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Interviste

Ominous Scriptures: i brutal death metallers bielorussi si raccontano [ITA/ENG]

“L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000”

Luigi Macera Mascitelli

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Da circa 10-15 anni a questa parte, nell’Europa dell’est si sta registrando un importante incremento della scena metal. In particolare, le frange più estreme del genere stanno trovando un terreno assai fertile, e non è un caso che molte grandi rivelazioni provengano proprio da questi paesi. Tra le tante band underground che hanno attirato l’attenzione ci sono sicuramente i bielorussi Ominous Scriptures.

Il quintetto di Minsk nasce nel 2013 e subito si fa notare per la sua musica: brutal death metal senza fronzoli e ferocissimo. Il secondo album, The Fall of the Celestial Throne, pubblicato nel 2020, è un esempio di quanto si affermava ad inizio articolo.

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Il 30 marzo 2021 gli Ominous Scriptures pubblicheranno una versione rimasterizzata del loro debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Per l’occasione abbiamo fatto loro qualche domanda, cercando anche di approfondire meglio la band e la situazione della scena metal in Bielorussia e nell’Europa dell’est. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 30 marzo pubblicherete la ristampa del vostro album di debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Come mai avete deciso di riproporlo?

Ciao! Grazie per l’intervista! Sì, il 30 marzo abbiamo pianificato l’uscita di Incarnation Of the Unheavenly tramite Lethal Scissor Records. C’erano troppe ragioni per ripubblicare il nostro debutto. Innanzitutto, la produzione originale era super sporca, ma dopo il remix suonerà decisamente meglio! In secondo luogo, non sappiamo cosa stia accadendo all’etichetta che ha rilasciato l’originale, ma sembra che stia morendo. Quindi con la nuova versione possiamo riportare il disco negli store di tutto il mondo e rendere felici tutti coloro che lo volevano. Terzo: dopo l’uscita del nostro secondo album nel 2020 su Willowtip Records abbiamo ricevuto più attenzione. Perciò ora non vogliamo che i fan paghino il quintuplo per acquistare i cd tramite Discogs o Ebay.
Siamo davvero grati che i ragazzi della Lethal Scissor Records abbiano trovato interessante dare una seconda vita a questo disco.

Dopo l’ottimo lavoro fatto con The Fall of the Celestial Throne del 2020 avete già in mente un nuovo album?

Ovviamente. Con tutta questa situazione della pandemia non abbiamo potuto esibirci live, e quindi abbiamo deciso di non perdere tempo concentrandoci sulla creazione di materiale nuovo. L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000. Ma siamo comunque nel 2021, quindi non sarà un copia/incolla. Almeno lo spero. Ma sai una cosa, queste nuove tracce sono super esplosive!

Volete raccontarci come sono nati gli Ominous Scriptures? E perché la scelta di suonare un death metal così brutale?

L’idea per creare la band risale al 2012-2013. Volevamo solo suonare del brutal death metal con dei testi oscuri ed empi. In pratica lo stile che tutti amiamo. Nulla di speciale insomma…

Ho notato che negli ultimi 10-15 anni si è sviluppata un’importante scena metal nell’Europa dell’est. Mi viene da pensare ai vostri vicini di casa Eximperitus e Relics Of Humanity. O ai polacchi Mgła. Secondo voi, qual è la causa di questa incredibile ondata?

È vero! Stanno accadendo così tante cose fantastiche intorno a noi qui. La scena polacca è sempre stata una delle più apprezzate nell’underground mondiale, ma sì, così tante band provenienti da Bielorussia, Russia, Ucraina hanno pubblicato album fantastici negli ultimi anni. Come puoi non essere felice di questa situazione. Siamo sicuri che sia solo l’inizio.

La pandemia è stata decisamente un male per voi band underground. I concerti sono il modo migliore per farsi conoscere nella scena metal, ma il problema è che ora sono stati tutti cancellati e credo che questo vi abbia penalizzato. Cosa ne pensate? Avete una soluzione per ovviare alla questione?

