Ringo come Pierrot: la musica colora le nostre vite e la rinascita sarà come negli anni ’50. Ma sono davvero incazzato…

Ci ha colti impreparati. Quando il mondo ti lancia dei messaggi, devi essere bravo a coglierli o altrimenti saranno cazzi. E indovinate un po’ come è andata…“. Voce storica di Virgin Radio, dj tra i più amati dal pubblico italiano – non solo rock – Ringo è personaggio a tutto tondo, capace di conquistarsi una fanbase solida e duratura nel tempo. Non esclusivamente grazie alla profonda conoscenza dell’apparato musicale, ma anche e soprattutto per via della sua personalità, tanto dirompente e scatenata quanto dolce e garbata. Umile e disponibile, appassionato e appassionante, inguaribile sognatore, è indiscutibilmente un punto di riferimento della scena musicale tricolore.

Ma il momento è quello che è e, come giustamente sottolinea, esistono due versioni di sé stesso: quello dietro a un microfono, pronto a riempire le nostre giornate con la migliore musica in circolazione, e quello davanti al microfono che, analogamente a noi tutti, manifesta nel pieno della propria libertà di espressione quelli che sono i suoi pensieri, e le sue considerazioni, circa il dramma che attanaglia l’Italia da due mesi e che minaccia di flagellarla ancora a lungo.

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C’è la reazione, ci sarà, dovrà inevitabilmente esserci. Ringo lo sa, lo ha appena vissuto in prima persona con la scomparsa dell’amato fratello Dino. “The Show Must Go On”, non una semplice canzone, ma un modus vivendi, un imperativo da seguire e applicare. È giusto, però, che si sappia come questa intervista si è resa possibile. Non conosco personalmente Ringo, ci siamo incrociati tra manifestazioni ed eventi ma no, non ho un suo contatto personale. Non sono solito agire per vie traverse e chiedere recapiti privati a contatti in comune e così, un po’ per gioco, un po’ per scommessa, l’ho contattato personalmente per chiedergli la seguente intervista. Tempo di risposta? 3 minuti. Tipo di risposta: “Certo! Di cosa vuoi chiacchierare?”. Umiltà, quanta ne serverebbe di questi giorni…

Abbiamo davvero la percezione di ciò che sta accadendo?

Guarda, nel resto d’Italia non so, ma qui al nord è una guerra. Città come Brescia, Bergamo o Milano, o regioni come il Veneto sono duramente colpiti. Anche perché, turismo, business, aeroporti e infrastrutture varie hanno veicolato tantissima gente. Da noi, però, la sanità è molto più organizzata rispetto al sud. Ho letteralmente pregato questo virus perché non arrivasse nel meridione. C’è una differenza enorme, di numeri e di presidi sanitari. È una realtà che conosco bene. Mia madre è di Taranto e spesso scendo giù per lavoro o amicizia. Ma qui è un disastro, sono stati colpiti tutti, non solo gli anziani.

Credi che l’impatto del Coronavirus sia stato sottovalutato?

Non è colpa di nessuno, questo è il mondo, questa è la vita. È arrivata una pandemia, non credo ai complotti ma alla superficialità dell’essere umano. Ora vedi cosa sta accadendo in America e Regno Unito dove hanno prima scherzato, ci hanno preso in giro e ora lo hanno preso, riportando numeri altissimi. Non mi piace parlare come fossimo al bar, ma c’è il Ringo dj, quello che passa musica e vi intrattiene, e il Ringo persona che dice ciò che pensa. Credo sia normale e opportuno distinguere le due figure. È giusto farlo, e per questo dico che non mi è piaciuto l’atteggiamento avuto dall’Europa nei nostri confronti.

E’ ciò che in molti si chiedono: l’Europa, come progetto politico, è arrivato al capolinea?

