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Watson & Crick e la doppia elica del DNA – Tra storia e riflessioni

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È esistito un momento per la scienza che è stato come osservare per un breve istante il volto di Dio, quando a metà del secolo scorso venne decriptato il suo messaggio nascosto nella nostra carne e nel nostro sangue. Era il 28 Febbraio del 1953 quando il biologo americano James Watson e il fisico britannico Francis Crick, nei laboratori di Cambridge scoprirono la struttura ad elica dell’acido desossiribonucleico, meglio noto come DNA.

Tutto ciò che siete stati, tutto ciò che siete adesso, e tutto ciò che sarete voi e i vostri figli è contenuto qui, in questo scrigno a doppia elica di polimeri a loro volta formati da monomeri detti nucleotidi, costituiti da uno zucchero, un gruppo fosfato ed una base azotata. Tutto qui. “Semplice” chimica. Facile a dirsi, no? Eppure il tutto, come si sa, è molto più della somma delle sue parti.

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Per i profani: ogni DNA è unico ed irripetibile, ed è l’impronta indelebile di ogni essere umano. Messa così, non è che poesia scritta dagli elementi della tavola periodica in ogni singolo nucleo di ogni singola cellula. E la sua funzione è, in breve, quella di contenere le informazioni che serviranno per produrre le proteine necessarie al funzionamento dell’organismo.


In realtà, ad essere precisi, la storia della struttura del DNA parte da qualche anno prima. Inizialmente, questa molecola fu isolata nel 1869 dal biochimico Svizzero Friedrich Miescher, che la individuó nel pus di bende chirurgiche usate. Nel 1919 un biochimico lituano, Phoebus Levene, scoprì la struttura chimica del singolo nucleotide, suggerendo che doveva necessariamente esserci un filamento di nucleotidi uniti tra loro tramite dei fosfati. Nel 1937 il fisico inglese William Astbury, che si divertiva a passare ai raggi X qualsiasi cosa, dimostrò che il DNA aveva una struttura altamente regolare.

La svolta infine si ebbe nel 1953, quando Watson e Crick, grazie all’aiuto e al sacrificio della chimica-fisica inglese Rosalind Franklin (che approfondì ulteriormente lo studio del DNA ai raggi X), pubblicarono sulla rivista Nature il primo modello a doppia elica della molecola del DNA. Due filamenti cioè di unità ripetitive dette nucleotidi, elegantemente e perfettamente avvolti a spirale. Dio non gioca a dadi. O forse sì, ed è anche un ottimo baro.


Abbiamo parlato di sacrificio poco fa. Nel 1962 Watson e Crick ricevettero il premio nobel per la loro scoperta, tutti gli onori del caso, grande rispetto della comunità scientifica, privilegi e chi più ne ha, più ne metta. Solo qualche anno prima, nel 1958, la povera Franklin morì invece di tumore, dovuto alla forte e prolungata esposizione ai raggi X. Lei quindi non ricevette nient’altro che una modesta, degna sepoltura.

Ma, dal momento che quella che fu la prima delle più grandi scoperte scientifiche nel campo della biologia fu possibile soprattutto grazie ai suoi studi, la comunità scientifica è ancora molto divisa su chi avrebbe dovuto giustamente ricevere il nobel. Ed anche a ragione, osiamo dire, come minimo. A parità di condizioni, dovrebbe ricevere maggior considerazione chi non immola solo il suo tempo ad una causa, ma anche e soprattutto la propria salute.

Ma d’altronde si sa come vanno queste cose. E questo non è il mondo ideale che tutti (o quasi) vorremmo. I lunghi tentacoli della politica spesso arrivano ovunque, ed insudiciano ogni cosa che toccano. E lo stiamo provando sulla nostra pelle. Abbiamo tecnologie per mandare sonde in esplorazione fuori dal sistema solare. Abbiamo appena avviato il progetto di colonizzazione di Marte… ma sulla terra, nel XXI secolo, applichiamo ancora rimedi palliativi medievali come la quarantena prolungata per contrastare un’infezione, di gravità ancora soggetta ad approfondimenti e studi. Di chi sia la colpa, (o se preferite la “responsabilità” se siete di quelli un po’ new age che hanno abolito il concetto di colpa), se della politica o della scienza, sta a voi deciderlo. Ma sappiate che non farà alcuna differenza.


Comunque, da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti. Clonazione, cellule staminali, ingegneria genetica, bioinformatica, lockdown permanenti e abolizione delle più basilari libertà umane. Ora invece arriva la necessaria riflessione. Su un argomento di così grande importanza come il DNA è quasi d’obbligo.


