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“L’occidente è una bugia”: l’ultima trovata di un professore cinese

Federico Rapini

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L’Occidente è un fake. O meglio la storia occidentale sarebbe “una bugia”. È quanto sostiene il professore cinese Huang Heqing, storico dell’arte presso la famosa università di Zhejiang, che conta oltre 60 mila iscritti. Secondo questo esimio docente universitario le principali testimonianze culturali e storiche europee sono dei falsi architettati ad hoc dalla cultura occidentale dall’età moderna fino al XIX secolo (la scelta dei numeri romani non è casuale data la recente querelle scatenatasi in Francia).

Le piramidi di Giza, il Partenone, il Foro romano sarebbero tutte copie in cemento per offuscare lo splendore dell’unica vera civiltà mondiale, quella cinese.

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L’occidente e la Cina nell’età moderna

L’idea d’Europa, dell’essere europei in quanto diversi da ciò che Europa non era, è stato un processo lungo che tra ‘500 e ‘700 ha visto una particolare impennata. Filosofi del calibro di Montesquieu e Voltaire, ma anche Machiavelli, posero le basi del loro ragionamenti proprio su questa idea: la diversità.

Voltaire in particolare sostenne la superiorità religiosa e morale dell’Oriente, rispetto all’Occidente europeo, facendo trasparire la sua avversione di principio al cattolicesimo, che all’epoca era uno dei cardini intorno a cui girava la vita occidentale. Ma se l’Europa era inferiore moralmente, di  certo non si poteva dire lo stesso nel campo delle scienze e delle lettere.

Federico Chabod, uno dei più importanti storici del ‘900 osservò che “i  cinesi  furono iniziatori  in quasi  tutti i  rami  del  sapere  umano:  essi  erano  già  civili,  quando  noi  eravamo  ancora  pochi  di  numero  e  selvaggi, nelle  foreste  delle  Ardenne.  Ma  poi  si  fermarono  lì  […].  Invece,  in  Occidente,  gli  uomini  venuti  dopo, fattisi  più  lentamente,  continuarono  ad  avanzare:  Ulisse  lanciò  la  sua  nave  oltre  le  colonne d’Ercole”

Per Voltaire gli europei presero da altri ma svilupparono e perfezionarono. Come Ulisse  osò andare oltre i limiti imposti dalla sua cultura e dalla religione, così gli europei nei secoli sono andati oltre il sapere a loro contemporaneo, dimostrando capacità e volontà di apprendere, di conoscere superando le “colonne d’Ercole” della propria civiltà. 

Il  filosofo parigino aveva in testa un’Europa patria di una tradizione artistico-letteraria ineguagliabile. Per lui né i cinesi né gli arabi avevano il génie  dell’Europa, poiché nonostante le guerre (fratricide  o meno) comunque vi furono uomini in grado di sviluppare le arti  utili  e piacevoli.

Nella sua opera “Siècle  de  Louis  XIV”, Voltaire individuò quattro periodi storici  in  cui le arti furono perfezionate e furono da esempio ai posteri. Erano le età di Pericle, quella di Cesare e Augusto, il Rinascimento italiano e l’epoca di Luigi XIV, tutte facenti parte della storia d’Europa. La volontà quindi era quella di esaltare una superiorità europea di fronte ai rispettabilissimi cinesi e arabi, di elogiare quell’Europa unità culturale di cui lo stesso illuminista scrisse.

Montaigne, uno dei filosofi più avversi all’idea di una superiorità occidentale, affermò nella sua opera “Essais” che “nella  Cina  la  cui  organizzazione  e  le  cui  arti,  senza  avere  relazioni  né  conoscenza  delle  nostre sorpassano  i  nostri  esempi  in  parecchie  parti  di  eccellenza,  e  la  cui  storia  mi  insegna  quanto  il  mondo è più ampio e vario, di  quel  che  gli  antichi  e noi  ci  figuriamo”.

