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Interviste

Ringo come Pierrot: la musica colora le nostre vite e la rinascita sarà come negli anni ’50. Ma sono davvero incazzato…

Federico Falcone

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Ci ha colti impreparati. Quando il mondo ti lancia dei messaggi, devi essere bravo a coglierli o altrimenti saranno cazzi. E indovinate un po’ come è andata…“. Voce storica di Virgin Radio, dj tra i più amati dal pubblico italiano – non solo rock – Ringo è personaggio a tutto tondo, capace di conquistarsi una fanbase solida e duratura nel tempo. Non esclusivamente grazie alla profonda conoscenza dell’apparato musicale, ma anche e soprattutto per via della sua personalità, tanto dirompente e scatenata quanto dolce e garbata. Umile e disponibile, appassionato e appassionante, inguaribile sognatore, è indiscutibilmente un punto di riferimento della scena musicale tricolore.

Ma il momento è quello che è e, come giustamente sottolinea, esistono due versioni di sé stesso: quello dietro a un microfono, pronto a riempire le nostre giornate con la migliore musica in circolazione, e quello davanti al microfono che, analogamente a noi tutti, manifesta nel pieno della propria libertà di espressione quelli che sono i suoi pensieri, e le sue considerazioni, circa il dramma che attanaglia l’Italia da due mesi e che minaccia di flagellarla ancora a lungo.

C’è la reazione, ci sarà, dovrà inevitabilmente esserci. Ringo lo sa, lo ha appena vissuto in prima persona con la scomparsa dell’amato fratello Dino. “The Show Must Go On”, non una semplice canzone, ma un modus vivendi, un imperativo da seguire e applicare. È giusto, però, che si sappia come questa intervista si è resa possibile. Non conosco personalmente Ringo, ci siamo incrociati tra manifestazioni ed eventi ma no, non ho un suo contatto personale. Non sono solito agire per vie traverse e chiedere recapiti privati a contatti in comune e così, un po’ per gioco, un po’ per scommessa, l’ho contattato personalmente per chiedergli la seguente intervista. Tempo di risposta? 3 minuti. Tipo di risposta: “Certo! Di cosa vuoi chiacchierare?”. Umiltà, quanta ne serverebbe di questi giorni…

Abbiamo davvero la percezione di ciò che sta accadendo?

Guarda, nel resto d’Italia non so, ma qui al nord è una guerra. Città come Brescia, Bergamo o Milano, o regioni come il Veneto sono duramente colpiti. Anche perché, turismo, business, aeroporti e infrastrutture varie hanno veicolato tantissima gente. Da noi, però, la sanità è molto più organizzata rispetto al sud. Ho letteralmente pregato questo virus perché non arrivasse nel meridione. C’è una differenza enorme, di numeri e di presidi sanitari. È una realtà che conosco bene. Mia madre è di Taranto e spesso scendo giù per lavoro o amicizia. Ma qui è un disastro, sono stati colpiti tutti, non solo gli anziani.

Credi che l’impatto del Coronavirus sia stato sottovalutato?

Non è colpa di nessuno, questo è il mondo, questa è la vita. È arrivata una pandemia, non credo ai complotti ma alla superficialità dell’essere umano. Ora vedi cosa sta accadendo in America e Regno Unito dove hanno prima scherzato, ci hanno preso in giro e ora lo hanno preso, riportando numeri altissimi. Non mi piace parlare come fossimo al bar, ma c’è il Ringo dj, quello che passa musica e vi intrattiene, e il Ringo persona che dice ciò che pensa. Credo sia normale e opportuno distinguere le due figure. È giusto farlo, e per questo dico che non mi è piaciuto l’atteggiamento avuto dall’Europa nei nostri confronti.

E’ ciò che in molti si chiedono: l’Europa, come progetto politico, è arrivato al capolinea?

