Connect with us

Cinema

“Pearl Harbor”: 20 anni del kolossal di Michael Bay

Published

on

Era il 2001 e il regista Michael Bay, famoso per il suo fantascientifico “Armageddon” (1998), presentò il suo dramma storico-sentimentale “Pearl Harbor”. In questa pellicola lo statunitense decise di raccontare una struggente storia d’amore sullo sfondo di uno degli eventi più determinanti e importanti della seconda guerra mondiale: l’attacco alla base americana di Pearl Harbor, situata nell’Oceano Pacifico.

LA STORIA DELL’ATTACCO A PEARL HARBOR

Il 7 dicembre del 1941, alle prime luci dell’alba, una flotta di portaerei della Marina imperiale giapponese bombardò la flotta statunitense situata a Pearl Harbor, porto dell’isola Oahu alle Hawaii.

MyZona

L’attacco si verificò senza che il Giappone avesse dichiarato guerra agli Stati Uniti.

Questo evento determinò l’ingresso delle due potenze all’interno del secondo conflitto mondiale che fino ad allora aveva visto protagonista prevalentemente gli Stati europei.

«Ieri, 7 dicembre 1941, una data che entrerà nella storia come il giorno dell’infamia, gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati dalle forze aeree e navali dell’impero del Giappone». Così si espresse l’allora presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosvelt, l’8 dicembre del 1941- giorno dopo l’attacco a sorpresa a Pearl Harbor- nel discorso con cui dichiarò guerra al Giappone.

UN FILM TRA AMORI E BOMBE

Sullo sfondo della guerra e dei bombardamenti, Michael Bay racconta il triangolo amoroso che vede come protagonisti i due amici d’infanzia Rafe McCawley (Ben Affleck) e Danny Walker (Josh Hartnett) insieme ad Evelyn Johnson (Kate Beckinsale). A causa del sentimento di entrambi verso quest’ultima, la loro amicizia viene messa a dura prova.

I due ragazzi sono grandi amici fin da bambini e hanno un sogno che li accomuna e li unisce da sempre: diventare piloti. Una volta cresciuti e con il proprio sogno divenuto realtà, vengono arruolati nel corpo Aereonautico dell’esercito americano. Mentre la guerra sta divampando per tutta l’Europa.

Gli Stati Uniti non hanno ancora preso parte al conflitto ma Rafe, tuttavia, spinto da forti ideali decide di arruolarsi come volontario per combattere in Inghilterra a fianco dei piloti inglesi. Partendo deve lasciare Evelyn, un’infermiera arruolata nella marina militare di cui è follemente innamorato. Saluta anche Danny, il suo migliore amico. Promettendogli di tornare, chiede a quest’ultimo di prendersi cura della ragazza, qualora gli succedesse qualcosa.

Danny e Evelyn vengono però trasferiti a Pearl Harbor, base navale situata nelle Hawaii, dove la notizia della morte di Rafe presto li raggiunge.

I due, nonostante il dolore e i sensi di colpa, si arrendono all’attrazione che provano l’uno per l’altra finendo per innamorarsi.

La sera del 6 dicembre 1941, Rafe fa ritorno e, resosi conto di quanto accaduto durante la sua assenza e sconvolto dal dolore, incolpa Danny del suo tradimento. Ma il tempo per chiarirsi non sembra bastare.

La stessa notte la base di Pearl Harbor viene attaccata dall’esercito giapponese. I due amici sono costretti a mettere da parte il dolore, il rancore, i tradimenti e l’amore per Evelyn per cercare di salvare più vite possibili e far fronte al terribile attacco che sta mettendo in ginocchio la base americana.

I COMMENTI DELLA CRITICA AL FILM DI BAY

Fin da subito al regista fu mossa l’accusa di aver creato un prodotto non storicamente accurato. Difatti ci sono numerosi errori nella pellicola che non rispecchiano gli eventi storici realmente accaduti durante quel 7 dicembre 1941.

Ma il punto è proprio questo. “Pearl Harbor” non ha la pretesa di essere assolutamente un film storico.

La pellicola non si trasforma in storia ma, semmai è quest’ultima che rimane sullo sfondo dell’intera vicenda. Il cuore del film, difatti è l’amicizia tra i due piloti e l’amore per la ragazza dei loro sogni.

Nel corso degli anni, il film ha diviso piuttosto nettamente il pubblico e le critiche non sono di certo mancate. Lo stesso regista è stato etichettato come irrispettoso verso il tragico evento storico, il quale sembra essere stato incluso nel film esclusivamente per creare un “polpettone sentimentale” che tenta in tutti i modi di strappare qualche lacrima allo spettatore.

C’è chi addirittura ha puntato il dito contro Bay accusandolo di aver cercato di copiare grandi pellicole come “Titanic” (1997) o “Salvate il soldato Ryan” (1998).

