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Cinema

“Non odiare”, i limiti di un’opera prima senza idee

Un’idea potenzialmente buona viene appiattita da una regia scialba, per non dire inesistente, e un intreccio lineare, asciutto.

Alberto Mutignani

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Parlavamo la scorsa volta di Charlie Kaufman e del suo labirinto sentimentale. Guardando pellicole di quel livello, viene spesso da chiedersi quale sia il vero, grande limite del cinema italiano e perché un film come “Sto pensando di finirla qui” possiamo aspettarcelo solo dall’estero. Forse è vero che questo paese, quando non produce commedie per famiglie, si fossilizza sul dramma della criminalità organizzata.

Le realtà periferiche sono diventate il teatro di quasi tutti i set italiani, e se prima erano un fenomeno da cinema underground, ora questa odissea tra eco-mostri e delinquenza giovanile affascina anche le grandi firme e diventa un fenomeno prima italiano, poi internazionale. Dobbiamo molto a “Gomorra – La serie”, se l’Italia è riuscita a esportare un marchio di successo fuori dai confini di casa nostra, ma questo è anche il macigno che oggi ci condanna a raccontare una versione macchiettistica della realtà, con la voglia di essere un po’ documentario, un po’ dramma, un po’ parabole delle facili emozioni – il cinema dei D’Innocenzo non è altro che questo.

“Non odiare”, opera prima di Mauro Mancini, arriva a Venezia alla Settimana della Critica senza nessuna urgenza cronistica. Non è, come si potrebbe pensare, la periferia truce dei bassifondi romani alle prese con sparatorie a bordo di vecchi scooter. Il film di Mancini, con protagonisti Alessandro Gassman e Sara Serraiocco, assomiglia più a un tentativo di emulazione del bellissimo “American History “, che ci regalò la miglior interpretazione di Edward Norton. Solo che qui non c’è nessun Norton, ma la faccia statica, perennemente compressa di Gassman, che nei drammi cerca di impostarsi come faceva il padre, e sembra lessato e stanco, senza carisma.

La storia è quella antica del perdono impossibile: Gassman è un chirurgo di origini ebraiche, che soccorre un morente padre di famiglia durante un incidente in auto. Scopre che è nazista da una svastica tatuata sul petto, e decide di lasciarlo morire. Poi, preso dai sensi di colpa, assume la figlia dell’uomo (Sara Serraiocco) come domestica per una buona paga, ma il fratello di lei, fervente nazista, lo minaccia: “mia sorella non lavora per quelli come te”. Da qui in poi, la trama non decollerà mai.

Un’idea potenzialmente buona, con premesse quantomeno originali per il nulla cosmico in cui viaggia il cinema italiano a schiena dritta, viene appiattita da una regia scialba, per non dire inesistente, una sceneggiatura che sceglie i silenzi al dialogo, perché quando c’è mostra una grave carenza di inventiva, e un intreccio lineare, asciutto. Sarebbe stato bene in esclusiva per la televisione, al cinema è ben più di una semplice occasione sprecata. Accogliere con così tanti entusiasmi un film che perde la bussola dopo i minuti introduttivi è sintomatico dello stato di salute – gravissimo – in cui riversa il cinema italiano.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Addio Sir Sean Connery, addio Mr. Bond

Fabio Iuliano

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Addio a Sean Connery: l’attore scozzese, nato in un sobborgo di Edimburgo, aveva 90 anni. La sua carriera di caratteristica è interprete ha attraversato decenni e i suoi numerosi premi includevano un Oscar, due premi Bafta e tre Golden Globe. La notizia è stata divulgata dalla stampa britannica. L’attore era meglio conosciuto per la sua interpretazione di James Bond, essendo il primo a portare il ruolo sul grande schermo e apparendo in sette dei thriller di spionaggio. Il primo nel 1962.

Connery, nel 2002, divenne “Sir“, nominato direttamente dalla Regina Elisabetta II. Nonostante per tutti sia stato il più grande interprete dell’agente segreto per eccellenza, il premio Oscar come Miglior attore non protagonista lo portò a casa con “The Untouchables“, capolavoro di Brian Di Palma del 1987. Vestiva i panni del poliziotto irlandese Jimmy Malone. Con “Il nome della rosa“, pellicola liberamente ispirata allo srritto di Umberto Eco, vinse invece il premio Bafta. Era Guglielmo Da Baskerville.