La  Cina  difatti  già  nel  ’500  era  vista  come  una  grande  potenza  a  cui  gli  scrittori  tributavano  riguardi come  fosse  un  grande  stato  europeo.  Così anche  il  mercante  fiorentino  Francesco  Carletti  nei  suoi “Ragionamenti  del  mio viaggio intorno al  mondo”  esaltò  la civiltà Cinese:  “Il  mondo di  stampare et fare l’artiglieria et  polvere con la quale fanno apparire ingeniose  et  meravigliose cose  come alberi  di fuoco  lavorati…sono  tanto  antiche  inventioni  nella  Cina,  che  passano  migliaia  d’anni  et  si  può senz’alcun dubbio credere che tutte venghino da loro”

I  cinesi  vennero  apprezzati  per  questa  peculiarità  di  aver  inventato  grandi  oggetti  e  arti  senza averle  apprese  da  altri,  come  invece  gli  europei  che  ebbero  modo  di  conoscere  dai  Greci,  dai  Romani e da  altre civiltà ampi  saperi  del  loro  bagaglio  culturale. L’ammirazione  verso  la  Cina  ed  il  loro  confucianesimo  fu  utilizzata  anche  come  attacco  al cristianesimo.  

Chabod,  a  tal  proposito,  riporta  le  parole  di  Boulainvilliers“I  Cinesi  sono  privati  della Rivelazione,  essi  attribuiscono  alla  potenza  della  materia  tutti  gli  effetti  che  noi  attribuiamo  alla natura  spirituale,  di  cui  essi  negano  l’esistenza  e  la  possibilità.  Essi  sono  ciechi,  e  forse  cocciuti.  Ma essi  sono  così  da  quattro  o  cinquemila  anni;  e  la  loro  ignoranza  e  cocciutaggine  non  ha  privato  il  loro stato  politico  di  alcuni  di  quei  meravigliosi  vantaggi  che  l’uomo  razionale  spera  e  deve  trovare naturalmente  nella  società:  comodità,  abbondanza,  pratica  delle  arti  necessarie,  studi,  tranquillità, sicurezza”. 

Ritorna  quindi  il  tema  dell’immobilismo  delle  società  non  europee,  ma  in  chiave  positiva,  come vantaggio. Presentato come un pregio della civiltà Cinese anziché  motivo di  critica. Anche  Voltaire  in  campo  religioso  elogia  la  superiorità  cinese  per  sferzare  un  attacco  al  cristianesimo di  matrice  europea,  colpevole  di  guerre  fratricide,  di  millantare  pene  post-mortem,  ricompense  eterne e  profezie.  Il  Confucio  cinese  non  era  un  profeta,  non  predicava  misteri,  dogmi,  non  insegnava  la morale. Per  questo per  Voltaire, “i  cinesi  sono superiori  a  tutte  le altre nazioni  dell’Universo”.

Superiorità  Cinese  che,  per  l’illuminista  francese, perde di  peso davanti  la superiorità europea nelle scienze, nelle arti, nelle  lettere. 

Occidente truffaldino o psicosi?

Sebbene dunque la tesi secondo cui le opere e le attività occidentali furono edificate in quei secoli per offuscare la civiltà cinese sono qui smentite da più opere in cui si esalta la suddetta cultura, il professor Hequing, laureato alla Sorbona di Parigi, sostiene che “l’Occidente non fa che riscrivere la storia e falsificare reperti” scrive la piattaforma “Taiwan English News”. E ancora: “La civiltà  dell’antico Egitto, per come oggi la conosciamo, è una favoletta inventata dagli storici occidentali ortodossi a partire dal diciannovesimo secolo”.

Non è chiaro perché, nel tentativo rinascimentale eurocentrico, le Piramidi siano state poste in Africa. Senza pensare alle innumerevoli scoperte fatte nel vicino Oriente. Certo, in molti casi furono gli europei a farle e a portarle in Europa per studiarle. Ma comunque mai finsero di averle trovate nel Mediterraneo, o vicino Stonehenge. 

Le parole del professor Huang Heqing sembrano più uno sproloquio per mettere in luce la cultura e la civiltà cinese, che tra l’altro da secoli viene applaudita in occidente. Tranne per quello che riguarda la moda. Lì il vero fake sono loro. Non i secoli, anzi millenni, di cultura occidentale. Da Omero, Socrate, Platone, Aristotele, passando per Livio Andronico, Seneca, Plauto. E ancora Federico II, Galileo, Copernico (in ordine sparso e puramente casuale) e altri ancora per cui non basterebbe un fiume di parole. 

