Natale di Roma, storie e segreti del nome dell’Urbe

La fondazione di Roma, di cui oggi ricorre il Natale, viene fatta risalire proprio al 21 aprile del 753 a.C. Romolo, tracciando il solco sul colle Palatino, presi gli auspici che lo indicavano come il prescelto, legava per sempre la città al suo destino.

La Pax Deorum, il vincolo con gli Dèi immortali, che assicura a Roma l’eternità, a patto che i suoi cittadini sappiano garantirne le condizioni.

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Tale data è stata indicata da Varrone seguendo i calcoli di Lucio Taruzio, astrologo di estrazione pitagorica, che in verità indicò la data anteriore del 9 Aprile, in cui si sarebbe verificata un’eclisse di Sole.

Al Sulcus Primigenius, quadrato o circolare, si da una doppia interpretazione. Quadrato come il solco segnato da Romolo, circolare come l’aedes di Vesta, vero centro dell’Urbe, secondo le ultime scoperte archeologiche di Andrea Carandini. L’unione dei due simboli è, quindi, la famosa “quadratura del cerchio”, la fissazione, la realizzazione in terra della dimensione sovrasensibile, la manifestazione degli Dei nella storia. Roma come Città degli Dei. La tradizione romana come guida per la manifestazione del numen dentro di sé, così come disposto dall’Oracolo di Delfi. Lo stesso oracolo che consentì a Marco Furio Camillo, “secondo fondatore di Roma”, di conquistare Veio, dopo un prodigio sul lago di Albano. Quando con la famosa evocatio chiese al numen tutelare della città, Giunone Regina, di lasciarla per essere meglio onorato a Roma.

IL NOME SEGRETO DI ROMA: ATTENZIONE A RIVELARLO

Ma quello di cui vogliamo parlarvi oggi non è la storia di Roma. Né delle sue conquiste o della sua grandezza. Nel giorno del Natale di Roma vogliamo approfondire il tema del suo nome segreto.

Molte città nell’antichità avevano tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Nel caso dell’Urbe, il nome pubblico era Roma mentre quello sacrale Flora o Florens, usato in occasione di alcune particolari cerimonie. Quello segreto, invece, è ancora oggi dibattuto e misterioso.

Questo perché alcuni nomi non potevano essere pronunciati per evitare che si materializzasse davanti a tutti, anche ai profani, la vera essenza dell’entità cui appartenevano e che invece doveva restare sconosciuta.

Inoltre, in questa maniera, l’entità in questione poteva essere conosciuta e manipolata a piacimento. Per le città il nome segreto coincideva con quello del vero nume tutelare, la cui denominazione non era quella nota a tutti. Un antico commentatore di Virgilio, Servio, spiegò in una nota all’Iliade che chi avesse rivelato tale nome poteva essere condannato a morte. L’appellativo era probabilmente a conoscenza del solo Pontifex Maximus.

Conoscere il nome del dio equivaleva ad impadronirsi dell’essenza della città assediata e a sottometterla. Tramite un particolare rito il numen sarebbe stato portato in città, introducendo poi il suo culto nell’Urbe con l’innalzamento di un tempio in suo onore. In questo modo Roma avrebbe aumentato la sua potenza, mentre il popolo sconfitto e sottomesso, senza la protezione del proprio numen, non sarebbe più stato in grado di riconquistare la potenza guerriera di un tempo. 

Per questo i Romani furono attenti a non diffondere il nome segreto della loro città.

Alcuni autori dell’antichità tentarono comunque di proporre una soluzione all’arcano. Lo fecero proponendo i nomi di Angerona, la dea che intima il silenzio. Oppure Giove, Opi, dea arcaica dell’abbondanza (a volte assimilata a Venere come dispensatrice di vita e di forza), a Cerere, Flora e Pomona. Ma tutti sapevano, qualora fossero arrivati alla verità, la rivelazione del nome avrebbe comportato l’exauguratio, l’allontanamento della sacralità della città e la perdita della libertà per i suoi cittadini.

LA CONDANNA DI VALERIO SORANO

Plinio il Vecchio nelle “Naturalis Historia”, affermava che “riti misteriosi proibiscono di pronunciare l’altro nome di Roma. Valerio Sorano che osò divulgarlo non tardò a pagarne la pena. Non è fuori proposito accennare qui ad una particolarità dell’antica religione prescritta per questo silenzio. La dea Angerona, alla quale si sacrifica nel giorno 21 dicembre, ha il simulacro con la bocca fasciata da una benda”.

Si parla dunque di Valerio Sorano, ritenuto un modello da personaggi come Cicerone, Varrone e lo stesso Plinio in materia di studi filologici, antiquari e filosofici. Sembra dunque, come appare anche dagli studi del tedesco Köves-Zulauf, che l’erudito sorano trattò in una sua opera di divinità greche e romane delle quali era espertissimo. 

