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Interviste

Management: “In Sumo raccontiamo cosa siamo diventati. Sanremo? Speriamo di non averne mai bisogno”

A tu per tu con il Management, band hard – pop italiana in tour per presentare il quinto album “Sumo”

Antonella Valente

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Sono arrivati a Napoli, la culla della musica italiana, per realizzare il loro ultimo album Sumo. All’interno dell’Auditorium Novecento – ex Phonotype – studio storico del centro di Napoli, che negli anni ’60 respirava la stessa ambizione dell’Abbey Road di Londra, il Management – band composta da Luca Romagnoli e Marco Di Nardo ( in passato conosciuti come il Management del Dolore Post – Operatorio) – ha dato alla luce il quinto album frutto di una maturità e di una presa di coscienza che può essere raggiunta solo dopo anni di live e di esperienza.

Il 7 febbraio scorso ha preso il via il tour di presentazione del disco (qui tutte le date) ma prima della partenza la band ha rilasciato la versione cover di Un giorno dopo l’altro di Luigi Tenco, un omaggio sincero a un brano speciale realizzato insieme a Nicola Ceroli, ex batterista della band che sarà ospite fisso del tour.

Sumo è il vostro ultimo album, da dove nasce questo titolo?
In verità Sumo è anche la title track dell’album. Nel ritornello c’è la figura del lottatore di sumo che rappresenta il tempo, quello pesante che ci viene incontro e contro cui dobbiamo combattere tutti i giorni. Questo è un disco intimo e malinconico, pieno di passato, di ricordi e di assenze. Dato che è il tempo a creare i ricordi abbiamo pensato che fosse la figura che potesse rappresentare al meglio tutto l’album e tutti gli altri brani, perchè contiene un concetto che racchiude anche tutto il resto del disco.

Come viene alla luce questo nuovo album?
Ci siamo fermati con l’ultimo concerto due anni fa e da lì abbiamo deciso di ragionare bene prima di scrivere un altro album. Dal 2012, nostro debutto, abbiamo sfornato dischi e tour in continuazione, senza arrestarci mai. Questa volta volevamo fermarci a ragionare e riflettere, guardarci dentro. Così abbiamo anche capito che siamo cambiati e ci siamo ritrovati a scrivere canzoni diverse, più intime, malinconiche e nostalgiche. Ci siamo resi conto che avevamo nelle mani un disco particolare. Da lì anche la scelta di accorciare il nome. Dopo vari passaggi, quella parte di nome che rappresentava tutte quelle schizzonfrenie, il nostro lato pazzo, quello che i fan si aspettavano a tutti costi e che davano per scontato accadesse nei concerti, è pian piano scemata. Volevamo parlare attraverso le canzoni e non attraverso gesti eclatanti che, come abbiamo avuto modo di vedere nell’ultimo Sanremo, vanno fin troppo di moda soprattutto per far parlare i social. Noi siamo anti moda, a volte l’abbiamo preceduta, a volte inventata, ma, diventata di pubblico dominio, ci siamo sempre tirati fuori, non ci piacciono le chiacchiere, bisogna parlare di arte.

Siete riusciti a far raccontare voi stessi?
Crediamo di sì! La sicurezza ce l’abbiamo perchè tutti i fan, anche quelli vecchi, hanno apprezzato molto. Di solito dischi simili, che contengono al loro interno dei cambiamenti così radicali, sono difficilmente approvati al primo impatto. Nell’album ci sono pensieri sinceri, c’è un vissuto autobiografico, che fa talmente male a noi che lo cantiamo che sarebbe impossibile non crederci o pensare che sia frutto delle convenzioni o dell’idea di dover scrivere per forza canzoni tristi o malinconiche perchè “va di moda”. E’ un disco anche pericoloso, dove ci spogliamo molto a livello emotivo, forse troppo. Quando ricordi ed emozioni vengono raccontati in maniera sincera e viscerale, come facciamo, nessuno può avere il coraggio di non credere o di pensare che sia tutta un’invenzione.

