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Interviste

La musica per salvarci da decadenza e nichilismo: l’incontro con Viadellironia

Federico Falcone

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Anticipato dal primo singolo “Ho le febbre” feat.Edda, “Le radici sul soffitto” è il nuovo album di Viadellironia. Dieci brani scritti e composti da Maria Mirani, Giada Lembo, Greta Frera e Marialaura Savoldi e prodotti da Cesareo(Elio e le Storie Tese). E’ uscito lo scorso 20 novembre per Hukapan. Il filo conduttore dell’album è una descrizione critica e malinconica della decadenza del mondo attuale, commista al desiderio di resistenza alla passività e a quel sentimento che sopporta di mala voglia il peso della vita. Maria Mirani, cantante della band, ha risposto alle nostre domande.

Ciao, ragazze, benvenute su The Walk of Fame. Finalmente 2021. Per alcuni un anno di rinascita, per altri un anno di transizione, per altri ancora un anno dove gettare nuove radici. Cosa auspicate voi, invece?

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Ciao! noi auspichiamo con tutto il cuore di tornare a suonare live, magari in un bel festival, e di aggirarci con un gin tonic nel post concerto.

Parliamo de “Le radici del soffitto”, la vostra release uscita lo scorso novembre. Un album che, concettualmente parlando, bene si presta al periodo controverso che stiamo vivendo. Tra ombre e luci in fondo al tunnel, come è nato il disco?

Tutte le canzoni presenti nel disco provengono dalla prospettiva di questa destinazione. Nel senso che abbiamo cominciato a lavorarvi quando Cesareo ci ha proposto la sua produzione. Quindi credo che godano di una certa uniformità, e di un atteggiamento comune. Non è stato progettato per essere un concept album, ma una certa ricorrenza tematica è evidente, e credo dipenda dal fatto che i pezzi germogliassero da una stessa necessità espressiva che, in modo naturale, li ha resi coerenti.

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Se nel primo ascolto mi hanno colpito le atmosfere presenti nei dieci brani, nei successivi ascolti le liriche hanno preso il sopravvento. Non posso che considerare i testi il punto forte dell’album. Come si è sviluppato il processo di songwriting?

Le pre-produzioni provengono da tre sistemi diversi di scrittura: un primo sistema prevede che io lavori ad un canovaccio armonico su cui successivamente impianto delle liriche. E’ il caso di Stampe Giapponesi, ad esempio. Per me è un sistema molto lucido di scrittura, come un esercizio. Dall’aspetto per così dire macchinico di questo approccio, però, deve scaturire qualche cosa di intenso e sentimentale, e per questo è molto faticoso. Un secondo metodo, valido ad esempio per Le radici sul soffitto, prevede che le liriche precedano la stesura melodica e armonica, o che procedano con essa. Il terzo sistema, che ha basato Simile a un morente e Ho la febbre, consiste nel selezionare le parti migliori di una jam con Greta o tutte insieme. Sono tre sistemi molto diversi, e danno possibilità diverse.

Quali sono stati gli eventi che hanno influenzato o, comunque, dato un contributo alla realizzazione di questo lavoro? E’ descritta una visione cinica, malinconica, quasi decadente della società attuale. Quanto c’è di autobiografico nei vostri brani?

C’è molto di autobiografico. Anzi, è tutto autobiografico nella misura in cui è il prodotto del mio atteggiamento verso il mondo. Le ragazze condividono alcuni vettori di questo rapporto con il mondo, da altri vettori si distanziano. Diciamo che credo condividano le valutazioni circa il sistema in cui ci troviamo, ma che abbiamo modalità diverse dalle mie di abitarlo.

La letteratura più decadente e nichilista ha indubbiamente un peso all’interno de “Le radici sul soffitto”. Quale è il rischio connesso al riportare su carta testi e concetti così delicati e, in alcuni casi, fraintendibili? Possiamo definire questo aspetto come il più complesso all’interno del processo che ha portato alla realizzazione dell’album?

E’ una domanda molto bella. Ha a che fare con la responsabilità concettuale di un autore o di un’autrice, e fa riferimento all’etica connessa alla musica. Non è stato così travagliato proporre i concetti che ho scritto per il semplice fatto che sono totalmente convinta del loro grado di verità. Credo anzi che sia etico proprio questo pessimismo. Quando una persona ha in sé questo atteggiamento, dura fatica a rendere produttivo, costruttivo e fertile il suo pessimismo. Hai parlato di nichilismo: ecco, il nichilismo lo chiama pessimismo della forza, e il disco è ossessionato da questo pessimismo della forza.

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Ciò che è accaduto negli ultimi dodici mesi ha sconvolto la nostra esistenza. Non mi riferisco esclusivamente alla pandemia, quanto anche alle crisi sociali, politiche, culturali ed economiche. Come giudicate questa fase della nostra esistenza?

Penso che ci troviamo davvero in un’età del ferro; ma penso anche che ci siano molte istanze che, dal basso, stanno modellando un pensiero più aperto. Ci sono nuove soggettività e nuovi paesaggi sociali. Queste cose mi fanno credere che si possano rifondare certi concetti davvero obsoleti e tossici. 