Sì! Avevamo 2 tour in programma ed entrambi sono stati cancellati. Onestamente non vediamo altre soluzioni se non aspettare il giorno in cui l’umanità sarà in grado di controllare la malattia. Speriamo davvero che questa primavera/estate i fan di tutto il mondo possano riavere l’opportunità di tornare ad assistere a degli show. Di una cosa siamo sicuri ora: quella passione che abbiamo tutti, suonare ed andare ai concerti, non scomparirà ma ci renderà più affamati!

English Version

For about 10-15 years now in Eastern Europe there has been an important increase in the metal scene. In particular, the most extreme fringes of the genre are finding a very fertile ground. It is no coincidence that many great revelations come from these countries. Among the many underground bands that have attracted attention are the Belarusian Ominous Scriptures.

The Minsk quintet was born in 2013 and immediately got noticed for its music: brutal death metal without frills and very ferocious. The second album, The Fall of the Celestial Throne, released in 2020, is an example of what was said at the beginning of the article.

On March 30 2021, Ominous Scriptures will release a remastered version of their 2015 debut, Incarnation of the Unheavenly. For the occasion we asked them some questions, also trying to better understand the band and the situation of the metal scene in Belarus and Eastern Europe. Enjoy the reading!

Hi guys and welcome to The Walk Of Fame Magazine. On March 30, you will release the reissue of your 2015 debut album, Incarnation of the Unheavenly. Why did you choose to propose it again?

Hi there! Thanks for interview! Yes, on March 30 we have planned the reincarnation of Incarnation Of the Unheavenly through Lethal Scissor Records. There were too many reasons to rerelease our debut. First, the original production was super filthy, and after remixing/remastering it sounds even more better. Second, we really don’t know what happens with the label that released the original version, but looks like it near or dead already. So with new release we can bring it back to the stores all over the world and make everyone happy, who wanted to have it. Third, after the release of our second album in 2020 on Willowtip Records, we got more attention. Now we don’t want make fans  paying X5 prices to buy the OG cds through discogs/ebay sellers.
So we are really thankful that guys from Lethal Scissor Records found it interesting to bring the second life to this record.

After the great job done with 2020’s The Fall of the Celestial Throne, do you already have a new album in mind?

Of course. With all this pandemic situation we couldn’t make any tours/shows happened, so we decided to not waste the time and were focused on creation of new stuff. The way is still the same: Just brutal death metal inspired by late 90s/early 00s classic works. But we are breathing the air of 2021, so it not gonna be some copy/pasting. Anyway, i hope so. But you know what, these new tracks are super blasting!

Do you want to tell how Ominous Scriptures were born? And why did you decide to play such brutal death metal?

The idea to create the band is from 2012-2013 as I remember. We just wanted to play some Brutal Death Metal with dark/unholy lyrics. The style we all love. So probably nothing special here.

I have noticed that in the last 10-15 years an important metal scene has developed in Eastern Europe. It makes me think of your neighbors Eximperitus and Relics Of Humanity. Or to the Poles Mgła. In your opinion, what is the cause of this incredible surge in the Eastern European metal scene?

Thats true! We are looking for so many great things happens around us here. Polish scene always was one of the most markeble in worldwide UG, but yes, so many bands from Belarus, Russia, Ukraine have released amazing albums in last years. How can you not be happy with this situation. I am sure its just a begining.

The pandemic was definitely bad for you underground bands. Concerts are the best way to get known around the metal scene. The problem is that now they have all been canceled and I guess this has penalized you. What do you think about it? Do you have a solution in mind?

Yes! We had 2 tours in plans and both were canceled. I honestly don’t see any other decision as waiting the day when humanity will be able to control this disease. I really hope that this spring/summer fans all over the world will get back the opportunity to visit the shows/festivals. One thing I am sure now: that passion we all have, i mean play shows/come to shows, will not dissapear, but will make us more hungry!

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

Interviste

Dittico Noir, suspence e ironia tra penna e sigaro: intervista a Giuseppe Tomei

Fabio Iuliano

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Giri la copertina e sei già sulla scena del delitto. “L’uomo si muove veloce e silenzioso come un rettile, scivola tra i vicoli sfiorando appena i muri, sfruttando i coni d’ombra dei fiochi lampioni; non ha tentennamenti, prosegue dritto verso il suo obiettivo, sicuro di sé: il passo è lungo, forte e deciso, il respiro non tradisce il minimo affanno”. Così parte L’Uomo, il primo dei due racconti del Dittico Noir di Giuseppe Tomei, tra i primi contributi della collana Geyser, nuovo percorso editoriale della casa editrice Progetto Cultura a cura di Antonello Loreto.

