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Con London Calling i The Clash misero Londra in ginocchio: 41 anni fa l’album capolavoro

Federico Falcone

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14 dicembre 1979: la storia del punk cambia. Il rock non sarà più lo stesso. I The Clash destabilizzano un sistema apparentemente solido

London Calling” è il terzo album della band suddita di sua Maestà, una miscela di punk, ska, raggae unico. “Sudditi di sua Maestà”? Per favore, non scherziamo. Un’apoteosi di influenze, idee, concetti mai più espressi. Un forza sonora universale, frutto di un impatto dirompente. Il full-lenght in questione è, per molti, considerato il punto di non ritorno della musica punk. L’apice. La vetta più alta, quella ancora inesplorata. L’esaltazione di un lifestyle ancora tutto da scoprire. Un viaggio, prima che musicale, introspettivo.

L’uscita di London Calling spiazza tutti, scena punk in primis. Dove sono le creste alte e colorate? Dove sono le borchie e gli sputi sul pubblico? Dovo sono i “fuck” sciorinati come virgolette all’interno di un discorso? Dove è, in definitiva, quella volgarità e quel rifiuto del sistema che aveva contraddistinto uno dei più floridi movimenti nati nell’Inghilterra della seconda metà del ‘900?

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L’album è, di tutto ciò, un emblema, un archetipo, un concetto. E Joe, Mick, Paul e Topper lo elevano, lo esaltano. Lo spolpano della sua essenza di facciata, lo infrangono con naturale consapevolezza di come le etichette fossero per loro un primo, vero, limite. E come tale, quindi, decidono di strapparle e gettarle con innato disprezzo. Eccola lì la vera forza del punk. Rifiuto del sistema, certamente, ma anche di qualsiasi targhettizzazione. Rifiuto di essere bollati in un determinato modo. Questo capolavoro che oggi compie 40 anni è di tutto ciò fiero portabandiera.

“Mi piaceva il fatto che non c’erano restrizioni. Quando sono entrato nei Clash ero un discreto batterista. Un normale batterista dalla mano leggera. Poi ho imparatato a picchiare forte sui tamburi e Mick e Joe hanno scoperto che riuscivano a scrivere moltissimi tipi di musica”

Le parole di Topper non potrebbero descrivere meglio lo stato d’animo con il quale la band entrò in studio di registrazione dopo il tour a stelle e strisce di Give’Em Enough Rope. La totale consapevolezza di libertà artistica e creativa, ben sposata con l’utilizzo incondizionato di qualsiasi miscela di note provenienti da altri generi e altre culture, rese London Calling una bomba a orologeria. Il tempo di esplodere e nulla sarebbe stato più come prima.

Da quella Londra benpensante, rea di essere borghese nell’aspetto ma proletaria nell’anima, si innalzò un grido di rabbia e di rifiuto. Londra, l’Inghilterra, la musica rock, erano cadute, in ginocchio, conquistate da quei quattro lì che da giovanissimi sognavano, al massimo, di suonare nei pub del posto.

Una “Revolution Rock“, come venne definita, analoga solo a quella dei colleghi più illustri che, mediante la loro arte, hanno portato un genere musicale a un livello successivo, quasi magistrale, di paradisiaca fattura. The Beatles, Elvis Presley, Jimi Hendrix. Così, giusto per citarne alcuni, i primi che vengono in mente. Una rivoluzione rock da disco di platino in Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Da disco d’oro in Canada e Francia. Sessantacinque minuti di musica leggendaria, immortale, che sono valsi l’ottavo posto nella classifica dei 500 migliori album di sempre da parte di Rolling Stone.

Per celebrare l’illustre anniversario, al The Museum of London è in corso (fino al 19 aprile 2020) The Clash: London Calling, mostra gratuita in sui sono esposti circa 160 cimeli tratti dall’archivio della band. Dischi, abiti, fotografie, video inediti, appunti presi direttamente dalla sala prove. La mecca per tutti i fan di Joe Strummer e del rock più in generale. Ne citiamo uno su tutti: il basso Fender Precision che Paul Simonon distrusse sul palco del Palladium di New York nel 1979.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Maya Deren e la danza onirica del Cinema

Redazione

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Sperimentazione, macchina da presa, low budget, pellicola 16 mm e rivoluzione del Cinema.

