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Resuscitare dagli inferi: il viaggio verso l’eternità di John Coltrane

Antonella Valente

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Non doveva finire così. Non così presto. Non alla soglia dei quarantuno anni. John Coltrane a maggio del 1967 scoprì di avere un tumore al fegato, in uno stadio troppo avanzato perché potesse tutto risolversi per il meglio. A luglio dello stesso anno morì. Tre mesi di lungo commiato, provato a essere attenuato mediante la musica, l’unica certezza di una vita in cui non sempre tutto è andato per il verso giusto.

A lungo schiavo di eroina e alcool, finito troppo spesso nel giro delle brutte compagnie , Coltrane trovò la forza per tirarsene fuori. Al suo fianco, nella risalita dagli abissi, trovò l’altra grande leggenda del jazz, Miles Davis. Fu proprio quest’ultimo a riconoscere nell’amico e collega un talento fuori dal comune che non poteva essere bruciato così prematuramente, con tanta leggerezza e altrettanto masochismo. Era il 1957. Già da anni i due collaboravano costantemente, ma da quell’episodio nacque Kind Of Blue, tra gli album più belli scritti dai due.

Fu anche il momento in cui Coltrane prese coscienza del potenziale della sua musica e fondò un proprio gruppo. Adesso era libero. Da schemi, esattamente come il jazz, e dal rendere conto della propria arte e del proprio modo di intenderla. Aveva davanti a sé un’autostrada infinita e inesplorata. Gli appassionati di questo genere musicale difficilmente riescono ad accordarsi su musicisti o visioni di un caso specifico. Salvo rari casi, hanno una visione talmente soggettiva su ogni nota, artista o album prodotto, che la discussione in merito a ciò potrebbe andare avanti all’infinito.

A Love Supreme” e “Blue Note” sono considerati gli album più personali e prestigiosi del sassofonista nato nel Nord Carolina, l’eredità musicale e artistica che ancora oggi, a distanza di svariati decenni dalla sua morte, non smettono di entusiasmare il pubblico di tutte le età. La grande capacità di Coltrane – questa sì, universalmente riconosciuta – fu quella di riuscire a fondere il virtuosismo tipico del genere con quella espressività che in molti colleghi era fino a quel momento mancata. In qualche modo sdoganò il jazz, lo rese più accessibile e lo consegnò al mondo con una veste nuova, rivisitata, proiettata ancora una volta verso nuovi confini da superare.

Componente fondamentale dell’arte di Coltrane fu, però, la religione. Non a caso “A Love Supreme” è considerato il suo testamento. Nell’accezione più religiosa del termine. Negli anni bui della sua vita, quelli dove droghe e vizi avevano preso il sopravvento, fece ricorso a tutta la propria fede per superare il baratro dove era sprofondato. Fede e musica, così ritrovò il sorriso e la vita. E Miles Davis, sì, un angelo che lo accompagnò verso la conquista dell’eternità musicale. Ambita, ricercata, ottenuta. La stella di John Coltrane brilla più luminosa che mai.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Un tuffo negli anni ’90 con l’ammiraglia Sony: emozioni, infanzia e ricordi

Dal 1994 al 2000, l’ammiraglia Sony ci ha accompagnati in un meraviglioso viaggio fatto di musiche, colori e soprattutto tanta gioia

Luigi Macera Mascitelli

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PlayStation 1 non è solo un nome o un oggetto, ma è qualcosa di più

Oggi torniamo tutti bambini, a quella semplicità e spensieratezza di una volta. A quella gioia dopo scuola, quando finiti i compiti ci si buttava sul divano a guardare Dragonball con una merendina Mr. Day. Quanti di noi oggi, magari trentenni e con dei figli, un lavoro o un mutuo da pagare, sognano di poter tornare solo per una volta a quel meraviglioso mondo dell’infanzia? Penso tutti.

In quell’angolino della nostra vecchia cameretta, o in uno scatolone impolverato, o semplicemente nei ricordi più reconditi della generazione degli anni ’90, esiste un solo nome: PlayStation. La mitica, unica ed insostituibile ammiraglia Sony. La console che ha segnato la storia del gaming e della vita di noi futuri gamer. E già solo il nome avrà fatto venire la pelle d’oca. Sbaglio?!