Per scelta editoriale, la collana non indugia su uno specifico genere letterario che, di solito, lega tra loro le opere raccolte in una collana: infatti, l’impronta di Geyser è già nella parola. Il Geyser è un fenomeno naturale che nasce in silenzio, sotto terra, e il suo “incipit” è una semplice bolla d’acqua: attraverso la spinta della sua anima la bolla monta sempre di più, si gonfia all’estremo fino a scoppiare in un fragoroso rumore. Una descrizione che ben dà linfa a una selezione narrativa di nuove voci: un tempo, appunto, li si poteva chiamare autori esordienti o emergenti.

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Così viene presentato il progetto editoriale dietro Dittico Noir. Nonostante le premesse, a chi conosce Giuseppe Tomei sin dalle sue prime pubblicazioni, questo volume appare più che altro una prova di maturità. Insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale, nonché speaker radiofonico, in Dittico Noir raccoglie e mette a frutto l’esperienza di oltre vent’anni alla ricerca della parola. Lo vedi sia nella costruzione delle due storie, che non prescindono dai cliché tipici dei gialli, ma solo per farli a pezzi pagina dopo pagina, descrizione dopo descrizione. Lo vedi anche nella descrizione, a tratti maniacale, ma solo per portare il lettore sulla scena. Lo vedi nella narrazione e nella meta-narrazione. Perché in entrambi i racconti c’è anche quella.

La copertina

Gli ingredienti sono tanti, in una costruzione in cui fanno breccia anche alcune immagini di Nietzche. Si diceva dei cliché. Quelli tipici di due storie “noir” che non risparmiano elementi forti e, allo stesso tempo, richiamano anche il vecchio giallo “all’italiana”. La penna di Tomei descrive le vicende di due investigatori – collaudati o improvvisati, non importa – che non nascondono tutta la profonda malinconia dei solitari cronici, più per necessità che per scelta. Il cliché finisce mentre i protagonisti iniziano a raccontarsi con grande tenerezza nel loro essere sempre fuori luogo, mentre fingono di respingere, e invece bramano, accettazione e normalità.

E poi, irrompono sul palcoscenico quelle femmes più o meno fatales (altro cliché) che conducono il gioco accendendo il desiderio. Ma è la stessa narrazione che poi vira su scelte inaspettate mentre scorre tra le pagine una galleria di personaggi variopinti, ritratti nelle loro umane e disumane debolezze, mentre ruotano attorno alle sorti dei protagonisti. Così Anselmo Cafarella, il portiere del complesso residenziale. Così Nicola Anzani, lombardo figlio di lombardi a loro volta figli e nipoti di lombardi. Così EuGenio Malfatti. Così il signor Questore. Certo signor Questore, che interagisce con il viceispettore Ugo Nardi mentre è sulle tracce della donna rientrata tra i sospetti delle indagini. Questo per il primo racconto.

Il secondo, La filosofia del somaro (il perché dello strano titolo si scopre solo all’ultima pagina), viene da più lontano nel tempo. Si tratta di un racconto che Tomei ha rielaborato ed è ambientato in un’epoca pre-euro e pre-sisma in un luogo sovrapponibile all’Aquila, la sua città natale. Attorno all’io narrante, questa volta in prima persona, ruotano la bella Eleonora, ‘Cardo, Felix, Gianna, Gerolamo la vedova Piera Giannini. E il vicequestore aggiunto Pascasi. “I personaggi inizialmente erano di più”, spiega Tomei, “ma abbiamo deciso di modificare alcune strutture in fase di editing, eliminando quelli non più fuzionali alla costruzione narrativa che volevamo ora dargli. Un tessuto che avrebbe visto alcuni di questi come figure anacronistiche”.

Si legge con curiosità, ci si appassiona alla storia, si ride e ci si emoziona.