Riguardo il ruolo della musica, dell’arte e quindi della cultura più in generale, si dibatte molto sul fatto che questo governo le abbia messe ai margini. Credete che sia realmente così?

Penso che ci sia un grande problema di considerazione e di nominazione nei confronti dello spettacolo. Sono state elette le categorie teatro e discoteca a contenitori di tutte le manifestazioni musicali presenti in Italia. Questo è un problema. I club non sono nemmeno considerati, e nei club si costruisce la musica alternativa da sempre. Alternativo non significa proscritto.

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E’ difficile parlarne ora, a causa di tutte le incertezze che inglobano i nostri giorni, ma bisogna guardare avanti, al futuro: quali sono i vostri piani per questo 2021?

Siamo fiduciose di poter suonare live! Stiamo cominciando a lavorare a qualcosa di nuovo, e vorremmo poter tornare a fare le prove più di una volta ogni due mesi.

Lascio a voi le ultime parole famose per salutare i lettori di The Walk Of Fame magazine

Ringraziamo noi te! Ti salutiamo così:

When a guy has the word dead on his mouth, you can’t tear it from him.

Grazie mille

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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Interviste

Greta Zuccoli: vivo la musica senza confini, Sanremo grande opportunità

Federico Falcone

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Greta Zuccoli è tra gli astri nascenti della musica italiana. La sua voce ha conquistato artisti come Damien Rice e Diodato e ora, con il brano “Ogni cosa di te“, mira a fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria del Festival di Sanremo, dove parteciperà nella categoria Nuove Proposte. Il brano scritto da Greta stessa, vede la produzione artistica di Diodato e Tommaso Colliva. Una voce che si muove con un certo agio dal brit-folk alla melodia italiana, portando con sé gli echi delle suggestioni musicali che fanno parte del background artistico di Greta Zuccoli: trip hop, cantautorato, brit rock.  

“Mi piace pensare che attraverso la musica io riesca a sciogliere tutti i miei contrasti, mettere insieme le diverse sfumature di quello che sono; tracciare un confine, per poi cancellarlo e spingermi sempre oltre i miei limiti”, dichiara Greta.

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Arrivi al Festival di Sanremo con sound personale e frutto delle tue influenze. Credi che l’Ariston stia spalancando le sue porte a sonorità più moderne e meno tradizionali?

Sicuramente si. Anche vedendo quella che è la proposta artistica di quest’anno, sia tra big che nuove proposte, c’è sicuramente spazio per sonorità non proprio consuetudinarie. Sarà un’edizione particolare, che prende vita all’interno di un anno difficile e delicato per il mondo dello spettacolo. Ci auguriamo tutti che sia un punto di ripartenza per il nostro settore. Ho scelto di presentarmi per l’artista che sono, con le mie influenze e i mondi che sento più vicini a me. Classifico poco i generi musicali, ma ci tengo molto alla mia identità. Ciò che realmente mi interessa è far arrivare la sincerità della mia musica. Ritengo che con mediante essa si possa sperimentare e guardare avanti, anche verso un rinnovamento.

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Il brano con cui gareggi mostra la tua eclettica estrazione musicale. E’ questo il tuo punto di forza?

Amo moltissimo la musica folk, Joni Mitchell, e il cantautorato femminile di artiste come Joan Baez. Mi piace un sound molto essenziale e minimale. Negli anni sono arrivata The National, Bon Iver, e alla scena indie che adesso rappresenta una fetta importante della scena musicale attuale. Adoro le atmosfere di Massive Attack, Bjork, Portished che hanno condizionato il mio modo di intendere l’arte e l’approccio dietro al microfono.

In che modo, l’incontro con Diodato e Tommaso Colliva, ha inciso sul brano? Quanto e quale è stato il loro apporto in sala di produzione?

La produzione è di Diodato e Tommaso Colliva. Insieme abbiamo cercato di far venire fuori le mie influenze e le mie idee creative. Antonio condivide con me le stesse influenze. Durante i tour estivi abbiamo sempre proposto, perché entrambi la amiamo, “Out of time” dei Blur. Apprezziamo gli stessi artisti. Poi ci sono gli archi di Rodrigo D’Erasmo, anch’egli esponente di una scena che adoro. Quando senti dentro qualcosa di forte, poi alla fine si percepisce quando un sound è sincero. E’ il tuo modo di esprimerti. E’ il mio modo di fare arrivare la mia musica.

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L’indie è il nuovo pop?

Da questo punto di vista non mi piace fare classificazioni o dare etichette. La musica la vivo come se non ci fossero confini specifici. La qualità prima di tutto. Penso all’epoca dei nostri nonni, dove la musica jazz era considerata pop. Dipende dall’accezione che uno vuol dare al concetto di popolare.

Cosa ti aspetti dall’esperienza al Festival di Sanremo?

