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Watson & Crick e la doppia elica del DNA – Tra storia e riflessioni

Alessio Di Pasquale

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È esistito un momento per la scienza che è stato come osservare per un breve istante il volto di Dio, quando a metà del secolo scorso venne decriptato il suo messaggio nascosto nella nostra carne e nel nostro sangue. Era il 28 Febbraio del 1953 quando il biologo americano James Watson e il fisico britannico Francis Crick, nei laboratori di Cambridge scoprirono la struttura ad elica dell’acido desossiribonucleico, meglio noto come DNA.

Tutto ciò che siete stati, tutto ciò che siete adesso, e tutto ciò che sarete voi e i vostri figli è contenuto qui, in questo scrigno a doppia elica di polimeri a loro volta formati da monomeri detti nucleotidi, costituiti da uno zucchero, un gruppo fosfato ed una base azotata. Tutto qui. “Semplice” chimica. Facile a dirsi, no? Eppure il tutto, come si sa, è molto più della somma delle sue parti.

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Per i profani: ogni DNA è unico ed irripetibile, ed è l’impronta indelebile di ogni essere umano. Messa così, non è che poesia scritta dagli elementi della tavola periodica in ogni singolo nucleo di ogni singola cellula. E la sua funzione è, in breve, quella di contenere le informazioni che serviranno per produrre le proteine necessarie al funzionamento dell’organismo.


In realtà, ad essere precisi, la storia della struttura del DNA parte da qualche anno prima. Inizialmente, questa molecola fu isolata nel 1869 dal biochimico Svizzero Friedrich Miescher, che la individuó nel pus di bende chirurgiche usate. Nel 1919 un biochimico lituano, Phoebus Levene, scoprì la struttura chimica del singolo nucleotide, suggerendo che doveva necessariamente esserci un filamento di nucleotidi uniti tra loro tramite dei fosfati. Nel 1937 il fisico inglese William Astbury, che si divertiva a passare ai raggi X qualsiasi cosa, dimostrò che il DNA aveva una struttura altamente regolare.

La svolta infine si ebbe nel 1953, quando Watson e Crick, grazie all’aiuto e al sacrificio della chimica-fisica inglese Rosalind Franklin (che approfondì ulteriormente lo studio del DNA ai raggi X), pubblicarono sulla rivista Nature il primo modello a doppia elica della molecola del DNA. Due filamenti cioè di unità ripetitive dette nucleotidi, elegantemente e perfettamente avvolti a spirale. Dio non gioca a dadi. O forse sì, ed è anche un ottimo baro.


Abbiamo parlato di sacrificio poco fa. Nel 1962 Watson e Crick ricevettero il premio nobel per la loro scoperta, tutti gli onori del caso, grande rispetto della comunità scientifica, privilegi e chi più ne ha, più ne metta. Solo qualche anno prima, nel 1958, la povera Franklin morì invece di tumore, dovuto alla forte e prolungata esposizione ai raggi X. Lei quindi non ricevette nient’altro che una modesta, degna sepoltura.

Ma, dal momento che quella che fu la prima delle più grandi scoperte scientifiche nel campo della biologia fu possibile soprattutto grazie ai suoi studi, la comunità scientifica è ancora molto divisa su chi avrebbe dovuto giustamente ricevere il nobel. Ed anche a ragione, osiamo dire, come minimo. A parità di condizioni, dovrebbe ricevere maggior considerazione chi non immola solo il suo tempo ad una causa, ma anche e soprattutto la propria salute.

Ma d’altronde si sa come vanno queste cose. E questo non è il mondo ideale che tutti (o quasi) vorremmo. I lunghi tentacoli della politica spesso arrivano ovunque, ed insudiciano ogni cosa che toccano. E lo stiamo provando sulla nostra pelle. Abbiamo tecnologie per mandare sonde in esplorazione fuori dal sistema solare. Abbiamo appena avviato il progetto di colonizzazione di Marte… ma sulla terra, nel XXI secolo, applichiamo ancora rimedi palliativi medievali come la quarantena prolungata per contrastare un’infezione, di gravità ancora soggetta ad approfondimenti e studi. Di chi sia la colpa, (o se preferite la “responsabilità” se siete di quelli un po’ new age che hanno abolito il concetto di colpa), se della politica o della scienza, sta a voi deciderlo. Ma sappiate che non farà alcuna differenza.