Giuseppe Tomei, nato a l’Aquila nel 1971, è insegnante, direttore artistico, autore e attore teatrale da oltre venti anni. Fra le sue tante opere teatrali ricordiamo Nati con la camicia (di forza) (2015), Mysterium Christi (2018), 700 e non sentirli (2019) oltre allo spettacolo beckettiano All’Umor non si comanda che ha visto la luce qualche settimana fa grazie al progetto del Teatro Stabile d’Abruzzo, “L’arte non si ferma”. Come attore, ha recitato fra l’altro nella commedia musicale Traviata, nel radiodramma L’elefante di Raffaello e nello spettacolo La notte del gran rifiuto, la sua ultima performance. Dittico Noir è il suo secondo lavoro letterario, che fa seguito al romanzo breve Io non c’ero edito da Aurora Edizioni (2018).

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Interviste

Elena Arvigo: Atlantide, fucina di talento e libertà artistica, nato per creare il futuro

Domenico Paris

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Tra le attrici più ammirate del panorama teatrale italiano degli ultimi dieci anni, Elena Arvigo, in questo difficile e ormai apparentemente interminabile periodo di forzata assenza dalle scene, non è rimasta certo con le mani in mano, dedicandosi con la solita passione e con la professionalità che la contraddistingue a curare il suo “giardino” di creazione ed esuberanza.

L’abbiamo raggiunta al telefono per fare un po’ il punto della situazione sulle sue attività, con un occhio di riguardo per il progetto Atlantideun contenitore indipendente on line abitato da artisti della scena e delle arti contemporanee (tra i quali Elena Gigliotti, Monica Nappo, Simone Falloppa, Giovani Arezzo) di cui è l’animatrice.

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Partiamo dall’attualità, dal progetto Atlantide: quando è nato e perché?

L‘idea di Atlantide è nata una notte di gennaio, riflettendo sul periodo storico che stiamo vivendo e sulla scorta di una serie di riflessioni che riguardano il presente e il futuro del teatro. Spesso in questi mesi si è posto l’accento sulla funzione “consolatoria” di quello che noi attori, registi, uomini di spettacolo facciamo, sottolineando quanto sarà importante, non appena sarà possibile tornare su un palco, quello che potremo fare per il pubblico. Però, mi è sembrato che si parlasse poco di certe nostre esigenze, in primo luogo di quelle legate alla libertà di poter creare, di poter esprimere qualcosa che possa soddisfare anche noi stessi, oltre chi ci sta di fronte. Ecco, Atlantide risponde proprio a questo tipo di aspettative, mettendo insieme una serie di professionisti del settore che in questo luogo-non luogo offrono il proprio contributo che spazia dal teatro alla poesia, fino ad arrivare alle arti visive e alla performance in un’atmosfera di libertà. Quando ci riuniamo su zoom per decidere per decidere il da farsi, sembra quasi di essere in un camerino non in una dimensione asettica e virtuale! Atlantide è la mia, la nostra reazione a un certo stato di cose che ci sta facendo soffrire, ma che non spegnerà il nostro fuoco.

Il tuo primo contributo al progetto è stato 4.48 Psychos da Sarah Kane, che da tanti anni lascia esterrefatto il tuo pubblico per l’intensità con la quale lo interpreti. Come ci si misura con un testo così “abissale” e come si sopravvive ad esso?

Partiamo dalla base: quest’opera è un capolavoro immortale, senza tempo. La sua è una scrittura che oserei definire scolpita, sembra un lavoro di Michelangelo, privo di sbavature. E queste sue caratteristiche sono tanto più evidenti quante più volte lo si porta in scena, perché è in grado di dimostrarsi perfetto come i migliori testi classici e come loro dimostra tutta la generosità di chi lo ha scritto. Sarah Kane era un’autrice in grado di portare il suo cuore in mano al pubblico, niente di meno. E se è vero che ci vuole coraggio ad interpretarlo, nondimeno ci vuole anche coraggio per vederlo, perché è in grado, se non di cambiarti, quantomeno di connetterti con la dimensione più profonda e sensibile della tua anima, impedendoti di barare con certe riflessioni personali. In questo senso, trovo sia molto funzionale il fatto che non si caratterizzi in uno spazio fisico ben preciso, ma lasci molte possibilità interpretative, trasformandosi quasi in un “appuntamento” con se stessi in un posto sempre diverso, in un perenne “fuori”. E comunque, nonostante l’argomento trattato, nonostante si parli di gravi disagi della psiche e sofferenza, è anche un testo in grado di regalare speranza, secondo me. Il finale, per esempio, con la sua richiesta di luce (“Per favore aprite le tende”) che arriva dopo due pagine di silenzio totale, è emblematico. Difficile immaginare una metafora bella e commovente come questa, no?

