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22/11/63: quando Stephen King provò a evitare l’omicidio di JFK

Federico Falcone

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“Evitare l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy potrebbe cambiare per sempre la storia degli Stati Uniti e del mondo”

Era l’8 novembre del 2011 e Stephen King, il Re della letteratura horror, pubblicava uno dei suoi libri più belli: 22/11/63. Un romanzo che sa di avventura e speranza, che strizza l’occhio ai viaggi nel tempo e alla fantascienza, che parla di amore e amicizia e che si colloca in un periodo storico, quello a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, spartiacque per la storia dell’uomo.

L’epoca del boom economico, della rinnovata voglia di vivere, dei balli sfrenati, dei ciuffi ribelli sopra al giubbino di pelle e delle pin up. L’epoca delle Cadillac, delle Plymouth e delle Buick, dei motori scoppiettanti e delle macchine con le fiamme cromate, delle due ruote e dei rombi incandescenti. L’epoca dei colori, delle serate in spiaggia al drive in e delle bevute di nascosto dai genitori e dagli adulti. L’epoca di Elvis Presley, del doo wop e del rock’n’roll. L’epoca delle divise militari sfoggiate con vanto tra le strade delle città di provincia, quando i ragazzini sfrecciavano in due seduti sulla stessa bicicletta.

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L’epoca, però, delle lotte per la conquista dei diritti civili, con le disuguaglianze di genere ancora ramificate tra i retaggi culturali del tempo, incancrenite da tabù e pregiudizi e lontane anni luce dal progresso open minded sempre richiesto alla terra dello Zio Sam. E se anche oggi, nel primo ventennio dei Duemila non va meglio, è facile immaginare come all’ora fosse cinicamente peggio. Tra le righe di quest’opera non mancano denunce e critiche alla società del tempo, così come non mancano sinceri omaggi agli usi e ai costumi in vigore in quegli anni.

Tutto questo fa da sfondo al viaggio della speranza di Jake Epping, una missione forse suicida con poche possibilità di successo a prescindere da qualsiasi piano o programma studiato nel dettaglio. Può accadere di portare a termine il proprio compito, ma può anche non accadere, perché Stephen King lo sa bene: “il passato non vuole essere cambiato“. Un romanzo scritto benissimo e tradotto altrettanto bene da Wu Ming 1. E se non sapete nulla di John Fitzgerald Kennedy, il 35esimo presidente degli Stati Uniti assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963, non preoccupatevi, se ne parlerà solo vagamente. Perché le pagine della storia sono ricche di ipotesi, possibilità, fatti e atti che devono ancora essere esplorati e King, come Epping, prova ad esplorarle fino in fondo.

Un libro, mi consentirete l’entusiasmo, meraviglioso, da leggere tutto d’un fiato con gli occhi spalancati su un passato che sembra così lontano da noi da farci quasi dimenticare che, in fin dei conti, è poco più che mezzo secolo fa. È storia contemporanea. Stephen King ha creato una trama magistrale dentro alla quale perdersi e il cui finale è tutto fuorché prevedibile. Perché il passato, ricordate sempre, non vuole essere cambiato. Si è travolti dalla fluidità della scrittura dell’autore. Altro elemento che ne caratterizza le pagine: l’eterna lotta tra bene e male, tra chi prova a migliorare la vita degli altri e chi fa di tutto per distruggerla. E poi c’è il Maine. E nel Maine, si sa, ci sono cittadine maledette…

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Trama

Jake Epping ha trentacinque anni, è professore di inglese al liceo di Lisbon Falls, nel Maine, e arrotonda lo stipendio insegnando anche alla scuola serale. Vive solo, ma ha parecchi amici sui quali contare, e il migliore è Al, che gestisce la tavola calda. E proprio lui a rivelare a Jake il segreto che cambierà il suo destino: il negozio in realtà è un passaggio spaziotemporale che conduce al 1958. Al coinvolge Jake in una missione folle – e follemente possibile: impedire l’assassinio di Kennedy. Comincia così la nuova esistenza di Jake nel mondo di Elvis, James Dean e JFK, delle automobili interminabili e del twist, dove convivono un’anima inquieta di nome Lee Harvey Oswald e la bella bibliotecaria Sadie Dunhill. Che diventa per Jake l’amore della vita. Una vita che sovverte tutte le regole del tempo conosciute. E forse anche quelle della Storia.

