110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

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Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

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La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

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Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

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