Perché guardare oggi Wes Craven

Questo agosto ricorrono 82 anni dalla nascita di Wes Craven e cinque dalla morte. Non volendo ricorrere alla sequela di recensioni commemorative, troppo facili e disoneste nei confronti del regista e del lettore, ho dato uno sguardo a quello che il cinema horror americano ha prodotto nell’ultimo decennio.

Se c’è un’eredità che Craven ha lasciato ai suoi posteri, non è stata ancora raccolta, ma mentre le scorse generazioni guardano con nostalgia alla vecchia leva, le nuove perdono, ignorandone l’esistenza, un lascito monumentale. E per i cinefili già caldi sulle testiere: “Drag me to hell” di Raimi non basta a fare numero. La condizione di salute del cinema horror contemporaneo è precaria, ma cosa è successo dagli anni ’90?

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Volendo dare ascolto allo stesso Craven, un po’ c’è di mezzo Tarantino. Quando Pulp Fiction conquistò il mondo, insegnò al pubblico una nuova declinazione della violenza. Sia chiaro, Tarantino ne aveva tutto il diritto. Non ha inventato lui il pulp, ha rispettato degli stilemi propri di un genere che ha ragione di esistere e che non va giudicato eticamente. Quello che è successo è che il pubblico si è abituato a vedere nella violenza non più l’anticamera della morte, come la definiva Craven, ma un gioco divertente che non solo viene bramato dallo spettatore (succedeva anche con il pubblico urlante di Stab in Scream 2) ma è assecondato dai registi, che trattano con compiacimento la morte, ne sono evidentemente affascinati.

Trasformare la violenza in qualcosa di fascinoso e la brutalità in un elemento glamour ha reso il cinema dell’orrore un tempio dell’estetica senza spirito, una sfinge senza enigma che trova nella compiacenza verso l’omicidio e la tortura la chiave risolutiva di un giochino di pancia e fine a se stesso. Sia chiaro che non si sta tirando in ballo l’elemento ironico del cinema dell’orrore. Paradossalmente, un Annabelle si prende molto più sul serio di Scream, dove però il sangue è una cosa seria.

Non si scherza con la morte e si ha il coraggio di raccontarla, perché faccia paura. Così, quando nel finale di Scream 3, Neve Campbell dorme finalmente con le finestre aperte, lo spettatore si libera con lei di un mostro che oggi non esiste più. E se Ari Aster ha portato a compimento questo amore chic per la paura, mettendo una pietra tombale sulla fine del genere, Robert Eggers tenta la via del sublime come nuova parabola della terrore.

È un tentativo interessante, ma le storie e i ritmi sono vecchi di cent’anni – i fasti della narrativa ottocentesca sono un fardello molto caro ai registi sensibili e al loro pubblico cinefilo – e non hanno spessore, si cade sempre in un’estetica troppo ingombrante. Alla Hemingway, il consiglio per i giovani registi è misurare il proprio stile come arredamento e non ornamento barocco della propria opera. Il rischio di un secondo James Wan non ce lo possiamo permettere.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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