Presentata in Giappone il 3 dicembre 1994 ed uscita in Europa un anno più tardi, ossia il 29 settembre 1995, la Ps1 è tutt’ora un pezzo di cuore incastonato nel subconscio di chi è cresciuto in quel periodo ed ha vissuto momenti di divertimento unico, con un amichetto di scuola, un fratello, un cuginetto o un genitore. Non importa. In ogni caso a quel nome è legato tutta una serie di emozioni uniche che mai e poi mai dimenticheremo.

Dal 1994 al 2000, l’ammiraglia Sony ci ha accompagnati in un meraviglioso viaggio fatto di musiche, colori e soprattutto tanta gioia. Quella genuina del bambino spensierato che non vedeva l’ora di prendere il disco del suo gioco preferito, aprire il vano, inserirlo e giocare. Punto. Pochi semplici gesti, fatti in automatico ma nei quali ognuno di noi si riconosce. Anche la frustrazione di quando la memory card non funzionava e si era costretti a scollegarla, soffiarvi dentro e reinserirla nella speranza di aver risolto il problema.

Insomma, comunque la si giri, la questione resta solamente una: PlayStation 1 non è solo un nome o un oggetto, ma è qualcosa di più. É il legame che unisce un’intera generazione, il simbolo per eccellenza della rivoluzione del mondo del gaming. Da semplice e puerile forma di intrattenimento a vero e proprio portale verso un nuovo modo di intendere l’arte. In un semplice e piccolo disco c’era tutto: l’amore e la passione degli sviluppatori che si rifletteva in un prodotto in grado di farci venire la pelle d’oca e tenerci incollati sullo schermo ore e ore mentre i nostri genitori ci intimavano di uscire anziché stare chiusi in casa.

Per non parlare dell’impatto a livello economico. Basti pensare che con Ps1 la Sony divenne leader mondiale, surclassando i colossi Nintendo e SEGA, allora titani dominatori assoluti delle console (Super Nintendo e Sega Mega Drive vi dicono qualcosa?). A ciò si aggiunga l’enorme fenomeno di massa mai visto prima che si venne a creare: quello del gamer così come noi lo intendiamo oggi.

Prima di allora quella del videogioco era una realtà piccola ed elitaria. Chi ne faceva parte era il classico “sfigato” della classe, il cosiddetto nerd, lo stereotipo del ragazzino senza vita sociale, senza fidanzatina, secchione e brufoloso. Di gaming se ne parlava e non, quasi fosse una chimera o qualcosa destinata a morire sul nascere.

PlayStation1 fu la voce di chi, all’epoca, una voce non ce l’aveva. La rivalsa dell’appassionato emarginato che finalmente, in barba alle malelingue, poteva sentirsi parte di un qualcosa di grande ed inclusivo. Dopo il 1994 non c’era bambino che non desiderasse l’agognata console sotto l’albero. E poi file chilometriche fuori i negozi di elettronica, iniziate addirittura la notte prima. Chiunque fece di tutto per poter mettere le mani su quel piccolo gioiello, alla modica cifra di 749.000 lire (circa 380 Euro).

Ma quale fu il motivo per il quale un oggetto così semplice divenne altrettanto famoso e desiderato? Esatto, proprio la semplicità. Un piccolo parallelepipedo, un paio di cavi e un controller. Stop. Nient’altro. Pochissimi componenti che collegati ad una presa della corrente creavano un mondo tridimensionale nel quale perdersi. Il tutto ad un costo molto competitivo.

Corse di auto, sparatutto, avventure, platform, horror, giochi di ruolo… Ps1 offriva il più vasto parco giochi mai visto all’epoca, superiore ai suoi competitors e con una qualità video impensabili per un oggettino così, per l’appunto, semplice. Ce n’era per tutti i gusti ed età. Che si trattasse di grandi o piccini, la console non faceva differenza. Bastava inserire il disco giusto ed il resto veniva da sé.