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Da 22/11/63 è stata tratta anche una serie tv, altrettanto valida se consideriamo la portata del libro. Non era facile, ma il lavoro sviluppato è stato decisamente buono. Forse, ma questa è un’opinione del tutto personale, con una seconda stagione che avrebbe consentito di approfondire maggiormente i vari passaggi narrati e i vari personaggi descritti, avremmo potuto godere di un universo troppo ampio per essere racchiuso in otto episodi.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Il primo SMS della storia: considerazioni su una rivoluzione culturale

Alessio Di Pasquale

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Provate a contare fino a: 1. Fatto? Bene, in quel breve arco di tempo, in tutto il mondo, sono appena stati inviati qualcosa come 270.000 SMS. Nemmeno il tempo di prendere quindi un ampio respiro, e l’equivalente di tutti gli abitanti della città di Roma, nell’intero globo terràcqueo, ne ha appena inviato uno, anche se fra questi vanno conteggiati anche gli sms automatici inviati da aziende e quant’altro.

In totale quindi, facendo i giusti calcoli, ogni giorno nel mondo vengono inviati, ad oggi, 23 miliardi di sms. Numeri impressionanti da capogiro, ma non è ancora niente, tenetevi forte: sulla famosa piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp, ogni giorno vengono scambiati circa 100 miliardi di messaggi ad oggi, Novembre 2020. Qui si va semplicemente oltre l’umana capacità di comprensione. Nonostante quindi le più recenti app che utilizzano internet per svolgere la loro funzione, il mercato degli sms ancora tiene duro. 

La sigla SMS, come tutti sappiamo, viene dall’inglese “Short Message Service, e sta ad indicare un servizio nato per l’invio e la ricezione di brevi testi (messaggi), sfruttando in origine la rete GSM, ma vi siete mai chiesti quando fu inviato il primo SMS in assoluto? Siamo così tanto abituati (o assuefatti, dipende dai casi) a ciò che oggi è considerato così ordinario e di uso comune come il messaggio di testo che probabilmente non ci siamo mai soffermati a riflettere su cosa deve aver provato l’ingegnere inglese della Vodafone Neil Papworth il 3 dicembre del 1992, quando inviò per la primissima volta nella storia del genere umano il primo SMS tra due device elettronici.

Abbiamo tutte le ragioni per credere che dev’essere stata un’emozione indescrivibile, rara, come quella dell’altro più famoso Neil, quando per la prima volta nell’istoria della nostra specie solcò il suolo lunare alle ore 02:56:15 UTC del 21 luglio 1969. Probabilmente Armstrong ebbe un successo maggiore in quanto a fama mondiale per via dell’enorme risonanza che il fenomeno mediatico ebbe in quei tempi, per questioni di dimensioni fisiche dell’impresa facilmente intuibili, quando invece sono le piccole cose che spesso modificano radicalmente le nostre abitudini e le nostre vite, come un semplice SMS.

Quello che non potevamo sapere, fino ad ora almeno, è che nemmeno il nostro Neil in questione si attendeva un simile successo del messaggio di testo, a posteriori. Inizialmente, di fatti, erano stati pensati come dei cercapersone per i momenti lavorativi o durante i quali comunque non si poteva rispondere al telefono, e la tecnologia inoltre era molto limitata e costosa.

Ma come si sa, l’uomo spesso fa di necessità virtù, e trova sempre un modo di infrangere i limiti che non sono limiti. Il nostro ingegnere, all’epoca ventiduenne, lavorava come sviluppatore quando inviò, da un computer a un cellulare (per la precisione, il telefono cellulare di un direttore di Vodafone mentre partecipava alla festa di natale tra colleghi) il primo SMS che conteneva un semplice, modestissimo testo: “Merry Christmas”. Dichiarò in seguito che non si offese per la mancata risposta, poiché non era possibile allora rispondere ai messaggi. Modesto, ma ironico e sottile. 

