The Head, la recensione del thriller di Prime Video

È difficile trovare thriller ben fatti, soprattutto adesso che questo genere è diventato il preferito dalle casalinghe, con TV8 e Rai 2 che trasmettono ogni giorno, a pranzo e a cena, quelli di provenienza americana a basso costo destinati alla televisione, sempre tratti da qualche caso letterario da autogrill.

È complicato anche perché è un genere che risponde a tante declinazioni spesso distanti tra loro e che negli ultimi anni si è invece appiattito al semplice thriller psicologico. Una moda che come tutte le altre passerà, ma fino ad allora ce la dobbiamo tenere. Su Prime Video è da poco uscita una serie TV, dalla prima stagione autoconclusiva, che sembrava potesse fare la differenza: The Head.

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Ambientata interamente all’interno di una base di ricerca nell’Antartico, il protagonista è un membro dell’equipe di ricercatori che torna in Antartide dopo i sei mesi di buio per scoprire il mistero dietro la cessazione delle comunicazioni con la base. Troverà sei cadaveri e una sopravvissuta. Tra i due ricercatori dispersi, anche sua moglie. Da queste premesse prende le mosse la trama, che si sviluppa per sei episodi che oscillano tra i 40 e i 60 minuti. L’ottimo primo episodio, con piani sequenza, giochi di luce e un ritmo perfetto lascia sperare in un gioiello che già dai primi minuti vorrebbe richiamare ‘La Cosa’ di Carpenter e scrollarsi di dosso la banale letterarietà di certi eredi cinematografici di Agatha Christie.

Noi italiani forse siamo abituati troppo bene, allenati già da tempo a trovare la soluzione dell’enigma nell’iride di un personaggio o in un’inquadratura apparentemente gratuita, come succedeva nel miglior Dario Argento. Ma questo The Head perde la bussola già dal secondo episodio. Il protagonista arriva alla fine del semestre notturno, e sarebbe stata notevole e coraggiosa la scelta di ambientare un thriller nell’Antartico senza cedere al fascino già impacchettato dell’ambientazione perennemente oscura.

E invece si va di flashback: tutti gli episodi sono una personale ricostruzione dell’amabile protagonista – un’emergente Katharine O’Donnell – che si perde nei meandri della glaciale notte eterna. Allo spettatore, e al protagonista, la scelta di credere o meno alle sue parole. Una scelta in realtà parziale: già dal terzo episodio cambiano le carte in tavola, e per i due successivi non viene raccontato assolutamente nulla.

Al sesto (ed ultimo) episodio il compito di ricomporre un puzzle ancora confuso in meno di un’ora, con un montaggione che macina colpi di scena senza sosta fino ai deprimenti titoli di coda. Colpi di scena che, va chiarito, non innescano alcun sentimento nello spettatore, che fino a quel momento ha assistito a uno sviluppo linearissimo della trama, arricchita da stereotipi al limite del caricaturale. Addio anche ai divertenti movimenti di macchina del primo episodio: tutta la seria è un frustrante campo-controcampo. Il cattivo – non è uno spoiler – è, beninteso, un’entità fisica, reale. Agisce per un motivo preciso, che vi stupirà per banalità e incoerenza.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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