Il rischio è che questo Coronavirus gli assesti una botta fortissima. Mi aspettavo di più, non i comportamenti freddi, non le prese in giro, non il fatto di essere chiamati untori. Dammi del sognatore o romantico, se vuoi, ma tutto ciò mi ha ferito. E credo valga lo stesso anche per altri milioni di italiani. Mia sorella vive a Girona (vicino a Barcellona), è tornata in Italia per un lutto e una volta ritornata in Spagna ha subito diversi disagi perché avevano paura che diffondesse il virus. L’hanno trattata come un’untrice, un’appestata. Germania, Francia, tutti hanno avuto un ruolo da presuntuosi e questo mi ha allontanato molto da una visione europeista. Sono diventato più nazionalista, ecco. Ma, precisiamo, solo da un punto di vista di mera appartenenza territoriale. Dalle tragedie e dai guai ne siamo sempre usciti, e lo faremo anche questa volta. E con riguardo all’Europa, beh, spero di potermi ricredere.

In questi giorni, il tuo ruolo, da speaker radiofonico e quindi comunicatore, è estremamente delicato. Chi fa informazione è comunque in prima linea. Come è cambiato il tuo approccio al microfono?

Allora, io ho la fortuna di avere una squadra che lavora da casa, quella di Radio Mediaset – in questo caso con Virgin Radio – ma ci sono solo io in diretta. Arrivo, grazie al permesso come speaker, parcheggio ed entro. Siamo in tre, l’uno molto distante dall’altro e senza assolutamente incrociarci. Finita la trasmissione esco, prendo la macchina, non vedo nessuno. Stesso iter per tornare a casa, dove parcheggio a due metri dal portone. Esco solo per fare la spesa, prendendo le massime precauzioni. Ma si avverte la necessità di lavorare con un peso sulle spalle, non è facile cercare di trasmettere tranquillità quando neanche tu ce l’hai. È dura, non posso certo dire di no.

Che città è Milano in questi giorni?

Direi che mi ricorda le Cinque Giornate di Milano, quando si combatteva contro gli austriaci. È desolante. Non c’è nulla, si sentono le sirene delle ambulanze tutta la notte. È spettrale, sembra una guerra. Se non riparte l’economia di Milano è difficile che riparta l’economia dell’Italia, così come il suo turismo. Sto pregando perché non muoia più nessuno, ma anche per quella che sarà la ripresa finanziaria. La spinta del capoluogo lombardo al nostro Paese è fortissimo e mi fa male vederlo così ferito. In radio ricevo tantissimi messaggi di amicizia, rispetto e bontà che mi riempiono di orgoglio. La solidarietà è fondamentale.

Il discorso non può non spostarsi sulla politica, su chi ci governa! Ti aspettavi di più da chi si trova ai piani alti?

Mi hanno deluso. Non li ho mai visti andare a Bergamo, a Milano, a Padova o all’ospedale da campo fatto dagli alpini che meritava davvero una visita. Non è polemica ma delusione. Ed è grande. Si può prendere una decisione concreta sulle tasse da pagare? Si può capire cosa diavolo sta accadendo? Cosa dobbiamo fare? A loro rivolgo un appello: decidete, spiegate agli italiani cosa devono fare, non si possono ricevere comunicati stampa alle undici di sera. La gente ha bisogno di sicurezza e questa la vedi quando ci sono politici che hanno autorevolezza e serietà. Chiedo scusa per le mie parole, ma sono impaurito. Ho una figlia di vent’anni che mi chiede in continuazione come ne usciremo da tutto ciò e la verità è che non so come risponderle.

Cosa serve per uscirne?

La più grande arma degli italiani è la forza. Se c’è da combattere, combattono. Non ci siamo mai tirati indietro. E’ la nostra peculiarità. Ne usciremo anche stavolta.

C’è chi descrive la ripresa economica successiva a questo periodo simile a quella post seconda guerra mondiale. Se in quel preciso periodo storico la musica fu un elemento essenziale per tenere in piedi la società, quale credi sarà il suo ruolo nei prossimi mesi e anni?

