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Musica

Radio Terapia, la web radio delle colonne sonore del nostro tempo

Redazione

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“On air” da alcune settimane la nuova emittente radiofonica sfornata da Giulio Berghella della Gb Play di Montesilvano e dal cantautore e promoter discografico abruzzese Paolo Tocco. Si chiama Radio Terapia – www.rtradioterapia.it – e da questo forte moniker che si porta dietro promette una terapia contro l’appiattimento dell’informazione e della diffusione della musica, non solo quella prettamente radiofonica, quella di cassetta, di flusso, ma anche e soprattutto tantissima cultura, informazione, curiosità e collezionismo.

Numerosi sono le proposte, i format prodotti in sede e quelli che arrivano grazie alla fitta rete di collaborazione sul territorio nazionale.

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Torna in vita Radio Indie Music Like, il fortunato format della classifica degli indipendenti prodotto da Tocco e Berghella e in collaborazione con Meiweb.it di Giordano Sangiorgi che già nel 2013 vinse la Targa MEI come format più trasmesso dalle radio indipendenti italiane.

Cresce e si fa prezioso il salottino noir di Paolo Tocco dal titolo “Cose da Difendere” che, ormai giunto alla seconda stagione, ha ospitato dal vivo e al telefono artisti della scena locale e nazionale, dai Hugo Race ai Marlene Kuntz, da Cisco a Gianni Maroccolo e tantissimi altri. Libri, teatro, musica e attualità.

Spazio a “Radice”, programma sulla Musica dal Mondo con Aldo Coppola Neri della RadiciMusic.

Spazio alla musica di protesta, dal mondo e dall’Italia con “Un’altra Musica” del giornalista e scrittore Matteo Ceschi.

Spazio al collezionismo e alla grande storia della musica italiana in 45 giri con Daniele Sgherri di Musica in mostra (www.musicainmostra.it).

Spazio ai grandi format nazionali sul blues a cura di Gianfranco Piria, alle rubriche degli anni ’80 e ’90 con Mario Carbonaro e Claudio Salvi, spazio anche alla rassegna stampa settimanale di The Walk of Fame Magazine (www.thewalkoffame.it) curata dal giornalista Fabio Iuliano e alla grande storia del rock con le monografie di Mirco Pignatelli nel suo “Flashback”. Inoltre, in collaborazione con Radio L’Aquila 1, il martedì e il venerdì vanno in onda le repliche del programma Ticket to Ride, canzoni in viaggio.

Ma Radio Terapia è anche informazione puntuale e alternativa ogni mattina, ad ora di pranzo e cena, con il Giornale Radio Sociale, le previsioni del Meteo.it, l’oroscopo di Dani Sky e la rubrica di lettura in pillole.

Radio Terapia ha anche playlist tematiche: i grandi classici della canzone d’autore italiana, i pilastri della storia del grande blues curati dai Dago Red, le acidità lisergiche della psichedelia curata da Matteo Dossena degli Sherpa e l’intramontabile Rock’n’Roll scelto per voi da Dario Mattoni dei Rekkiabilly/Mr. Bricks & the Rubble.

E tantissimo altro…

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Ring of Fire: il regalo di June Carter all’amato Johnny Cash

Antonella Valente

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June Carter, figlia d’arte e lei stessa bambina prodigio aggregata ad una delle country band più famose di tutti i tempi, la Carter Family, non era mai vissuta troppo lontana dal palcoscenico.

Il suo primo matrimonio (appena ventitreenne), nel 1952 con Carl Smith, altra giovane star del Grand Ole Opry, era sembrato a molti la classica favola maturata nel mondo delle celebrità, ma molto presto fu evidente ad entrambi che l’unione non risolveva bensì accentuava le rispettive inquietudini giovanili. June era già una stella del country, ma le sue ambizioni artistiche erano tutt’altro che soddisfatte, e sognava il cinema o la televisione. A sua volta Carl aveva un esercito di fan femminili e si gongolava nel suo successo ma proprio per questo cercava nella famiglia un porto sicuro, e nella moglie una casalinga devota che lo mettesse al riparo dalle tentazioni.

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Alla fine entrambi presero atto pacificamente dell’impossibilità di continuare il menage su queste premesse, separandosi nel 1955 nonostante la nascita della figlia Rebecca Carlene. Il fallimento del matrimonio aveva addolorato June, ma niente affatto spento i suoi sogni di realizzazione artistica.