Tornando al discorso iniziale. Quanti trentenni di oggi, nati negli anni ’90, hanno i brividi quando sentono parlare di PlayStation 1? E di nuovo, quanti di loro tornerebbero volentieri bambini per poter, almeno un’ultima volta, mettere da parte tutti i pesi delle responsabilità di oggi e prendere di nuovo in mano quel controller grigio senza dover pensare ad altro?

Dopo ventisei anni, e con l’uscita di PlayStation 5, non potevamo non dedicare un pensiero alla mamma delle console moderne, a quel semplice e piccolo oggetto nel quale era racchiuso un grande mondo dove ognuno di noi è rimasto fanciullo. Grazie Sony.

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Million Dollar Quartet: la jam session più incredibile della storia del Rock ‘n’ Roll

Antonella Valente

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Metti insieme Jerry Lee Lewis, Johnny Cash, Elvis Presley e Carl Perkins e otterrai il Million Dollar Quartet.

Il 4 dicembre 1956, negli studi di registrazione della Sun Records, al 706 di Union Avenue di Memphis, si verificò un fatto unico ed eccezionale, che mai si sarebbe potuto ripetere. Quel martedì di dicembre Carl Perkins stava lavorando alla registrazione di alcuni brani  tra i quali una rivisitazione in chiave rock’n’roll del vecchio standard blues “Matchbox”, accompagnato in sala di incisione  dai suoi due fratelli  Jay (alla chitarra) e Clayton (al basso), da “Fluke” Holland alla batteria ed, al pianoforte, da un giovane e semisconosciuto sessionman originario di Ferriday, Louisiana, scoperto da Sam Phillips e dalle grandi potenzialità: tale Jerry Lee Lewis.

Si trovarono a passare negli studi della Sun Records anche l’ormai noto al mondo della musica country Johnny Cash e il giovanissimo Elvis Presley. Durante una pausa di registrazione “The Pelvis” sedette al piano e iniziò a suonare alcuni brani spiritual e gospel. Ebbe inizio così una delle jam session che rimase nella storia della musica. Sam Phillips si rese conto della unicità del momento e iniziò a far registrare tutto da Jack Clement, l’ingegnere del suono presente.

Leggi anche: Quella volta in cui Johnny Cash imitò Elvis, il Re del Rock ‘n’Roll

Per circa settanta minuti i quattro improvvisarono una quaratina di brani che spaziavano dalla tradizione sacra a classici country e western, fondendoli con il timbro artistico nascente.

“Un quartetto da un millione di dollari” non solo per gli incassi che avrebbero avuto ma anche per il valore che quel momento irripetibile avrebbe detenuto per sempre.

Sam Phillips chiamò anche Bob Johnson, responsabile della rubrica “Spettacoli”  del giornale “Memphis Press-Scimitar” che accorse con Leo Soroca, giornalista della U.P.I. (United Press International) e con un fotografo per immortalare lo storico momento. Il giorno dopo sul giornale Johnson scriveva:

Non mi sono mai divertito tanto come ieri pomeriggio. Se Sam Phillips fosse stato pronto, avrebbe acceso quel registratore nell’istante stesso in cui quel bel gruppo di talenti si è messo a suonare. Quel quartetto potrebbe fare milioni di dollari!!!

Dalle registrazioni la voce di Johnny Cash non è quasi mai riconoscibile. Alcuni sostengono che il motivo sia da ricondursi al fatto che l’artista abbandonò quasi subito la seduta, ma nella sua autobiografia Cash sostiene di essere stato presente durante tutta la jam e di aver cantato lontano dal microfono in una tonalità più alta del solito per accordarsi con quella di Elvis.

La scomparsa del re del Rock ‘n’ Roll nel 1977 impedì la ricostituzione del “Million Dollar Quartet”. Infatti nello stesso anno durante lo show televisivo natalizio di Johnny Cash, lo stesso Cash si accompagnò a Jerry Lee Lewis, Carl Perkins e Roy Orbison per rendere omaggio ad Elvis, interpretando il brano “This Train”. Ulteriore occasione di collaborazione per Cash, Perkins e Lewis fu il tour europeo per la celebrazione della Sun Records del 1981.  