Prima abbiamo accennato al futuro del teatro, permettimi di infilare il dito nella piaga: in questo anno abbondante di chiusura, ti sei molto spesa sui social e nelle interviste per difendere la categoria attoriale e dei lavoratori dello spettacolo in genere. Le istituzioni avrebbero potuto far di più per alleggerire la vostra crisi e cosa ti aspetti in vista delle auspicate riaperture?

Una cosa, innanzitutto, che non viene mai rimarcata abbastanza: i teatri non sono tutti uguali. Ci sono quelli sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) che non hanno certo accusato gli stessi problemi di chi si regge con la sua sola attività e con l’incasso al botteghino. È bene che questo si sappia, soprattutto affinché, quando sarà ora e tempo, vengano fatti discorsi e ripartizioni eque. Soldi a disposizione per fare delle buone cose ce ne sono e non sono pochi, ma bisognerà impegnarsi a salvaguardare tante realtà. Per questo è auspicabile che chi lavora in questo settore sappia fare rete comune e, soprattutto, che di questo settore sappia difendere l’integrità, rifiutando certe logiche di clientelismo che, non nascondiamoci dietro un dito, hanno creato “figli e figliocci” prima della pandemia. Non sarà facile.

Per quanto mi riguarda, posso dirti che ho riscontrato difficoltà quasi insormontabili nel dovermi rapportare con certe realtà. Per un motivo molto semplice: non si può impazzire nel tentativo di stabilire un dialogo con chi parla una lingua diversa dalla tua. Dovrebbe essere invece come in amore, dove non si implora qualcosa, la si riceve. Senza “preghiere”.

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Già che ci siamo, una domanda da un milione di dollari: quale sarà la funzione rieducatrice del teatro, se possiamo definirla così, dopo questo lungo dramma di isolamento sociale? Quali saranno, se ci saranno, i nuovi obiettivi?

Vedi, il teatro nel corso della sua storia ultramillenaria si è sempre dovuto adeguare ai cambiamenti e ai grandi eventi che hanno segnato la storia, quindi ha in sé, nella sua stessa essenza, il germe spontaneo del cambiamento. Io penso che servirà da un lato rinnovare il patto tra pubblico e attori, che ha sempre sostanziato, affidandosi a grandi testi, ad opere di profondo respiro in grado di rendere di nuovo tangibili certe emozioni, anzi, certi scambi di emozioni tra attori e pubblico; ma, nello stesso tempo, sarà anche necessario andare incontro al futuro senza demonizzare, ad esempio, certi aspetti tecnologici della nostra civiltà. Pensiamo allo streaming, alle piattaforme social: è vero che non sono la scena, ma consentono comunque ad un pubblico molto più giovane di approcciare con il nostro mondo. È una forma di prossemica che va conosciuta meglio prima di essere “censurata” senza appello. Sfruttandolo in un certo modo, per esempio di notte come farò per le letture per i 200 anni dalla nascita di Baudelaire (appuntamento il 9 aprile sulla piattaforma di Atlantide sui social, cercatela! Ndr), si può creare una forma di intimità differente ma non per questo meno importante. Io penso che l’unica condizione che vada sempre rispettata per la creazione di un “luogo-teatro” sia quella dell’unità di tempo, quindi della diretta. Per il resto, si può e si deve lavorare in un’ottica di introiettare nel discorso “teatro” certe nuove possibilità offerte dalla tecnologia. E non dimenticarsi mai, mai, di andare sempre incontro alla gente.

La tua lunga e variegata formazione nel mondo della danza non ti ha mai spinto a considerare l’ipotesi di confrontarti con tradizioni teatrali diverse da quella occidentale o, comunque, più legate alla performance rispetto all’oralità? Questo sia da un punto di vista attoriale che registico.