E’ senz’altro un’esperienza importante iniziata diversi mesi fa con le selezioni. Per me, già questo passaggio, rappresentava una dimensione nuova. Non mi era mai capitato di esibirmi in un contesto dove ci fosse una selezione. Vivo la musica con molta serenità e condivisione, anche con gli artisti che hanno preso parte a questo viaggio. Soprattutto per il periodo che stiamo vivendo, c’è bisogno di ritrovare una comunione artistica. Non vedo l’ora di andare lì e immergermi nel contesto musicale per eccellenza. E’ la cosa che adoro di più al mondo. Speriamo che l’arte possa ripartire proprio dall’Ariston.

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Interviste

Il ritorno di Chicoria: Servizio Funebre II è la colonna sonora dei tempi che corrono

Antonella Valente

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A distanza di diciassette anni dal suo debutto, Chicoria torna con un nuovo album, pubblicato per Sucream in licenza a Sony Music Entertainment Italy, Servizio Funebre 2: 10 tracce rappate stando in piedi sulle macerie di un paese e di un sistema, che esalta il furbo e la svolta e dimentica di raccontarti come vanno a finire quelli che svoltano facile.

La testimonianza artistica e umana di un percorso musicale di strada, vent’anni di storia vissuta in prima persona. Vent’anni in cui il rap è passato dal ghetto alle classifiche, dai crimini ai capelli colorati, spesso appannaggio dell’ego celebrazione dei rapper, piuttosto che del racconto del quartiere e della città. Il rap è il medium della comunità, Chicoria il conduttore più inadatto a non dire quello che pensa.

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A 17 anni dal tuo debutto come è cambiato il rap?

Il rap negli ultimi 17 anni è passato da essere una manifestazione estremamente di nicchia a diventare fenomeno di massa e genere preponderante nella musica italiana. Davvero pochissimi pionieri che hanno iniziato con questa musica in Italia provengono dal ghetto per come lo si intende.

Il tuo progetto discografico è “Servizio Funebre 2”, spiegaci come nasce questo progetto e perchè scegli questo titolo?

È il seguito del primo capitolo uscito nel 2014 che nacque dal mio incontro con Edoardo Di Fazio aka Depha Beat, produttore romano con cui trovo molta sintonia nel lavoro, ed è colui che oltre a produrre la maggior parte delle melodie anche questa volta, è anche un po’ il regista dei mood dei dischi. Il titolo riflette un po’ il messaggio che voglio veicolare, ossia che a un certo punto quando le cose non vanno, bisogna fargli il funerale che non significa la fine, ma un nuovo inizio.

Il disco affronta tematiche molto forti, quale è il suo messaggio e a chi è rivolto?

È rivolto ai giovani soprattutto. Non bisogna mai smettere di combattere, se c’è un problema bisogna risolverlo, ignorarlo non porterà a nulla. La società fa schifo? No interessandoti alla politica la situazione peggiorerà e basta. Se sei ignorante è facile che cadi vittima di chi ti vuol fregare o che pensi davvero che la vita illegale porti a qualcosa… Non mi sembra nella realtà esistano delinquenti che delinquono perennemente e ce la fanno, non è come in Gomorra che la polizia si fa viva 2 volte in 4 stagioni, quella è una fiction, una finzione appunto…

Quanto è presente l’esperienza personale in questo disco?

Trasuda. Tutto il disco è pervaso delle mie esperienze di vita, non potrebbe che essere altrimenti.

Servizio Funebre 2 è quindi la colonna sonora dei nostri tempi. In che modo però si può risorgere?

Io nella mia vita non volevo fare il rapper, volevo solo essere il miglior cancro della società. Se vendi droga, a meno che non si tratti di droghe leggere, stai avvelenando la società intorno a te per il tuo esclusivo tornaconto. Non puoi dire: “il mondo è una merda e non cambierà mai” perché se il tuo agire è questo anche tu sei causa di questa mondezza. Se io e persone ancora più incancrenite di me, abbiamo capito e siamo cambiati, anche tu puoi riuscirci. Nel momento in cui tu diventerai una persona migliore anche il mondo sarà meglio.

All’anagrafe Armando Sciotto, in arte Chicoria: perchè questo nome e quando ti avvicini al mondo del rap?

Viene dai graffiti perché teggavo ‘Chico’, poi la gente sapeva che fumavo tantissimo… ecc… ecc… e da lì l’hanno storpiato in ‘cicoria’ che è un nomignolo romano con cui chiamano l’erba e da lì a ‘Chicoria’ il passo è breve. Mi sono interessato all’hip hop a 13/14 anni. Già andavo sullo skate ma sono diventato famoso prima per i graffiti. Poi ho vissuto ad Amsterdam per qualche anno e quando sono tornato alcuni miei amici writers avevano iniziato a rappare e io ero preso benissimo. Poi hanno letto quello che scrivevo e mi hanno spronato a registrare e li è nato il mio primo gruppo rap “In the panchine”, il resto è storia.

Video: “S.O.S Sold Out?”, la cultura è ferma al palo: parlano i protagonisti


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