Nel 1986 il “Million Dollar Quartet” si ritrovò di nuovo nelle stanze della Sun Record. A Johnny Cash, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins si aggiunse Roy Orbison per dar vita ad un secondo quartetto che presso gli studi della Sun Records in Memphis incise un album dal titolo “Class Of ’55” (su America/Smash 422 830 002 -1) per rendere omaggio alla casa discografica che li rese famosi in tutto il mondo.

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Il primo SMS della storia: considerazioni su una rivoluzione culturale

Alessio Di Pasquale

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Provate a contare fino a: 1. Fatto? Bene, in quel breve arco di tempo, in tutto il mondo, sono appena stati inviati qualcosa come 270.000 SMS. Nemmeno il tempo di prendere quindi un ampio respiro, e l’equivalente di tutti gli abitanti della città di Roma, nell’intero globo terràcqueo, ne ha appena inviato uno, anche se fra questi vanno conteggiati anche gli sms automatici inviati da aziende e quant’altro.

In totale quindi, facendo i giusti calcoli, ogni giorno nel mondo vengono inviati, ad oggi, 23 miliardi di sms. Numeri impressionanti da capogiro, ma non è ancora niente, tenetevi forte: sulla famosa piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp, ogni giorno vengono scambiati circa 100 miliardi di messaggi ad oggi, Novembre 2020. Qui si va semplicemente oltre l’umana capacità di comprensione. Nonostante quindi le più recenti app che utilizzano internet per svolgere la loro funzione, il mercato degli sms ancora tiene duro. 

La sigla SMS, come tutti sappiamo, viene dall’inglese “Short Message Service, e sta ad indicare un servizio nato per l’invio e la ricezione di brevi testi (messaggi), sfruttando in origine la rete GSM, ma vi siete mai chiesti quando fu inviato il primo SMS in assoluto? Siamo così tanto abituati (o assuefatti, dipende dai casi) a ciò che oggi è considerato così ordinario e di uso comune come il messaggio di testo che probabilmente non ci siamo mai soffermati a riflettere su cosa deve aver provato l’ingegnere inglese della Vodafone Neil Papworth il 3 dicembre del 1992, quando inviò per la primissima volta nella storia del genere umano il primo SMS tra due device elettronici.

Abbiamo tutte le ragioni per credere che dev’essere stata un’emozione indescrivibile, rara, come quella dell’altro più famoso Neil, quando per la prima volta nell’istoria della nostra specie solcò il suolo lunare alle ore 02:56:15 UTC del 21 luglio 1969. Probabilmente Armstrong ebbe un successo maggiore in quanto a fama mondiale per via dell’enorme risonanza che il fenomeno mediatico ebbe in quei tempi, per questioni di dimensioni fisiche dell’impresa facilmente intuibili, quando invece sono le piccole cose che spesso modificano radicalmente le nostre abitudini e le nostre vite, come un semplice SMS.

Quello che non potevamo sapere, fino ad ora almeno, è che nemmeno il nostro Neil in questione si attendeva un simile successo del messaggio di testo, a posteriori. Inizialmente, di fatti, erano stati pensati come dei cercapersone per i momenti lavorativi o durante i quali comunque non si poteva rispondere al telefono, e la tecnologia inoltre era molto limitata e costosa.

Ma come si sa, l’uomo spesso fa di necessità virtù, e trova sempre un modo di infrangere i limiti che non sono limiti. Il nostro ingegnere, all’epoca ventiduenne, lavorava come sviluppatore quando inviò, da un computer a un cellulare (per la precisione, il telefono cellulare di un direttore di Vodafone mentre partecipava alla festa di natale tra colleghi) il primo SMS che conteneva un semplice, modestissimo testo: “Merry Christmas”. Dichiarò in seguito che non si offese per la mancata risposta, poiché non era possibile allora rispondere ai messaggi. Modesto, ma ironico e sottile. 

È da fare comunque una doverosa e necessaria precisazione: in realtà, tecnicamente ma solo tecnicamente parlando, il primo SMS a tutti gli effetti non viene considerato il suo, perché per essere considerato tale, lo scambio di informazioni deve avvenire tra due telefoni cellulari, e non da computer e telefono. Viene perciò considerato come il primo effettivo SMS della storia, tra due telefoni cellulari, quello che inviò il giovane ingegnere stagista della Nokia Riku Pihkonen, Finlandese, a fine 1993 (non si conosce bene il giorno esatto), durante un normale test di routine. 