Nello stesso anno andò a New York dove frequentò una scuola di recitazione conoscendovi Robert Duvall, l’attore poi divenuto molto celebre, che le fu caro amico per tutta la vita. Durante i due anni di soggiorno nella Grande Mela ebbe qualche particina in film e serie televisive, ma niente che la convincesse di avere davvero trovato la sua strada. Così, nel 1957 June torno a Nashville dove fu immediatamente circondata d’affetto e d’attenzioni dal suo pubblico e perché no, da nuovi corteggiatori. Tra di loro, un giovanotto emergente del Sud, dagli occhi voluttuosamente scuri e profondi: Elvis Presley.

Per quanto June abbia sempre negato una vera e propria storia tra loro, l’ex marito Carl e il futuro marito Johnny Cash non devono esserne stati troppo convinti. È un fatto che in futuro, al figlio John Carter Cash June avrebbe confessato: “Sai, tuo padre è sempre stato geloso di Elvis“, il che spiegherebbe rapporti corretti ma fin troppo formali tra i due coetanei che avevano raggiunto il successo contemporaneamente, per giunta appartenendo alla medesima casa discografica.

June aveva incontrato Cash nei backstage dei concerti, e qualcosa deve essere scattato fin da subito se è vero che, quando lui le disse in pubblico che un giorno o l’altro l’avrebbe sposata, la sua risposta fu: “Bene. Non posso aspettare”. Così, mentre Cash consumava vistosamente il suo matrimonio con Vivian Liberto, June sposò nel 1957 un uomo totalmente estraneo all’ambiente dello spettacolo,rip Nix, cercando in lui probabilmente quiete e sicurezza (dopo altri mestieri esercitati Rip ora faceva il poliziotto!), ma senza rinunciare ad esibirsi. La piccola Rebecca Carlene e la neonata Rosanna Lea stavano più col padre che con la madre, la quale era sempre spesso in tournèe con Johnny Cash.

Conclusione inevitabile: doposei anni il matrimonio finì. A quel punto il senso di frustrazione di June Carter deve essere stato ai massimi livelli: due matrimoni falliti e un uomo vicino – Johnny Cash – di cui si stava perdutamente innamorando, ma che rappresentava un pericolo ancora più grande, visto che la sua cupa determinazione a percorrere il tunnel della droga poteva stroncargli la vita prima che la carriera, e trascinare con sé nella rovina tutti quelli che lo amavano.

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Eppure, prima ancora di riuscire a distoglierlo dal veleno e formare con lui una delle coppie più celebri e durature della storia dello spettacolo, June aiuto Johnny dal punto di vista artistico. In un momento molto difficile, gli fornì una canzone scritta da lei e Merle Kilgore e già incisa nel 1962 (Ring of Fire ndr), che lo avrebbe riportato in auge tra i discografici della Columbia dopo che Cash non piazzava un singolo in classifica da quasi 4 anni. Johnny ci mise molto del suo, inventandosi un arrangiamento con delle trombe alla messicana (cosa mai sentita prima nel country), accentuando così il carattere passionale del motivo. La canzone fu un grande successo e, manco a dirlo, parlava dell’amore come di un fuoco più infernale che paradisiaco, probabilmente alludendo a un legame percepito come pericoloso ma verso il quale si è spinti da un impulso irrefrenabile.

(Tratto da “Johnny Cash The Man in black Testi commentati / Valter Binaghi e Francesco Binaghi)

RING OF FIRE

Love is a burning thing
And it makes a fiery ring
Bound by wild desire
I fell into a ring of fire

I fell into a burning ring of fire
I went down, down, down
And the flames went higher
And it burns, burns, burns
The ring of fire, the ring of fire

I fell into a burning ring of fire
I went down, down, down
And the flames went higher
And it burns, burns, burns
The ring of fire, the ring of fire

The taste of love is sweet
When hearts like ours meet
I fell for you like a child

Oh, but the fire went wild

I fell in to a burning ring of fire
I went down, down, down
And the flames went higher
And it burns, burns, burns
The ring of fire, the ring of fire

I fell in to a burning ring of fire
I went down, down, down
And the flames went higher
And it burns, burns, burns
The ring of fire, the ring of fire

And it burns, burns, burns
The ring of fire, the ring of fire
The ring of fire, the ring of fire
The ring of fire

Foto Getty Images

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Musica

Con Nebbia Olita ha trovato la sua dimensione artistica

Redazione

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Nebbia”, il nuovo singolo di Olita. Cosa succede quando mescoli la malinconia indie al cantautorato di Fabrizio De Andrè? Nasce “Nebbia”, il terzo singolo di Olita. Nel 2020 il cantante ha trovato la sua forma di espressione migliore nella musica indie. I suoi brani raccontano di riflessioni e tormenti interiori, tutte storie tratte dalla sua vita.