Sì, ma solo come appassionata, in termini di studio della materia. Non mi sentirei a mio agio in vesti sceniche completamente diverse da quelle che “indosso” da quando faccio questo mestiere. Certamente nutro un grande interesse nei confronti dei teatri orientali, specialmente il Nō, o verso quelli di performance. Ad esempio, amo la clownerie, ho seguito diversi seminari in materia e sono certa di aver arricchito la mia gestualità scenica tenendo presente certe sue caratteristiche. Nutro poi un interesse profondo anche nei confronti della psicologia, ho frequentato l’intero corso di laurea facendo tutti gli esami, prima di scegliere un’altra strada. Normale che anche in questo caso mi siano rimaste dentro tante cose. Come “studentessa”, nonostante la mia formazione classica al Piccolo di Milano, mi sento molto open minded.

Più volte hai dichiarato che non ti cimenterai mai nella drammaturgia. Non è che il COVID 19 ti ha fatto cambiare idea, regalato qualche spunto in grado di farti fare marcia indietro?

Mhm, no, non ancora perlomeno. Io amo molto le parole degli altri pur facendole ovviamente mie quando recito. In un certo senso faccio drammaturgia “sistemandole” per le mie interpretazioni, affinché siano funzionali quando sono in scena. Però, ecco, se scrivessi tutto io, non so come andrebbero le cose. È un mio modo di manifestare il mio personale pudore quello di esimermi dalla scrittura. Perlomeno fino ad ora lo è stato.

Girare un film, invece, potrebbe interessarti?

Oh sì, mi piacerebbe tantissimo! Da semplice attrice, con il passare del tempo, sono diventata una “teatrante”, nel senso che oltre a curare alcune regie dei miei spettacoli, mi sono cominciata ad occupare un po’ di tutti gli aspetti, dalle luci all’allestimento dello spazio scenico fino ad alcune questioni più…materiali, legate ai budget e all’organizzazione. Non sono diventata una “politecnica”, sia chiaro, ma ho scoperto che è molto gratificante essere dentro e comprendere tutti i meccanismi del tuo lavoro. E affronterei il cinema con lo stesso spirito, sarebbe una sfida bellissima e non avrei paura del cambio di mezzo espressivo. Chissà…

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Nella seconda parte del 2020 hai fatto parte del cast di due film tv di prossima uscita, La scuola cattolica di Stefano Mordini (dal romanzo di Edoardo Albinati, con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca) e Il Boemo di Petr Václav, sul compositore settecentesco Josef Mysliveček. Che esperienze sono state, quali difficoltà soprattutto? E, sempre rimanendo a quello che hai fatto quest’anno, che ci dici della tua partecipazione al Festival di Venezia dello scorso anno?

Abbastanza diverse tra loro: nel film di Mordini, infatti, ho praticamente girato solo interni con pochi personaggi in scena e tutto è stato piuttosto semplice, mentre per il film di Václav, che è una produzione internazionale e ha molti set all’aperto con numerosi attori e comparse contemporaneamente davanti all’obiettivo, le cose sono state molto meno facili, sia in termini di allestimento che in fase di coordinazione. Decisamente non è semplice lavorare nel cinema in questo periodo, comunque. Ci sono tanti problemi pratici e non solo che speriamo possano presto finire.

Per quanto riguarda Venezia, invece, è stata un’esperienza molto gratificante, grazie anche al ruolo di protagonista che mi è stato affidato da Giorgio Diritti in Zombie, un cortometraggio molto bello nel quale si fa una riflessione secondo me molto profonda sui traumi infantili e sui rapporti interfamiliari.

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Interviste

Dalla & Pallottino: lo storico sodalizio artistico nel nuovo libro di Massimo Iondini

Antonella Valente

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A nove anni dalla sua morte, Lucio Dalla continua a raccontare di sé attraverso le parole del giornalista Massimo Iondini che lo fa protagonista anche del suo secondo libro “Dice che era un bell’uomo… – Il genio di Dalla e Pallottino” (Edizioni Minerva). Anche il primo, “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla“, dato alle stampe nel 2020, si concentrava sul cantautore bolognese e sul rapporto con Paola Pallottino, colei che ha scritto alcuni dei testi più famosi di Dalla come “4 marzo 1943”, “Un uomo come me”, “Il gigante e la bambina” e “Anna Bellanna”. E proprio a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione di “4/3/1943” il giornalista, anch’esso bolognese, decide di “aggiungere un altro tassello” alla bibliografia Dalliana e racconta un periodo ben preciso della carriera di Lucio e una particolare collaborazione, quella con Paola Pallottino.

