Dennis Rodman, cioè la follia al servizio del basket. Dal cinema alla musica, dal wrestling alle mode, ritratto di un precursore a tutto tondo

“Metterò cinque milioni di dollari in banca, vivrò di interessi e mi sballerò di feste”

Era il 1995 e Dennis Rodman, in riferimento al contratto appena firmato, utilizzò queste parole per presentarsi ai tifosi dei Chicago Bulls, squadra con la quale si sarebbe consacrato come uno dei migliori rimbalzisti di tutti i tempi grazie ai circa 12.000 raccolti. Fu di parola, mantenendo fede alle sue intenzioni. L’ex stella dei Detroit Pistons, team nel quale militò per sette stagioni assieme ad altri Bad Boys del calibro di Bill Laimbeer, Isaiah Thomas e Joe Dumars, era appena entrato sotto l’ala protettrice di Michael Jordan, semplicemente il giocatore più forte della storia del basket.

Il Verme“, così era soprannominato il nativo del New Jersey, andò a comporre un nuovo, straordinario, Big Three assieme a Scottie Pippen e, appunto MJ23. Come racconta Roland Lazenby nel libro “Micheal Jordan, la vita“, Rodman si presentò a Chicago con i “capelli tinti di un rosso-Bulls e un toro nero sulla nuca, le unghie erano smaltate con i colori sociali“.

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Nella città dei gangstar movie per eccellenza tutti si innamorarono del Verme. Il suo ingresso in campo era accompagnato da ovazioni e lui, per tutta risposta, finita la partita si guardava intorno, individuava uno spettatore e gli regalava la sua maglietta. Nel 99,99% dei casi si trattava di donne. Estroso, folle, imprevedibile, esaltante, coinvolgente, tutto ciò non basterebbe per descrivere appieno l’uomo e il giocatore. Sul parquet era atletico e dinamico oltre modo, ma anche intimidatorio sotto canestro, competitivo e carismatico come pochi altri colleghi. Lontano dal campo da gioco, invece, era una miscela esplosiva di esaltazione e timidezza.

“Il 50% della vita nella Nba è sesso. L’altro 50% è denaro”

No, non è una contraddizione, perché se Rodman appariva esaltante (ed esaltato), anche quando non indossava la divisa da gioco, i compagni di squadra giudicavano i suoi atteggiamenti come una risposta a un carattere fragile, spesso in balia di un ruolo che si era cucito addosso. Una vita di eccessi che spesso lo avrebbe cacciato nei guai, complice l’assenza di una figura paterna e un tentativo – fortunatamente non andato a buon fine – di suicideio nel 1993. La vita del Verme non era solamente la palla a spicchi. Appassionato di moda (interscambiabile tra maschile e femminile), musica , wrestling e cinema. Il suo essere istrionico e consapevolmente lontano dall’ordinarietà, lo resero uno tra i personaggi più indecifrabili degli anni ’90 e 2000. In una sola parola: inimitabile.

I cinque titoli Nba e il premio come miglior rimbalzista della lega per ben sette volte lo classificano nettamente come un vincente nato. Ma nel curriculum di Rodman c’è di più. Come dimenticare il sodalizio con Hulk Hogan nella stable della Nwo nell’allora Wcw di wrestling? Il primo incontro avvenne nel 1997, in pieno periodo Bulls (quelli del secondo three peat). L’anno successivo arrivò a scontrarsi sul ring con Karl “Il Postino” Malone, glorioso avversario degli Utah Jazz (quelli delle finali Nba dell’anno precedente) e tutt’ora tra i massimi realizzatori di ogni epoca. Un appeal commerciale, quello del Verme, che, dal suo approdo a Chicago, esplose esponenzialmente.

L’esordio nel wrestling determinò anche la sua scalata all’esposizione mediatica lontano dal basket. Da quel momento in avanti furono numerose le apparizioni televisive dove si presentava conciato nella maniera più eccentrica immaginabile (a volte anche contro ogni immaginazione). Precursore di mode e stili (piercing, tatuaggi e acconciature semplicemente folli e imbarazzanti), Rodman scrisse anche un’autobiografia, contenente alcune delle sue più memorabili gesta, dal titolo “Bad as I wanna be“. Il giorno della presentazione – era il 1996 – si presentò con un abito da sposa. Un titolo, un programma, insomma. Per non parlare delle donne, poi, vera croce e delizia della sua vita. Fra le varie centinaia che si è ventato di aver avuto, vale la pena citare su tutte la bellissima Carmen Electra con la quale è stato spostato dal novembre 1998 all’aprile del 1999. Dev’essere stato un periodo lunghissimo per entrambi.