Il rischio è che questo Coronavirus gli assesti una botta fortissima. Mi aspettavo di più, non i comportamenti freddi, non le prese in giro, non il fatto di essere chiamati untori. Dammi del sognatore o romantico, se vuoi, ma tutto ciò mi ha ferito. E credo valga lo stesso anche per altri milioni di italiani. Mia sorella vive a Girona (vicino a Barcellona), è tornata in Italia per un lutto e una volta ritornata in Spagna ha subito diversi disagi perché avevano paura che diffondesse il virus. L’hanno trattata come un’untrice, un’appestata. Germania, Francia, tutti hanno avuto un ruolo da presuntuosi e questo mi ha allontanato molto da una visione europeista. Sono diventato più nazionalista, ecco. Ma, precisiamo, solo da un punto di vista di mera appartenenza territoriale. Dalle tragedie e dai guai ne siamo sempre usciti, e lo faremo anche questa volta. E con riguardo all’Europa, beh, spero di potermi ricredere.

In questi giorni, il tuo ruolo, da speaker radiofonico e quindi comunicatore, è estremamente delicato. Chi fa informazione è comunque in prima linea. Come è cambiato il tuo approccio al microfono?

Allora, io ho la fortuna di avere una squadra che lavora da casa, quella di Radio Mediaset – in questo caso con Virgin Radio – ma ci sono solo io in diretta. Arrivo, grazie al permesso come speaker, parcheggio ed entro. Siamo in tre, l’uno molto distante dall’altro e senza assolutamente incrociarci. Finita la trasmissione esco, prendo la macchina, non vedo nessuno. Stesso iter per tornare a casa, dove parcheggio a due metri dal portone. Esco solo per fare la spesa, prendendo le massime precauzioni. Ma si avverte la necessità di lavorare con un peso sulle spalle, non è facile cercare di trasmettere tranquillità quando neanche tu ce l’hai. È dura, non posso certo dire di no.

Che città è Milano in questi giorni?

Direi che mi ricorda le Cinque Giornate di Milano, quando si combatteva contro gli austriaci. È desolante. Non c’è nulla, si sentono le sirene delle ambulanze tutta la notte. È spettrale, sembra una guerra. Se non riparte l’economia di Milano è difficile che riparta l’economia dell’Italia, così come il suo turismo. Sto pregando perché non muoia più nessuno, ma anche per quella che sarà la ripresa finanziaria. La spinta del capoluogo lombardo al nostro Paese è fortissimo e mi fa male vederlo così ferito. In radio ricevo tantissimi messaggi di amicizia, rispetto e bontà che mi riempiono di orgoglio. La solidarietà è fondamentale.

Il discorso non può non spostarsi sulla politica, su chi ci governa! Ti aspettavi di più da chi si trova ai piani alti?

Mi hanno deluso. Non li ho mai visti andare a Bergamo, a Milano, a Padova o all’ospedale da campo fatto dagli alpini che meritava davvero una visita. Non è polemica ma delusione. Ed è grande. Si può prendere una decisione concreta sulle tasse da pagare? Si può capire cosa diavolo sta accadendo? Cosa dobbiamo fare? A loro rivolgo un appello: decidete, spiegate agli italiani cosa devono fare, non si possono ricevere comunicati stampa alle undici di sera. La gente ha bisogno di sicurezza e questa la vedi quando ci sono politici che hanno autorevolezza e serietà. Chiedo scusa per le mie parole, ma sono impaurito. Ho una figlia di vent’anni che mi chiede in continuazione come ne usciremo da tutto ciò e la verità è che non so come risponderle.

Cosa serve per uscirne?

La più grande arma degli italiani è la forza. Se c’è da combattere, combattono. Non ci siamo mai tirati indietro. E’ la nostra peculiarità. Ne usciremo anche stavolta.

C’è chi descrive la ripresa economica successiva a questo periodo simile a quella post seconda guerra mondiale. Se in quel preciso periodo storico la musica fu un elemento essenziale per tenere in piedi la società, quale credi sarà il suo ruolo nei prossimi mesi e anni?