Di certo, il talento di Bay non si avvicina minimamente alla bravura di artisti del calibro di James Cameron o di Steven Spielberg, i quali sono stati capaci, oltre di garantire un’accurata storicità ai fatti raccontati, di non cadere nel banale pur inserendo all’interno del film una storia d’amore, nel caso di “Titanic”. E nel riuscire a far immedesimare lo spettatore in quella che è la vera tragedia della guerra, nel caso di “Salvate il soldato Ryan”.

Michael Bay, per il suo “Pearl Harbor” si aggiudicò, nel 2002, l’Oscar al miglior montaggio sonoro e le candidature per il Miglior sonoro, per i Miglior effetti speciali e per la Miglior canzone (There You’ll Be di Diane Warren).

Gli effetti speciali del film e il sonoro sono, difatti, notevoli e non sono da meno le scene d’azione che sono sempre state molto apprezzate fin dall’uscita della pellicola.

“Pearl Harbor” va preso per quello che è. Una pellicola godibile con una bella storia d’amore sullo sfondo di un evento storico che va considerato come marginale. Il punto forte, come nel precedente “Armageddon”, sono gli effetti speciali e le scene d’azione.

Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aurea onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

Cinema

Il mito intramontabile di Grease, simbolo della rebel generation

Published

on

Grease fil John Travolta Hoolywood

Generazioni e generazioni hanno rischiato di rimanere senza capelli per imitare John Travolta. Lui e la sua combriccola con giacchetti di pelle e litri di brillantina. Quella “grease” che ha dato il titolo al musical forse più famoso di sempre. Sicuramente il più longevo e apprezzato anche dai ragazzi di oggi. Chi non ha provato a fare un movimento “anca-bacino” sulle note di “Greased Lightning” ? In ogni villaggio vacanze che si rispetti almeno uno spettacolo dell’animazione è sempre stato ripreso da uno spezzone di questo film.

Brillantina, gelatina o cera che fosse, sono stati milioni i ragazzi che hanno provato a pettinarsi come Danny Zucco. 

MyZona

Risultati del pubblico a parte, lo stile del giovanissimo Travolta ha fatto la storia. Jeans, chiodo e atteggiamento da un lato spaccone. Un duro, amante dei motori e delle donne. Ma in grado di sciogliersi solo davanti a Sandy. La bella australiana conosciuta durante l’estate.

Come ogni bulletto che si rispetti Danny non poteva lasciar trasparire i suoi sentimenti verso di lei. Però, come in ogni storia d’amore che si rispetti, alla fine sarà proprio Cupido a trionfare.

Il tutto in un trionfo di canzoni travolgenti, balli e galloni di “grease”.

Il 16 giugno del 1978 usciva nelle sale cinematografiche americane questo splendido musical che ancora oggi, quando viene trasmesso in TV, tiene incollati al divano generazioni di ogni età.

GREASE NONOSTANTE LE POLEMICHE

Nonostante la cancel culture abbia provato ad additarlo come “sessista e razzista” il successo di questo film non è venuto meno.

Continua a rappresentare un simbolo, una favola in carne e ossa. Quell’amore estivo, nato al tramonto in spiaggia, sognato da milioni di ragazze in attesa del principe azzurro. O di un macho in decappottabile e sigaretta sempre accesa. 

Un film del 1978 ambientato negli anni ‘50. Impossibile non contestualizzarlo. Inutile, quanto stupido, fare il contrario. La stessa Olivia Newton John zittì le polemiche affermando che “è solo un film. È una storia degli anni Cinquanta, anni in cui le cose erano sensibilmente diverse. Tutti dimenticano che, alla fine, anche lui cambia per lei. Sandy è solo una ragazza che ama un ragazzo, e pensa che se proverà a cambiare, riuscirà nel suo intento. È una cosa abbastanza reale. Le persone lo fanno l’una per l’altra. E’ solo una divertente storia d’amore”.

Ed è stato proprio questo a far appassionare il pubblico. Attratto dai movimenti, dai canti, dal carattere di Danny Zucco. Dalla bellezza di Sandy Olsson. Dalla leadership di Rizzo che sotto quell’aria matriarcale nascondeva un bisogno di essere considerata una ragazza adolescente. E quante giovani donne hanno imitato le Pink Ladies. Quelle studentesse vestite uguali, un po’ ribelli e un po’ bambine. 

Perché “Grease” è stato questo. La trasposizione cinematografica del musical omonimo. Ma soprattutto una perfetta rappresentazione, almeno agli occhi del pubblico, dei “favolosi” anni ‘50. Il decennio in cui le star del cinema a stelle e strisce invasero le copertine delle riviste femminili. Da Marilyn Monroe alla piccola Audrey Hepburn, la cui immagine è legata a doppio filo con quel giro in Vespa insieme a Gregory Peck in “Vacanze romane”.