“Nebbia” è accompagnata da semplici fraseggi di chitarra con questo cantato intenso ed entusiasmante e a tratti delicato e vellutato. Un sound che richiama molto Fabrizio De Andrè, ma che rimane moderno e attuale. Altrettanto di impatto è il testo che diventa una vera e propria poesia. Olita conquista l’ascoltatore con immagini che evocano un teen drama in cui molti di noi possono rispecchiarsi.

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Olita si muove tra il vintage e il moderno. Mescola due stili simili, ma allo stesso tempo molto diversi tra loro. Un ragazzo anni ‘90 che ha trovato il mezzo di comunicazione più adatto per parlare anche alle nuove generazioni. Un cantautorato indie che colpisce e si differenzia dalla maggior parte degli artisti del momento.

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“Ora è nebbia e non Ci vedo più”, uso “Ci” con un doppio significato: non ci vedo più perché c’è nebbia e non si vede la strada che si sta percorrendo e non Ci vedo più, non vedo più noi due in questa vita.

Nella seconda parte della seconda strofa c’è un barlume di speranza e di passione, mi piace sempre pensare che in qualcosa che finisce o che è finito ci sia una scintilla che possa riaccendere un incendio, e in questo caso è una battuta che libera un sorriso sul viso di lei e sembra che “si accende il mondo”.

Nebbia è una canzone tenera e tormentata allo stesso tempo, una delle mie preferite e una delle Mie che preferisco. Parla come me e di me, anche se la storia che racconta non è la mia», così Olita descrive il proprio brano.

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Biografia

Olita, nome d’arte di Marco Olita, nasce a Castrovillari (CS) il 9 Settembre 1987. Calabrese di nascita, romano d’adozione. La sua passione musicale nasce da un passaggio generazionale. Suo padre lo “battezza” facendogli ascoltare i grandi cantautori italiani e pionieri della musica americana come De Andrè, Dalla, Elvis Presley, Chuck Berry, BB King, Ray Charles e Eric Clapton.

Inizia gli studi nel 2002, partendo da scuole private romane come la storica Cherubini e la Pensagramma, finché non approda al Saint Louise College School of Music. Successivamente, continua gli studi da autodidatta e comincia a comporre, in italiano e in inglese. In questo periodo Marco incontra una figura che si rivelerà importante per la sua carriera: Gabriele Roia, oggi bassista di Gazzelle e Réclame. Grazie a Gabriele Marco si mette in gioco e crea la sua Marco Olita Band. Il gruppo è formato inizialmente da i tre fratelli Roia e Alessandro Pollio alle tastiere. Successivamente entrerà nel gruppo anche Danilo Ombres come batterista.

Il progetto si chiude quando Marco decide trasferirsi in Belgio con la sua compagna. Se la band chiude i battenti, i rapporti con i membri del gruppo rimangono sempre forti. Nella sua parentesi belga Marco trova nuovi compagni di viaggio con i quali parteciperà a uno street tour in giro per l’Europa (Germania, Polonia, Italia) e prenderà parte per due volte allo Strassen Musik Festival di Ludwigsburg, ottenendo il terzo posto nel 2018 e il secondo posto nel 2019.

Nonostante i riscontri positivi all’estero, la voglia di tornare a casa è forte. In tutto questo tempo Marco si mantiene informato sulla scena musicale italiana. Gabrielle Roia spinge il cantautore verso una nuova direzione: l’indie. In questa forma musicale Marco trova la sua dimensione. Nel 2020 torna alla conquista dell’Italia e pubblica i suoi primi due singoli sotto il nome di Olita: “Vuoi Vedere” e “Forse No”. A febbraio 2021 pubblica “Nebbia”, il suo terzo singolo.