Le civiltà si sono formate ed evolute proprio grazie alle proprie differenze. Prendendo anche spunto l’una dalle altre. Pensare di poter cancellare millenni di storia, cultura, arte, architettura, fingendo che una sia pura invenzione moderna, è quanto di più simile alla blasfemia.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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RetroGaming: Doom, il padre dei moderni sparatutto, tra sangue, violenza e demoni

Luigi Macera Mascitelli

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«Essi sono furia: brutali, senza pietà. Ma tu… tu sarai peggio. Falli a pezzi, finché non sarà finita!»

L’articolo di oggi è dedicato ai veterani del mondo videoludico e ai veri appassionati di storia del videogame, perché parleremo non di un titolo qualunque, ma del papà dei moderni sparatutto in prima persona. Perciò, doppietta alla mano e benvenuti su Marte, in questo speciale RetroGaming dedicato a Doom. Tra carneficine di demoni, proiettili in quantità industriale e sangue come se piovesse, ripercorreremo la genesi e l’evoluzione di questo titolo seminale. Let’s begin!

Doom è ormai divenuto un videogioco leggendario, e qualunque giocatore, dal più datato al più giovane, lo avrà sentito nominare almeno una volta. Assieme a Wolfenstein e Quake, infatti, esso va a costituire la sacra triade capostipite dei cosiddetti First Person Shooter (FPS) come li conosciamo oggi. Nato in quel lontano 1993 per mano della id Software e inizialmente lanciato per il pc, il gioco ottenne ben presto un successo notevole, così come numerosissime critiche per la sua natura estremamente violenta. E come ogni buona società bigotta che si rispetti, non mancarono certamente le scontatissime accuse di istigare i giovani alla violenza.

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Leggi anche: “RetroGaming: The Secret of Monkey Island

Tanto per fare un esempio. Ricorderete tutti, o ne avrete sicuramente sentito parlare, del massacro della Columbine High School avvenuto negli USA il 20 aprile 1999 ad opera dei diciassettenni Eric Harris e Dylan Klebold. I due aprirono il fuoco contro i loro stessi compagni ed insegnanti, causando 13 morti e svariati feriti, per poi suicidarsi quando la polizia irruppe nella scuola. Cosa centra Doom in tutto ciò? Pare che i due ragazzi fossero appassionati del titolo e della musica di Marylin Manson. Ed ecco che i capri espiatori furono serviti alla società americana, che anziché condannare l’uso delle armi si scagliò contro il gioco e l’artista. Perché è il videogioco ad ispirare la violenza, non il contrario. Giusto?

Tolta questa breve digressione tanto per ricordare quanto, nel bene e nel male, Doom si fece conoscere, parliamo del gioco in sé. La particolarità del titolo era l’uso della grafica in 3D, un gameplay semplice e fluido e soprattutto frenetico. Il nostro alter ego, il Doomguy, armato dalla testa ai piedi, devi aprirsi la strada in vari livelli ambientati su Marte facendo strage di demoni. Questi ultimi fuoriusciti da dei portali creati come ponte di comunicazione dalla Union Aerospace Corporation. Lo scopo è scoprire cosa sia successo fermando l’avanzata delle creature infernali. Stop! Niente di più. Trama basilare ed estremamente funzionante. Ma il vero punto di forza, come avrete capito, era certamente un altro: la violenza allo stato puro. Massacrare orde demoni e zombie senza un attimo di respiro mettendo a dura prova i riflessi del giocatore (soprattutto impostando la difficoltà massima). Questo rese Doom spettacolare!

Il tutto accompagnato dalla celebre colonna sonora incalzante creata da Bobby Prince, il quale si ispirò chiaramente al mondo dell’heavy metal. Le tracce infatti richiamavano tantissimo i riff di band come Slayer, Pantera e Metallica e riuscivano perfettamente a dare quella sensazione di frenesia. Inoltre, cosa molto importante per l’epoca, Doom girava su qualsiasi pc, consentendo quindi a chiunque di poterci giocare. E infatti il passo verso le console e varie piattaforme fu breve. Il titolo è tutt’ora famoso per gli adattamenti pressoché infiniti (addirittura c’è chi si è divertito a farlo girare su uno smartwatch o su una calcolatrice).