A distanza di 43 anni “Grease” continua a resistere nelle classifiche dei film più visti e apprezzati. E lo fa senza invecchiare. Perché, nonostante l’ambientazione, la storia e i personaggi sono senza spazio e al di là del tempo. Chiunque, ancora oggi, può riconoscervisi. Magari con maggiore difficoltà nel reperire un tubetto di brillantina. Ma qualche nonno, o papà, ormai calvo, sicuramente l’avrà conservato in qualche cassetto in soffitta. In ricordo di fantastiche “summer nights”.

Continue Reading

Cinema

Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

Published

on

Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

MyZona

Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

Leggi anche Lollapalooza 2021 si farà: rivelata la line-up completa del festival

Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

Continue Reading

Cinema

The Gloaming – le ore più buie: dall’Australia il nuovo thriller disponibile su Disney Plus

Published

on

Non sono presenti molti prodotti australiani nel mondo delle serie tv e del cinema. Spesso le riprese vengono effettuate in Australia e Nuova Zelanda, grazie alla bellezza dei paesaggi sconfinati e alle molteplici possibilità che questi offrono, ma le produzioni effettivamente ambientate in quei luoghi sono sempre state più uniche che rare. Basti pensare a successi come Il Signore degli Anelli e True Detective, entrambi girati in Nuova Zelanda ma collocati, nella storia, altrove.

Questo è uno dei motivi che rende The Gloaming un prodotto interessante. Una serie thriller- sovrannaturale ambientata in Tasmania, dalle parti di Hobart, dove una donna viene brutalmente assassinata. A indagare sul caso vengono chiamati due detective dal passato tormentato, che si ritrovano a fare i conti, oltre che con le difficoltà delle indagini, anche con la corruzione locale.

MyZona

Leggi anche: Benny Goodman: ricordando “The King of Swing”

Ad indagare è la poliziotta poco ortodossa e problematica Molly McGee (Emma Booth), insieme all’ex marito e collega Alex O’Connell (Ewan Leslie). I due non si parlano da più di vent’anni, ma ora sono disposti a collaborare per scoprire la verità sull’efferato delitto, che sembra essere collegato ad altri omicidi irrisolti del passato, accomunati dalla corruzione politica e dalla presenza di pratiche occulte.

The Gloaming si sviluppa su una struttura crime piuttosto convenzionale, dove troviamo una coppia di detective che inizialmente si detestano ma pian piano legano sempre di più, c’è un delitto iniziale che scuote una piccola cittadina e rivela segreti inconfessabili e c’è un vecchio trauma, legato ai casi irrisolti del passato, che fa da collante per tutti i protagonisti. Uno schema classico che viene però reso unico dalle atmosfere cupe, che generano una forte suspance, e dalla componente sovrannaturale creata da delle presenze mute, che vivono nell’ombra e possono essere percepite solo da alcuni abitanti del luogo.

Leggi anche: Il Signore degli Anelli: annunciato il ritorno al cinema

La serie, creata da Victoria Madden e prodotta da Sweet Potato Film per Stan, che ne ha rilasciato tutti gli episodi il 1° gennaio 2020, è stata trasmessa da Starz negli Stati Unti ed è distribuita a livello internazionale da Disney plus, dove appare nella sezione dedicata agli adulti del catalogo Star.

Nel cast della serie troviamo, oltre ai già citati Emma Booth, vista in C’era una volta e Alex O’Connell (Top of the Lake), Martin Henderson, il Dottor Rigs di Grey’s Anatomy e Jack di Virgin River, nel ruolo di Gareth McAvaney. Al suo fianco Aaron Pedersen (Mistery road) nei panni dell’ispettore Lewis Grimsham, Rena Owen (The Orville) nella parte di Grace Cochrane, Josephine Blazer (True History of Kelley Gang) che interpreta Lily Broomhall e Matt Testro (Nowhere Boys) nel ruolo di Freddy Hopkins.

Al momento sembra si stia discutendo della possibilità di una seconda stagione, fortemente voluta dal governo della Tasmania, che si è reso disponibile a finanziare lo sviluppo della sceneggiatura di un potenziale seguito. Per ora non risulta nulla di ufficiale, ma gli autori sono al lavoro su nuove storie, sempre in collaborazione con l’emittente Stan.

Leggi anche: Lupin, la seconda stagione della serie Netflix delude le attese

La prima stagione di The Gloaming è composta da 8 episodi, disponibili a partire dall’11 giugno nel catalogo Star di Disney Plus, che saranno rilasciati con cadenza settimanale tutti i venerdì.

Continue Reading

In evidenza