Un vostro singolo, all’interno di Sumo, si chiama Sessossesso, una canzone collettiva che avete scritto insieme ai fan sui social. Come l’avete realizzata?
Stavamo lavorando con delle ragazze che ci spingevano ad usare maggiormente i social, soprattutto per lavoro, perchè non abbiamo un bel rapporto con i social e tutto quello che li riguarda. Dato però che ci piace fare musica e scrivere canzoni, ci siamo detti “perchè non scriverne una insieme ai fan?” E così abbiamo iniziato, tramite sondaggi, a carpire le diverse potenziali tematiche. Si è votato democraticamente e vi erano temi anche abbastanza seri che abbiamo preferito scartare, essendo anche la nostra prima volta. Alla fine abbiamo scelto come argomento “il sesso”, che è stato affrontato scherzosamente, finchè ognuno ha iniziato a mandarci delle proprie idee, delle frasi, si è creata quasi una supermega analisi collettiva tanto che molti ci hanno raccontato storie private grazie alle quali abbiamo avuto anche un assaggio della sessualità contemporanea dei giovani di oggi.

Come avete vissuto l’esperienza della registrazione di Sumo all’Auditorium Novecento di Napoli?
E’ stato bello. Ci hanno raccontato di tutta la gente che è passata di lì solo dopo una settimana (ridono ndr). Presa confidenza, abbiamo scoperto le storie di quello studio, dove era passato Totò, Murolo, De Filippo. Ci siamo emozionati molto e abbiamo riniziato da capo. Sapere che in quel momento stai registrando e lavorando in un posto dove ci sono stati dei mostri dell’arte e della musica ha cambiato il nostro modo di lavorare. Con tutta un’altra emotività abbiamo ricominciato dall’inizio ed è stato veramente bello perchè è come se ti fosse arrivato il testimone da un’altra era che dovevamo custodire. E tutto questo ha influito molto anche sulle scelte del disco.

Dal vostro esordio, in che modo siete cresciuti in questi anni?
Luca: A parte essere più vecchi, io e Marco usiamo sempre lo stesso metodo per scrivere canzoni e comporre musica. Marco è concentrato sulla musica, sulle produzioni, sui suoni e sugli arrangiamenti. Sul testo e sul cantato lavoro io. Alla fine ci scambiamo consigli, opinioni e idee. Di base, però, nel processo creativo iniziale, ognuno fa la sua parte per conto proprio e questa è una modalità inconsueta ma abbiamo fatto sempre così. Siamo però cresciuti nel modo di affrontare le tematiche delle canzoni, abbiamo maggiori consapevolezze personali.

Cosa vi aspettate da questo tour che ha preso il via lo scorso 7 febbraio?
Più che aspettative abbiamo delle speranze. Speriamo che il concerto piaccia e ci auguriamo di suonare bene. Sulle canzoni abbiamo più certezze. Sappiamo che sono piaciute. Nel live porteremo anche tutti i dischi vecchi che abbiamo provato ad amalgamare a quelli nuovi. Suoneremo alcune canzoni in maniera diversa, portiamo sul palco la nostra storia, un concerto dovrebbe essere un racconto di una vita. Viviamo in un’epoca in cui conta quello che fai al di fuori della musica. Noi da sempre facciamo il contrario. Sul palco si suona, si canta, si chiacchiera un pò, ma puntiamo sulla bellezza e l’importanza delle canzoni e basta.

Come si fa ad emergere nel mondo della musica se si proviene dalla provincia o da regioni che sono in grado di offrire poco e nulla agli artisti esordienti?
Tante cose ancora non le abbiamo capite, saremmo ricchi se ne avessimo comprese almento la metà (ridono ndr). Il mondo è pieno di imitazioni, e le imitazioni annoiano, fanno venire sonno. Il pubblico non è stupido. Tutti i progetti che hanno avuto un discreto successo, hanno tutti la loro particolarità. Le copie durano poco, quindi crediamo che se un’artista trova il modo di raccontare se stesso in maniera sincera, autentica e unica, ha la possibilità di suscitare interesse in qualcuno. Molti iniziano il loro percorso copiando altri artisti, ma è il meccanismo più sbagliato.

Salireste mai sul palco dell’Ariston?
Speriamo di non avere bisogno mai di quel palco. La vera essenza di Sanremo ormai si è persa, ruota tutto intorno all’audience. Si parla pochissimo delle canzoni. Non ci piace che la musica sia sormontata da tutto il resto.