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Ermal Meta presenta Tribù Urbana: “canto gli ultimi e gli emarginati”

“E’ un album a cui ho lavorato in libertà, quando la libertà non c’era”

Federico Falcone

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A distanza di tre anni dall’ultimo studio album, Ermal Meta torna con un nuovo disco. L’occasione per presentare alla stampa Tribù Urbana, questo il titolo, è delle più ghiotte. Ci avviciniamo con grande rapidità alla 71esima edizione del Festival di Sanremo, kermesse che l’artista albanese naturalizzato italiano ha vinto nel 2018 con il brano “Non mi avete fatto niente”. In quell’occasione aveva al fianco Fabrizio Moro mentre ora, invece, viaggia sulle proprie gambe.

Tribù Urbana è un ulteriore passo avanti nella propria carriera. Un album intenso ed energico, intimo e profondo. Suggestioni e atmosfere non mancano. Così come non manca la voglia di lanciare messaggi dall’alto valore sociale al fine di dare voce a chi, più semplicemente, voce non ne ha. Storie di ultimi, di emarginati, di ombre. Le sonorità presenti negli undici brani che compongono la tracklist sono un perfetto mix tra i sound internazionali del momento e richiami alla tradizione pop e cantautoriale italiana. Un disco che, fin dal primo ascolto, colpisce per i suoi ritmi e per il suo dinamismo.

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“Ho una voglia immensa di portarlo dal vivo”, spiega Meta. “In genere scrivo canzoni stando sul palco, immagino di scrivere una canzone in diretta e quindi provo poi a comporre. Stavolta, però, mi sono messo in platea, facendo finta di essere parte del pubblico. Gran parte delle persone che vanno ai concerti ci vanno anche per cantare, quindi ho virtualmente indossato loro panni e ho scritto delle canzoni che a tratti possono essere cantate a squarciagola da chi si trova sotto al palco”. “Il sound è un mix di cose diverse, da una parte il classico sound del cantautorato italiano come nel brano “Un milione di cose da dirti” e in altri casi sono andato in direzioni diverse, ma non sono rimasto all’interno di un genere. La musica è tutta bella e mi piace esplorarla. Sperimentando nuove sonorità, escono sempre cose diverse”, rivela ai giornalisti.

Ermal Meta è in gara al 71° Festival di Sanremo con il brano “Un milione di cose da dirti” (testo di Ermal Meta, musica di Ermal Meta e Roberto Cardelli), una canzone d’amore, una semplicissima canzone d’amore, dal sound essenziale, pochi accordi per raccontare qualcosa di personale ma capace di risuonare anche a livello universale. Il brano fa anche da apripista al nuovo album. “Ho scelto di portare sul palco dell’Ariston questa canzone perché non ho mai portato una ballad a Sanremo”.

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“Sinceramente non mi aspetto di fare una scorpacciata di premi, ci vado con uno spirito diverso”, risponde a chi gli chiede con quale spirito torna a Sanremo dopo la vittoria di tre anni fa. “Tornare al festival dopo averlo vinto potrebbe potrebbe far pensare che vado lì perché voglio vincere. Ciò non mi interessa, vado sul palco dell’Ariston perché ora è l’unico dove possiamo salire. Possiamo salirci per far sentire una parte di un lavoro più completo, cioè quella del disco che, in questo caso, ha comunque un’anima rockeggiante. D’altronde ho attraversato tutte le fasi musicali durante la mia vita, da quella punk a quella rock a quella metal”.

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Sul palco dell’Ariston, in occasione della serata dedicata alle canzoni d’autore, porterà “Caruso” di Lucio Dalla. “Perché ho scelto questo brano? Perché tutti mi hanno detto tutti di non farla. E allora la farò. Cerco sempre di andare oltre i miei limiti. Magari sbaglierò, però mi ci voglio misurare. Ma non con Lucio Dalla, con cui nessuno si può misurare, ma con la canzone”.

Questa la tracklist di “Tribù Urbana”: 

“Uno”, “Stelle cadenti”, “Un milione di cose da dirti”, “Il destino universale”, “Nina e Sara”, “No Satisfaction”, “Non bastano le mani”, “Un altro sole”, “Gli invisibili”, “Vita da fenomeni”, “Un po’ di pace”.

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