Rockin’1000, l’abbraccio dei 50mila allo Stade de France tra inferno e paradiso

Ritrovare l’abbraccio dei 50mila dello Stade de France a tre anni di distanza, dopo le ingiurie di questo tempo di pandemia, in un concerto di due ore che è diventato l’occasione per lanciare messaggi di pace, rispetto, collaborazione e uguaglianza. A colpi di timpano, power chords e grancassa “le uniche bombe che conosciamo”.

Tutto questo è That’s live di Rockin’1000, una magia che ha riunito 1.088 musicisti da 25 Paesi in una scaletta originale. L’ingresso in scena divisi per strumento: 166 baassisti, 216 batteristi, 359 chitarristi, 109 tastieristi e 238 cantati disposti sul campo che fra due settimane ospiterà la finale di Champions League.

A dare il via, il maestro di cerimonia Philippe Manoeuvre, giornalista iconico del rock in Francia. A dirigere l’orchestra, Alex Deschamps, compositore, autore, arrangiatore e polistrumentista. È proprio quest’ultimo a passare il microfono a Fabio Zaffagnini, patron di Rockin’1000 per il via ufficiale, sulle note di Won’t Get Fooled Again degli Who. “Siamo qui per suonare e abbracciarci. Non vedevamo l’ora dopo questo tempo difficile”, dice rivolto verso il pubblico. In contemporanea sugli schermi di tutta Europa, scorrono le immagini di Give Peace a Chance registrata a Torino dal supergruppo qualche settimana fa.

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Il secondo brano, Un autre monde, fa abbassare l’occhio di bue sulla batteria del primo ospite della serata, Richard Kolinka dei Téléphone. Poi altre due cover in francese C’est comme ça (Les Rita Mitsouko) e Antisocial, brano punk energico dei Trust, la cui coda lascia il tempo a Manoeuvre di rientrare in campo in sella a una Harley Davidson per lanciare Born to Be Wild, tra l’entusiasmo del pubblico. Quindi, Gold on the Ceiling dei Black Keys a precedere l’atmosfera intima di Don’t Look Back in Anger degli Oasis.

Ma la rabbia c’è, di fronte alle tante contraddizioni del momento storico e si fa sentire tutta con Killing in the Name dei Rage Against the Machine, scelta con un riferimento neanche troppo velato alla delicata situazione internazionale, in particolare la crisi Russo-Ucraina. È sempre Zaffagnini a definire il contesto: “La nostra festa di stasera è in parte rovinata dalle notizie che giungono sul fronte bellico”, spiega. “Non possiamo restare indifferenti di fronte a questa aggressione. Ma non abbiamo armi da mandare, perché non fanno parte del nostro modo di essere. La nostra sola arma è la musica: abbiamo granate che escono dalle nostre grancasse e missili che vengono fuori dai nostri amplificatori. Questo è nostro modo di dire ‘F**** you (we) won’t do what you tell me“.

Space Oddity diventa l’occasione per mettere alla prova il talento di Augusta Trebeschi, “vocal guru” di riferimento per i cantanti. Sempre lei, poco più avanti, si ritrova a cantare la parte solista di Under Pressure, sui solchi tracciati da un certo Freddie Mercury. C’è spazio anche per Another Brick in the Wall a mettere in evidenza le sei corde Stefano Re e Claudio Cavallaro, guru delle chitarre.

Simpathy for the Devil è introdotta dall’assolo dei due “drums guru” Alberto “Paddo” Padermi e Lele Borghi. Il metronomo accelera, in maniera importante per poi rallentare sulle strofe rese celebri da Mick Jagger. Davide Marani e Biagio Esposito completano il gruppo dei guru, rispettivamente con le tastiere e il basso.

Proprio da quelle parti compare Matthieu Chedid “-M-“, forse l’ospite più atteso per una rapida rassegna delle sue canzoni, a partire dall’energica Mojo, seguita da un medley che lo mette alla prova come polistrumentista: un mini set con Je dis aime, La bonne étoile, Mama Sam, Qui de nos deux, Bal de Mamako e Machistador con tanto di occhiali griffati “-M-” e coreografia finale con i mille sincronizzati.

Omaggio all’alternative rock di Seattle con Lithium e My Hero dei Foo Fighters che è dedicata a Taylor Hawkins, scomparso a fine marzo. Un’intro acustica seguita dai colpi di cassa e rullante, con i maxi-schermi a proiettare la scritta “Bon voyage, Taylor”.

Sul finale, Seven Nation Army separa l’inferno di Simpathy for the Devil dal paradiso di Paradise City, pezzo conclusivo che ritrova “-M-” sul palco per l’ovazione finale. Venerdì c’era stato anche un flash mob dei musicisti sul Ponte des Arts.

Il flash mob sul Ponte des Arts

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.