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Ringo come Pierrot: la musica colora le nostre vite e la rinascita sarà come negli anni ’50. Ma sono davvero incazzato…

Federico Falcone

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Ci ha colti impreparati. Quando il mondo ti lancia dei messaggi, devi essere bravo a coglierli o altrimenti saranno cazzi. E indovinate un po’ come è andata…“. Voce storica di Virgin Radio, dj tra i più amati dal pubblico italiano – non solo rock – Ringo è un personaggio a tutto tondo, capace di conquistarsi una fanbase solida e duratura nel tempo. Non esclusivamente grazie alla profonda conoscenza dell’apparato musicale, ma anche e soprattutto per via della sua personalità, tanto dirompente e scatenata quanto dolce e garbata. Umile e disponibile, appassionato e appassionante, inguaribile sognatore, Ringo è un punto di riferimento della scena musicale tricolore.

Ma il momento è quello che è e, come giustamente tiene a sottolineare, esistono due versioni di sé stesso: quello dietro a un microfono, pronto a riempire le nostre giornate con la migliore musica in circolazione, e quello davanti al microfono che, analogamente a noi tutti, esprime nel pieno della propria libertà di espressione quelli che sono i suoi pensieri, e le sue considerazioni, circa il dramma che attanaglia l’Italia da due mesi e che minaccia di possederla ancora a lungo.

C’è la reazione, ci sarà, dovrà inevitabilmente esserci. Ringo lo sa, lo ha appena vissuto, in prima persona, con la scomparsa dell’amato fratello Dino. “The Show Must Go On”, non una semplice canzone, ma un modus vivendi, un imperativo da seguire e applicare. È giusto, però, che si sappia come questa intervista è avvenuta. Non conosco personalmente Ringo, ci siamo incrociati tra manifestazioni ed eventi ma no, non ho un suo contatto personale. Non sono solito agire per vie traverse e chiedere recapiti privati a contatti in comune e così, un po’ per gioco, un po’ per scommessa, l’ho contattato privatamente per chiedergli la seguente intervista. Tempo di risposta? 3 minuti. Tipo di risposta: “Certo! Di cosa vuoi chiacchierare?”. Umiltà, quanta ne serverebbe di questi giorni…

Abbiamo davvero la percezione di ciò che sta accadendo?

Guarda, nel resto d’Italia non so, ma qui al nord è una guerra. Brescia, Bergamo, Milano, il Veneto sono stati duramente colpiti. Anche perché, turismo, business, aeroporti e infrastrutture varie hanno veicolato tantissima gente. Da noi, però, la sanità è molto più organizzata rispetto al sud dove ho letteralmente pregato che non arrivasse. C’è una differenza enorme, di numeri e presidi sanitari. È una realtà che conosco bene. Mia madre è di Taranto e spesso scendo giù per lavoro o amicizia. Ma qui è un disastro, sono stati colpiti tutti, non solo anziani.

Credi che l’impatto di questo virus sia stato sottovalutato?

Non è colpa di nessuno, questo è il mondo, è la vita. È arrivata una pandemia, non credo ai complotti ma alla superficialità dell’essere umano. Ora vedi cosa sta accadendo in America e Regno Unito dove hanno prima scherzato, ci hanno preso in giro e ora lo hanno preso, riportando numeri altissimi. Non mi piace parlare come fossimo al bar, ma c’è il Ringo dj, quello che passa musica e vi intrattiene, e il Ringo persona che dice ciò che pensa. Credo sia normale e opportuno distinguere le due figure. È giusto farlo, e per questo dico che non mi è piaciuto l’atteggiamento avuto dall’Europa nei nostri confronti.

E’ ciò che in molti si chiedono: l’Europa, come progetto politico, è arrivato al capolinea?

Il rischio è che questo Coronavirus assesti una botta fortissima al progetto Europa. Mi aspettavo di più, non i comportamenti freddi, non le prese in giro, non il fatto di essere chiamati untori. Dammi del sognatore o romantico, se vuoi, ma tutto ciò mi ha ferito. E credo abbia ferito anche milioni di italiani. Mia sorella vive a Girona (vicino a Barcellona), è tornata in Italia per un lutto e una volta ritornata in Spagna ha avuto problemi perché avevano paura che diffondesse il virus. L’hanno trattata come un’untrice, un’appestata. Germania, Francia, tutti hanno avuto un ruolo da presuntuosi e questo mi ha fatto allontanare molto da una visione europeista. Sono diventato più nazionalista, ecco. Ma, non confondiamo e precisiamo, solo da un punto di vista di mera appartenenza territoriale. Dalle tragedie e dai guai ne siamo sempre usciti, e lo faremo anche questa volta. E con riguardo all’Europa, beh, spero pero di potermi ricredere.