È da fare comunque una doverosa e necessaria precisazione: in realtà, tecnicamente ma solo tecnicamente parlando, il primo SMS a tutti gli effetti non viene considerato il suo, perché per essere considerato tale, lo scambio di informazioni deve avvenire tra due telefoni cellulari, e non da computer e telefono. Viene perciò considerato come il primo effettivo SMS della storia, tra due telefoni cellulari, quello che inviò il giovane ingegnere stagista della Nokia Riku Pihkonen, Finlandese, a fine 1993 (non si conosce bene il giorno esatto), durante un normale test di routine. 

La Svezia stava già lavorando su un servizio di SMS, che consisteva però di messaggi solo da operatore a utente. La compagnia finlandese Radiolinja fu invece la prima a considerare l’idea di un servizio basato su veri SMS tra persone, ma serviva un dispositivo che fosse tecnologicamente in grado di rendere attuabile questo sogno: nacque così il telefono cellulare Nokia 2110, lanciato sul mercato nel Gennaio del 1994.

Da allora abbiamo subìto una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite a partire da un gesto così piccolo ma efficace. D’altronde, come ogni “boom”, le esplosioni iniziano sempre da un minuscolo, silenzioso innesco. Qui però sorgono i primi interrogativi filosofici (manco tanto) che meritano una rapida spolverata per capire un po’ più a fondo il fenomeno sociale e culturale dell’SMS.

L’uomo ha creato un sistema di comunicazione istantaneo e facilmente usufruibile da tutti che, come ogni cosa al mondo, non è né buono né cattivo: è un semplice strumento, che dipende dall’uso (o abuso) che se ne fa. Il messaggio stesso quindi può essere un’arma o un semplice mezzo, come tanti altri, che può servire per un fine, per uno scopo. L’utilizzo degli SMS come mezzo di comunicazione perciò non è esente dai pro, e dai contro. Tra i tanti pro che possiamo riscontrare nel loro convenzionale utilizzo, possiamo certamente elencarne qualcuno:

– Ci consentono di abbattere qualsiasi distanza fisica, senza l’impegno più “gravoso” di una telefonata. Quando ci va di sentire qualcuno, basta prendere il telefono tra le mani e digitare il testo che desideriamo inviare, ed attendere la risposta. Niente di più semplice.

– Ci danno più tempo per riflettere prima di “parlare”, non avendo il nostro interlocutore di fronte, al quale non si sa bene per quale motivo ci sentiamo sempre tenuti a rispondere immediatamente.

– Ci tolgono l’imbarazzo di esprimere alcune nostre emozioni o sentimenti che per alcuni, per ragioni psicologico/emotive, risulta difficile esprimere in prima persona, grazie alle “emoticon” (fusione delle parole “emotion” e “icon”) basate sul sistema di punteggiatura, o delle più recenti “emoji” (che richiedono invece un software per essere visualizzate). 

– Ultimo ma non ultimo, al contrario di una telefonata, un testo scritto in un SMS resta sul proprio telefono cellulare per un tempo indefinito. Verba volant, scripta manent. Ragion per cui, se abbiamo ricevuto un bel messaggio, possiamo rileggerlo tutte le volte che vogliamo per autogratificarci. Stessa cosa con un brutto messaggio, ma per l’opposta e facilmente individuabile ragione. 

Tra i contro invece: gli stessi appena elencati. Tutti. O almeno, nel loro uso eccessivo, quando cioè si va oltre lo scopo per il quale sono stati creati. Quando non sono più dei semplici mezzi, ma si trasformano in un fine. Quando in definitiva perdono l’obiettivo originario di comunicare, ma diventano un modo come un altro per isolarsi, per nascondersi dietro uno schermo, per non vivere tutte le emozioni che solo un contatto visivo con l’altro può donarci. E per tutte le emozioni, intendiamo proprio tutte, belle e brutte, piacevoli e spiacevoli. 