Impossibile dimenticare il sodalizio con Harrison Ford nella saga di “Indiana Jones” . Due mostri sacri del cinema a stelle e strisce. Oppure il comandante Ramius in “Caccia a ottobre rosso“, così come Juan Sanchez Villa Lobos Ramírez in “Highlander” con Christopher Lambert.

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Cinema

His House, la perdita d’identità nel nuovo horror Netflix

La recensione del nuovo horror Netflix, un viaggio dall’Africa dilaniata alla Londra periferica, e ritorno.

Alberto Mutignani

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Se esiste ancora un cinema di genere, che non voglia lagnarsi con le speculazioni autoriali di qualche regista dalle manie di grandezza, è giusto osservare che ogni deriva di genere, e ogni declinazione dello stesso genere, sono ormai permeati quasi del tutto da una ricerca smaniosa di critica ai costumi e alla società. Fuori da questa recinzione c’è qualcosa di vagamente distante, e dobbiamo rivolgerci al cinema afroamericano, non come presa di posizione politica, ma perché negli ultimi anni è facile constatare come i pochi risultati interessanti nel cinema dell’orrore siano arrivati da lì.

Il cinema di Jordan Peele, piaccia o meno, ha prodotto finora due risultati da tenere in considerazione, ossia un esordio straordinario (Get Out) e una seconda opera finemente scritta e con picchi umoristici degni di un ispirato Wes Craven, soprattutto quando si cerca di affrontare il tema razziale con ironia e un gusto pop che a volte scivola nel meta-cinematografico.

Un altro figlio di questa nuova corrente è l’esordio alla regia di Remi Weekes, afroamericano che approda su Netflix proprio oggi, con l’horror “His House”. Cadendo a pennello per Halloween, è il film adatto per una serata ‘da brivido’. Ma di cosa parla? Una famiglia del Sudan – Wunmi Mosaku e Sope Dirisu – affronta il viaggio della speranza con un barcone, in Europa, fino a Londra dove troveranno una squallida sistemazione, in attesa del permesso di soggiorno.

Nel viaggio, però, perdono la figlia durante una tempesta in mare, e il trauma di questo abbandono sarà la miccia che farà esplodere lentamente il film, nella sua ora e mezza di durata. Dentro l’abitazione, un incubo che si dipana lentamente come una goccia cinese, fino a far dubitare i due protagonisti della loro stessa sanità mentale. Fuori, l’impossibilità dell’integrazione tra bianchi diffidenti e una comunità nera ormai integrata nel sistema inglese, e in cui è impossibile ritrovare le radici dell’Africa abbandonata – con orrore, ma che rimane pur sempre la vera casa della giovane coppia.

Impossibile aspirare alla pace, che ci si trovi per strada o in casa, di notte o di giorno: questo è il primo elemento di novità, nella pellicola di Remi Weekes. Una tortura che macina angoscia ininterrottamente, che vive dei traumi della guerra lasciata alle spalle, delle tribù sanguinarie che si combattono in Sudan, di un lutto incolmabile e dello spaesamento di due giovani senza patria. Ma ci sono anche le regole ferree da rispettare, pena l’espatrio.

E allora che fare? Accettare il decorso di una casa lugubre che si scompone, che perde pezzi e dietro la tappezzeria fresca mostra gli squarci del muro, come le ferite – sentimentali e fisiche – dei due protagonisti, e affrontare, quando arriverà il momento, il passato che corre verso la loro direzione.

Tra i colori freddi della Londra periferica e quelli caldi, accoglienti della nuova dimora, il film cambia pelle e si rinnova ogni mezz’ora: una prima parte nostalgica, lineare, dove aleggia una volontà quasi documentaristica – raccontare con sincerità il viaggio fisico e burocratico di un migrante; una seconda parte più stimolante, che mette carne al fuoco e alterna qualche cliché noto da “casa infestata” insieme ad alcune trovate sinceramente d’effetto, rendendo giustizia alle atmosfere tetre della prima sezione e racchiudendo tutto in una dinamica intima, famigliare, in cui l’incursione metafisica arriva placida e subdola come nella “Casa di foglie” di Mark Danielewski; una terza parte, infine, in cui l’intreccio si stravolge, la realtà si unisce al ricordo e poi all’immaginazione.