In questi giorni, il tuo ruolo, da speaker radiofonico e quindi comunicatore, è estremamente delicato. Chi fa informazione è comunque in prima linea. Come è cambiato il tuo approccio al microfono?

Allora, io ho la fortuna di avere una squadra che lavora da casa, quella di Radio Mediaset – in questo caso io con Virgin Radio – ma ci sono solo io in diretta. Arrivo, grazie al permesso come speaker, parcheggio ed entro. Siamo in tre, l’uno molto distante dall’altro e senza assolutamente incrociarci. Finita la trasmissione esco, prendo la macchina, non vedo nessuno. Stesso iter per tornare a casa, dove parcheggio a due metri dal portone. Esco solo per fare la spesa, prendendo le massime precauzioni. Ma si avverte la necessità di lavorare con un peso sulle spalle, non è facile cercare di trasmettere tranquillità quando neanche tu ce l’hai. È dura, non posso certo dire di no.

Che città è Milano in questi giorni?

Direi che mi ricorda le Cinque Giornate di Milano, quando si combatteva contro gli austriaci. È desolante. Non c’è nulla, si sentono le sirene delle ambulanze tutta la notte. È spettrale, sembra una guerra. Se non riparte l’economia di Milano è difficile che riparta l’economia dell’Italia. Se non usciamo da tutto questo non riparte il turismo, quindi gran parte dell’Italia. Sto pregando perché non muoia più nessuno, ma anche per quella che sarà la ripresa economica. La spinta di Milano all’Italia è fortissima e mi fa male vederla così ferita. In radio ricevo tantissimi messaggi di amicizia, rispetto e bontà che mi riempiono di orgoglio. La solidarietà è fondamentale.

Il discorso non può non spostarsi sulla politica, su chi ci governa? Ti aspettavi di più da chi si trova ai piani alti?

Mi hanno deluso. Non li ho mai visti andare a Bergamo, a Milano, a Padova o all’ospedale da campo fatto dagli alpini che meritava davvero una visita. Non è polemica ma delusione. Ed è grande. Si può prendere una decisione concreta sulle tasse da pagare? Si può capire cosa diavolo sta accadendo? Cosa dobbiamo fare? A loro rivolgo un appello: decidete, spiegate agli italiani cosa devono fare, non si possono ricevere comunicati stampa alle undici di sera. La gente ha bisogno di sicurezza e questa la vedi quando ci sono politici che hanno autorevolezza e serietà. Chiedo scusa per le mie parole, ma sono impaurito. Ho una figlia di vent’anni che mi chiede in continuazione come ne usciremo da tutto ciò e la verità è che non so come risponderle.

Cosa serve per uscirne?

La più grande arma degli italiani è la forza. Se c’è da combattere, combattono. Non ci siamo mai tirati indietro. E’ la nostra peculiarità. Ne usciremo anche stavolta.

C’è chi descrive la ripresa economica successiva a questo periodo simile a quella post seconda guerra mondiale. Se in quel preciso periodo storico la musica fu un elemento essenziale per tenere in piedi la società, quale credi sarà il suo ruolo nei prossimi mesi e anni?

La musica è la nostra salvezza, esattamente come il cibo, l’arte, il sesso o l’amore. Tutto ciò che ci tiene in vita. È una forma d’arte, per me è anche un lavoro e ammetto di essere fortunato. Tutti noi abbiamo una canzone da mettere su ogni qual volta ci rendiamo conto di avere bisogno di piangere. Faccio difficoltà a non piangere quando passo i Joy Division e i Queen, erano i gruppi preferiti di mio fratello che ho perso da poco. La musica deve colorare le nostre vite e, come si dice, “The show must go on”…

Dove trovi la forza per spronare noi, che siamo dall’altro lato, ad averne?

Dopo la sua scomparsa ho ricevuto moltissimi messaggi di incoraggiamento e solidarietà. Ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpito. “Sei un dolcissimo Pierrot”, ha scritto una ragazza. Ha reso perfettamente l’idea. È la metafora migliore per ciò che sto vivendo, con il mio sorriso cucito addosso e una lacrima,invisibile, che scende. Non curante delle mie ferite interne devo andare avanti. È la vita.