L’SMS ha cambiato il modo di comunicare, questo è indubbio. Potremmo fare l’esempio di quando si usavano solo le email per comunicare in forma scritta oppure, andando più indietro nel tempo, quando si scrivevano e si inviavano le lettere, in tempi più romantici. L’attesa di ricevere una lettera creava quello stato di arousal mentale di attesa misto ad euforia che rendeva ritualistico il gesto; e si sa, noi umani abbiamo un fisiologico bisogno dei rituali.

Creano quello stato emotivo preparatorio, che ha la funzione di caricare la nostra molla interiore per vivere più intensamente le nostre emozioni quando viene rilasciata. Se invece abbiamo una situazione in cui è “tutto e subito”, senza la conquista dell’attesa, non avremo mai modo di assaporare il momento destinato ad arrivare. Perciò, abbattere le distanze fisiche può a volte quindi non farci godere il momento in cui rivedremo la persona con la quale abbiamo voglia di parlare. Poi, avere più tempo per riflettere prima di rispondere è una giusta causa, ma potremmo tranquillamente farlo anche durante un normale dialogo orale. Toglierci infine l’imbarazzo di mostrare le nostre emozioni vis-à-vis, è come rinnegare la nostra fisicità, il nostro corpo: ci sarà pure una ragione se il nostro volto nasconde sotto la pelle ben 36 muscoli, di cui la maggior parte concentrati nell’area della bocca con la quale siamo soliti comunicare, no? Per non parlare dell’inevitabile quanto frequente rischio di fraintendimento di un messaggio, per i suddetti motivi. 

Nessuno ha mai detto che comunicare sia mai stato semplice ma, complice questa enorme ed apprensiva mamma chioccia che è la società moderna (che vuole “proteggerci” a tutti i costi da qualsiasi cosa, specialmente dai pericoli che non esistono, che equivale a non vivere affatto), stiamo disimparando a comunicare. Pochi sono ancora in grado di farlo realmente: la maggior parte di noi chiacchiera, o parla, ma non sa più come si comunica. Specialmente la nuova generazione, figlia del digitale, non potrà mai fare un confronto di come comunicavamo noi discepoli dall’analogico degli ’80s, perché nasce ormai immersa fino al collo in questo fluido non Newtoniano di informazioni digitali, di bit che la tiene a galla, ma che non le insegna a nuotare; e i giovani quindi bevono da questo sconfinato mare, l’unico che conoscono, ma senza dissetarsi. Questo costante flusso di informazioni che attraversa i nostri corpi dunque, senza però essere mai elaborato dall’organismo, che viene espulso in un battito d’ali così com’era venuto, senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio. 

Comunicare è un’arte, che richiede ascolto, pazienza, ma soprattutto tempo: e noi ci meravigliamo se i giovani, ma anche gli adulti ormai, specialmente nelle grandi città, non sanno più come si fa a comunicare. Non c’è più tempo, non c’è più pazienza e propensione all’ascolto in questa società: bisogna produrre. Comunicare serve solo per portare avanti gli obiettivi della holding per la quale lavoriamo, il resto è un inutile lusso. E noi siamo consapevoli di tutto ciò, ma non facciamo nulla nel nostro piccolo per cambiare le cose, e abbiamo spesso anche il coraggio di lamentarci che nelle nostre famiglie non ci si parla più, e gli unici mezzi di comunicazione sono le urla, i ricatti e le intimidazioni, pretendendo per di più che i nostri figli si facciano andare bene questi nostri istinti più beceri come metodo educativo. 

È tutto ciò colpa quindi dell’SMS? No, i messaggi hanno una loro funzione, siamo noi che abbiamo semmai delle colpe. In fondo comunque, non ha nessun senso parlare di colpe in una società dove abbiamo tutto, tranne ciò che farebbe realmente la differenza: la consapevolezza. Ma possiamo parlare di responsabilità, di profitti, di rampanti manager yuppies, di grandi industrie e ambiziosi industriali, di sfruttamento (al fine dell’arricchimento) dell’ossessività fisiologica che esiste da quando esiste la razza umana, specialmente nei più giovani di questa nostra specie, i quali difettano necessariamente e giustamente di saggezza ed equilibrio.

