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Cinema

I dolori del giovane Ferro

Novanta minuti di tristezza con ‘Ferro’, nella vita dell’artista più sofferente d’Italia, su Amazon Prime Video.

Alberto Mutignani

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Inizia con una preghiera il nuovo documentario di Prime Video, “Ferro”. Una preghiera di congedo durante i saluti di un gruppo di alcolisti anonimi. La macchina da presa gira a 360 gradi dentro al cerchio degli alcolizzati. A turno ci si presenta dicendo nome, cognome e motivo della propria presenza: “sono un alcolista”. Dal primo sguardo in macchina sai già come andrà a finire: l’ultimo inquadrato sarà Tiziano Ferro, che è il protagonista di questo documentario, il titolo lascia intendere. Infatti, l’ultimo a guardare in macchina è lui: non si presenta – l’avete letto il titolo, no? – e fa uno sguardo truce.

Poi viene avvolto dal buio e si torna indietro, agli inizi: Tiziano Ferro è uno studente delle superiori in sovrappeso, ma ha già una voce degna di nota quando canta davanti a un pubblico striminzito “Finalmente tu” di Fiorello. A scuola era quello che veniva picchiato se non suggeriva alle interrogazioni, e quello di cui le ragazze si fidavano, perché era ciccione.

Non è che la prima di una serie di disgrazie che cadono sulla sua testa: il peso, l’orientamento sessuale, la depressione, i paparazzi. Ogni ritaglio di vita all’interno di Ferro è un canto di disperazione per una vita passata alla ricerca dell’anonimato, mentre il pubblico acclama il nome della pop-star. Ragazzine innamorate gli chiedono se è fidanzato, ma lui fa il vago: il trauma più grande era stato, anni fa, un produttore che gli aveva chiesto di farsi paparazzare con una ragazza, per togliersi quell’aria da effeminato e ogni sospetto sulla sua omosessualità. “Non voglio dire bugie”, dice Ferro appoggiato alla finestra. Qualche anno prima del coming out, però, aveva chiarito a un settimanale rosa che “Mi piacciono le donne” e che “sono state ricamate tante bugie sul mio conto”.

Poi arriva l’alcolismo: “Ero l’adolescente perfetto, non fumavo, non bevevo nemmeno la birra. Poi un giorno degli amici mi invitano a bere, e da lì non ho più smesso.” Anche questo è un problema. Minuto dopo minuto il film ci risucchia in questo vortice di tristezza, che decenni di banalità ci hanno abituato ad accostare all’essere celebri. Justo Gonzales che racconta di quando Klaus Kinski gli perforò il cranio con una spada non ha lo stesso vuoto negli occhi. In termini documentaristici, il lavoro fatto dal regista Beppe Tufarolo è un collage di finzioni ed escamotage visivi, per far apparire anche la più graziosa villetta losangelina una “gabbia dorata” (per citare un’altra banalità).

Finzioni, perché se riavvolgiamo il nastro e torniamo a quella preghiera che dà inizio al film, la prima cosa che ci si chiede è per quale motivo ci sia una cinepresa all’interno di un centro per alcolizzati. Ma anche perché sia tutto così pulito, così perfetto, dall’impostazione cinematografica al linguaggio edulcorato. Ci se ne rende conto sempre di più, mentre Ferro sciorina le sue perplessità sul mondo finto delle celebrità: “Dirò tutta la verità, non nasconderò nulla”, e pensi che questo sarà il personalissimo ‘Glamorama’ di un artista insofferente e ripulito.

Ma se faceste vedere questo documentario a un bambino, non imparerebbe nemmeno una mezza parolaccia da rivendere con gli amici. I ciccioni sono ‘persone con problema di peso’, gli acolizzati sono ‘alcolisti’ e neppure il già correttissimo ‘gay’ si nomina senza imbarazzi e risatine isteriche. Problemini da niente vengono amplificati per essere l’ennesimo coltello nella schiena di Ferro che nessuno è capace di vedere, da semplici questioni discografiche al doversi relazionare con il pubblico.

Tant’è vero che, ci dice, ha scelto Los Angeles come fuga dalle persone che lo riconoscono e lo fermano per strada. Non è che la California sia un paradiso ideale da vivere con un bel gruzzolo di soldi, è che voleva nascondersi come l’Antonio Ligabue di Elio Germano. Stona a Sanremo ma è l’emozione, nessuno prima di lui aveva cantato dal punto di vista maschile quella canzone. Nessuno prima di lui aveva fatto coming-out.