Comunque, da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti. Clonazione, cellule staminali, ingegneria genetica, bioinformatica, lockdown permanenti e abolizione delle più basilari libertà umane. Ora invece arriva la necessaria riflessione. Su un argomento di così grande importanza come il DNA è quasi d’obbligo.


Immaginate di trovarvi seduti su di un treno fermo sui binari, sul sedile più vicino al finestrino, e di guardare il treno di fianco al vostro fermo, immobile come quello sul quale vi trovate voi. Immaginate che il vostro treno inoltre sia dotato di pannelli fonoassorbenti (o qualsiasi altro sistema silenziante), e non siate quindi in grado di sentire nessun tipo di sollecitazione meccanica scaturita dal suo movimento. Silenzioso come una notte d’inverno tra le sperdute montagne del nord del mondo. Ad un certo punto uno dei due treni inizia a muoversi. Sareste in grado, in simili truccate condizioni, di affermare con certezza quale dei due treni stia effettivamente scorrendo sui binari, se il vostro o quello che state osservando? Credo di no. Semplicemente non potreste, in quanto tutti i vostri sensi, dal tatto alla vista, sono stati ingannati.

È praticamente ciò che sta succedendo al progresso scientifico sotto i nostri occhi addormentati, nel caso non ve ne foste già accorti. L’umile e modesto (ma dignitoso) treno regionale sul quale viaggiate voi, in compagnia di quella nobile arte frutto di enormi sacrifici di eleganti uomini d’ingegno chiamata scienza, è fermo ormai da un bel pezzo. L’amorale, ruffiano, rampante frecciarossa che trasporta invece la “tecnica” (meglio conosciuta come “tecnologia”), figlia bastarda e ingrata della scienza, corre invece spedito a centinaia di chilometri orari, senza guardare in faccia a nessuno. Schiantando e fracassando senza senso ogni muro di logiche, fisiologiche obiezioni che ogni essere senziente sulla faccia della terra, dotato di una semplice rete neuronale pensante, si porrebbe durante un qualsiasi viaggio da A a B. Però voi, i cosiddetti “non addetti ai lavori”, non potete accorgervi che in realtà siete fermi, perché siete sull’altro treno, e dunque siete erroneamente portati a credere dalle circostanze che la scienza stia viaggiando molto velocemente. Ma non è così.

Scienza e tecnica di regola dovrebbero viaggiare sincronicamente, all’unisono, proprio come l’elica del DNA. L’una non potrebbe esistere senza l’altra. Solo che ci siamo dimenticati una cosa fondamentale: dovrebbero muoversi su binari che, pur non incontrandosi mai, restano sempre e comunque paralleli, come è sempre stato, grazie a quell’antico collante che li tiene uniti chiamato filosofia. Già, quella stronzata da ricchi e oziosi nullafacenti capace di rendere la bestia un uomo, o un uomo una bestia quando viene a mancare. Quella roba insignificante che fornisce un senso ed un perché ad ogni stramaledetta azione, che altrimenti avverrebbe senza un motivo che sia uno, e che quindi non renderebbe poi così tanto diversi da un tipo di organismo unicellulare primordiale comunemente chiamato ameba.

Verrebbe da dire che siamo noi occidentali che abbiamo dovuto necessariamente assumere per forza di cose, davanti al sapere, quello stupido modo di dividere, etichettare, catalogare le materie e le discipline per ordinare e raggruppare l’enormità di informazioni generate dalla considerevole mole di scoperte avvenute negli ultimi tre secoli.