La Svezia stava già lavorando su un servizio di SMS, che consisteva però di messaggi solo da operatore a utente. La compagnia finlandese Radiolinja fu invece la prima a considerare l’idea di un servizio basato su veri SMS tra persone, ma serviva un dispositivo che fosse tecnologicamente in grado di rendere attuabile questo sogno: nacque così il telefono cellulare Nokia 2110, lanciato sul mercato nel Gennaio del 1994.

Da allora abbiamo subìto una vera e propria rivoluzione nelle nostre vite a partire da un gesto così piccolo ma efficace. D’altronde, come ogni “boom”, le esplosioni iniziano sempre da un minuscolo, silenzioso innesco. Qui però sorgono i primi interrogativi filosofici (manco tanto) che meritano una rapida spolverata per capire un po’ più a fondo il fenomeno sociale e culturale dell’SMS.

L’uomo ha creato un sistema di comunicazione istantaneo e facilmente usufruibile da tutti che, come ogni cosa al mondo, non è né buono né cattivo: è un semplice strumento, che dipende dall’uso (o abuso) che se ne fa. Il messaggio stesso quindi può essere un’arma o un semplice mezzo, come tanti altri, che può servire per un fine, per uno scopo. L’utilizzo degli SMS come mezzo di comunicazione perciò non è esente dai pro, e dai contro. Tra i tanti pro che possiamo riscontrare nel loro convenzionale utilizzo, possiamo certamente elencarne qualcuno:

– Ci consentono di abbattere qualsiasi distanza fisica, senza l’impegno più “gravoso” di una telefonata. Quando ci va di sentire qualcuno, basta prendere il telefono tra le mani e digitare il testo che desideriamo inviare, ed attendere la risposta. Niente di più semplice.

– Ci danno più tempo per riflettere prima di “parlare”, non avendo il nostro interlocutore di fronte, al quale non si sa bene per quale motivo ci sentiamo sempre tenuti a rispondere immediatamente.

– Ci tolgono l’imbarazzo di esprimere alcune nostre emozioni o sentimenti che per alcuni, per ragioni psicologico/emotive, risulta difficile esprimere in prima persona, grazie alle “emoticon” (fusione delle parole “emotion” e “icon”) basate sul sistema di punteggiatura, o delle più recenti “emoji” (che richiedono invece un software per essere visualizzate). 

– Ultimo ma non ultimo, al contrario di una telefonata, un testo scritto in un SMS resta sul proprio telefono cellulare per un tempo indefinito. Verba volant, scripta manent. Ragion per cui, se abbiamo ricevuto un bel messaggio, possiamo rileggerlo tutte le volte che vogliamo per autogratificarci. Stessa cosa con un brutto messaggio, ma per l’opposta e facilmente individuabile ragione. 

Tra i contro invece: gli stessi appena elencati. Tutti. O almeno, nel loro uso eccessivo, quando cioè si va oltre lo scopo per il quale sono stati creati. Quando non sono più dei semplici mezzi, ma si trasformano in un fine. Quando in definitiva perdono l’obiettivo originario di comunicare, ma diventano un modo come un altro per isolarsi, per nascondersi dietro uno schermo, per non vivere tutte le emozioni che solo un contatto visivo con l’altro può donarci. E per tutte le emozioni, intendiamo proprio tutte, belle e brutte, piacevoli e spiacevoli. 

L’SMS ha cambiato il modo di comunicare, questo è indubbio. Potremmo fare l’esempio di quando si usavano solo le email per comunicare in forma scritta oppure, andando più indietro nel tempo, quando si scrivevano e si inviavano le lettere, in tempi più romantici. L’attesa di ricevere una lettera creava quello stato di arousal mentale di attesa misto ad euforia che rendeva ritualistico il gesto; e si sa, noi umani abbiamo un fisiologico bisogno dei rituali.

