Maurizio Micheli tra speranze e paure: il teatro italiano è appeso a un filo

In un cortile della scuola “Enrico Fermi” di Avezzano (Aq), gremito quasi in ogni ordine di posto, è andato in scena o spettacolo di chiusura della seconda stagione del Teatro Off Limits, “Su con la vita!”, scritto e interpretato da Maurizio Micheli, in compagni di altri due importanti figure del teatro italiano, Nini Salerno e Benedicta Boccoli. Ne abbiamo discusso un po’ con il celebre attore e commediografo livornese.

Qual è il motore drammaturgico della pièce e come mai ha deciso di strutturarla in due atti unici?

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Le due storie che la compongono, entrambe ambientate nel marzo 2020, cioè durante la fase più dura del lockdown, hanno trame e svolgimenti diversi. A legarle è la grande problematicità indotta dalle misure messe in atto per contrastare la pandemia che, inevitabilmente, ne influenza lo svolgimento. Ho pensato che, dopo aver vissuto un’esperienza drammatica come quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo, non si potesse fare a meno di parlarne in qualche modo. Un po’ come quando, dopo la Seconda guerra mondiale, tutti a teatro parlavano di un avvenimento storico che aveva sconvolto la vita di tutti.

Nella prima delle due, Gli Spaiati, il focus sembra essere quello della disintegrazione del concetto tradizionale di coppia. Davvero si è giunti a questo livello di anaffettività/irresponsabilità? E quanto, secondo lei, lo stato di emergenza vissuto in quest’ultimo periodo ha contribuito a peggiorare le cose?

Parto dalla coda: il Covid 19, con le restrizioni che ha imposto a livello di frequentazioni, ha creato problemi enormi per ogni tipo di rapporto, anche per quelli amorosi, che sono stati sottoposti ad una prova di sopravvivenza in alcuni casi molto difficile da superare per chi era abituato a mantenerli in piedi grazie a qualche “via di fuga” extra-casalinga. Naturalmente, però, il discorso che cerco di fare in questo atto può anche prescindere dagli effetti innescati dalla recente, forzata convivenza. Io credo che lo si potrebbe tranquillamente mettere in scena anche senza questa determinante, perché va contro un certo tipo di mentalità machista e di scarsa considerazione della donna che era attuale già prima delle misure restrittive e, purtroppo, lo sarà anche in futuro.

Sempre a proposito di Covid 19: ne Le belle statuine indaga la drammatica situazione di indigenza in cui il virus ha ridotto il mondo dello spettacolo. Che soluzioni immagina per risollevare le sorti del suo mestiere?

Innanzitutto, ci tengo a sottolineare una cosa: ho sempre desiderato scrivere una storia sui mimi, che rappresentano forse la classe più debole del mondo dello spettacolo, con la loro difficoltà a sbarcare il lunario e il loro essere sottoposti al caldo di questi giorni o alle intemperie delle altre stagioni pur di portare qualcosa a casa. Detto questo, non saprei cosa rispondere alla sua domanda, magari potessi! Siamo tutti molto preoccupati, perché il teatro vive del solo spazio del teatro, non ha altri canali di fruizione come il cinema che, con lo streaming o le serie tv o la televisione in generale, può generare in qualche modo utili “alternativi”. Siamo grati ai ragazzi del Teatro Off Limits di Avezzano per averci offerto questa opportunità di lavorare in un ambiente all’aperto molto spazioso e con tanto pubblico a seguirci. Ma se mi fermo a riflettere su quello che può accadere a ottobre, sto male. Ripartiranno le stagioni e, se sì, come, con quali limitazioni di spazio e di capienza? Possiamo affidarci solo alla speranza. Io per esempio ho uno spettacolo in cartellone al Quirino per il prossimo autunno e non ho la minima idea se potrò portarlo in scena o meno.

La possibile, probabile chiusura di stabili prestigiosi come il Sistina o l’Eliseo gettano un’ombra funesta in tal senso, non soltanto per il teatro a Roma ma in tutta Italia. Come si può reagire a livello imprenditoriale?

Anche in questo caso, non ho risposte ma solo timori. Chi riceve delle sovvenzioni statali avrà buone chance di salvarsi (anche se la vicenda dell’Eliseo sembra essere fatta apposta per dimostrare il contrario), per chi invece propone teatro “borghese”, brillante, come quello che faccio io, non so come farà ad andare avanti. Per chi vive di biglietti venduti, sarà un rompicapo assoluto. Anche perché, nella drammatica congiuntura economica seguita alla diffusione del virus, ci sarà più di qualcuno che potrebbe decidere, a fronte di certe ristrettezze economiche che in passato non aveva, di risparmiare sul teatro. Spero proprio di sbagliarmi.

Lei pensa che le terribili conseguenze del lockdown e la necessità da parte dei teatranti di recuperare quanto più lavoro possibile riusciranno a favorire maggiori opportunità in provincia rispetto al passato per voi attori? Cosa si prova di fronte ad una platea affollata di una piccola città come quella che vi ha accolto ieri?

Gratitudine, tanta gratitudine. Non è la prima volta che mi esibisco qui in Marsica, avete un bellissimo teatro stabile ad Avezzano dove spero di poter tornare ad esibirmi. La provincia, se devo essere sincero, già da tempo costituisce una bella ancora di salvezza per chi fa il nostro mestiere. Al di là dell’affetto della gente che è sempre molto forte e genuino, esiste un sistema di sovvenzioni locali che magari può facilitare l’allestimento di un buon cartellone e generare guadagni per tutte le maestranze, aiutandoci a tirare avanti. Spero che sia così anche per l’immediato futuro, anche se, proprio come nelle grandi città, ci sarà sempre da dover fronteggiare il problema delle dimensioni nei luoghi dove ci si potrà esibire.

Anche nel 2021 porterà in scena il suo spettacolo “feticcio” Mi voleva Strehler?

Probabile, ogni tanto capiterà, io credo. Molto dipenderà dalla richiesta, ma sono convinto che dopo 40 anni e oltre 1250 repliche capiterà di nuovo.

In chiusura: la padronanza del palcoscenico mostrata ieri da lei e dai suoi sodali sul palco ha fatto pensare ad una “macchina spettacolare” che potrebbe funzionare anche con il pilota automatico. Come si arriva ad un simile risultato e lo considera più come la somma di meriti individuali o di gruppo?

Con Benedicta Boccoli, abbiamo lavorato insieme in ben dieci spettacoli, con Nini Salerno invece è la seconda volta che ci troviamo sulla stessa scena, anche se bisogna tener presente che ci conosciamo, e bene, da diverso tempo. Alla sua domanda rispondo quindi che la fluidità della nostra recitazione insieme si basa principalmente sul fatto di conoscerci molto bene, anche se, e voglio sottolinearlo, abbiamo provato molto e lavorato altrettanto anche a livello individuale per ottenere i tempi scenici giusti. Vorrei anche sottolineare la buona prova di Nina Pons, che è una giovane molto brava anche se è solo agli inizi della sua carriera a teatro. Quella di ieri ad Avezzano, comunque, è stata solo la seconda replica dello spettacolo, lo considero, lo consideriamo ancora un work in progress con tanta possibilità di migliorarsi. Speriamo vada così

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