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E’ stata lei a dare vita al capolavoro di “4/3/1943”, in origine “Gesubambino”, attraverso un testo molto personale che contiene, nonostante alcune censure e modifiche in corso d’opera per permettere a Lucio di partecipare a Sanremo, anche un tema decisamente sentito all’epoca dell’uscita del brano, nel 1971. Tanto sentito che all’indomani dell’esecuzione all’Aristorn, arrivò all’organizzazione del Festival una lettera di una ragazza madre che ringraziò Lucio Dalla e gli organizzatori per il coraggio dimostrato per aver toccato un tema così scottante. “Evidentemente le ragazze madri in quel periodo non erano pochissime – spiega a The Walk of Fame Massimo Iondini – il conflitto era terminato non da così tanto tempo per cui i figli della guerra in quel periodo avevano 25 anni...”

Il suo primo libro uscito lo scorso anno si intitola “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”. Da poco è uscito il nuovo libro sempre incentrato sulla figura del cantautore bolognese. Come mai questa affezione nei suoi confronti?

Perchè credo che sia il più “grande” di tutti, ma del resto lo diceva anche Fabrizio Dè Andrè che diceva che Dalla era quello che meglio di tutti e più di tutti aveva sintentizzato “l’alto” e il “popolare”. Sapeva conciliare in maniera perfetta e sintetica questa doppia aspirazione che tutti hanno: quella di essere qualitativamente “alti” nella loro espressione artistica e musicale e quella di essere allo stesso tempo “popolare”. Lucio ha ben sintetizzato tutto ciò. A fronte di alcuni dischi che possiamo definire “impervi e molto intellettualistici”, come quelli fatti con Roversi tra il ’73 e il ’76, ci sono poi dischi più popolari e fruibili. Arrivo al centro della domanda e al perchè io abbia realizzato questo libro: perchè racconta un periodo limitato e una specifica collaborazione. È il Dalla delle origini in cui sono già presenti in noce tutti i temi e semi che poi svilupperà successivamente. La collaborazione con Paola Pallottino è poi al centro della mia attenzione perchè, di tutta la nutrita bibliografia Dalliana, su questo non c’era nulla, per cui con questo lavoro aggiungo un tassello che mancava e che non poteva mancare.

Quando scatta la scintilla artistica tra Lucio e Paola?

Il loro primo disco pubblicato è dell’aprile del ’70 quindi hanno iniziato a frequentarsi alla fine del ’69, in modo abbastanza casuale e fortuito. Lei si dilettiva a scrivere ma era un’illustratrice di fiabe e poi è diventata la più grande storica dell’illustrazione italiana e storica dell’arte. Lucio invece era un musicista: due mondi artistici sì, ma lontani. Si sono avvicinati quando il critico jazz Umberto Santucci ha proposto a Paola di far leggere i suoi testi a Lucio Dalla. Lei era a Bologna perchè il marito architetto aveva vinto un concorso al comune. Così l’ha chiamato e glieli ha fatti leggere. Lucio rimase subito colpito dalla novità che avevano questi testi. Lui, all’epoca, era già un personaggio. A Bologna si era fatto conoscere attraverso il jazz ed era entrato giovanissimo nella Rheno Jazz Band dove c’era anche Pupi Avati. Poi ha iniziato a cantare e aveva anche una coppia di autori fidati: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti della RCA. Lucio per la sua vena così originale e per la sua curiosità era la persona più adatta ad intercettare questi testi così metaforici, visionari e ricchi di spunti anche onirici, letterari e fiabeschi. Per cui è stato molto interessante questo connubio ed è stato preparatorio rispetto alla successiva collaborazione con Roberto Roversi, i cui testi erano di uno spessore assolutamente unico, però molto più politici.

Massimo Iondini

4/3/1943: il primo momento di successo per Lucio Dalla, negli anni precedenti cosa non aveva funzionato?