Quando si torna nel presente, dopo una breve epopea nelle menti dei protagonisti, il film prende una piega inaspettata, che da spettatore mi ha sinceramente spiazzato, in negativo. L’andamento lento e riflessivo, quasi un vedo-non vedo senza volontà di spaventare davvero, ma soltanto di raccontare una storia di angoscia e dispersione, lascia il posto a una soluzione pacchiana, noiosa e visivamente discutibile.

E negli istanti finali, la sensazione di un cerchio che si chiude, riportando tutto dov’era iniziato un’ora e mezza prima. Ma i protagonisti sono cresciuti, e l’eredità perduta, quel vuoto incolmabile che prima si riempiva di orrore, si evolve e diventa un lascito prezioso: la propria identità.  

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Cinema

Non è tutto horror ciò che luccica: The death of Dick Long

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

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Articolo di Davide Predosin

Vista l’occasione, ovvero questo speciale di Halloween di The Walk of Fame, avrei voluto soffermarmi su alcuni horror contemporanei che non mi sono affatto piaciuti e che vengono spesso portati in palmo di mano da molti cultori del genere.

Sarei stato tentato di sollevare alcune polemiche su una certa maniera seriosa e furbetta usata ultimamente per cercare di terrorizzare il pubblico, ma forse il problema è mio: sono io a non aver più voglia di spaventarmi gratuitamente come in una specie di circo di turpitudini disturbanti. Se devo infatti assistere a pratiche rituali perverse e pseudo-sataniste voglio che ci sia sufficiente gusto per il grottesco come in Rosemary’s Baby o in Wicker-man del ’73.

Oppure mi piacerebbe che si riprendesse una certa tradizione horror prettamente anni ’80, (Sam Raimi, Carpenter, Joe Dante, Cronemberg) che si riconosceva come cinema di intrattenimento ma non disdegnava, dietro il divertimento, di essere anche specchio critico della società dell’epoca; cosa che mi sembra sia riuscito a fare ultimamente Jordan Peel in Get Out- Scappa e anche in Us o Jennifer Kent in Babadook.

C’è ancora una buona dose di senso dell’umorismo in questi film, cosa che mi sembra mancare in altri blasonati giovani registi di oggi che hanno sicuramente elaborato uno stile registico elegante e personale; hanno un gusto fotografico che cattura esteticamente lo spettatore ma, a mio parere, nascondono in questo modo la pochezza e convenzionalità dei loro soggetti.  D’altronde non penso di essere nemmeno un esperto del genere e può essere che mi sfugga qualcosa, quindi ho deciso di suggerire un film che non è nemmeno un horror ma che, devo dire, a suo modo un po’ di paura la fa. 

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

Per quanto divertente, quantomeno per chi ama grottesco, black humor, ma soprattutto cringe comedy (letteralmente commedia imbarazzante), The death of Dick Long mette in scena una situazione così inimmaginabile e border-line che sfido qualsiasi distributore italiano a rischiare di farne un’edizione italiana. Se mai succedesse, ovviamente, non dovrebbe essere un’edizione  doppiata: si tratta di un film ambientato in Alabama i cui protagonisti sono degli autentici bifolchi rednecks, nati e cresciuti in una provincia dove, per noia, si finisce per fare qualsiasi cosa e dove, soprattutto, si parla come nei libri di Erskine Caldwell.

Nonostante difetti, imperfezioni e sbavature The Death of Dick Long rimane uno dei film indipendenti più spassosi e originali visti quest’anno durante il lockdown

Sarà che  ho sempre più bisogno di sviluppi drammatici plausibili, anche e soprattutto quando scaturiscono da premesse improbabili, e sono sempre più insofferente davanti ai trastulli cinematografici  di autori che non sanno cosa raccontare e, in questo caso, il soggetto e il suo sviluppo sono umanamente e narrativamente molto intriganti.

