I dolori del giovane Ferro

Inizia con una preghiera il nuovo documentario di Prime Video, “Ferro”. Una preghiera di congedo durante i saluti di un gruppo di alcolisti anonimi. La macchina da presa gira a 360 gradi dentro al cerchio degli alcolizzati. A turno ci si presenta dicendo nome, cognome e motivo della propria presenza: “sono un alcolista”. Dal primo sguardo in macchina sai già come andrà a finire: l’ultimo inquadrato sarà Tiziano Ferro, che è il protagonista di questo documentario, il titolo lascia intendere. Infatti, l’ultimo a guardare in macchina è lui: non si presenta – l’avete letto il titolo, no? – e fa uno sguardo truce.

Poi viene avvolto dal buio e si torna indietro, agli inizi: Tiziano Ferro è uno studente delle superiori in sovrappeso, ma ha già una voce degna di nota quando canta davanti a un pubblico striminzito “Finalmente tu” di Fiorello. A scuola era quello che veniva picchiato se non suggeriva alle interrogazioni, e quello di cui le ragazze si fidavano, perché era ciccione.

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Non è che la prima di una serie di disgrazie che cadono sulla sua testa: il peso, l’orientamento sessuale, la depressione, i paparazzi. Ogni ritaglio di vita all’interno di Ferro è un canto di disperazione per una vita passata alla ricerca dell’anonimato, mentre il pubblico acclama il nome della pop-star. Ragazzine innamorate gli chiedono se è fidanzato, ma lui fa il vago: il trauma più grande era stato, anni fa, un produttore che gli aveva chiesto di farsi paparazzare con una ragazza, per togliersi quell’aria da effeminato e ogni sospetto sulla sua omosessualità. “Non voglio dire bugie”, dice Ferro appoggiato alla finestra. Qualche anno prima del coming out, però, aveva chiarito a un settimanale rosa che “Mi piacciono le donne” e che “sono state ricamate tante bugie sul mio conto”.

Poi arriva l’alcolismo: “Ero l’adolescente perfetto, non fumavo, non bevevo nemmeno la birra. Poi un giorno degli amici mi invitano a bere, e da lì non ho più smesso.” Anche questo è un problema. Minuto dopo minuto il film ci risucchia in questo vortice di tristezza, che decenni di banalità ci hanno abituato ad accostare all’essere celebri. Justo Gonzales che racconta di quando Klaus Kinski gli perforò il cranio con una spada non ha lo stesso vuoto negli occhi. In termini documentaristici, il lavoro fatto dal regista Beppe Tufarolo è un collage di finzioni ed escamotage visivi, per far apparire anche la più graziosa villetta losangelina una “gabbia dorata” (per citare un’altra banalità).

Finzioni, perché se riavvolgiamo il nastro e torniamo a quella preghiera che dà inizio al film, la prima cosa che ci si chiede è per quale motivo ci sia una cinepresa all’interno di un centro per alcolizzati. Ma anche perché sia tutto così pulito, così perfetto, dall’impostazione cinematografica al linguaggio edulcorato. Ci se ne rende conto sempre di più, mentre Ferro sciorina le sue perplessità sul mondo finto delle celebrità: “Dirò tutta la verità, non nasconderò nulla”, e pensi che questo sarà il personalissimo ‘Glamorama’ di un artista insofferente e ripulito.

Ma se faceste vedere questo documentario a un bambino, non imparerebbe nemmeno una mezza parolaccia da rivendere con gli amici. I ciccioni sono ‘persone con problema di peso’, gli acolizzati sono ‘alcolisti’ e neppure il già correttissimo ‘gay’ si nomina senza imbarazzi e risatine isteriche. Problemini da niente vengono amplificati per essere l’ennesimo coltello nella schiena di Ferro che nessuno è capace di vedere, da semplici questioni discografiche al doversi relazionare con il pubblico.

Tant’è vero che, ci dice, ha scelto Los Angeles come fuga dalle persone che lo riconoscono e lo fermano per strada. Non è che la California sia un paradiso ideale da vivere con un bel gruzzolo di soldi, è che voleva nascondersi come l’Antonio Ligabue di Elio Germano. Stona a Sanremo ma è l’emozione, nessuno prima di lui aveva cantato dal punto di vista maschile quella canzone. Nessuno prima di lui aveva fatto coming-out.

‘Ferro’ è una finestra sulla pioggia battente nella vita dell’artista più sofferente d’Italia. Si chiude come si è aperta dopo qualche lacrima e molti vanti, pochi interventi esterni (il marito, il produttore) e molte sequenze da videoclip melodrammatico – Ferro cammina lentamente nella città buia, si gira, ride, poi ovviamente inizia a piovere.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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