Capitolo a parte è quello relativo al suo rapporto con Madonna. Nel 1994 fecero coppia per qualche mese. Lo scorso autunno Rodman ha rilasciato un’intervista al The Breakfast Club nel quale ha dichiarato: “Madonna mi ha detto che se l’avessi messa incinta mi avrebbe dato 20 milioni. Se il bambino fosse nato ovviamente. Una volta mi ha chiamato per dirmi che stava ovulando. Lei era a New York, a casa sua, io in un casinò di Las Vegas a giocare a dadi. Le ho detto che sarei arrivato: ha mandato un aereo a prendermi all’aeroporto, sono andato a casa sua, ho fatto quello che dovevo e sono tornato a Las Vegas a giocare a dadi. E’ stata una cosa passeggera ma intensa. Ci siamo trovati nel momento perfetto: la sua carriera al tempo era in una fase di stallo mentre io ero in ascesa. Ci siamo motivati a vicenda, riuscendo per un po’ ad andare nella stessa direzione”.

E poi il cinema, altro amore del Verme. Fra le varie pellicole ricordiamo “Double Team – Gioco di squadra” con Jean Claude Van Damme. La sua incredibile prestazione dietro lo schermo gli valse il poco ambito premio del Razzie Awards nella categoria “Peggior Coppia“, ma anche in quella di “Peggior Esordiente“. Un double niente male, se consideriamo che nel 1997 oltre a vincere titoli Nba si dedicava a una carriera parallela sul grande schermo. In “The Minis” Rodman guida una squadra di basket composta da…nani. E niente, fa già ridere così. In “Cutaway” recita al fianco di Tom Berenger e Stephen Baldwin. Gira “Superagente speciale” e “Superagente Simon“, presta il suo volto a cartoni animati e serie tv, b-movie e svariate altre comparsate sparse qua e là. Nel 1998 esce “No Limits, la vera storia di Dennis Rodman“, racconto di chi o cosa era il Verme in quegli anni, all’apice del successo Bulls.

Le sue incursioni nel campo musicale sono, se possibile, ancora peggiori e disarmanti di quelle cinematografiche. Appassionato di rap ha provato in più di un’occasione e con risultati non esattamente positivi a mettersi dietro un microfono per dare sfogo alla sua creatività. Ecco, diciamo che poteva fare di meglio. Non solo rap, anche grunge. Come quando, non molto tempo fa, raggiunse i Pearl Jam durante un loro concerto a Chicago. Una volta sul palco si è preoccupato di consegnare un ukulele a divertito Eddie Vedder. Prima di lasciare il palco ha affermato: “Ci sono due gruppi di persone che mi hanno sempre supportato, Corea del Nord (lasciamo da parte questo capitolo, ndr) e Chicago. Voi persone qui siete le uniche persone su questo pianeta Terra che mi ha dato supporto. So una cosa: il giorno della mia morte, mi assicurerò di essere sepolto a Chicago“.

Insomma, non basterebbero fiumi di inchiostro per raccontare tutta l’aneddotistica che circonda Dennis Rodman. Se dovessimo giudicarlo sulla base delle sue qualità espresse nelle attività in cui si è lanciato, dovremmo fermarci – per evidenti ragioni – al basket, sport nel quale a lunghi tratti è stato dominante. Ma no, i numeri sono volgari e insufficienti per descrivere la portata del personaggio. Come detto, precursore di mode e stili, sempre proiettato sullo scandalo, mai fine a se stesso ma sempre incline a lasciare traccia, l’ex 91 dei Bulls ha lasciato un’impronta indelebile negli anni ’90. Fra le varie “cose belle” che lo circondano, ce n’è una in particolare, però: il non sapere mai cosa aspettarci da lui. Chissà quante altre ne vedremo in futuro…

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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