzzese (Tabula Fati, 2018), come esplicita il sottotitolo stesso, si offre come un compendio di tradizioni, riti e sortilegi che caratterizzavano nella cultura popolare abruzzese il periodo di attesa della notte di San Giovanni tra il 23 e il 24 Giugno.

Dopo la necessaria rievocazione della figura del Santo secondo le Sacre scritture e l’agiografia tradizionale, Ferrante ci apparecchia una gustosissima carrellata di leggende locali, riti propiziatori, costumi relativi al legame del comparatico, così importante per la devozione portata al Santo da divenire non rescindibile e più potente dei legami parentali stessi. La notte di San Giovanni, come il duplice volto del Giano romano, ha in sé una doppia, oppositiva valenza religiosa e simbolica: è la notte in cui si armonizzano e si presentano nella loro veste salvifica diverse forze e forme della natura, avvengono prodigi, le erbe diventano magiche e le guaritrici le raccolgono per le loro qualità medicamentose, le acque, spesso mescolate alle erbe, acquistano un potere sanatorio e propiziatorio elevatissimo (credenza che ben si collega alle primigenie forme di culto legate alle acque in Abruzzo).

Ma è anche una notte di sabba, in cui le streghe raccolgono le erbe nocive per le loro fatture di morte, indispettite dalle magare che al contrario se ne procurano altre, capaci di curare i mali, di scacciare i demoni e il malocchio. È la notte in cui si raccolgono le ventiquattro noci necessarie per il nocino e l’iperico che, mescolato con l’olio d’oliva, produce l’olio di San Giovanni, così benefico per la pelle.

La lista di aneddoti e curiosità è lunga e gradevole e rende il piccolo saggio un testo da cui non si può prescindere per avvicinarsi a elementi culturali di cui si sentono ancora deboli eco o che affascinano proprio per il loro sapore arcaico e salvifico. Aspetti esoterici che Ferrante ritiene di un mondo ormai in estinzione, da salvaguardare e riproporre, consapevole di come la conservazione del patrimonio demo-etnico-antropologico di una comunità sia la chiave di volta sui cui poggia la contemporaneità e la chiave di lettura necessaria a meglio comprendere la stessa. Una nuova edizione del saggio, arricchita di materiali frutto di nuove ricerche, è stata pubblicata sempre dalla Tabula Fati nel 2021.

Al 2019 risale la curatela della raccolta L’Ammidia. Storie di streghe d’Abruzzo (Tabula Fati), una silloge di racconti scritti da quattordici autori, tra cui compaiono Ferrante stesso e l’autrice del presente articolo, intorno a storie di streghe e magare realmente esistite nella nostra regione o nell’immaginario di un’intera comunità sotto forma di protagoniste di miti e leggende. I testi sono il prodotto di un’accurata ricerca documentaristica circa le storie che si addipanano attraverso le varie unità narrative e non difettano di attenzione verso gli aspetti simbolico-linguistici di riti e formule magiche, con qualche incursione nell’universo del vernacolo locale.

Con altrettanta maestria vengono ricostruite le atmosfere e gli ambienti culturali entro i quali le vicende si svolsero e si vanno a collocare, in obbedienza alle regole imposte dalla narrazione storica. Non meno interessante è la cura rivolta all’analisi delle categorie socio-antropologiche a cui viene ricondotta la figura della strega nella cultura popolare: spesso ridotta a capro espiatorio da malvagie logiche di potere e vittima di stereotipi sociali, la figura della strega finisce per aprire nuovi interrogativi su tematiche ancora scottanti e di grande attualità presso una società ancora incapace di rifiutare la volgare arma dell’emarginazione, la bramosia di dominio sull’altro e quella forma aberrante di barbarica devianza che spinge ad assistere a spettacoli di violenza e disprezzo verso le vittime.

Fanno da controcanto il sentimento della pietà, la potenza dell’immaginazione che riscatta dall’oblio e dalla barbarie, la curiosità verso un universo dai sapori arcaici e autentici: forme di vita, di saperi e di appropriazione del mondo che si tramandano attraverso costruzioni logico-linguistiche di tipo magico ed esoterico.

Nel 2020 troviamo una seconda curatela che ha dato la genesi alla raccolta Fate, pandafeche e mazzamurelli (Tabula Fati), in cui Ferrante compare di nuovo anche in veste di narratore con il racconto Viaggi dalla casa candita accanto ad altri undici autori. Protagonisti dei racconti sono questa volta personaggi che hanno fecondato l’immaginazione popolare e incantato catene di generazioni di abruzzesi con la loro potenza magica.

