Resuscitare dagli inferi: il viaggio verso l’eternità di John Coltrane

Non doveva finire così. Non così presto. Non alla soglia dei quarantuno anni. John Coltrane a maggio del 1967 scoprì di avere un tumore al fegato, in uno stadio troppo avanzato perché potesse tutto risolversi per il meglio. A luglio dello stesso anno morì. Tre mesi di lungo commiato, provato a essere attenuato mediante la musica, l’unica certezza di una vita in cui non sempre tutto è andato per il verso giusto.

A lungo schiavo di eroina e alcool, finito troppo spesso nel giro delle brutte compagnie , Coltrane trovò la forza per tirarsene fuori. Al suo fianco, nella risalita dagli abissi, trovò l’altra grande leggenda del jazz, Miles Davis. Fu proprio quest’ultimo a riconoscere nell’amico e collega un talento fuori dal comune che non poteva essere bruciato così prematuramente, con tanta leggerezza e altrettanto masochismo. Era il 1957. Già da anni i due collaboravano costantemente, ma da quell’episodio nacque Kind Of Blue, tra gli album più belli scritti dai due.

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Fu anche il momento in cui Coltrane prese coscienza del potenziale della sua musica e fondò un proprio gruppo. Adesso era libero. Da schemi, esattamente come il jazz, e dal rendere conto della propria arte e del proprio modo di intenderla. Aveva davanti a sé un’autostrada infinita e inesplorata. Gli appassionati di questo genere musicale difficilmente riescono ad accordarsi su musicisti o visioni di un caso specifico. Salvo rari casi, hanno una visione talmente soggettiva su ogni nota, artista o album prodotto, che la discussione in merito a ciò potrebbe andare avanti all’infinito.

A Love Supreme” e “Blue Note” sono considerati gli album più personali e prestigiosi del sassofonista nato nel Nord Carolina, l’eredità musicale e artistica che ancora oggi, a distanza di svariati decenni dalla sua morte, non smettono di entusiasmare il pubblico di tutte le età. La grande capacità di Coltrane – questa sì, universalmente riconosciuta – fu quella di riuscire a fondere il virtuosismo tipico del genere con quella espressività che in molti colleghi era fino a quel momento mancata. In qualche modo sdoganò il jazz, lo rese più accessibile e lo consegnò al mondo con una veste nuova, rivisitata, proiettata ancora una volta verso nuovi confini da superare.

Componente fondamentale dell’arte di Coltrane fu, però, la religione. Non a caso “A Love Supreme” è considerato il suo testamento. Nell’accezione più religiosa del termine. Negli anni bui della sua vita, quelli dove droghe e vizi avevano preso il sopravvento, fece ricorso a tutta la propria fede per superare il baratro dove era sprofondato. Fede e musica, così ritrovò il sorriso e la vita. E Miles Davis, sì, un angelo che lo accompagnò verso la conquista dell’eternità musicale. Ambita, ricercata, ottenuta. La stella di John Coltrane brilla più luminosa che mai.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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