In conclusione quindi, il loro utilizzo diventa deleterio quando si supera una certa soglia, e gli effetti collaterali diventano maggiori dei benefici. Avremmo bisogno di essere educati al loro utilizzo, ma chi potrebbe mai educarci se sempre più di frequente gli adulti sono ancora più schiavi dei loro figli del telefono cellulare? E poi, come farebbero a trarre gli enormi profitti le compagnie telefoniche, le aziende produttrici di telefoni cellulari se tutti imparassimo a farne un buon uso, e non esclusivamente un reiterato abuso?

Think about it.

Alla prossima.

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“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”: 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama Imperatore

Federico Rapini

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Una vita passata al centro della scena della sua opera d’arte

Era il 2 dicembre del 1804 quando, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incoronò Imperatore dei francesi. Eletto a tale carica grazie ad un plebiscito popolare svoltosi nel maggio dello stesso anno, l’Empereur si posò la corona sulla testa dalle sue stesse mani alla presenza del Papa Pio VII.

Affermando che “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca” sottolineò il suo voler mantenere a debita distanza il potere spirituale da quello temporale.

La narrazione di tale evento è stata fortemente romanzata, tanto che ad oggi sopravvive ancora la fantasticheria che voleva Napoleone impudente nel togliere la corona dalle mani del pontefice, il quale in realtà presenziò solamente alla cerimonia.

Cerimonia che, per volere dello stesso neo Imperatore, univa il sacro, tipico della consacrazione del sovrano con l’unzione conferita dall’arcivescovo di Reims, ad altri riti di tradizione carolingia.

Descritto in lungo e largo da tanti, non basterebbero queste righe per descrivere la sua vita ed il suo essere. Fu certamente rivoluzionario, sconvolse l’equilibrio degli Stati europei instaurando un senso di mentalità e unità continentale. Suo scopo fu quello di creare un sistema europeo basato su diritto comune ed una sorte europea.

La sua vita è stata un’opera d’arte burrascosa, narrata e dipinta dai più grandi artisti ed intellettuali.

Hegel addirittura, nel 1806, dopo la vittoria di Jena, scrisse al Niethammer “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

Il filosofo si riferisce a Napoleone come der Kaiser, il Cesare, per sottolineare la continuità ideale tra la figura dell’Imperatore francese ed il titolo di cui si forgiavano gli imperatori romani. D’altronde rifacendosi spesso ai titoli di console e triumviro, l’Empereur si faceva carico dell’eredità dell’Impero Romano dal quale traeva solerte ispirazione.

Ma già prima di Hegel, l’italiano Vincenzo Monti gli dedicò il poema “Prometeo” in quanto ribelle a Dio(Giove) e benefattore dell’umanità, in quel caso l’Italia liberata. Un Prometeo moderno che come il titano combatteva contro il destino avverso.

Avversità che però non lo hanno mai scoraggiato. Non era nel suo carattere grazie soprattutto ad una buona dose di ego. Come quando in occasione delle vittorie in Italia e l’ingresso a Milano nel Maggio del 1796 pronunciò parole come queste: “Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria”.

Quasi un eroe. Tanto che Beethoven gli dedico la terza sinfonia, l’Eroica. Il compositore fu certamente il più importante romantico nel suo campo. Romanticismo caro anche all’imperatore amante dei Canti di Ossian e il Livre de chevet, capolavoro, questo ultimo, preromantico.

Ma la sua vita non è stata solo descritta magistralmente da penne di filosofi, poeti o messi in musica da artisti superbi. Fu protagonista anche di sculture e dipinti.