Ma in realtà, è solo un modo come un altro di ammettere l’incapacità di un cervello limitato di assorbire in una sola vita tutta la conosc(i)enza. L’anima trema davanti al vuoto, e la vanità dell’ego umano è istericamente e facilmente feribile, e non ammette sconfitte. Oppure è solo un modo come un altro di catalogare di conseguenza anche le persone, e trarne profitto? Quello lì è un ingegnere, quello lì è un medico, quello è un architetto, quell’altro ancora è uno scienziato e vediamo in che modo potrebbero servirci tutti per farci fare bei soldi. Tu al contrario sei un filosofo, cioè un uomo non di scienza, e noi non abbiamo tempo di perderci nei sofismi, dobbiamo aumentare la produttività in nome del n̶o̶s̶t̶r̶o̶ ̶p̶o̶r̶t̶a̶f̶o̶g̶l̶i̶o̶ progresso. La morale è: un uomo che si definisce “di scienza”, che viviseziona e divide in settori la conoscenza, non può fare altro che danni. Ed è meglio sorvolare sulla dimostrazione, in riguardo ai tempi infausti che stiamo vivendo. Diciamo solo: Divide et impera.


In realtà, già millenni fa nella saggezza di dottrine di matrice asiatica era racchiuso un segreto fondamentale: tutto è uno. Tutto è una sola cosa, compreso il sapere. Ed in tempi più recenti, un immenso filosofo azzardó perfino l’idea che: “la saggezza traccia dei confini anche alla conoscenza.” Ma noi “moderni”, noi “civilizzati”, bruciamo sul rogo chi viene a portarci la verità, chi viene a toglierci le catene. Ed il motivo non è perché siamo rimasti troppo a lungo nell’oscurità, come racconta anche il mito della caverna di Platone, e quindi ormai ci spaventa la luce a cui non siamo abituati. Il vero motivo è che siamo stronzi.


Tutto ciò per dire: oggi abbiamo perso la rotta, nel mondo scientifico soprattutto. Continuiamo a costruire barche che si perderanno nell’oceano, o nella peggiore delle ipotesi rimarranno ancorate, ferme in un porto senza muoversi più. Come già sta succedendo.
Comunque sia, la scoperta del DNA ha ovviamente aperto la strada a un miliardo di rivoluzioni in campo medico, dalla possibilità di mappare il genoma umano per la predisposizione a certi tipi di malattie (e quindi cura preventiva) alla creazione di nuovi farmaci sempre più efficaci, che ci consentono di restare più sani e longevi. Ma, come dicevamo, si sta perdendo il senso, il perché.

A cosa serve farci vivere più a lungo se l’età pensionabile sale sempre di più, se abbiamo sempre meno diritti, se i nostri figli non riescono a crearsi un futuro, se adesso poi non possiamo nemmeno più concederci il lusso di una cena con un amico? A cosa serve avere il “diritto” alla vita più lunga possibile se ogni giorno che passa la vita ci viene resa sempre più difficile? Se quello che un tempo era il giardino dell’eden è divenuto un inferno? Se la libertà è stata criminalizzata, se abbiamo avuto la prova che la libertà non è più un bene pubblico, ma è proprietà privata di pochi che possono comprarla? Ha davvero senso? Vi sembrano divagazioni troppo filosofiche? Eppure, fino a non molto tempo fa, i più grandi uomini di scienza erano tutti anche filosofi.

Ma in fondo, non è compito nostro risolvere paradossi. È una missione che spetta alla scienza. E noi che ci poniamo sempre troppe domande troppo lontane, troppo filosofiche, troppo inutili, dovremmo pensare di meno ed agire di più, giusto? Smettetela di porvi domande, smettetela di ficcare il naso in questioni di cui non ne sapete nulla. Accettate incondizionatamente tutto ciò che vi viene ordinato da questi grandi uomini e fatela finita perché, in fondo, non siete mica uomini di scienza.