Dopo l’oscurità c’è sempre un nuovo sole. Come ti immagini le emozioni per la tua, per la nostra rinascita?

Ci sono analogie col periodo che hai citato, in effetti. La rinascita, l’esplosione del rock’n’roll che ha portato la bella musica, le belle donne, le belle auto, il cinema… e poi la rivoluzione sociale del ’68. Dopo le guerre restano le cicatrici, spesso profonde, ma ci sarà la rinascita. Me la immagino come una grande vallata verde, tipo Woodstock, piena di giovani sotto un palco dove la gente e i musicisti fanno tutto ciò che devo fare per vivere. Ci sarà la gioia, riscopriremo le emozioni e la voglia di stare insieme.

Con quali canzoni identificheresti questo periodo?

Vediamo, “Isolation” dei Joy Divison, molto tetra, cupa, rappresenta l’isolamento che stiamo vivendo. La parte solare l’affido invece a “Have You Ever See The Rain” dei Creedence Clearwater Revival. L’altra sera sono uscito buttare l’immondizia, pioveva e ho preso alcune gocce in faccia… è stato bellissimo. La pioggia in quel momento per me rappresenta il vivere la vita, il poter uscire di casa. È stata un’emozione fortissima.

Dobbiamo prepararci a un’estate senza musica dal vivo?

Penso che tutti i festival saranno cancellati, ma è anche normale e giusto che tutto si fermi. Bon Jovi, Dave Grohl, ad esempio, stanno facendo tantissimo. Ma anche in Italia, grazie ai tanti concerti in streaming. Personalmente spero di poter realizzare una compilation per raccogliere fondi con i miei amici che mi mandano canzoni gratuite. Qualcuno ha già aderito, come Edoardo Bennato, ma ne attendo altre.

In conclusione, cosa ti fa più male in questi giorni così bui?

Le persone anziane da sole. Mi fa male al cuore, non è giusto che siano così abbandonati. Aiutiamoli, dobbiamo farlo a tutti i costi. Nel nostro piccolo muoviamo il culo e non lasciamoli da soli. Sono la nostra memoria storica. Li stiamo perdendo, uno dopo l’altro. È una tragedia enorme. Speriamo che questo dramma passi presto. Ma è tosta dover dare la carica quando potresti non averla per te stesso…

È sera, su Milano. La notte rievoca gli spettri del presente e le memorie del recente passato. I sapori delle immagini, dei suoni, dei colori, sono contrastanti. Poco lucidi, sospesi in bilico tra un passato che sembra già lontano epoche, e un futuro che ogni giorno che passa appare sempre più ricco di speranza. Ci sarà un nuovo boom, di emozioni, di vitalità, di voglia di tornare alla vita che abbiamo tutti vissuto fino a due mesi fa. Non accadrà presto e, forse, nulla sarà più come prima. Ma cala la notte e con essa il silenzio. Si vedono solo lampeggianti, si sentono solo sirene. Un’altra giornata in prima linea, un’altra lunga notte passata a pregare gli Dei del rock’n’roll perché ci diano la forza per sconfiggere il nemico invisibile.

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Interviste

Scopriamo Natalia Rodríguez, star delle serie tv spagnole lanciata da Netflix con Alta Mar

Eleonora Lippa

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Versione italiana

Netflix ha segnato la riscossa delle serie tv spagnole, questo pacifico. Fra queste c’è “Alta Mar”, giunta alla terza stagione. Contenuti in bilico tra il thriller e la soap opera, strizzando un occhio qua e là ad Agatha Christie con trame curiose e avvincenti. La serie è andata molto bene, sia in Italia che nel resto del mondo. Abbiamo incontrato Natalia Rodríguez che presta il volto a Natalia Fábregas, personaggio tra i più interessanti e sicuramente bene caratterizzato dall’attrice 27enne.

Ciao, Natalia, benvenuta su The Walk Of Fame. Come stai? In che modo inganni il tempo dentro casa per via della quarantena?