Il regista del film è Daniel Scheinert, uno dei due Daniels autori di Swiss Army Man, un’altra dark comedy in cui, nonostante elementi macabri, paradossali e, volendo, a tratti,  irresistibilmente triviali, è in grado di raccontare, attraverso una relazione psicotica tra un naufrago e un cadavere, temi come alienazione, disagio e solitudine; cose che andrebbero affrontate nelle scuole e invece sono spesso rappresentate meglio in film minori che difficilmente potrebbero  essere inseriti in programmi di istruzione ministeriali.

Di certo un insegnante non potrebbe far vedere The Death of Dick Long ai propri studenti; benché si tratti di un film piuttosto intelligente,  con ottimi dialoghi e attori in grado di interpretare in maniera convincente l’impaccio, l’imbarazzo, la goffaggine irresponsabile di due amici che, dopo una notte di baldoria, cercano di nascondere qualcosa di difficilmente perdonabile.

Il film si sviluppa in maniera ellittica e per un po’ brancoliamo nel buio assieme a una ufficiale di polizia, degna erede della più celebre investigatrice di Fargo dei fratelli Cohen.

Forse il riferimento più prossimo al film di Daniel Scheinert, se non fosse che qui viene estremizzata l’inadeguatezza e la stupidità di quelli che in Dick Long  più che criminali, sono autentiche incarnazioni della banalità del male della provincia; o, se vogliamo, di patetica, candida e insulsa idiozia.

Nel film, la famiglia e la comunità in genere, è rappresentata come un fragilissimo organismo in cui vicini e  coniugi non sanno quasi nulla l’uno dell’altro; un marito è rimasto un adolescente così irresponsabile e sprovveduto da attraversare tragedia e ridicolo rimanendone quasi indenne, ovvero uscendone comicamente come ne è entrato: un bifolco come tanti a cui possiamo riconoscere al massimo un autentico affetto per la figlia ma che ci fa rabbrividire, e ridere, quando tenta di riavvicinarsi alla moglie; vera vittima, martire ed eroina… se di eroi e martiri nel film si può parlare.

Non posso anticipare nient’altro, e mi dispiace perché muoio dalla voglia di spifferare qualcosa ma rovinerei un’autentica chicca del cinema indipendente americano contemporaneo. Ripeterò solo che dopo una festa due amici  portano un terzo amico gravemente ferito all’ospedale ma, per paura di confessare cosa hanno fatto, lo abbandonano sanguinante e moribondo davanti al pronto soccorso e, ovviamente, questo non vivrà abbastanza per poter raccontare la propria versione dei fatti. 

Un film di serie B, vista la spesa contenuta e le scarse pretese e possibilità di botteghino.

Una piccola, pregevole produzione che sa far funzionare perfettamente il meccanismo cosa succederebbe se ed è in grado di suscitare nello spettatore una buona dose di suspense imbarazzata; paragonabile a livello adrenalinico alla suspense orrorifica; basate entrambe sulla stesso contraddittorio meccanismo psicologico o tacita invocazione: oh mio dio non voglio vedere cosa sta per succedere/devo vedere cosa sta per succedere.

Un thriller per finta, uno scabroso noir con risvolti comici,  che, come Swiss Army man sa far stare in piedi un soggetto sulla carta irrealizzabile ed è in grado di bilanciare con humour una storia tragica a cui non possiamo assistere senza ridere e rabbrividire.

Come diceva Tommaso Landolfi “non si fa letteratura con la letteratura” e così non necessariamente si fa horror con l’horror e the Death of Dick Long è un degno esempio di come si possa ingenerare orrore senza necessariamente ricorrere a entità paranormali o a psicopatici assassini ma limitandosi a visitare una piccola cittadina dell’Alabama dove la gente si diverte come può.

Mi limito quindi a suggerire questo film minore, che ci mette davanti a una circostanza socialmente spaventosa, forse metafora più o meno scoperta di quanta sofferenza possa procurare la perversione del desiderio represso, in una società bigotta, moralista e ipocrita

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