Immaginate di trovarvi seduti su di un treno fermo sui binari, sul sedile più vicino al finestrino, e di guardare il treno di fianco al vostro fermo, immobile come quello sul quale vi trovate voi. Immaginate che il vostro treno inoltre sia dotato di pannelli fonoassorbenti (o qualsiasi altro sistema silenziante), e non siate quindi in grado di sentire nessun tipo di sollecitazione meccanica scaturita dal suo movimento. Silenzioso come una notte d’inverno tra le sperdute montagne del nord del mondo. Ad un certo punto uno dei due treni inizia a muoversi. Sareste in grado, in simili truccate condizioni, di affermare con certezza quale dei due treni stia effettivamente scorrendo sui binari, se il vostro o quello che state osservando? Credo di no. Semplicemente non potreste, in quanto tutti i vostri sensi, dal tatto alla vista, sono stati ingannati.

È praticamente ciò che sta succedendo al progresso scientifico sotto i nostri occhi addormentati, nel caso non ve ne foste già accorti. L’umile e modesto (ma dignitoso) treno regionale sul quale viaggiate voi, in compagnia di quella nobile arte frutto di enormi sacrifici di eleganti uomini d’ingegno chiamata scienza, è fermo ormai da un bel pezzo. L’amorale, ruffiano, rampante frecciarossa che trasporta invece la “tecnica” (meglio conosciuta come “tecnologia”), figlia bastarda e ingrata della scienza, corre invece spedito a centinaia di chilometri orari, senza guardare in faccia a nessuno. Schiantando e fracassando senza senso ogni muro di logiche, fisiologiche obiezioni che ogni essere senziente sulla faccia della terra, dotato di una semplice rete neuronale pensante, si porrebbe durante un qualsiasi viaggio da A a B. Però voi, i cosiddetti “non addetti ai lavori”, non potete accorgervi che in realtà siete fermi, perché siete sull’altro treno, e dunque siete erroneamente portati a credere dalle circostanze che la scienza stia viaggiando molto velocemente. Ma non è così.

Scienza e tecnica di regola dovrebbero viaggiare sincronicamente, all’unisono, proprio come l’elica del DNA. L’una non potrebbe esistere senza l’altra. Solo che ci siamo dimenticati una cosa fondamentale: dovrebbero muoversi su binari che, pur non incontrandosi mai, restano sempre e comunque paralleli, come è sempre stato, grazie a quell’antico collante che li tiene uniti chiamato filosofia. Già, quella stronzata da ricchi e oziosi nullafacenti capace di rendere la bestia un uomo, o un uomo una bestia quando viene a mancare. Quella roba insignificante che fornisce un senso ed un perché ad ogni stramaledetta azione, che altrimenti avverrebbe senza un motivo che sia uno, e che quindi non renderebbe poi così tanto diversi da un tipo di organismo unicellulare primordiale comunemente chiamato ameba.

Verrebbe da dire che siamo noi occidentali che abbiamo dovuto necessariamente assumere per forza di cose, davanti al sapere, quello stupido modo di dividere, etichettare, catalogare le materie e le discipline per ordinare e raggruppare l’enormità di informazioni generate dalla considerevole mole di scoperte avvenute negli ultimi tre secoli.

Ma in realtà, è solo un modo come un altro di ammettere l’incapacità di un cervello limitato di assorbire in una sola vita tutta la conosc(i)enza. L’anima trema davanti al vuoto, e la vanità dell’ego umano è istericamente e facilmente feribile, e non ammette sconfitte. Oppure è solo un modo come un altro di catalogare di conseguenza anche le persone, e trarne profitto? Quello lì è un ingegnere, quello lì è un medico, quello è un architetto, quell’altro ancora è uno scienziato e vediamo in che modo potrebbero servirci tutti per farci fare bei soldi. Tu al contrario sei un filosofo, cioè un uomo non di scienza, e noi non abbiamo tempo di perderci nei sofismi, dobbiamo aumentare la produttività in nome del n̶o̶s̶t̶r̶o̶ ̶p̶o̶r̶t̶a̶f̶o̶g̶l̶i̶o̶ progresso. La morale è: un uomo che si definisce “di scienza”, che viviseziona e divide in settori la conoscenza, non può fare altro che danni. Ed è meglio sorvolare sulla dimostrazione, in riguardo ai tempi infausti che stiamo vivendo. Diciamo solo: Divide et impera.