Antonio Canova, esponente di spicco del neoclassicismo, scolpì la figura dell’Empereur con i tratti di Marte Pacificatore. Mentre un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse lo ritrasse come un novello Mosè intento ad incidere il codice civile su una tavola. Si tratta dell’opera “Napoleone incoronato dal Tempo” in cui Napoleone, in abiti mortali in uno spazio non definito ma che ricorda il mito della creazione, vince la morte e si avvia verso l’eternità destinata solo ai più grandi.

“Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” di Antonio Canova

Ma il capolavoro che più di tutti rappresenta l’Imperatore corso è “Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David dipinto nel 1801.

Napoleone è rappresentato mentre domina un cavallo rampante e nell’atto di valicare le Alpi, come fecero Annibale e Carlo Magno. Il cavallo gli conferisce ancora più potenza e lo lega ai grandi monumenti equestri del passato. Sopra di esso lui indica la meta che il suo popolo dovrà raggiungere seguendolo.

In questo quadro del pittore ufficiale di Napoleone traspare la forza della poetica della statua. Un quadro che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

“Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David

Fu proprio David, poi, ad avere l’onere e l’onore di raffigurare il momento più alto della vita dell’Empereur. In “L’incoronazione di Napoleone”, opera realizzata tra il 1805 ed il 1807, l’artista rappresenta il momento della rottura con l’ancient regime, ponendo Napoleone ovviamente al centro della scena, nel giorno in cui si auto-incorona sotto lo sguardo, da posizione laterale, del Papa.

In questa opera, raffigurazione della realtà, c’è tutto ciò che è stata la vita di Napoleone. Una vita sempre al centro. Mai in disparte. Che fosse in guerra, negli anni che lo portarono ad essere generale, o geopoliticamente quando il suo Impero si posizionò tra l’Inghilterra dei Rothschild e la Russia dello zar Alessandro I. Proprio il voler essere al di sopra di tutto, anche della sua epoca, lo portò ad una guerra su due fronti che gli costò il potere.

Nonostante ciò non perse mai la sua personalità né tantomeno il rispetto dei suoi soldati. Essi, dopo che Napoleone tornò in Francia dall’isola d’Elba, gli furono mandati contro dal re Borbone. Ma nessuno mosse un dito nonostante l’ormai ex imperatore gridò Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo”.

Anzi, fu portato in trionfo a Parigi da quegli stessi soldati.

Intese la vita politica in maniera inclusiva e sintetica così da ricreare uno spirito nazionale gettando da subito le basi per quell’unità che contraddistinse il suo Impero. Riuscì difatti a prendere dalla Repubblica l’idea di equità e dalla Monarchia l’idea di verticalità e l’etica. Il tutto sommato al concetto romano di Impero.

Una vita al centro della scena, dunque.

D’altronde come scrisse il Manzoni “ Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero,come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor”.

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Woody Allen, 85 anni del genio più discusso d’America

Sono 85 anni oggi per Woody Allen, tra scandali e grandi pellicole. Perché l’America vuole dimenticarlo, e perché ne va conservata la memoria.

Alberto Mutignani

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Oggi lo censurerebbero, ma in ‘Provaci ancora, Sam!’ – del 1972 – c’è un memorabile scambio di battute tra Woody Allen, lo spirito guida Humphrey Bogart e Diane Keaton sui pro e i contro dello stupro: “È un sogno segreto di ogni donna”, “Se mi violentassero, starei al gioco per un po’ e poi inizierei ad urlare, a meno che non cominciasse a piacermi”.

Allen e la splendida Diane Keaton lasciano poi che il dialogo scivoli da sé in una dimensione meno grottesca, subordinata alla più celebre gag della preparazione del bacio. Eppure, un film come ‘Provaci ancora, Sam!’ oggi sarebbe impossibile da proiettare. Non soltanto perché in America si è deciso di incidere una damnatio memoriae sulla figura di Woody Allen, dopo le accuse di molestie sessuali e dopo tutto ciò che questo ha comportato – fra le altre cose, una causa ancora aperta con Amazon, un’autobiografia censurata e un concerto interrotto da una lega di attiviste –, ma anche perché è il mondo ad essere cambiato e ad aver assunto un diverso approccio rispetto all’artista e al suo privato. Se Werner Herzog fosse nato oggi, il suo cinema sarebbe semplicemente impossibile, soprattutto la parentesi Kinski.