La musica è la nostra salvezza, esattamente come il cibo, l’arte, il sesso o l’amore. Tutto ciò che ci tiene in vita. È una forma d’arte, per me è anche un lavoro e ammetto di essere fortunato. Tutti noi abbiamo una canzone da mettere su ogni qual volta ci rendiamo conto di avere bisogno di piangere. Faccio difficoltà a non piangere quando passo i Joy Division e i Queen, erano i gruppi preferiti di mio fratello che ho perso da poco. La musica deve colorare le nostre vite e, come si dice, “The show must go on”…

Dove trovi la forza per spronare noi che siamo dall’altro lato?

Dopo la sua scomparsa ho ricevuto moltissimi messaggi di incoraggiamento e solidarietà. Ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpito. “Sei un dolcissimo Pierrot”, ha scritto una ragazza. Ha reso perfettamente l’idea. È la metafora migliore per ciò che sto vivendo, con il mio sorriso cucito addosso e una lacrima, invisibile, che scende. Non curante delle mie ferite interne devo andare avanti. È la vita.

Dopo l’oscurità c’è sempre un nuovo sole. Come ti immagini le emozioni per la tua, per la nostra rinascita?

Ci sono analogie col periodo che hai citato, in effetti. La rinascita, l’esplosione del rock’n’roll che ha portato la bella musica, le belle donne, le belle auto, il cinema… e poi la rivoluzione sociale del ’68. Dopo le guerre restano le cicatrici, spesso profonde, ma ci sarà la rinascita. Me la immagino come una grande vallata verde, tipo Woodstock, piena di giovani sotto un palco dove la gente e i musicisti fanno tutto ciò che devono fare per vivere. Ci sarà la gioia, riscopriremo le emozioni e la voglia di stare insieme.

Con quali canzoni identificheresti questo periodo?

Vediamo, “Isolation” dei Joy Divison, molto tetra, cupa, rappresenta l’isolamento che stiamo vivendo. La parte solare l’affido invece a “Have You Ever See The Rain” dei Creedence Clearwater Revival. L’altra sera sono uscito per buttare l’immondizia, pioveva e ho preso alcune gocce in faccia… è stato bellissimo. La pioggia, per me, in quel preciso momento, rappresentava il vivere la vita, il poter uscire di casa. È stata un’emozione fortissima.

Dobbiamo prepararci a un’estate senza musica dal vivo?

Penso che tutti i festival saranno cancellati, ma è anche normale e giusto che tutto si fermi. Bon Jovi, Dave Grohl, ad esempio, stanno facendo tantissimo. Ma anche in Italia, grazie ai tanti concerti in streaming. Personalmente spero di poter realizzare una compilation per raccogliere fondi con i miei amici che mi mandano canzoni gratuite. Qualcuno ha già aderito, come Edoardo Bennato, ma ne attendo altre.

In conclusione, cosa ti fa più male di questi giorni così bui?

Le persone anziane da sole. Mi fa male al cuore, non è giusto che siano così abbandonati. Aiutiamoli, dobbiamo farlo a tutti i costi. Nel nostro piccolo muoviamo il culo e non lasciamoli da soli. Sono la nostra memoria storica. Li stiamo perdendo, l’uno dopo l’altro. È una tragedia enorme. Speriamo che questo dramma passi presto. Ma è tosta dover dare la carica quando potresti non averla per te stesso…

È sera, su Milano. La notte rievoca gli spettri del presente e le memorie del recente passato. I sapori delle immagini, dei suoni, dei colori, sono contrastanti. Poco lucidi, sospesi in bilico tra un passato che sembra già lontano epoche, e un futuro che ogni giorno che passa appare sempre più ricco di speranza. Ci sarà un nuovo boom, di emozioni, di vitalità, di voglia di tornare alla vita che abbiamo tutti vissuto fino a due mesi fa. Non accadrà presto e, forse, nulla sarà più come prima. Ma cala la notte e con essa il silenzio. Si vedono solo lampeggianti, si sentono solo sirene. Un’altra giornata in prima linea, un’altra lunga notte passata a pregare gli Dei del rock’n’roll perché ci diano la forza per sconfiggere il nemico invisibile.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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