In realtà, già millenni fa nella saggezza di dottrine di matrice asiatica era racchiuso un segreto fondamentale: tutto è uno. Tutto è una sola cosa, compreso il sapere. Ed in tempi più recenti, un immenso filosofo azzardó perfino l’idea che: “la saggezza traccia dei confini anche alla conoscenza.” Ma noi “moderni”, noi “civilizzati”, bruciamo sul rogo chi viene a portarci la verità, chi viene a toglierci le catene. Ed il motivo non è perché siamo rimasti troppo a lungo nell’oscurità, come racconta anche il mito della caverna di Platone, e quindi ormai ci spaventa la luce a cui non siamo abituati. Il vero motivo è che siamo stronzi.


Tutto ciò per dire: oggi abbiamo perso la rotta, nel mondo scientifico soprattutto. Continuiamo a costruire barche che si perderanno nell’oceano, o nella peggiore delle ipotesi rimarranno ancorate, ferme in un porto senza muoversi più. Come già sta succedendo.
Comunque sia, la scoperta del DNA ha ovviamente aperto la strada a un miliardo di rivoluzioni in campo medico, dalla possibilità di mappare il genoma umano per la predisposizione a certi tipi di malattie (e quindi cura preventiva) alla creazione di nuovi farmaci sempre più efficaci, che ci consentono di restare più sani e longevi. Ma, come dicevamo, si sta perdendo il senso, il perché.

A cosa serve farci vivere più a lungo se l’età pensionabile sale sempre di più, se abbiamo sempre meno diritti, se i nostri figli non riescono a crearsi un futuro, se adesso poi non possiamo nemmeno più concederci il lusso di una cena con un amico? A cosa serve avere il “diritto” alla vita più lunga possibile se ogni giorno che passa la vita ci viene resa sempre più difficile? Se quello che un tempo era il giardino dell’eden è divenuto un inferno? Se la libertà è stata criminalizzata, se abbiamo avuto la prova che la libertà non è più un bene pubblico, ma è proprietà privata di pochi che possono comprarla? Ha davvero senso? Vi sembrano divagazioni troppo filosofiche? Eppure, fino a non molto tempo fa, i più grandi uomini di scienza erano tutti anche filosofi.

Ma in fondo, non è compito nostro risolvere paradossi. È una missione che spetta alla scienza. E noi che ci poniamo sempre troppe domande troppo lontane, troppo filosofiche, troppo inutili, dovremmo pensare di meno ed agire di più, giusto? Smettetela di porvi domande, smettetela di ficcare il naso in questioni di cui non ne sapete nulla. Accettate incondizionatamente tutto ciò che vi viene ordinato da questi grandi uomini e fatela finita perché, in fondo, non siete mica uomini di scienza.

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Arancia Meccanica – Arte, fascino ed estetica della violenza

La violenza non è sempre estetica, ma l’estetica è sempre violenta.

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Il cinema è morto. E no, non riuscirete mai a convincermi del contrario, con le vostre tesi su quanto siano stupendi alcuni lavori recenti.

Ok, lo ammetto, sono stati prodotti dei bei film ultimamente. Basti guardare alla saga di John Wick che, (in questi tempi in cui state dando il meglio della vostra aggressività per ridurre in cenere l’identità sessuale), ci permettiamo di affermare che è una delle poche saghe cazzute, con le palle quadrate, che valga ancora la pena di vedere. Ma il cinema come lo conosciamo noi nostalgici del VHS non esiste più. E tutti quei (pochi) film recenti che non sono “allineati” alle logiche commerciali di Hollywood, che se ne fregano di raggiungere il più vasto pubblico possibile, che hanno ancora qualcosa di originale e di personale da dire insomma, non sono altro che riflessi incondizionati. Ultime scariche elettriche di un corpo morto.

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“Maestro”. Dal latino “magister”, unione delle due parole “magis” (grande) + il suffisso comparativo “ter”. Perciò il termine maestro sta letteralmente a significare “il più grande”, il più competente cioè in una materia, che sia arte, scienza o filosofia. E Stanley Kubrick è proprio questo, il più grande, IL maestro per definizione. Uno dei più immensi geni che il cinema abbia mai conosciuto. Quindi, ricapitolando: se volete imparare qualcosa a riguardo, dovete andare dal maestro. E nello specifico, se volete imparare qualcosa di arte, scienza e filosofia, dovete rivolgervi ad Arancia Meccanica. Le ha tutte.

