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Speciali

Dennis Rodman, cioè la follia al servizio del basket. Dal cinema alla musica, dal wrestling alle mode, ritratto di un precursore a tutto tondo

Appassionato di moda, musica , wrestling e cinema. Il suo essere istrionico e consapevolmente lontano dall’ordinarietà, lo resero uno tra i personaggi più indecifrabili degli anni ’90 e 2000. In una sola parola: inimitabile

Federico Falcone

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“Metterò cinque milioni di dollari in banca, vivrò di interessi e mi sballerò di feste”

Era il 1995 e Dennis Rodman, in riferimento al contratto appena firmato, utilizzò queste parole per presentarsi ai tifosi dei Chicago Bulls, squadra con la quale si sarebbe consacrato come uno dei migliori rimbalzisti di tutti i tempi grazie ai circa 12.000 raccolti. Fu di parola, mantenendo fede alle sue intenzioni. L’ex stella dei Detroit Pistons, team nel quale militò per sette stagioni assieme ad altri Bad Boys del calibro di Bill Laimbeer, Isaiah Thomas e Joe Dumars, era appena entrato sotto l’ala protettrice di Michael Jordan, semplicemente il giocatore più forte della storia del basket.

Il Verme“, così era soprannominato il nativo del New Jersey, andò a comporre un nuovo, straordinario, Big Three assieme a Scottie Pippen e, appunto MJ23. Come racconta Roland Lazenby nel libro “Micheal Jordan, la vita“, Rodman si presentò a Chicago con i “capelli tinti di un rosso-Bulls e un toro nero sulla nuca, le unghie erano smaltate con i colori sociali“.

Nella città dei gangstar movie per eccellenza tutti si innamorarono del Verme. Il suo ingresso in campo era accompagnato da ovazioni e lui, per tutta risposta, finita la partita si guardava intorno, individuava uno spettatore e gli regalava la sua maglietta. Nel 99,99% dei casi si trattava di donne. Estroso, folle, imprevedibile, esaltante, coinvolgente, tutto ciò non basterebbe per descrivere appieno l’uomo e il giocatore. Sul parquet era atletico e dinamico oltre modo, ma anche intimidatorio sotto canestro, competitivo e carismatico come pochi altri colleghi. Lontano dal campo da gioco, invece, era una miscela esplosiva di esaltazione e timidezza.

“Il 50% della vita nella Nba è sesso. L’altro 50% è denaro”

No, non è una contraddizione, perché se Rodman appariva esaltante (ed esaltato), anche quando non indossava la divisa da gioco, i compagni di squadra giudicavano i suoi atteggiamenti come una risposta a un carattere fragile, spesso in balia di un ruolo che si era cucito addosso. Una vita di eccessi che spesso lo avrebbe cacciato nei guai, complice l’assenza di una figura paterna e un tentativo – fortunatamente non andato a buon fine – di suicideio nel 1993. La vita del Verme non era solamente la palla a spicchi. Appassionato di moda (interscambiabile tra maschile e femminile), musica , wrestling e cinema. Il suo essere istrionico e consapevolmente lontano dall’ordinarietà, lo resero uno tra i personaggi più indecifrabili degli anni ’90 e 2000. In una sola parola: inimitabile.

I cinque titoli Nba e il premio come miglior rimbalzista della lega per ben sette volte lo classificano nettamente come un vincente nato. Ma nel curriculum di Rodman c’è di più. Come dimenticare il sodalizio con Hulk Hogan nella stable della Nwo nell’allora Wcw di wrestling? Il primo incontro avvenne nel 1997, in pieno periodo Bulls (quelli del secondo three peat). L’anno successivo arrivò a scontrarsi sul ring con Karl “Il Postino” Malone, glorioso avversario degli Utah Jazz (quelli delle finali Nba dell’anno precedente) e tutt’ora tra i massimi realizzatori di ogni epoca. Un appeal commerciale, quello del Verme, che, dal suo approdo a Chicago, esplose esponenzialmente.

L’esordio nel wrestling determinò anche la sua scalata all’esposizione mediatica lontano dal basket. Da quel momento in avanti furono numerose le apparizioni televisive dove si presentava conciato nella maniera più eccentrica immaginabile (a volte anche contro ogni immaginazione). Precursore di mode e stili (piercing, tatuaggi e acconciature semplicemente folli e imbarazzanti), Rodman scrisse anche un’autobiografia, contenente alcune delle sue più memorabili gesta, dal titolo “Bad as I wanna be“. Il giorno della presentazione – era il 1996 – si presentò con un abito da sposa. Un titolo, un programma, insomma. Per non parlare delle donne, poi, vera croce e delizia della sua vita. Fra le varie centinaia che si è ventato di aver avuto, vale la pena citare su tutte la bellissima Carmen Electra con la quale è stato spostato dal novembre 1998 all’aprile del 1999. Dev’essere stato un periodo lunghissimo per entrambi.

Capitolo a parte è quello relativo al suo rapporto con Madonna. Nel 1994 fecero coppia per qualche mese. Lo scorso autunno Rodman ha rilasciato un’intervista al The Breakfast Club nel quale ha dichiarato: “Madonna mi ha detto che se l’avessi messa incinta mi avrebbe dato 20 milioni. Se il bambino fosse nato ovviamente. Una volta mi ha chiamato per dirmi che stava ovulando. Lei era a New York, a casa sua, io in un casinò di Las Vegas a giocare a dadi. Le ho detto che sarei arrivato: ha mandato un aereo a prendermi all’aeroporto, sono andato a casa sua, ho fatto quello che dovevo e sono tornato a Las Vegas a giocare a dadi. E’ stata una cosa passeggera ma intensa. Ci siamo trovati nel momento perfetto: la sua carriera al tempo era in una fase di stallo mentre io ero in ascesa. Ci siamo motivati a vicenda, riuscendo per un po’ ad andare nella stessa direzione”.

