Management: “In Sumo raccontiamo cosa siamo diventati. Sanremo? Speriamo di non averne mai bisogno”

Sono arrivati a Napoli, la culla della musica italiana, per realizzare il loro ultimo album Sumo. All’interno dell’Auditorium Novecento – ex Phonotype – studio storico del centro di Napoli, che negli anni ’60 respirava la stessa ambizione dell’Abbey Road di Londra, il Management – band composta da Luca Romagnoli e Marco Di Nardo ( in passato conosciuti come il Management del Dolore Post – Operatorio) – ha dato alla luce il quinto album frutto di una maturità e di una presa di coscienza che può essere raggiunta solo dopo anni di live e di esperienza.

Il 7 febbraio scorso ha preso il via il tour di presentazione del disco (qui tutte le date) ma prima della partenza la band ha rilasciato la versione cover di Un giorno dopo l’altro di Luigi Tenco, un omaggio sincero a un brano speciale realizzato insieme a Nicola Ceroli, ex batterista della band che sarà ospite fisso del tour.

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Sumo è il vostro ultimo album, da dove nasce questo titolo?
In verità Sumo è anche la title track dell’album. Nel ritornello c’è la figura del lottatore di sumo che rappresenta il tempo, quello pesante che ci viene incontro e contro cui dobbiamo combattere tutti i giorni. Questo è un disco intimo e malinconico, pieno di passato, di ricordi e di assenze. Dato che è il tempo a creare i ricordi abbiamo pensato che fosse la figura che potesse rappresentare al meglio tutto l’album e tutti gli altri brani, perchè contiene un concetto che racchiude anche tutto il resto del disco.

Come viene alla luce questo nuovo album?
Ci siamo fermati con l’ultimo concerto due anni fa e da lì abbiamo deciso di ragionare bene prima di scrivere un altro album. Dal 2012, nostro debutto, abbiamo sfornato dischi e tour in continuazione, senza arrestarci mai. Questa volta volevamo fermarci a ragionare e riflettere, guardarci dentro. Così abbiamo anche capito che siamo cambiati e ci siamo ritrovati a scrivere canzoni diverse, più intime, malinconiche e nostalgiche. Ci siamo resi conto che avevamo nelle mani un disco particolare. Da lì anche la scelta di accorciare il nome. Dopo vari passaggi, quella parte di nome che rappresentava tutte quelle schizzonfrenie, il nostro lato pazzo, quello che i fan si aspettavano a tutti costi e che davano per scontato accadesse nei concerti, è pian piano scemata. Volevamo parlare attraverso le canzoni e non attraverso gesti eclatanti che, come abbiamo avuto modo di vedere nell’ultimo Sanremo, vanno fin troppo di moda soprattutto per far parlare i social. Noi siamo anti moda, a volte l’abbiamo preceduta, a volte inventata, ma, diventata di pubblico dominio, ci siamo sempre tirati fuori, non ci piacciono le chiacchiere, bisogna parlare di arte.

Siete riusciti a far raccontare voi stessi?
Crediamo di sì! La sicurezza ce l’abbiamo perchè tutti i fan, anche quelli vecchi, hanno apprezzato molto. Di solito dischi simili, che contengono al loro interno dei cambiamenti così radicali, sono difficilmente approvati al primo impatto. Nell’album ci sono pensieri sinceri, c’è un vissuto autobiografico, che fa talmente male a noi che lo cantiamo che sarebbe impossibile non crederci o pensare che sia frutto delle convenzioni o dell’idea di dover scrivere per forza canzoni tristi o malinconiche perchè “va di moda”. E’ un disco anche pericoloso, dove ci spogliamo molto a livello emotivo, forse troppo. Quando ricordi ed emozioni vengono raccontati in maniera sincera e viscerale, come facciamo, nessuno può avere il coraggio di non credere o di pensare che sia tutta un’invenzione.