Ciao! Beh, tutto sommato abbastanza bene. Ci sono momenti sì e momenti no, come succede a tutti immagino. Alcune volte ho una sensazione di claustrofobia, ma si va avanti. Cerco di mantenere una certa routine come per esempio leggere tutte le mattine e fare lezione di ballo o yoga la sera, oltre che fare meditazione e suonare il violino. Sono tutte cose alle quali non posso dedicarmi normalmente per mancanza di tempo.

Tu che da qualche mese sei uscita su Netflix con Alta Mar, quanto credi sia importante l’intrattenimento televisivo in un momento come quello che stiamo vivendo?

Allora, credo che questa situazione dimostri l’importanza del ruolo giocato dalla cultura nella società e per l’essere umano in particolare. Se non avessimo avuto Netflix o un buon libro suppongo che la settimana sarebbe stata vissuta con più agitazione. La cultura riempie l’anima, è così, e questa situazione è quella che è.

Come attrice ti ho conosciuta proprio grazie ad Alta Mar. Interpreti Natalia Fábregas, una donna forte, indipendente e di grande personalità. Come è stato vestire i suoi panni? Quanto pensi di aver caratterizzato questo personaggio?

Il personaggio di Natalia subisce delle importanti evoluzioni nel corso delle due stagioni. Nella prima, è una donna maltrattata. Nella seconda viene fuori il suo essere forte, desiderosa di riappropiarsi del potere che le avevano portato via in tutti quegli anni. Interpretarla è stata una sfida, è il ruolo più lontano da quella che sono io, in tutti i sensi, sia a livello fisico e sia a livello di forza caratteriale, siamo molto diverse. È stato però anche un onore aver avuto l’opportunità di rendere giustizia a tutte quelle donne che hanno vissuto una situazione analoga nella propria vita.

Ti rivedi in lei in qualche modo? Senti di somigliarle?

Come ti dicevo, non ci somigliamo affatto. Lei desidera il potere più di qualsiasi cosa, anche della sua famiglia. Ma entrambe abbiamo un bel caratterino (ride).

In questi anni le serie tv spagnole sono tra le più gettonate. Quale è il segreto di questo successo, ammesso che vi sia?

Credo che l’accesso a nuove piattaforme internazionali ci sta aiutando molto a mettere in vetrina progetti che abbiamo sempre avuto ma che mai abbiamo potuto far conoscere. Ci sono sempre stati ma mancava la visibilità.

Su cosa stai lavorando attualmente? Puoi darci qualche anticipazione?

Abbiamo appena finito di girare la terza stagione di “Altamar”!

I biopic sono una certezza del mondo del cinema. Se dovessi scegliere, chi ti piacerebbe impersonare?

Mi piacerebbe molto un film su Hedry Lamar o una storia simile a “Bronson”.

The Walk Of Fame è un magazine italiano, quale è il tuo rapporto con il cinema e con la televisione del nostro paese?

Amo Sorrentino e tutto quello che fa ma, ad essere sincera, non ho una conoscenza approfondita del cinema italiano.

Il tempo a nostra disposizione è finito, grazie per la disponibilità. Lascio a te le ultime parole per salutare i tuoi fans..

Grazie a te! È un piacere poter fare un’intervista per un altro Paese. Grazie veramente! Tanti baci a tutte e a tutti!

Versión española 

Netflix sacó a la luz el mundo de las series de TV españolas. Entre ellas se destaca “Alta Mar”, recién llegada a la tercera temporada. Una historia al borde de un thriller y una telenovela, con una sinopsis particular y cautivante. La serie tuvo un gran éxito, tanto en Italia como en el resto del mundo. Hemos etrevistado a Natalia Rodríguez que interpreta el papel de Natalia Fábregas, uno de los personajes más fascinantes y, sin duda, perfectamente interpretado por la joven actriz.

Hola Natalia, bienvenida a The Walk of Fame, ¿cómo estás? ¿Cómo pasas el tiempo durante esos días de cuarantena?

Hola!! Pues dentro de lo que cabe bastante bien, tengo momentos como todos imagino, de cierta claustrofobia, pero aguantando. Intento mantener una rutina diaria como por ejemplo leer todas las mañanas y hacer clases de baile o yoga por las tardes además de meditar y practicar violín. Cosas que normalmente por falta de tiempo me cuesta hacer.

Saliste hace unos meses con la serie “Alta Mar” disponible en Netflix, ¿cúanto piensas que sea importante el entretenimiento televisivo en un momento histórico como el que estamos viviendo ahora?