Del titolo venne rilasciato un sequel nel 1994, Doom II: Hell on Earth, ed un reebot nel 2004, Doom 3. Quest’ultimo soprattutto, a differenza del secondo capitolo graficamente e tecnicamente identico al primo, segnò delle tappe importanti per la id Software, a cominciare dal record di vendite che superò le 3,5 milioni di copie vendute. Il taglio marcatamente horror, poi, rese il gioco ancora più celebre, seppur i vecchi fan ne criticarono le eccessive differenze con i primi due capitoli. Sta di fatto che il titolo del 2004 aprì le porte ad una vera e propria riscoperta del retrogaming che si concretizzò 12 anni dopo, e che di fatto fece conoscere Doom anche alle nuove generazioni.

Nel 2016 la id Software pubblicò DOOM e nel 2020 il seguito Doom Eternal, entrambi per Pc, ps4 e Xbox One e derivanti da Doom 64, remake del 1997 per Nintendo 64. I due nuovi titoli riaccesero l’amore per il primissimo capitolo in tutti quei giocatori nati negli anni ’80-’90 e diedero modo ai novizi di approcciarsi al gaming old school. Ultra frenetici, ai limiti della follia, caratterizzati da una violenza esponenzialmente maggiore rispetto ai titoli precedenti e dannatamente divertenti.

E come al solito il tutto condito da una nuova colonna sonora realizzata da Mick Gordon e vincitrice di numerosissimi premi. Pesante, macabra, martellante e caustica: l’accompagnamento perfetto mentre, impersonando il celebre Doomguy, ci faremo strada maciullando orde di demoni. Se volete averne un assaggio, consigliamo caldamente la traccia più celebre di tutte: BFG Division.

Doom non era e non è un titolo per tutti, c’è poco da fare. Il ritmo frenetico e lo stile retrò dei nuovi capitoli rendono tutta la saga un gioiello seminale che fa della semplicità e dell’immediatezza i suoi cavalli di battaglia. Niente inutili orpelli o evoluzioni del caso. Puro e semplice old school e tanti, ma proprio tanti proiettili. E ora tocca a voi gamers: controller alla mano, riflessi fulminei e furia distruttiva in corpo; si va a caccia di demoni!

«The only thing they fear, is you»

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Natale di Roma, storie e segreti del nome dell’Urbe

Federico Rapini

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Natale di Roma

La fondazione di Roma, di cui oggi ricorre il Natale, viene fatta risalire proprio al 21 aprile del 753 a.C. Romolo, tracciando il solco sul colle Palatino, presi gli auspici che lo indicavano come il prescelto, legava per sempre la città al suo destino.

La Pax Deorum, il vincolo con gli Dèi immortali, che assicura a Roma l’eternità, a patto che i suoi cittadini sappiano garantirne le condizioni.

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Tale data è stata indicata da Varrone seguendo i calcoli di Lucio Taruzio, astrologo di estrazione pitagorica, che in verità indicò la data anteriore del 9 Aprile, in cui si sarebbe verificata un’eclisse di Sole.

Al Sulcus Primigenius, quadrato o circolare, si da una doppia interpretazione. Quadrato come il solco segnato da Romolo, circolare come l’aedes di Vesta, vero centro dell’Urbe, secondo le ultime scoperte archeologiche di Andrea Carandini. L’unione dei due simboli è, quindi, la famosa “quadratura del cerchio”, la fissazione, la realizzazione in terra della dimensione sovrasensibile, la manifestazione degli Dei nella storia. Roma come Città degli Dei. La tradizione romana come guida per la manifestazione del numen dentro di sé, così come disposto dall’Oracolo di Delfi. Lo stesso oracolo che consentì a Marco Furio Camillo, “secondo fondatore di Roma”, di conquistare Veio, dopo un prodigio sul lago di Albano. Quando con la famosa evocatio chiese al numen tutelare della città, Giunone Regina, di lasciarla per essere meglio onorato a Roma.

IL NOME SEGRETO DI ROMA: ATTENZIONE A RIVELARLO

Ma quello di cui vogliamo parlarvi oggi non è la storia di Roma. Né delle sue conquiste o della sua grandezza. Nel giorno del Natale di Roma vogliamo approfondire il tema del suo nome segreto.

Molte città nell’antichità avevano tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Nel caso dell’Urbe, il nome pubblico era Roma mentre quello sacrale Flora o Florens, usato in occasione di alcune particolari cerimonie. Quello segreto, invece, è ancora oggi dibattuto e misterioso.

Questo perché alcuni nomi non potevano essere pronunciati per evitare che si materializzasse davanti a tutti, anche ai profani, la vera essenza dell’entità cui appartenevano e che invece doveva restare sconosciuta.