E poi il cinema, altro amore del Verme. Fra le varie pellicole ricordiamo “Double Team – Gioco di squadra” con Jean Claude Van Damme. La sua incredibile prestazione dietro lo schermo gli valse il poco ambito premio del Razzie Awards nella categoria “Peggior Coppia“, ma anche in quella di “Peggior Esordiente“. Un double niente male, se consideriamo che nel 1997 oltre a vincere titoli Nba si dedicava a una carriera parallela sul grande schermo. In “The Minis” Rodman guida una squadra di basket composta da…nani. E niente, fa già ridere così. In “Cutaway” recita al fianco di Tom Berenger e Stephen Baldwin. Gira “Superagente speciale” e “Superagente Simon“, presta il suo volto a cartoni animati e serie tv, b-movie e svariate altre comparsate sparse qua e là. Nel 1998 esce “No Limits, la vera storia di Dennis Rodman“, racconto di chi o cosa era il Verme in quegli anni, all’apice del successo Bulls.

Le sue incursioni nel campo musicale sono, se possibile, ancora peggiori e disarmanti di quelle cinematografiche. Appassionato di rap ha provato in più di un’occasione e con risultati non esattamente positivi a mettersi dietro un microfono per dare sfogo alla sua creatività. Ecco, diciamo che poteva fare di meglio. Non solo rap, anche grunge. Come quando, non molto tempo fa, raggiunse i Pearl Jam durante un loro concerto a Chicago. Una volta sul palco si è preoccupato di consegnare un ukulele a divertito Eddie Vedder. Prima di lasciare il palco ha affermato: “Ci sono due gruppi di persone che mi hanno sempre supportato, Corea del Nord (lasciamo da parte questo capitolo, ndr) e Chicago. Voi persone qui siete le uniche persone su questo pianeta Terra che mi ha dato supporto. So una cosa: il giorno della mia morte, mi assicurerò di essere sepolto a Chicago“.

Insomma, non basterebbero fiumi di inchiostro per raccontare tutta l’aneddotistica che circonda Dennis Rodman. Se dovessimo giudicarlo sulla base delle sue qualità espresse nelle attività in cui si è lanciato, dovremmo fermarci – per evidenti ragioni – al basket, sport nel quale a lunghi tratti è stato dominante. Ma no, i numeri sono volgari e insufficienti per descrivere la portata del personaggio. Come detto, precursore di mode e stili, sempre proiettato sullo scandalo, mai fine a se stesso ma sempre incline a lasciare traccia, l’ex 91 dei Bulls ha lasciato un’impronta indelebile negli anni ’90. Fra le varie “cose belle” che lo circondano, ce n’è una in particolare, però: il non sapere mai cosa aspettarci da lui. Chissà quante altre ne vedremo in futuro…

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

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Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

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B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

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Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

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Riscoprire la poesia con il MeP, il movimento che opera al servizio dell’arte

“Il MeP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze”

redazione

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di Erica Ciaccia

Capita spesso di sentire frasi come: “Ma tanto la poesia è morta!” Ecco, nell’ascoltare queste parole si insinua in chi scrive una sorta di risentimento, di rabbia. Perché no, ragazzi, la poesia non è morta, anzi, è più viva che mai.

Stiamo parlando di arte e come ben sappiamo essa è intramontabile. Parliamoci chiaro, quando mai ha avuto vita facile? L’arte richiede talento e proprio per questo motivo non può essere fatta da tutti. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla.

L’Italia a suo modo resiste, meglio di altri paesi. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti, i libri si vendono sempre di meno, i piccoli cinema chiudono e la musica classica non viene capita. Manca l’interesse, è questo il cuore del problema. Ed è qui che entrano in gioco gli appassionati, coloro che all’arte ci tengono davvero. Sono persone di ogni età, sesso e provenienza. Qualcuno con versi scritti e chiusi in un cassetto, altri con colori lasciati su una tela, insomma chiunque abbia dentro di sé qualcosa da dire che preme per uscire e che resiste al tempo.

A volte queste persone si organizzano in gruppi e segretamente operano al servizio dell’arte. È il caso del MeP – Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte.”

Il movimento è cresciuto nel corso degli anni ed è ora presente su tutta la penisola. I ragazzi che ne fanno parte ci credono molto: “Il MeP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.” Una cosa importante da dire è che gli esponenti del MeP si presentano sempre in forma anonima, lasciando al di sotto delle poesie solamente le proprie iniziali, per focalizzare l’attenzione sul contenuto e non sull’autore.

Le poesie del movimento le possiamo trovare attaccate sui muri di molte città italiane. Tanta l’emozione negli occhi di chi, come me, amante della poesia, ne ha scorta una per la prima volta. Mi trovavo a Siena ed alla vista di quei versi scritti da uno sconosciuto, attaccati lì, su quel muro, alla portata di tutti, mi è venuta la pelle d’oca! Un turbinio di bellissime e forti sensazioni mi ha assalita, proprio quelle che solamente qualcosa di pulito, trasparente e sincero come l’arte può trasmettere.

Quindi, pensate ancora che la poesia sia morta? Quand’è che un’arte muore? La risposta è una sola: Quando non viene apprezzata. Bisogna riscoprire l’arte, interessarsi ed avvicinarsi a qualsiasi forma presente sulla faccia della terra. In questo modo, ognuno di noi, darà il proprio contributo a rendere migliore il mondo nel quale viviamo.

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