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Quando gli Zebrahead elogiavano la playmate dell’anno

Luigi Macera Mascitelli Posted On 7 Aprile 2021
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Album di culto ed emblema del passaggio dagli anni ’90 al 2000. Playmate Of The Year degli Zebrahead rappresenta tutt’ora un album seminale del punk americano e mondiale. Un disco che riportò in auge la frangia più melodica del punk, ma non per questo meno aggressiva. Tutt’altro. Lo spirito ribelle e la libertà che trasudavano da quelle note fecero del lavoro un importante punto di riferimento del movimento.

Figlio della scuola americana degli anni ’90, in primis quella di Blink-182 e The Offspring, Playmate Of The Year uscì il 22 agosto del 2000, in una torrida estate di ben 21 anni fa. Dal sound vagamente surf rock, i riff sbarazzini e anticonformisti del punk, e l’attitudine rock, il disco fu un vero successo. Complice soprattutto la copertina, che ritraeva l’attrice e modella statunitense Jodi Ann Paterson, coniglietta e, per l’appunto, playmate dell’anno della celebre rivista Playboy.

Giocando proprio sugli stereotipi maschilisti e propriamente americani, l’album divenne un simbolo di quell’America sfrontata e materialista. Il celebre ed omonimo singolo, infatti, era un vero e proprio tripudio all’eccesso. Tra belle donne, curve a perdita d’occhio e continui riferimenti sessuali, il videoclip venne girato nella celebre Playboy Mansion, la casa e sede principale della rivista Playboy fondata da Hugh Marston Hefner. Del video esistono addirittura due versioni: una censurata in cui le Playmate compaiono vestite ed un’altra in cui mostrano il seno nudo. Lo stesso Hefner, da buon boss dell’eccesso e del sesso, appare all’inizio scortato da tante ragazze. E non è un caso che il brano reciti: «She’s finally here. Whoo, yehh! My Playmate Of The Year»

Ogni epoca ha avuto la sua colonna sonora, quel brano del quale bastano poche e semplici note per riportare alla mente i bei vecchi tempi. Un po’ come l’Italia degli anni ’60, le cui estati erano rigorosamente accompagnate da Abbronzatissima di Edoardo Vianello. Una canzone che portava con sé un’intera generazione: quell’Italia post bellica della ripresa economica, dove tutti si godevano i frutti del lavoro, tra spiagge incontaminate, sole e belle ragazze (eh, anche all’epoca velati riferimenti sessuali c’erano).

Playmate Of The Year fu l’album con il singolo più rappresentativo delle estati americane, e non solo, dei primi anni 2000. Un gruppo -scusate il francesismo, o forse no- di cazzoni circondati da ragazze, in mezzo ad una bolgia fatta di alcol e feste in piscina. Cosa c’è di più estivo e ‘mmericano di questo? Ma non è affatto un difetto, anzi. Che piaccia o meno gli Zebrahead hanno rappresentato la generazione del 2000, con una musica che sprizza gioia da tutti i pori, allegria in ogni ritornello e che ci fa saltare su e giù per la stanza. Il tutto RIGOROSAMENTE senza prendersi mai sul serio. Quindi i moralisti dell’ultimo minuto possono anche andare a farsi benedire con Playmate Of The Year.

Impossibile essere tristi con quelle note che riportano al calore estivo di quando non si pensava a nulla se non a divertirsi e basta. Soprattutto se quello cantato è un vero e proprio salto generazionale. Perciò, quale miglior modo di rappresentare il passaggio dal XX al XXI secolo se non buttarla in una sana e festosa caciara, tra tuffi in acqua, bevute con gli amici e circondati da ragazze? Alla fine il punk questo era e guai se così non fosse stato! Il dito medio in faccia al pensiero borghese che vorrebbe eccedere e uscire dagli schemi preimpostati ma non può. Gli Zebrahead hanno fatto esattamente questo: sbattere in faccia alla società ciò che poteva solo “guardare ma non toccare”.

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