Un vostro singolo, all’interno di Sumo, si chiama Sessossesso, una canzone collettiva che avete scritto insieme ai fan sui social. Come l’avete realizzata?
Stavamo lavorando con delle ragazze che ci spingevano ad usare maggiormente i social, soprattutto per lavoro, perchè non abbiamo un bel rapporto con i social e tutto quello che li riguarda. Dato però che ci piace fare musica e scrivere canzoni, ci siamo detti “perchè non scriverne una insieme ai fan?” E così abbiamo iniziato, tramite sondaggi, a carpire le diverse potenziali tematiche. Si è votato democraticamente e vi erano temi anche abbastanza seri che abbiamo preferito scartare, essendo anche la nostra prima volta. Alla fine abbiamo scelto come argomento “il sesso”, che è stato affrontato scherzosamente, finchè ognuno ha iniziato a mandarci delle proprie idee, delle frasi, si è creata quasi una supermega analisi collettiva tanto che molti ci hanno raccontato storie private grazie alle quali abbiamo avuto anche un assaggio della sessualità contemporanea dei giovani di oggi.

Come avete vissuto l’esperienza della registrazione di Sumo all’Auditorium Novecento di Napoli?
E’ stato bello. Ci hanno raccontato di tutta la gente che è passata di lì solo dopo una settimana (ridono ndr). Presa confidenza, abbiamo scoperto le storie di quello studio, dove era passato Totò, Murolo, De Filippo. Ci siamo emozionati molto e abbiamo riniziato da capo. Sapere che in quel momento stai registrando e lavorando in un posto dove ci sono stati dei mostri dell’arte e della musica ha cambiato il nostro modo di lavorare. Con tutta un’altra emotività abbiamo ricominciato dall’inizio ed è stato veramente bello perchè è come se ti fosse arrivato il testimone da un’altra era che dovevamo custodire. E tutto questo ha influito molto anche sulle scelte del disco.

Dal vostro esordio, in che modo siete cresciuti in questi anni?
Luca: A parte essere più vecchi, io e Marco usiamo sempre lo stesso metodo per scrivere canzoni e comporre musica. Marco è concentrato sulla musica, sulle produzioni, sui suoni e sugli arrangiamenti. Sul testo e sul cantato lavoro io. Alla fine ci scambiamo consigli, opinioni e idee. Di base, però, nel processo creativo iniziale, ognuno fa la sua parte per conto proprio e questa è una modalità inconsueta ma abbiamo fatto sempre così. Siamo però cresciuti nel modo di affrontare le tematiche delle canzoni, abbiamo maggiori consapevolezze personali.

Cosa vi aspettate da questo tour che ha preso il via lo scorso 7 febbraio?
Più che aspettative abbiamo delle speranze. Speriamo che il concerto piaccia e ci auguriamo di suonare bene. Sulle canzoni abbiamo più certezze. Sappiamo che sono piaciute. Nel live porteremo anche tutti i dischi vecchi che abbiamo provato ad amalgamare a quelli nuovi. Suoneremo alcune canzoni in maniera diversa, portiamo sul palco la nostra storia, un concerto dovrebbe essere un racconto di una vita. Viviamo in un’epoca in cui conta quello che fai al di fuori della musica. Noi da sempre facciamo il contrario. Sul palco si suona, si canta, si chiacchiera un pò, ma puntiamo sulla bellezza e l’importanza delle canzoni e basta.

Come si fa ad emergere nel mondo della musica se si proviene dalla provincia o da regioni che sono in grado di offrire poco e nulla agli artisti esordienti?
Tante cose ancora non le abbiamo capite, saremmo ricchi se ne avessimo comprese almento la metà (ridono ndr). Il mondo è pieno di imitazioni, e le imitazioni annoiano, fanno venire sonno. Il pubblico non è stupido. Tutti i progetti che hanno avuto un discreto successo, hanno tutti la loro particolarità. Le copie durano poco, quindi crediamo che se un’artista trova il modo di raccontare se stesso in maniera sincera, autentica e unica, ha la possibilità di suscitare interesse in qualcuno. Molti iniziano il loro percorso copiando altri artisti, ma è il meccanismo più sbagliato.

Salireste mai sul palco dell’Ariston?
Speriamo di non avere bisogno mai di quel palco. La vera essenza di Sanremo ormai si è persa, ruota tutto intorno all’audience. Si parla pochissimo delle canzoni. Non ci piace che la musica sia sormontata da tutto il resto.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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