Qualche termine per sintetizzare l’innovazione totale e l’influenza sulla settima arte che Maya Deren, nata Eleanora Derenkovskaja il 29 Aprile 1917 a Kiev, ha portato al mondo del film. Maya Deren nasce in una famiglia ebrea benestante e di grande cultura. Il padre, un’importante psichiatra, avrà, stando alle parole della stessa regista, un’influenza fondamentale nelle sue opere. A cause delle simpatie trotskijste del suddetto padre e del timore di rappresaglie antisemite da parte del governo sovietico, la famiglia fugge a New York, negli Stati Uniti, nel 1922. Qui ottengono la cittadinanza americana e cambiano il cognome in Deren.

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Ed è qui, a New York, che la Nostra inizia a studiare giornalismo e scienze politiche alla Syracuse University e a frequentare i circoli socialisti locali che contribuiranno alla maturazione delle sue salde idee femministe. Idee che possiamo ritrovare in seguito nelle sue opere. Inizia inoltre a interessarsi al fenomeno artistico delle avanguardie, subendo in particolar modo l’influenza del surrealismo francese. L’anima di New York è fondamentale per Maya Deren, poiché è qui che inizia a prendere forma la rivoluzione del film per come era visto fino ad allora. Qui nasce il fenomeno dell’underground, della sperimentazione totale, della spietata critica al sistema Hollywoodiano.

All’inizio degli anni ’40 grazie a una parte dell’eredità paterna, Maya Deren acquista la sua prima cinepresa, una Bolex 16mm con cui gira il suo primo film: Meshes of the Afternoon (1943). Primo film girato, dalla durata di 14 minuti, che fa uso di una sperimentazione allucinante: tecniche di ripresa completamente innovative, un modo alieno di produrre e guardare un film. Capolavoro. Il primo tentativo cinematografico sancisce già la rivoluzione visiva, per chi vuole, per chi è stufo di Hollywood e dei suoi divi e dive, per chi è ormai intollerante e nauseato dalla plastificazione del cinema, il cambiamento è stato provato.

Le sue tecniche di ripresa in Meshes espongono un modo nuovo, vivo, di fare un film. La realtà dell’immagine non è più statica: niente più marionette così nostalgiche del teatro, basta ai film fatti di continui dialoghi, basta parlare nel film, si inizia a far parlare il film. Ecco che allora entra in scena la danza della cinepresa (ricordiamo che la stessa Maya Deren si appassiona all’arte della danza negli anni Trenta e Quaranta): l’immagine non è catturata dalle reti della storia, ma si svolge libera e nuda nell’atmosfera magica della realtà, come il corpo del danzatore che vediamo nel brevissimo cortometraggio A study in Choreography for Camera (1945).

La realtà stessa può vivere dentro l’obiettivo della cinepresa e noi, spettatori confusi, possiamo vedere un mondo, una realtà delle cose che solo nel cinema possono esistere. Questo, forse, è il messaggio più importante che Deren ci insegna, ipnotizzandoci con le sue brevi e allucinanti pellicole. È l’idea di un «cinema personale, praticato al di fuori di ogni condizionamento» come scrive Antonio Costa in Saper vedere il cinema. Ci troviamo di fronte a una tipologia di film così viva che si potrebbe definire piuttosto una creatura filmica, totalmente al di fuori dei canoni tradizionali della settima arte, lontana dai meccanismi di distribuzione intrinseci a una considerazione del cinema come mercato e industria.

Con Deren e altri film–makers, come essi stessi si definirono (coniando un termine ancora oggi utilizzato) e tutta l’esperienza del Living Theatre, il più importante e conosciuto gruppo teatrale di avanguardia, nasce questa volontà di usare e vivere il cinema in totale libertà creativa. La stessa libertà che in altre forme artistiche come la pittura e la poesia aveva già preso piede anni prima, basti pensare al Futurismo o al Surrealismo.