‘Ferro’ è una finestra sulla pioggia battente nella vita dell’artista più sofferente d’Italia. Si chiude come si è aperta dopo qualche lacrima e molti vanti, pochi interventi esterni (il marito, il produttore) e molte sequenze da videoclip melodrammatico – Ferro cammina lentamente nella città buia, si gira, ride, poi ovviamente inizia a piovere.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

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Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

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Cinema

Addio a David Prowse: interpretò Darth Vader nella trilogia di Star Wars

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L’attore David Prowse, noto per aver  interpretato Darth Vader nella trilogia originale di Star Wars, è  morto questa domenica all’età di 85 anni. La morte dell’attore nato a  Bristol è stata annunciata questa mattina su Twitter dalla sua agenzia. Prowse, che ha messo il suo corpo, ma non la sua voce, a Darth Vader, era anche ampiamente conosciuto nel Regno Unito per una  campagna di sensibilizzazione stradale che insegnava ai bambini ad  attraversare la strada e per la quale nel 2000 ha ricevuto l’Ordine dell’Impero Britannico.

Dopo il suo ruolo in Star Wars, è rimasto lontano dal cinema, ma in precedenza ha avuto altri ruoli in film come Arancia meccanica e ha interpretato Frankenstein in tre occasioni.  “Che la Forza sia sempre con lui”, ha detto l’agente Thomas Bowington. Prowse è morto dopo una breve malattia – una perdita per “milioni di fan in tutto il mondo”.

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Cinema

Maradona, l’omaggio della macchina da presa: otto lavori per conoscerlo meglio

Redazione

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Abbiamo scelto di occuparci più volte di Maradona perché la sua storia va ben oltre il pianeta del calcio. Per questo in più di un’occasione il calciatore argentino ha ispirato registi come Emir Kusturica e Paolo Sorrentino, ma anche documentaristi, intellettuali, artisti, musicisti. L’agenzia di stampa Agi ha scelto 8 lungometraggi ispirati alla controversa vicenda del Pibe de Oro, dentro e fuori dal campo.

“Diego Maradona” – gli appassionati di serie tv e di cinema in questi mesi avranno certamente visto in programmazione su Netflix il film documentario del 2019 di Asif Kapadia, ‘Diego Maradona’, realizzato in suo onore grazie alle 500 ore di materiale inedito che la famiglia del campione argentino ha messo a disposizione del regista inglese di origine indiane.

‘Maradona” di Kusturica. Se il “Diego Maradona” di Kapadia è un documento storico potentissimo, non è da meno il lavoro di Emir Kusturica presentato a Cannes nel 2008. Parliamo dell’incontro di due fuoriclasse, due istrioni. È un documentario che rasenta l’agiografia verso un personaggio che Kusturica ama e che giustifica in ognuna delle sue trasgressioni. Da sottolineare la scena in cui si vede un Diego Maradona molto ingrassato che canta “La mano de Dios” in un locale davanti alle figlie.

“Youth” di Paolo Sorrentino. L’omaggio è esplicito: nel resort-casa di cura dove sono Harvey Keitel e Michael Cane c’è anche Diego Armando Maradona che sta facendo una cura per dimagrire. Non è lui, ovviamente, ma l’attore Roly Serrano è di una somiglianza impressionate; bellissima la scena in cui palleggia con una palla da tennis calciandola in alto e riprendendola al volo (il tutto fatto al computer, ovviamente, ma scena realistica se si pensa che queste cose Maradona le faceva veramente). Proprio Sorrentino, ricorda l’Agi, era innamoratissimo come tutti i napoletani dell’ex numero 10, al punto da citarlo insieme a Federico Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese nel discorso di ringraziamento per l’Oscar per ‘La grande bellezza’ del 2013. A luglio ha iniziato la collaborazione con Netflix per il film originale ‘È stata la mano di Dio’ le cui riprese si sono svolte recentemente a Napoli. Un film, ha detto Sorrentino, “intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso”.

“Santa Maradona” di Marco Ponti. Film di culto del 2000 per la generazione nata negli anni Ottanta, il cui titolo allude a una canzone dei Mano Negra e non direttamente al giocatore, che comunque compare in tutto il suo splendore nei titoli di testa.

“Tifosi” di Neri Parenti. Qui compare Diego nell’unico ruolo di finzione cinematografica: in una una scena del film ‘Tifosi’ di Neri Parenti del 1999, un cinepanettone dove ‘el Pibe de Oro’ compare ingrassato (e inseguito dal Fisco), nell’episodio “napoletano” con Nino D’Angelo e Peppe Quintale rapinatori inconsapevoli di un attico che appartiene proprio al loro idolo Maradona.

L’omaggio di Marco Risi del 2007. Unico biopic finora realizzato – in attesa di quello di Sorrentino – sul grande calciatore è invece “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi del 2007, che racconta la vita dell’argentino dall’infanzia fino al capodanno del 2000 ed è interpretato, in età adulta, da Marco Leonardi.

“Armando Maradona” di Javier Vazquez. un documentario classico e agiografico sul ‘Pibe de Oro’, con la non troppo originale concessione sul lato oscuro del calciatore che combatte contro le proprie debolezze umane e la dipendenza da cocaina.

“Maradonapoli”. Il film italiano, attualmente disponibile su Netflix, parla dell’eredità e del ricordo che ha lasciato a Napoli, città che vive ancora nella memoria e nella gratitudine verso Diego al quale in diversi vicoli sono stati addirittura eretti degli altarini come fosse un santo.

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