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110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

Redazione

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L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

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Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

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La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

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Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

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“La Patente” di Pirandello: umorismo e pessimismo dal sapore agrodolce

Giuseppe Tomei

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Pubblicata nel 1911 e poi confluita nella celebre raccolta Novelle per un anno, “La patente” è testo assolutamente emblematico sia per la poetica di Pirandello sia per alcune costanti filosofiche dello scrittore siciliano. La vicenda narrata ripercorre le tematiche principali della scrittura pirandelliana, mettendo in scena il dramma tipicamente novecentesco di un ”io” scisso e privato della sua stessa identità, che, per esistere, è costretto ad assumere la “maschera” che gli altri calcano a forza sul suo volto, temi che ritornano ne “Il fu Mattia Pascal” e che si ritrovano sia nella ricca produzione teatrale sia nei successivi romanzi, come “Uno, nessuno e centomila“.

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Un modesto impiegato del monte dei pegni, Rosario Chiarchiaro, viene licenziato perché sospettato di essere uno iettatore. L’uomo sporge denuncia presso la magistratura contro due giovani, che al suo passaggio avrebbero fatto il classico gesto di superstizione popolare delle “corna” per allontanare il malaugurio. Il giudice si trova allora di fronte ad un caso paradossale, dato che, in quanto esponente della legge e della razionalità, non può in alcun modo cedere alle credenze popolari riguardanti la sfortuna né può tutelare in alcun modo gli interessi di Chiarchiaro che, a causa delle malelingue del paese, oltre ad aver perso il posto di lavoro, non riesce a far sposare le figlie ed è costretto a tenere segregata in casa l’intera famiglia contro le malelingue del paese.

La situazione, fortemente intrisa dell’umorismo pirandelliano e dell’inevitabile pessimismo esistenziale che in tutte le sue opere lo accompagna fedelmente passo dopo passo, si complica ulteriormente quando Chiarchiaro è convocato in tribunale per dare la sua versione dei fatti: anziché difendersi o ritirare la denuncia, il poveruomo, vestitosi per giunta da autentico menagramo, reclama con ostinato coraggio e convinzione di andare a processo, e anzi di poter ottenere un riconoscimento – una patente, appunto – del suo status di “porta sfortuna“.

Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno

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L’analisi di Chiarchiaro è tanto acuta quanto spietata; se il mondo gli ha imposto, nella sua rozza ignoranza, una “maschera”, tanto vale accettare di propria volontà questa sorta di grottesca parte teatrale, fino a ricavarne un giusto tornaconto, fino a trasformare la propria coatta condizione in una vera e propria professione.

Chiarchiaro è costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla maschera, vuole, invece, renderla proficua, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie al documento da lui stesso richiesto

Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare intorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

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Chiarchiaro diviene così un tragicomico se non addirittura grottesco impiegato comunale, stipendiato perché non causi il malocchio al resto della cittadinanza. Il protagonista, da vittima, si fa persecutore; il suo gesto, apparentemente folle oltre ogni umana comprensione, risulta saggio; l’appellativo attribuitogli, da ingiurioso diventa utile. L’ignoranza e la superstizione hanno fatto di Chiarchiaro un improbabile spietato vendicatore. La sua storia, che può essere ritenuta divertente e caricaturale, è comunque triste e commovente. Cela, sotto uno strato di sapiente umorismo, una vena di profonda amarezza e di autentica pietà e diventa emblematica della beffa della vita e delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, in una società ignorante e superstiziosa.

Sono centrali, ne La Patente, le tematiche più riconoscibili della scrittura pirandelliana: la moltiplicazione della personalità umana e la contraddittoria libertà che deriva dall’assumere un travestimento sociale di fronte agli altri, non importa quanto assurdo ed irrazionale.

Proprio per questo motivo, Pirandello rielabora la novella in una fortunato atto unico (prima in dialetto siciliano e poi in lingua nazionale) del 1917, che bissa clamorosamente il successo del racconto breve; qui, per giunta, la beffa del protagonista ai danni della giustizia si basa su una geniale invenzione drammaturgica, un ulteriore colpo di scena finale, in cui Chiarchiaro fa crollare a terra la gabbia di un povero cardellino, dimostrando esplicitamente il proprio “potere”, e di conseguenza l’urgente necessità della “patente” ufficiale di iettatore. Chiarchiaro verrà poi interpretato da Totò nel film ad episodi Questa è la vita (1954), diretto da Luigi Zampa.

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Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

Marta Scamozzi

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É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

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Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

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