Si tratta di Uiddiu, il poeta Ovidio Nasone presente nelle leggende sulmonesi nelle vesti di un grande mago, del lope menare che si aggirava nelle campagne abruzzesi vittima innocente di una maledizione, del mazzamurille che viveva nei boschi, della dea Maja che accoglieva chi saliva  sulla Maiella,  e ancora dello Scapigliato, della Ritorna, delle fate, de lu bascialische, dello scijjone e della lunga catena di defunti che tornano attraverso la processione della scurnacchiera, per citarne alcuni, tutti personaggi a cui si restituisce vita e vigore attraverso l’incantesimo di una narrazione che sa custodirne e ancora tramandarne i segreti.

L’operazione di recupero del folklore e l’impegno a condurre il lettore in luoghi magici e carichi di storia della nostra regione è proseguita anche attraverso la pubblicazione del racconto di Ferrante Il dolore della luce, incluso nella racconta Castelli maledetti, a cura di Angelo Marenzana, (Nero Press Edizioni, 2020) e altri racconti e libri sono in arrivo attraverso nuove raccolte e soprattutto ci interessa segnalare la curatela di una nuova raccolta dedicata ancora a figure di streghe e magare abruzzesi realmente esistite.

La scrittura e l’opera di curatela di Ferrante sono, in ultima analisi, il frutto di una sorta di impegno etico che il nostro Autore ha sentito di dover assumere su di sé. Quasi un obbligo verso l’Abruzzo. Nascono dal bisogno di lasciare viva una cultura immateriale legata a condizioni di vita e di pensiero che appartengono al passato. Tutto ciò che le nuove generazioni non conoscono per esperienza diretta se non attraverso i racconti dei più anziani, spesso ascoltati distrattamente e con insofferenza da chi si ritrova irretito dalle lusinghe della modernità e di un tempo che poco concede all’ascolto e alla comprensione.

I tempi dei racconti e della memoria sono lunghi e lenti, intervallati da pause che creano sospensione e attesa. Sono i tempi buoni che lasciavano germogliare il seme e poi maturare il grano. Quelli della caduta morbida e leggera della neve e del suo sciogliersi fresco al tepore del primo sole, del gorgoglio sempre più veloce dei torrenti, delle albe e dei tramonti sui monti e sui mari, assaporati sin dai primordi della nostra storia da pastori e pescatori pazienti e usi alla tribolazione, così come alla contemplazione della bellezza esorbitante delle montagne d’Abruzzo, spiagge e  lande silenziose.

Sono questi i ricordi dei nonni che David Ferrante insegue attraverso il proprio personale percorso di memorie, per risparmiarli all’ingiuria del tempo e all’ingiustizia dell’oblio e per farcene dono attraverso la scrittura come amuleto contro l’ansia dell’oggi.

di Maria Elena Cialente

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“Lupa”: l’esordio poetico potente e suggestivo di Federica Scaringello

Redazione

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La poesia dell’esordiente Federica Scaringello, in questa nuovissima silloge edita da Capire Edizioni, si propone con una cifra stilistica intensa, quasi fuorviante.

I suoi versi quasi si allontanano dalla percezione comune delle cose, che vengono disattese con una precisione chirurgica, con una disamina crudele – e al contempo vitale – di piccoli momenti di vita, per un disincanto e una aderenza alla realtà dove il tutto e il niente vengono resi intelligibili una volta scoperta la loro comune origine:  l’amore e la morte.

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“Lupa”, con assoluta determinazione, non vuole domare il Drago, quell’inchiostro nero che in noi circola e che, per citare un’altra poetessa, Isabella Leardini, è «fatto di tutte le cose da dire che non sono state dette». Quello di Federica Scaringello è un inchiostro che si aggrega alla notte, e nell’oscurità il Drago non viene domato, ma superato:

Uccidere il drago

prima di finire

e aprire

aprire tutte le finestre

nell’ora buia.

Leggi anche: “Rinnovarsi senza perdere mai il passo: il ritorno di Giorgio Ciccarelli

Nella messa a fuoco del dolore e della gioia che abitano la sua vita, Scaringello procede con una inconsueta fermezza formale che accende un processo creativo potente, un bisogno vitale di “esserci ancora”:

Come ascoltare una grande sinfonia

il tuo passo

nell’aria che prende colore

ancora stendi i miei vestiti

all’infinito.

Ogni sua breve poesia splende dopo una elaborazione accurata e decisiva della parola, delle cose, dell’anima. La parola ci giunge in piena luce. La poesia è colta appieno nel suo anelito alla Verità. Pare quasi un eterno ritorno e riviversi; è come se – afferma il poeta Davide Rondoni nella quarta di copertina – «lo spazio, e la vita che lo abita, fossero portati a un tribunale della visione, alla prova del dicibile».

Morto il Drago, trovandosi a fare i conti con le cose infime o sorprendenti della realtà che tutti viviamo, la poesia di Federica Scaringello affronta il giorno come fosse l’unico, con indebito e forte amore; una resa dei conti che alla Poesia rinviene, inevitabile, in versi di sorprendente bellezza.

Lupa

di Federica Scaringello

Capire Edizioni

di Pietro Fratta

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