Inoltre, in questa maniera, l’entità in questione poteva essere conosciuta e manipolata a piacimento. Per le città il nome segreto coincideva con quello del vero nume tutelare, la cui denominazione non era quella nota a tutti. Un antico commentatore di Virgilio, Servio, spiegò in una nota all’Iliade che chi avesse rivelato tale nome poteva essere condannato a morte. L’appellativo era probabilmente a conoscenza del solo Pontifex Maximus.

Conoscere il nome del dio equivaleva ad impadronirsi dell’essenza della città assediata e a sottometterla. Tramite un particolare rito il numen sarebbe stato portato in città, introducendo poi il suo culto nell’Urbe con l’innalzamento di un tempio in suo onore. In questo modo Roma avrebbe aumentato la sua potenza, mentre il popolo sconfitto e sottomesso, senza la protezione del proprio numen, non sarebbe più stato in grado di riconquistare la potenza guerriera di un tempo. 

Per questo i Romani furono attenti a non diffondere il nome segreto della loro città.

Alcuni autori dell’antichità tentarono comunque di proporre una soluzione all’arcano. Lo fecero proponendo i nomi di Angerona, la dea che intima il silenzio. Oppure Giove, Opi, dea arcaica dell’abbondanza (a volte assimilata a Venere come dispensatrice di vita e di forza), a Cerere, Flora e Pomona. Ma tutti sapevano, qualora fossero arrivati alla verità, la rivelazione del nome avrebbe comportato l’exauguratio, l’allontanamento della sacralità della città e la perdita della libertà per i suoi cittadini.

LA CONDANNA DI VALERIO SORANO

Plinio il Vecchio nelle “Naturalis Historia”, affermava che “riti misteriosi proibiscono di pronunciare l’altro nome di Roma. Valerio Sorano che osò divulgarlo non tardò a pagarne la pena. Non è fuori proposito accennare qui ad una particolarità dell’antica religione prescritta per questo silenzio. La dea Angerona, alla quale si sacrifica nel giorno 21 dicembre, ha il simulacro con la bocca fasciata da una benda”.

Si parla dunque di Valerio Sorano, ritenuto un modello da personaggi come Cicerone, Varrone e lo stesso Plinio in materia di studi filologici, antiquari e filosofici. Sembra dunque, come appare anche dagli studi del tedesco Köves-Zulauf, che l’erudito sorano trattò in una sua opera di divinità greche e romane delle quali era espertissimo. 

Probabilmente in questa avvenne la fatale empietà di cui parla anche Servio. Costui nel commento alle Georgiche, sosteneva che la causa della morte di Valerio Sorano fosse attribuibile all’aver detto il nome autentico della divinità tutelare di Roma. Inoltre, nel commento all’Eneide sostiene che “nessuno pronuncia il nome di quella città persino durante i riti. Infatti un certo tribuno della plebe, Valerio Sorano, come sostiene Varrone e molti altri, osò pronunciare questo nome, cosicché alcuni dicono che sia stato arrestato dal senato e levato sulla croce, mentre altri che per paura della pena sia fuggito e, catturato in Sicilia dal pretore su ordine del senato, sia stato ucciso”. 

Ma se il nome doveva rimanere segreto e anche solo parlare di quell’argomento avrebbe portato alla morte, come faceva il Sorano a saperlo? Alcune fonti ci portano ad identificare in lui l’Edituo, avente la carica di aedituus, tramite la quale poteva certamente avere accesso a risorse e conoscenze solitamente interdette ai profani.

Comunque se la storia di Valerio Sorano ci illumina sulla sorte che sarebbe toccata a chi avesse rivelato il nome segreto di Roma, bisogna approfondire la causa dell’esilio del poeta Ovidio.

OVIDIO E IL NOME SEGRETO DI ROMA

Il motivo che spinse Augusto a mandarlo a Tomi nell’8 d.C è ancora oggi dibattuta.  Il poeta abruzzese scrisse a tal riguardo “due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore, di questo debbo tacere qual è stata la colpa”.

Ovidio morì nell’attuale Costanza in Romania senza mai tornare a Roma. Si è parlato sempre di coinvolgimenti in congiure politiche, di una relazione con la figlia del Pontifex Maximus, di aver scoperto segreti di corte.  Negli ultimi anni, invece, si è fatta strada un’ipotesi più affascinante.