Non tutti gli hanno voltato le spalle: a fronte di Natalie Portman e Colin Firth, o del giovanissimo Timothee Chalamet (A rainy day in New York), che hanno addirittura donato il loro cachet per il film a un’organizzazione per i diritti delle donne, sono rimasti dalla sua parte Scarlett Johansson – che adora Allen e che vorrebbe tornare a lavorare con lui il prima possibile – e Cristopher Waltz (Django, Bastardi senza gloria) che ha recentemente lavorato con Allen. Anche Jude Law si è espresso sulla questione, dicendo sostanzialmente che non sono fatti suoi le questioni private di Allen, su cui nessun giudice si è ancora espresso se non per constatare l’assenza di prove.

Stephen Reimartz, il suo biografo, l’ha invece definito: esile, nervoso, intellettuale, enfant terrible, donnaiolo, isterico, filosofo e oggetto di culto. Su di sé, Allen dice: “sono un misantropo ignorante e patito di gangster; di un solitario incolto che se ne stava davanti a uno specchio a tre ante a fare esercizi con un mazzo di carte per nascondere un asso di picche nel palmo della mano, renderlo invisibile da qualunque angolazione e gabbare qualche ingenuo” nell’introduzione alla sua autobiografia, A proposito di niente (La Nave di Teseo), ma la vera colpa è della montatura troppo spessa degli occhiali, che lo rendono l’intellettuale che lui non ha mai voluto essere.

Pur odiando i doppi sensi e le battute sboccate, il suo non è un cinema raffinato e la sua scrittura ha toccato vertici oggi impensabili – per farvi capire quanto è lontano il Novecento, dai giorni nostri: quando divorziò dalla prima moglie, Harlene Rosen, disse: “Mi hanno detto che hanno violentato mia moglie. Conoscendola, non dev’essere stato uno stupro movimentato”. Lei ricambiò con una breve lettera: “Splendido Woody, tu mi hai ispirata con la tua enorme energia, la tua creatività e il tuo carisma. Amavo andare al cinema con te. Amavo suonare con te… Dopo il nostro amore estivo ed adolescenziale il matrimonio fu difficile. Tu hai creato le basi per la tua carriera. Io completai quattro anni di college. Ci siamo aiutati a vicenda, abbiamo imparato cos’è la vita e siamo diventati adulti. C’erano lacrime, tristezza, risate e amore”.

Ma anche le chiacchiere prima del sesso – incarnazioni massime delle sue paranoie – e dopo, e addirittura durante (non si fa mancare nulla, soprattutto il primo Allen), mentre pensa a qualche vecchia ragazza, a un’amante, a un pugile o a grandi questioni: “Non solo Dio non esiste, ma provate a cercare un idraulico di domenica”. Sulla sua preparazione intellettuale, ne ha dette di ogni, negando spesso questa definizione, ma anche e soprattutto l’ultimo Allen ci ha abituati a un livello di scrittura, di omaggi letterari e di conoscenze filosofiche di alto spessore – l’occhio bovino guarda a Irrational Man, chiaramente.

Oggi, ad 85 anni dalla sua nascita e con un nuovo film alle porte – rimandato al 2021, per la pandemia –, l’invito è quello di rivalutare la figura di Woody Allen, non solo da un punto di vista legale – non ci sono prove che diano ragione all’accusa –, ma anche da un punto di vista artistico: non necessariamente l’autore e la sua opera coincidono, né per morale né per affinità tra i personaggi e chi li scrive, e anche se così fosse, Allen si confermerebbe, tuttalpiù, un sociopatico con una seria difficoltà nel ballare, nel bere, nel rimorchiare. E tante altre cose.

La sua autobiografia è bellissima, e chiarisce molte delle cose che ingenuamente sospettate sul suo conto. Se invece volete querelarlo, non telefonate ai suoi avvocati, non ne ha: chiamate il suo medico.

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