Lucio piaceva tantissimo agli addetti ai lavori, ai discografici e ai musicisti ma non aveva intercettato il grande pubblico perchè le sue canzoni erano difficili, non erano immediate e di facile ascolto, per il modo di cantare e per certe sue soluzioni armoniche. Poi Lucio vestiva malissimo, era un antidivo, lo faceva apposta. Non aveva di certo un fisic du role perchè basso di statura, non bello e si presentava male di proposito, quasi per esaperare questa sorta di “scherzo della natura” che era da un punto di vista anche fisico. A differenza invece del suo amico Gianni Morandi che incarnava il divo musicale. Paola gli scrisse questa canzone anche a modi “risarcimento” nelle intenzioni, perchè lui era rimasto orfano dall’età di 7 anni . Lei voleva costruirgli questa canzone che fosse un pò biografica. Doveva essere una canzone sul padre ma poi è diventata una canzone sulla madre. La canzone è stata censurata, poi, sia nel titolo sia nel testo. Ma in un certo sento ha contributo a fare la sua fortuna, tant’è vero che nel libro prendo ad esame anche i quotidiani di quei giorni, durante il Festival, e tutti ne parlavano. La canzone non ha vinto ma è diventata la vincitrice morale della competizione e il testo della Pallottino è stato anche premiato da una speciale commissione presieduta dal grande Mario Soldati.

All’interno del suo libro ci sono testimonianze esclusive illustri da Gino Paoli a Gianni Morandi, che ne ha curato l’introduzione, Pupi Avati, Renzo Arbore, Ron, Maurizio Vandelli, Angelo Branduardi e tanti altri: qual è quella che ricorda particolarmente con maggior sentimento?

Beh quella di Arbore contiene un bel ricordo, familiare e intimo, di quando la mamma di Dalla con il piccolo Lucio andava tutte le estati in Puglia. Lei faceva la modista e andavano a vendere capi d’abbigliamento. Una delle clienti della signora Iole (mamma di Lucio Dalla ndr) era la signora Arbore. Renzo, più grande di Lucio di circa 7 anni, mi aveva raccontato che giocava con lui, lo intratteneva e lo teneva sulle ginocchia mentre le signore erano intente a scegliere i capi. Quando poi si videro per la prima volta in RCA negli anni ’70, Lucio chiese a Renzo “Tu sei il figlio della signora Arbore che comprava i vestiti da mia mamma?” Poi Arbore è stato un gran tifoso di Dalla fin dagli inizi, infatti quando conduceva insieme a Gianni Boncompagni “Biandera Gialla” metteva sempre le canzoni di Dalla, mentre Boncompagni diceva “questo qui non venderà mai nulla”! (ride ndr). Cos’altro accomunava Renzo e Lucio? la matrice jazzistica. Un altro bel ricordo è quello di Gino Paoli che è stato lo “scopritore” del Dalla cantante. Litigarono anche, nel 1967, quando Dalla partecipò al suo secondo Sanremo. Quell’edizione particolare si ricorda perchè morì Luigi Tenco, e Gino Paoli, qualche tempo dopo, si arrabbiò con Lucio perchè si aspettava da lui che si rendesse promotore di qualche iniziativa, addirittura quella della sospensione del Festival, perchè era scomparso un partecipante della competizione. Paoli, anni dopo, mi ha confessato che si rendeva conto che in quel momento era difficile avere la lucidità di prendee una decisione di quella portata.

Nel libro scrive “Nato per essere solo: questo era l’assioma esistenziale di Lucio”. Era proprio così?

Questo era quello che lui avvertiva nel profondo della sua anima. Quel verso è tratto da una canzone contenuta nell’album “Ciao”, alla quale ha voluto mettere un titolo in inglese: “Born to be alone”. Anche il fatto di averla voluta dire in inglese è un mascheramento, è una confessione a se stesso che però detta in inglese è un pò camuffata. Lucio, in effetti, ha sempre sofferto potentemente l’essere diventato orfano troppo presto, sofferenza aumentata poi anche dal fatto che madre natura gli aveva giocato un brutto scherzo facendolo crescere troppo poco. Poi uno scherzo glielo fece sua mamma che, vedendolo sviluppare poco in altezza, durante il periodo della pubertà lo mandò da un endocrinologo infantile. Il risultato fu una cura ormonale che lo riempì di peli più di quelli che già aveva.

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