Al momento della condanna il poeta stava ultimando l’opera “Fasti”, che avrebbe dovuto trattare delle feste religiose e laiche della tradizione romana. Aveva appena iniziato la trattazione di Giugno quando fu emessa la sentenza. Aveva perciò appena elaborato il mese di Maggio. Nello scovare l’etimologia del nome del mese tirò in ballo la costellazione delle Pleiadi, in particolare la stella Maia mettendola in relazione con la fondazione della città.

Studi recenti, in particolare quelli di Felice Vinci e Arduino Maiuri, indicano il posizionamento delle Mura Serviane come un modo per adattare lo schema della città all’interno delle stelle sopra citate. Al centro così ci sarebbe Maia in corrispondenza del colle Palatino. Proprio dove Romolo, secondo tradizione, tracciò il solco della Città Quadrata.

Stando a quanto riferito dai due studiosi, il passo che Ovidio nei Fasti attribuisce alla Musa Calliope sarebbe stato un indizio sul segreto di cui il poeta sarebbe venuto a conoscenza.  Ovviamente solo un romano ben istruito avrebbe potuto cogliere questa allusione alla sanctissima Maia alla quale sarebbe stata consacrata la città nata dal solco di Romolo. La stella, che Ovidio dice essere la più bella delle Pleiadi, avrebbe dunque riservato a Roma la sua protezione e il suo stesso nome.

Maia, secondo questa interpretazione, sarebbe dunque il nome segreto di Roma. 

PASCOLI E L’INNO A ROMA

Una teoria affascinante che entra però in contrasto con l’Inno a Roma di Giovanni Pascoli.Il poeta cita i 3 nomi dell’Urbe. Roma, Amor e Flora. 

Amor sarebbe, secondo Pascoli, il nome segreto di Roma e la stella d’oro del testo sarebbe allusione evidente a Venere.  Un nome palindromo, perfetto, quasi magico. Risalendo alla leggendaria fondazione di Roma, Enea era figlio del mortale Anchise e della dea Venere, dea dell’ Amore (Amor) inteso come origine di vita ma anche stella dei naviganti. In questa stella i Romani identificarono nella sua facies mattutina come Lucifero e in quella serale come Vespero. E Roma è palindromo di Amor

Flora ( o Florens) invece sarebbe il nome sacro. Almeno stando alla versione dello scrittore bizantino Giovanni Lorenzo Lido, che per primo formulò un’idea chiara sui nomi di Roma. I Floralia, tra l’altro, erano solitamente feste a carattere orgiastico e licenzioso. Venivano festeggiati a Roma dal 28 aprile al 3 maggio. In queste feste uomini e donne abbandonavano se stessi alla sensualità. Come a sottolineare come sessualità e fertilità (si ritorna al rito della dea Flora) naturale fossero elementi caratteristici della cultura e della civiltà romana.

Comunque la fondazione di Roma il 21 aprile non è certo casuale. Siamo in un mese primaverile, di rinascita della natura. Come se ogni anno l’Urbe rinascesse più forte che mai. Lo stesso Pascoli, inoltre, nell’Inno a Roma, insiste sul ruolo di Roma legata alla fertilità della dea Madre, quindi Venere Genitrice da cui Amor. Lo affascinava sicuramente il legame tra la potenza maschile della città e la fecondità della natura.

In ogni caso, oggi 21 aprile, in occasione del Natale di Roma, l’Urbe non smette di stupirci e di lasciarci segreti ed enigmi inesplorati.

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Lucrezia Borgia: la dama più “chiacchierata” del Rinascimento

Licia De Vito

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Lussuria, perversione, vizi, amore, incesto, dolore, tragedia e solitudine. Una donna bellissima, desiderata da tutti, che ha vissuto sopra le righe e al di sopra delle leggi. Il 18 aprile 1480 nasceva Lucrezia Borgia, uno dei personaggi più controversi del rinascimento Italiano.