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A clockwork orange” è semplicemente la summa maxima di tutto il talento e la genialità di Stanley, concentrati ed impressi su immortale pellicola. Un trionfo di estetica, di bellezza visiva, di significati profondissimi non immediatamente o facilmente intuibili dai più. Un film che F. Nietzsche definirebbe “per tutti e per nessuno”, come il suo Zarathustra. Non è un caso se li accostiamo nella stessa frase. Sono entrambi dei profondissimi filosofi, i quali usano semplicemente due diversi metodi per comunicare i loro pensieri, cioè la loro arte.

Cosa significa per tutti e per nessuno? Quello che significa per ogni cosa al mondo in realtà. Se si è terreni abbastanza fertili, si può seminare qualsiasi cosa, nascerà comunque qualcosa un giorno. Se non lo si è, nessuna pietà del Michelangelo, nessuna Monna Lisa del Da Vinci e nessun altro capolavoro al mondo potrà mai lasciare un segno o far germogliare un proprio, personale pensiero da fonti di ispirazione esterne. Ci si limiterà a porre un superficiale giudizio, a lanciare uno svogliato applauso o, nella peggiore delle ipotesi, a gettarsi in una grottesca, goffa emulazione.

Stanley Kubrick. Ha davvero bisogno di presentazioni? Non c’è molto da dire sulla sua persona, sul suo infinito genio. Tutti i suoi (capo)lavori parlano da sé. Parole come “visionario”, “genio”, “illuminato” sono spesso troppo abusate, e ancora troppo lontane per descriverlo. “Arancia meccanica”, come “Full Metal Jacket”, è un’opera d’arte trasposta su pellicola analogica. Un film letteralmente affetto da disturbo bipolare di tipo I, tacitamente diviso in due parti: la prima parte, un ouverture di euforia condita da del dolcissimo latte+, è dedicata ai deliri di onnipotenza di Alex DeLarge, che assieme alla sua banda (composta da altri tre “drughi”) sfoga le sue giovanili manie di grandezza e il suo più sfrenato egoismo individualista attraverso rapine, stupri, e l’esercizio della raffinata arte dell’ultra-violenza.

La seconda parte di Arancia Meccanica invece è l’altra faccia del bipolarismo, e cioè quella più triste e “deprimente”, in cui Alex inizia la sua discesa verso gli inferi, venendo dapprima tradito dai suoi “compagni di merende”, arrestato in seguito e infine condannato per lo stupro della moglie di un mite scrittore (che avrà un ruolo fondamentale sulla vita di Alex) e per l’omicidio di una attempata proprietaria di una clinica per dimagrire, amante dei gatti. In carcere Alex conoscerà quindi il significato della privazione di tutte le libertà, anche di quella a lui più cara: la musica. Specialmente Beethoven, il suo più grande amore.

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Decide quindi di farsi avanti e di aderire alla cura Ludovico, una cura sperimentale in grado di riabilitare anche il più difficile dei criminali. Durante questa cura ad Alex vengono fatti vedere dei film di violenza, accompagnati da un farmaco che dà nausea e malessere, condizionando artificialmente quindi il nostro affezionatissimo, suscitando in lui immediata repulsione contro la violenza. A nessuno interessano i sofismi del cappellano che fa notare che in questo modo viene annullato quindi il libero arbitrio, e per Alex si aprono le porte della libertà.

Una volta fuori, una serie di sfortunatissimi eventi lo porterà a subire la vendetta di alcune delle sue vittime (ex-drughi compresi), fino ad arrivare ad un punto di non ritorno: il suicidio. Alex si lancia da una finestra quando non riesce più a sfuggire ad un errato (non voluto) condizionamento contro la “nona” di Beethoven, tortura organizzata dallo scrittore a cui aveva violentato la moglie, morta in seguito per il profondo shock emotivo. Tuttavia, sopravvive al tentato suicidio: “Io saltai, oh compagni. Ma non la resi. Se l’avessi resa, non sarei qui a raccontarvelo“.