Probabilmente in questa avvenne la fatale empietà di cui parla anche Servio. Costui nel commento alle Georgiche, sosteneva che la causa della morte di Valerio Sorano fosse attribuibile all’aver detto il nome autentico della divinità tutelare di Roma. Inoltre, nel commento all’Eneide sostiene che “nessuno pronuncia il nome di quella città persino durante i riti. Infatti un certo tribuno della plebe, Valerio Sorano, come sostiene Varrone e molti altri, osò pronunciare questo nome, cosicché alcuni dicono che sia stato arrestato dal senato e levato sulla croce, mentre altri che per paura della pena sia fuggito e, catturato in Sicilia dal pretore su ordine del senato, sia stato ucciso”. 

Ma se il nome doveva rimanere segreto e anche solo parlare di quell’argomento avrebbe portato alla morte, come faceva il Sorano a saperlo? Alcune fonti ci portano ad identificare in lui l’Edituo, avente la carica di aedituus, tramite la quale poteva certamente avere accesso a risorse e conoscenze solitamente interdette ai profani.

Comunque se la storia di Valerio Sorano ci illumina sulla sorte che sarebbe toccata a chi avesse rivelato il nome segreto di Roma, bisogna approfondire la causa dell’esilio del poeta Ovidio.

OVIDIO E IL NOME SEGRETO DI ROMA

Il motivo che spinse Augusto a mandarlo a Tomi nell’8 d.C è ancora oggi dibattuta.  Il poeta abruzzese scrisse a tal riguardo “due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore, di questo debbo tacere qual è stata la colpa”.

Ovidio morì nell’attuale Costanza in Romania senza mai tornare a Roma. Si è parlato sempre di coinvolgimenti in congiure politiche, di una relazione con la figlia del Pontifex Maximus, di aver scoperto segreti di corte.  Negli ultimi anni, invece, si è fatta strada un’ipotesi più affascinante.

Al momento della condanna il poeta stava ultimando l’opera “Fasti”, che avrebbe dovuto trattare delle feste religiose e laiche della tradizione romana. Aveva appena iniziato la trattazione di Giugno quando fu emessa la sentenza. Aveva perciò appena elaborato il mese di Maggio. Nello scovare l’etimologia del nome del mese tirò in ballo la costellazione delle Pleiadi, in particolare la stella Maia mettendola in relazione con la fondazione della città.

Studi recenti, in particolare quelli di Felice Vinci e Arduino Maiuri, indicano il posizionamento delle Mura Serviane come un modo per adattare lo schema della città all’interno delle stelle sopra citate. Al centro così ci sarebbe Maia in corrispondenza del colle Palatino. Proprio dove Romolo, secondo tradizione, tracciò il solco della Città Quadrata.

Stando a quanto riferito dai due studiosi, il passo che Ovidio nei Fasti attribuisce alla Musa Calliope sarebbe stato un indizio sul segreto di cui il poeta sarebbe venuto a conoscenza.  Ovviamente solo un romano ben istruito avrebbe potuto cogliere questa allusione alla sanctissima Maia alla quale sarebbe stata consacrata la città nata dal solco di Romolo. La stella, che Ovidio dice essere la più bella delle Pleiadi, avrebbe dunque riservato a Roma la sua protezione e il suo stesso nome.

Maia, secondo questa interpretazione, sarebbe dunque il nome segreto di Roma. 

PASCOLI E L’INNO A ROMA

Una teoria affascinante che entra però in contrasto con l’Inno a Roma di Giovanni Pascoli.Il poeta cita i 3 nomi dell’Urbe. Roma, Amor e Flora. 

Amor sarebbe, secondo Pascoli, il nome segreto di Roma e la stella d’oro del testo sarebbe allusione evidente a Venere.  Un nome palindromo, perfetto, quasi magico. Risalendo alla leggendaria fondazione di Roma, Enea era figlio del mortale Anchise e della dea Venere, dea dell’ Amore (Amor) inteso come origine di vita ma anche stella dei naviganti. In questa stella i Romani identificarono nella sua facies mattutina come Lucifero e in quella serale come Vespero. E Roma è palindromo di Amor

Flora ( o Florens) invece sarebbe il nome sacro. Almeno stando alla versione dello scrittore bizantino Giovanni Lorenzo Lido, che per primo formulò un’idea chiara sui nomi di Roma. I Floralia, tra l’altro, erano solitamente feste a carattere orgiastico e licenzioso. Venivano festeggiati a Roma dal 28 aprile al 3 maggio. In queste feste uomini e donne abbandonavano se stessi alla sensualità. Come a sottolineare come sessualità e fertilità (si ritorna al rito della dea Flora) naturale fossero elementi caratteristici della cultura e della civiltà romana.

Comunque la fondazione di Roma il 21 aprile non è certo casuale. Siamo in un mese primaverile, di rinascita della natura. Come se ogni anno l’Urbe rinascesse più forte che mai. Lo stesso Pascoli, inoltre, nell’Inno a Roma, insiste sul ruolo di Roma legata alla fertilità della dea Madre, quindi Venere Genitrice da cui Amor. Lo affascinava sicuramente il legame tra la potenza maschile della città e la fecondità della natura.

In ogni caso, oggi 21 aprile, in occasione del Natale di Roma, l’Urbe non smette di stupirci e di lasciarci segreti ed enigmi inesplorati.

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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