Bueno, creo que esta situación demuestra lo importante que es la cultura para una sociedad y para el ser humano en particular. Si no tuviesemos Netflix o un buen libro supongo que a la semana estaríamos con bastante ansiedad. La cultura llena el alma, es así, estemos en la situación que estemos.

Te conocí justo gracias a la serie “Alta Mar”, en la que interpretas el personaje de Natalia Fábregas, una mujer fuerte, independiente y con gran personalidad. ¿Cómo ha sido interpretar ese papel? ¿Cúanto piensas de haber caracterizado su personaje?

El papel de Natalia tiene una transformación bastante grande en las dos temporadas, en la primera es una mujer maltratada mientras que en la segunda aparece el despertar de la mujer fuerte que ansía el poder que le habían arrebatado durante tantos años. Interpretarla ha sido un reto, es uno de los papeles mas diferentes a mi, en todos los sentidos. Fisicamente y de energía, somos muy diferentes. También ha sido un honor poder hacer cierta justicia a las mujeres que han podido tener una situación similar en su vida.

¿Cúanto te reflejas en ella? ¿Le pareces un poco?

Como te decía, no nos parecemos mucho. Ella ansía el poder por encima de todo incluso de su familia. Aunque supongo que nos parecemos en que tenemos bastante carácter, jajaja.

Parece que en estos años las series tv españolas se colocan entre las más queridas por el público, ¿cúal es el secreto de este éxito, siempre que exista?

Creo que la entrada de nuevas plataformas internacionales nos esta ayudando a hacer de escaparate para muy buenos proyectos que siempre hemos tenido pero que faltaba esa visibilidad para hacerlas virales. Siempre han estado ahi, pero faltaba esa visibilidad.

¿En qué estás trabajando ahora? ¿Puedes decirnos algo?

Acabamos de terminar la tercera temporada de Altamar!

Las películas biográficas representan una garantía en el mundo del cine. Si pudieras elegir, ¿quién te gustaría interpretar?

Me encantaria una peli sobre Hedy Lamar o alguna historia similar a “Bronson”.

The Walk of Fame es un magazine italiano. ¿Cúal es tu relación con el cine y la televisión de nuestro País?

Amo a Sorrentino y todo lo que hace, pero si te soy sincera me falta mucha cultura cinéfila italiana.

El tiempo a nuestra disposición se acabó, te agradezco muchísimo. Te dejo a ti las ultimas palabras para saludar a tus fans…

Gracias a ti! Es un placer poder hacer una entrevista para otro pais! Gracias de verdad! Mil besos a todos y todas!

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Interviste

Essere se stesse, nella vita come nella musica: Lilith Primavera si racconta ai nostri microfoni

Marielisa Serone

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Attrice, modella, cantante, musicista (suona il basso), presentatrice e anche attivista Lgbtqi+, femminista, cresciuta nella periferia romana. Insomma, una ventata di freschezza e forza, Litith Primavera già dal nome arriva con tutto il suo entusiasmo e i suoi colori, un connubio esplosivo nel nome della pura e cristallina rivoluzione per la libertà. Un’artista, ma anche una attivista poliedrica e originale, ricca di spunti. Che con consapevolezza armonica organizza il discorso creativo con e attraverso il suo corpo, la sua voce, il suo rapporto con gli altri e le altre.

Questo almeno è quello che leggendo di lei in rete abbiamo evinto, cogliendone l’estetica e la poetica, entrambe curatissime nei video a disposizione sul web.

Ci dispiace però aver constatato come, una volta avvicinati i temi dell’attivismo, a cui chi scrive è particolarmente legata, ci sia stato come un timore nelle risposte, forse una volontà di non donarsi a noi, a scapito della sua stessa celebrata volontà di coinvolgere, quasi curare se stessa, le altre e gli altri con la sua arte.

Un peccato, in verità, visto il tempo complicato in cui siamo immersi, fatto anche di differenze enormi fra strati della popolazione, di donne costrette in casa coi loro aguzzini, di diritti messi in discussione, o momentaneamente sospesi, come quello alla libera circolazione, o alle cure per tutti e tutte. Ma apprestiamoci a leggerla, allora, mentre si racconta, per quel che ha voluto, al nostro magazine.