“A clockwork orange”, come immagino tutti sappiate, è un romanzo di Anthony Burgess, riadattato per il cinema da Kubrick. Ciò che rende questo romanzo/film così artistico è la chiave di lettura del film. Ad esempio: tutti noi, se ascoltassimo una notizia in TV che raccontasse di un gruppo di persone che ha appena compiuto degli atti osceni simili a quelli che commettono i drughi nella prima parte del film, proveremmo subito sdegno, malessere e terrore, giusto? Magari augureremmo a tali delinquenti di ricevere lo stesso trattamento che hanno esercitato sulle povere vittime innocenti, no? E allora perché tutti noi simpatizziamo per Alex quando inizia la sua via crucis, quando viene sottoposto alla cura, o quando si trova alla fine sul letto d’ospedale, ingessato dalla testa in giù? Perché il compito dell’arte è di raccontare la verità tramite delle bellissime menzogne, di scardinare i pilastri di ogni morale, di fornire corpo ad un involucro esteticamente perfetto… E di risvegliare sentimenti sopiti dentro di noi che la società moderna ha annullato, con tutte le sue ipocrisie, idiozie, distrazioni e pessimo senso estetico. E possiamo tranquillamente affermare che sia Kubrick che Burgess in questo, ognuno nel suo campo, sono stati al pari livello di una Gioconda del Da Vinci.

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Ci sono poi talmente tante curiosità su Arancia Meccanica che potremmo elencare, ma ve ne raccontiamo alcune delle più fondamentali:

  • Malcom McDowell (l’attore che anima Alex) durante le riprese della scena nel cinema (cura Ludovico) si ferì alla retina ed ebbe problemi alla vista per un certo periodo di tempo a causa dei morsetti utilizzati per tenere i suoi occhi aperti. Ciononostante, continuò stoicamente fino alla fine delle riprese.
  • il titolo del film, a detta dello stesso Burgess, fa riferimento a qualcosa di organico e vivente che si trasforma in una macchina-automa, e cioè il destino di Alex durante il film quando gli viene annullato il libero arbitrio.
  • Dopo l’uscita del film, molti Hooligans si vestivano come i drughi per compiere crimini in quel di Londra (riallacciandoci al discorso sull’imitazione nella nostra introduzione)
  • Arancia Meccanica è scritto in “Nadsat”, una lingua artistica inventata da Burgess che parlano alcuni dei protagonisti del racconto. È sostanzialmente inglese con l’aggiunta di parole russe e altre parole inventate dall’autore.
  • La scena dello stupro della moglie dello scrittore si ispira ad un fatto realmente accaduto nella vita di Burgess. La sua fidanzata fu pestata e violentata da un gruppo di soldati americani ubriachi.

Il senso del romanzo di Burgess o, nel nostro caso, del film, non era certo quello di fomentare la violenza. Al contrario, entrambi gli autori volevano promuovere la libertà dell’individuo, in una società che culturalmente (quella inglese soprattutto) era sempre stata fino ad allora una società basata su una cultura “stitica” e repressa, dominata dagli stereotipi e dalla schiavitù delle apparenze. Alex in questo infatti ci viene in soccorso. Lui è l’incarnazione della vitalità più spinta, delle energie più soverchianti, dell’eros, del cosiddetto “Es” Freudiano. Un ragazzo senza nessun freno inibitorio che non sia la sua (mancante) coscienza, senza nessuna costrizione/castrazione proveniente dall’esterno. E ci viene mostrato invece, nel finale di Arancia Meccanica, quale destino incombe su coloro che provano a vivere una vita come la sua. Ma… C’è un “ma”. E qui Kubrick è bravissimo a giocare con gli specchi.

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È veramente una vittima del sistema Alex? È veramente un burattino senza più volontà nelle mani del governo che lo sfrutta per i suoi sporchi fini elettorali? Chi sfrutta chi? E poi, è veramente “guarito”? E noi, da che parte stiamo? Dalla parte dell’Alex ribelle e divertente, o dalla parte dell’Alex depresso e mezzo morto su un letto di ospedale, incapace perfino di tagliare una semplice bistecca con le sue mani? E soprattutto: si può davvero modificare la natura di un uomo, senza generare in lui una seconda natura?

Qui si apre la libera interpretazione, ma non del tutto, in quanto è solo durante gli ultimi fotogrammi che abbiamo la risposta indiretta a queste domande. Dopo tutte le ingiustizie e i maldestri condizionamenti subiti, Alex torna di nuovo con la mente alle sue fantasie di un tempo, le più lussuriose e libidinose, con tanto di elegantissime persone che lo applaudono mentre fa del lascivo e vizioso sesso con una bellissima ragazza: “Ero guarito! Eccome!

Se, tramite quest’ultima scena con annessa disvelante frase rivelatoria, non avete ancora capito la risposta implicita a tali suddetti interrogativi… Spiacente, ma ho brutte notizie per voi.

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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G8 genova carlo giuliani rai documentario

Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

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