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36 anni di Born in the Usa, l’inno generazionale che non invecchia mai

E’ tra gli album rock più conosciuti al mondo, la sua title track è stato un inno generazionale capace di trascendere i confini degli Stati Uniti per conquistare quelli globali, ha rinverdito la poetica del nativo di Long Breach. “Born in the Usa”, masterpiece di Bruce Springsteen, compie oggi trentasei anni dalla sua pubblicazione.

Federico Falcone

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E’ tra gli album rock più conosciuti al mondo, la sua title track è stato un inno generazionale capace di trascendere i confini degli Stati Uniti per conquistare quelli globali, ha rinverdito la poetica del nativo di Long Breach dopo il mezzo passo falso (commercialmente parlando) di “Nebraska” e si è collocato come pietra miliare degli anni ’80. “Born in the Usa“, masterpiece di Bruce Springsteen, compie oggi trentasei anni dalla sua pubblicazione.

Un album che, esattamente come il suo artefice, non vuole saperne di invecchiare un giorno e che anche oggi, alla luce dei recenti accadimenti nella patria dello Zio Sam, a seguito dell’uccisione di George Floyd, riveste un significato ancora più particolare. In “Born in the Usa” Springsteen canta il suo personalissimo tributo ai soldati a stelle e strisce coinvolti nella guerra del Vietnam, tra chi non ce l’ha fatta a tornare a casa e a chi, pur tornandoci, non è stato più lo stesso. Ma anche spaccati di vita comune, di politiche fallimentari, di amori e delusioni, di coraggio e forza d’animo, della working class e di chi ha reso, e avrebbe potuto, rendere grande l’America.

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Quel sogno americano tanto conflittuale e contraddittorio, quella terra che esaltava la libertà ma che doveva fare i conti con la guerra e che ancora oggi ha un conto in sospeso con quella piaga sociale chiamata razzismo. Cambiano gli anni, passano le decadi, ma alcune dinamiche sembrano lungi dall’essere estirpate. Springsteen pronunciò queste parole nel 1984, nel corso di un’intervista promozionale all’uscita del settimo disco in studio:

Penso che la gente abbia bisogno di provare sentimenti positivi nei confronti del proprio Paese. Ciò che sta accadendo ora, a mio parere, è che questo bisogno — che è una cosa bella — viene manipolato e sfruttato“. Più di tre decenni dopo sono tremendamente attuali. Parlava in riferimento ai due conflitti armati, quello del Vietnam e quello dell’Iran (in entrambi i casi gli States non ne uscirono affatto bene) e dello scandalo Watergate, ma anche di come la società statunitense fosse instabile da un punto di vista emotivo e culturale, alla ricerca di un appagamento esterno dalla violenza e dal disordine.

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“Born in the Usa” fu da subito un successo commerciale ma il Boss respinse con decisione le opinioni di chi vedeva in questo titolo una sorta di appartenenza nazionalista (al giorno d’oggi diremmo sovranista) e, addirittura, una strizzatina d’occhio all’America repubblicana. Bruce Springsteen repubblicano? O anche solo un simpatizzante di tale corrente politica? Non scherziamo, per favore. Accuse, illazioni, critiche, pareri…tutto respinto al mittente con forza e decisione. Il Boss appartiene al popolo, alla sua gente, ai suoi amici e alle sue schiere di fans. Il linguaggio del rock è universale e non classificabile e così ogni tentativo di strumentalizzazione venne smorzato sul nascere.

Delle dodici tracce presenti al suo interno, sette divennero singoli, tutti pubblicati tra il maggio del 1984 e il settembre del 1985. Una hit dopo l’altra, un successo planetario senza precedenti per Springsteen, precedentemente esploso con “Born to run” e il doppio “The River”. “Dancing in the dark“, “Cover me“, “Born in the Usa“, “I’m on Fire“, “Glory Days“, “I’m goin’ down” e “My Hometown” proiettarono Bruce verso l’infinito e oltre. Brani, questi, che anche nei tour attuali sono quasi sempre presenti, a testimonianza di come, nonostante il peso degli anni sulle spalle, non abbiano perso nulla del loro fascino.

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

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Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

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Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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