La musica è la nostra salvezza, esattamente come il cibo, l’arte, il sesso o l’amore. Tutto ciò che ci tiene in vita. È una forma d’arte, per me è anche un lavoro e ammetto di essere fortunato. Tutti noi abbiamo una canzone da mettere su ogni qual volta ci rendiamo conto di avere bisogno di piangere. Faccio difficoltà a non piangere quando passo i Joy Division e i Queen, erano i gruppi preferiti di mio fratello che ho perso da poco. La musica deve colorare le nostre vite e, come si dice, “The show must go on”…

Dove trovi la forza per spronare noi che siamo dall’altro lato?

Dopo la sua scomparsa ho ricevuto moltissimi messaggi di incoraggiamento e solidarietà. Ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpito. “Sei un dolcissimo Pierrot”, ha scritto una ragazza. Ha reso perfettamente l’idea. È la metafora migliore per ciò che sto vivendo, con il mio sorriso cucito addosso e una lacrima, invisibile, che scende. Non curante delle mie ferite interne devo andare avanti. È la vita.

Dopo l’oscurità c’è sempre un nuovo sole. Come ti immagini le emozioni per la tua, per la nostra rinascita?

Ci sono analogie col periodo che hai citato, in effetti. La rinascita, l’esplosione del rock’n’roll che ha portato la bella musica, le belle donne, le belle auto, il cinema… e poi la rivoluzione sociale del ’68. Dopo le guerre restano le cicatrici, spesso profonde, ma ci sarà la rinascita. Me la immagino come una grande vallata verde, tipo Woodstock, piena di giovani sotto un palco dove la gente e i musicisti fanno tutto ciò che devono fare per vivere. Ci sarà la gioia, riscopriremo le emozioni e la voglia di stare insieme.

Con quali canzoni identificheresti questo periodo?

Vediamo, “Isolation” dei Joy Divison, molto tetra, cupa, rappresenta l’isolamento che stiamo vivendo. La parte solare l’affido invece a “Have You Ever See The Rain” dei Creedence Clearwater Revival. L’altra sera sono uscito per buttare l’immondizia, pioveva e ho preso alcune gocce in faccia… è stato bellissimo. La pioggia, per me, in quel preciso momento, rappresentava il vivere la vita, il poter uscire di casa. È stata un’emozione fortissima.

Dobbiamo prepararci a un’estate senza musica dal vivo?

Penso che tutti i festival saranno cancellati, ma è anche normale e giusto che tutto si fermi. Bon Jovi, Dave Grohl, ad esempio, stanno facendo tantissimo. Ma anche in Italia, grazie ai tanti concerti in streaming. Personalmente spero di poter realizzare una compilation per raccogliere fondi con i miei amici che mi mandano canzoni gratuite. Qualcuno ha già aderito, come Edoardo Bennato, ma ne attendo altre.

In conclusione, cosa ti fa più male di questi giorni così bui?

Le persone anziane da sole. Mi fa male al cuore, non è giusto che siano così abbandonati. Aiutiamoli, dobbiamo farlo a tutti i costi. Nel nostro piccolo muoviamo il culo e non lasciamoli da soli. Sono la nostra memoria storica. Li stiamo perdendo, l’uno dopo l’altro. È una tragedia enorme. Speriamo che questo dramma passi presto. Ma è tosta dover dare la carica quando potresti non averla per te stesso…

È sera, su Milano. La notte rievoca gli spettri del presente e le memorie del recente passato. I sapori delle immagini, dei suoni, dei colori, sono contrastanti. Poco lucidi, sospesi in bilico tra un passato che sembra già lontano epoche, e un futuro che ogni giorno che passa appare sempre più ricco di speranza. Ci sarà un nuovo boom, di emozioni, di vitalità, di voglia di tornare alla vita che abbiamo tutti vissuto fino a due mesi fa. Non accadrà presto e, forse, nulla sarà più come prima. Ma cala la notte e con essa il silenzio. Si vedono solo lampeggianti, si sentono solo sirene. Un’altra giornata in prima linea, un’altra lunga notte passata a pregare gli Dei del rock’n’roll perché ci diano la forza per sconfiggere il nemico invisibile.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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