Benvenuta su The Walk Of Fame, e piacere di conoscerti: cominciamo subito dal tuo nome, Lilith Primavera: un nome “primordiale” che evoca e rimanda alla bellezza atavica e ferina di una Natura che non sempre è buona: ce lo vuoi spiegare? Perché lo hai scelto?

Il piacere è mio, e grazie, una chiacchierata in questo momento ci voleva proprio. Lilith, si, è il nome della prima donna presente nell’immaginario dell’Eden, dal quale viene cacciata creduta un demone. Onestamente non lo riconduco a nessun significato sacro, anche se la sua eco contrastata ed eterea insieme mi affascina. Trovo sia un nome bellissimo.

Come, e se, si trasferisce questo ‘senso’ nella tua musica, nelle tue performance, nella tua volontà di‘mostrarti’, come hai avuto a dire?

Forse, più che una volontà di mostrarmi, nelle mie performance attraverso il corpo e nella mia musica, attraverso la mia voce e le parole che scelgo, c’è più una volontà di mostrare qualcosa. Qualcosa che a volte fa parte strettamente di quella che sono ma che a volte è anche altro da me. Il “senso” Forse vi si trasferisce in una completa sincerità. Anche troppa, forse, senza tanti filtri. Sto pensando ad alcune mie canzoni.. Mi piace che il messaggio arrivi al pubblico in modo nudo e crudo. Credo molto in questo. Nell’essere diretti, nella vita, nella musica. Se questo mi conferisce una natura “atavica e ferina” non saprei.. 🙂

Femminismo queer, attivismo Lgbtqi+, intersezionalità: sono temi a te cari che non manchi mai di richiamare, sottolineare. Come caratterizzano la tua creatività? Prendi spunto da storie o esperienze?

Si, sono sicuramente temi a me cari e di cui parlo, scrivo racconto. Non sono gli unici ma di sicuro sono importanti. Con grande delicatezza, cerco di prendere spunto dalle esperienze che mi riguardano. E ancora con più delicatezza dalle storie che mi vengono raccontate, che ascolto. La mia creatività, come quella di ogni altro è caratterizzata, direi nutrita dalle storie, dalle facce, dalle voci di tutti quelli che ci circondano. Di mio cerco di essere paziente, e districarmi tra questi fili preziosi, per prendere spunto si, senza spezzarne nemmeno uno.

Si può combattere l’ingiustizia sociale con l’arte?

Si. Si deve. E quando non ci si riesce ci si prova ancora e ancora.

Vuoi parlarci del tuo singolo “Goodbye My Lover” – anticipazione del tuo prossimo EP? Ci vuoi parlare anche delle tue prossime pubblicazioni?

Delle mie prossime pubblicazioni non posso parlarvi. Mi è stato vietato severamente:)) con molto piacere invece vi parlo di Goodbye my Lover. Una canzone alla quale sono legata con sentimenti quasi contrastanti. È nata sul finire di una relazione d’amore e mette in un certo senso in discussione il modo che abbiamo di vivercele queste relazioni. Il ritornello non lascia dubbi d’interpretazione. Lei dice addio. Ma perchè? Dopo cosa? Sta meglio adesso? In più si balla, come le altre due che seguono in questa trilogia… si balla molto! 🙂

Un’ultima, inevitabile domanda: in queste settimane come hai pensato di reagire al presente? Hai scritto “La socialità in carne ed ossa non la può sostituire nessuna ‘diretta’ o chat condivisa, ma la musica, la musica è senza confini! E ci fa davvero sentire vicini”: stai organizzando una forma di ‘resistenza artistica’ in questa impossibilità di uscire di casa?

Siiiii, sono felice e orgogliosa di dire che insieme alla mia meravigliosa redazione di UDKD-un discretissimo karaoke domenicale abbiamo creato un telefono senza fili di emozione e colori e canzoni. Un’atmosfera unica insieme a tutte le amicizie, ci ritroviamo sul nostro canale, sulla nostra pagina fb per caricare i video che rispondono ad una categoria con premi in palio e tutto ciò che segue. Sicuramente è un periodo che lascia senza parole, allora noi cantiamo e lo facciamo tutti insieme. La musica no. Quella davvero non ha confini.

Mandi un saluto alle nostre lettrici e ai nostri lettori?

Ma certamente! #iorestoacasa ma vi abbraccio tutti!!! MOLTO 🙂

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