Creano quello stato emotivo preparatorio, che ha la funzione di caricare la nostra molla interiore per vivere più intensamente le nostre emozioni quando viene rilasciata. Se invece abbiamo una situazione in cui è “tutto e subito”, senza la conquista dell’attesa, non avremo mai modo di assaporare il momento destinato ad arrivare. Perciò, abbattere le distanze fisiche può a volte quindi non farci godere il momento in cui rivedremo la persona con la quale abbiamo voglia di parlare. Poi, avere più tempo per riflettere prima di rispondere è una giusta causa, ma potremmo tranquillamente farlo anche durante un normale dialogo orale. Toglierci infine l’imbarazzo di mostrare le nostre emozioni vis-à-vis, è come rinnegare la nostra fisicità, il nostro corpo: ci sarà pure una ragione se il nostro volto nasconde sotto la pelle ben 36 muscoli, di cui la maggior parte concentrati nell’area della bocca con la quale siamo soliti comunicare, no? Per non parlare dell’inevitabile quanto frequente rischio di fraintendimento di un messaggio, per i suddetti motivi. 

Nessuno ha mai detto che comunicare sia mai stato semplice ma, complice questa enorme ed apprensiva mamma chioccia che è la società moderna (che vuole “proteggerci” a tutti i costi da qualsiasi cosa, specialmente dai pericoli che non esistono, che equivale a non vivere affatto), stiamo disimparando a comunicare. Pochi sono ancora in grado di farlo realmente: la maggior parte di noi chiacchiera, o parla, ma non sa più come si comunica. Specialmente la nuova generazione, figlia del digitale, non potrà mai fare un confronto di come comunicavamo noi discepoli dall’analogico degli ’80s, perché nasce ormai immersa fino al collo in questo fluido non Newtoniano di informazioni digitali, di bit che la tiene a galla, ma che non le insegna a nuotare; e i giovani quindi bevono da questo sconfinato mare, l’unico che conoscono, ma senza dissetarsi. Questo costante flusso di informazioni che attraversa i nostri corpi dunque, senza però essere mai elaborato dall’organismo, che viene espulso in un battito d’ali così com’era venuto, senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio. 

Comunicare è un’arte, che richiede ascolto, pazienza, ma soprattutto tempo: e noi ci meravigliamo se i giovani, ma anche gli adulti ormai, specialmente nelle grandi città, non sanno più come si fa a comunicare. Non c’è più tempo, non c’è più pazienza e propensione all’ascolto in questa società: bisogna produrre. Comunicare serve solo per portare avanti gli obiettivi della holding per la quale lavoriamo, il resto è un inutile lusso. E noi siamo consapevoli di tutto ciò, ma non facciamo nulla nel nostro piccolo per cambiare le cose, e abbiamo spesso anche il coraggio di lamentarci che nelle nostre famiglie non ci si parla più, e gli unici mezzi di comunicazione sono le urla, i ricatti e le intimidazioni, pretendendo per di più che i nostri figli si facciano andare bene questi nostri istinti più beceri come metodo educativo. 

È tutto ciò colpa quindi dell’SMS? No, i messaggi hanno una loro funzione, siamo noi che abbiamo semmai delle colpe. In fondo comunque, non ha nessun senso parlare di colpe in una società dove abbiamo tutto, tranne ciò che farebbe realmente la differenza: la consapevolezza. Ma possiamo parlare di responsabilità, di profitti, di rampanti manager yuppies, di grandi industrie e ambiziosi industriali, di sfruttamento (al fine dell’arricchimento) dell’ossessività fisiologica che esiste da quando esiste la razza umana, specialmente nei più giovani di questa nostra specie, i quali difettano necessariamente e giustamente di saggezza ed equilibrio.

In conclusione quindi, il loro utilizzo diventa deleterio quando si supera una certa soglia, e gli effetti collaterali diventano maggiori dei benefici. Avremmo bisogno di essere educati al loro utilizzo, ma chi potrebbe mai educarci se sempre più di frequente gli adulti sono ancora più schiavi dei loro figli del telefono cellulare? E poi, come farebbero a trarre gli enormi profitti le compagnie telefoniche, le aziende produttrici di telefoni cellulari se tutti imparassimo a farne un buon uso, e non esclusivamente un reiterato abuso?

Think about it.

Alla prossima.

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