La vita di Lucrezia Borgia

Lucrezia viene alla luce a Subiaco, è la figlia illegittima di Rodrigo Borgia e della sua amante, Vannozza Cattanei. Ha tre fratelli maschi: Juan, Cesare e Jofré. Il padre è in verità il cardinale Roderic Llancol de Borja, che in seguito diventerà Papa Alessandro VI. Un uomo lascivo e lussurioso, dedito agli eccessi, che pare abbia ripetutamente abusato di sua figlia insieme al fratello di lei Cesare, “il Valentino”, croce e delizia di Lucrezia, con cui lei stessa porterà avanti per tutta la vita un rapporto incestuoso e tossico. Siccome una figlia femmina ben educata ai tempi costituiva ottima merce di scambio per eventuali accordi politici, la piccola, a soli 14 anni, viene data in sposa a Giovanni Sforza, rampollo della ricca famiglia milanese. Il matrimonio viene annullato poco dopo, a causa di uno spiacevole caso diplomatico con i francesi che rapirono Lucrezia costringendo il vaticano a pagare un cospicuo riscatto. Una commissione papale certifica che la giovane è ancora vergine ma nel frattempo, nel buio di un convento nasce il primo dei figli di Lucrezia Borgia, “l’infante romano”, Giovanni, sottratto alla madre verrà dichiarato prima figlio naturale di Cesare poi del Papa.

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Il 21 luglio 1498 Lucrezia si risposa con Alfonso d’Aragona e dà alla luce un bambino, Rodrigo. Anche Alfonso però muore, in circostanze particolarmente sospette nel 1500, ucciso proprio da un sicario dello stesso Cesare, pazzo di gelosia. Lucrezia è certamente la vedova più desiderata del suo tempo e infatti non tarda a trovare un altro povero coniuge. Il 30 dicembre 1501 è la data delle terze nozze di Lucrezia, lo sfortunato è Alfonso d’Este, il signore di Ferrara. Nonostante i numerosi e reciproci tradimenti avranno sette figli. Proprio l’ultimo parto sarà fatale per Lucrezia, che muore di setticemia il 24 giugno 1519, a soli 39 anni.

Lucrezia Borgia – Bartolomeo Veneto

Gli amori e gli intrighi

Per tutta la vita Lucrezia è stata profondamente segnata dal legame perverso con suo fratello Cesare. Entrambi assistono fina da piccoli agli eccessi e alla cupidigia del padre che non si fa scrupoli, nonostante fosse un uomo di chiesa, a portare in casa prostitute, organizzare orge e sbornie, e incoraggiare i figli a intrattenersi insieme a lui con la sorellina. Non si può certo pretendere che il rapporto che Lucrezia avrebbe avuto con gli uomini e con la propria sessualità crescendo fosse sano. Pare comunque che la giovane fosse follemente accecata dall’amore per suo fratello e che non rinunciasse a usare violenza sulle sue numerose amanti. Aveva tra i contemporanei La fama di avvelenatrice, ratificata anche da Victor Hugo nel dramma “Lucrezia Borgia”ma non ci sono in realtà prove certe del fatto che abbia fatto uso così tante volte della cantarella, il micidiale veleno di cui i Borgia sembrano essere esperti.

Nonostante gli eccessi della prima parte della vita, quando era ancora inevitabilmente controllata a vista e sempre vicina alla sua disfunzionale famiglia, quando arriva a Ferrara rinasce, e ricopre il ruolo di perfetta castellana rinascimentale. Acquista in poco tempo la fama di abile politica e fine diplomatica. Il marito le affida senza alcun timore l’amministrazione del proprio ducato e le permette di svolgere anche il ruolo, sempre maschile, di mecenate a corte. Proprio a lei si deve la profonda amicizia che legò la figura di Ludovico Ariosto al ducato di Ferrara. Aveva uno spiccato gusto per l’arte e si dedicava a attività intellettuali quali la lettura e l’ascolto della musica.

Enigmatica e forte ma anche vittima di sé stessa e del feroce pettegolezzo che si abbattè su di lei e sulla sua famiglia. Ha ispirato con la sua bellezza e con le sue azioni alcuni tra i più noti artisti rinascimentali come il Pinturicchio, Bartolomeo Veneto da cui si fa ritrarre sia come la “beata” Beatrice II d’Este che come dea Flora. Anche artisti decisamente più vicini ai giorni nostri sono stati attratti dagli eccessi e dalle leggende targati Borgia, ad esempio John Collier con il dipinto “Un bicchiere di vino con Cesare Borgia” per non parlare dei numerosissimi film dedicati alle sue notti e una serie tv andata in onda su Sky dal 2011 al 2014.

Foto: Frank Cadogan cowper, “Vanity”

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