Prendendo invece in esame l’opera At Land del 1944, possiamo notare più facilmente il carattere puramente onirico che si estende per tutta la pellicola.  Notiamo una Maya Deren che, come nel precedente Meshes of the Afternoon, interpreta anche il ruolo di attrice protagonista immersa in questa dimensione sognante, senza un senso apparente. Le stesse atmosfere e scenari svolgono la funzione di contrasto e contraddizione: si guardi a come si passa nella stessa sequenza dalla spiaggia a una cena di gala, dalle onde del mare a una scacchiera. Lo spettatore viene quindi catapultato in una terra sconosciuta, assurda, consapevole di vivere un sogno, ma senza che questo venga detto esplicitamente.

Sono le stesse tecniche che possiamo ritrovare nel cinema di Lynch, che viene fortemente influenzato dall’artista che stiamo trattando. Anche Lynch riesce sempre a creare l’atmosfera di un sogno vivo che si svolge intorno a te, immergendoti completamente in un’ambiente alieno e assurdo, ma che evoca figure e movimenti di macchina che fanno della realtà quotidiana un apparato magico vivo e pulsante. Si parla, inoltre, di un tipo di immagine “aliena” o “magica” non a sproposito. Infatti la Deren intraprende numerosi viaggi ad Haiti, attirata dalla cultura locale, in particolare dal Voodoo, dalla quale rimane estremamente affascinata. Scrive quindi un libro in collaborazione con Joseph Campbell, Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, tradotto in italiano come I Cavalieri divini del Vudù.

Questa passione per la cultura Voodoo si trasforma poi in un’adesione alla religione stessa. Ella, infatti, inizia a partecipare attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, secondo la tradizione, riuscendo quindi a divenire parte di quella comunità a tutti gli effetti. Questa passione di Maya Deren per la cultura haitiana e in particolare per il Voodoo possiamo ascoltarla nelle registrazioni che lei stessa fa partecipando alle cerimonie haitiane. Queste poi vengono incise su di un vinile mono che abbiamo la fortuna di poter ascoltare in versione digitalizzata su YouTube.

Leggi anche: “Yuliya Mayarchuk e La Lanterna Magica: “Le emozioni che raccontano un territorio”

Articolo a cura di Riccardo Di Girolamo

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Miti e leggende d’Abruzzo: il rito dei “serpari”, San Domenico e la dea Angizia. Perché abbiamo da sempre paura dei serpenti?

Licia De Vito

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Ogni anno, il primo maggio, in un borgo in provincia dell’Aquila, Cocullo, si assiste all’evento folcloristico più famoso d’Abruzzo: la “festa (o rito) dei serpari”. Dedicata a San Domenico, la festività ha antichissime origini pagane, legate proprio ai serpenti, che appaiono subito evidenti a chiunque abbia partecipato almeno una volta a questo particolarissimo evento.

Proprio in questo giorno la popolazione del paese si reca a caccia di serpenti che poi vengono intorcinati attorno alla statua del santo. All’uscita dalla chiesa, in base alla posizione che le serpi avranno assunto, si avranno dei buoni o cattivi auspici per l’anno a venire.

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Statua di San Domenico (fonte: comune di Cocullo)

San Domenico

San Domenico nasce a Foligno intorno al 915, dopo molti spostamenti in tutto il centro Italia si stabilisce in Abruzzo. Si ritira nei pressi di Villalago dove ancora oggi si trovano un santuario e un lago artificiale immersi in un meraviglioso paesaggio fatato che portano il nome dell’abate. Alle spalle della chiesa sta l’eremo ovvero la grotta, dove San Domenico si chiudeva in meditazione e in preghiera.

Dopo ben sei anni di ritiro nell’eremo, l’abate divenne oggetto di persecuzione da parte di alcuni “eretici” a causa della fama dei numerosissimi miracoli che compiva. Così, in sella ad una mula, fuggì verso Cocullo. La leggenda vuole che scappando avesse lasciato un orso a guardia della strada tra i due paesi, impedendo così ai suoi aggressori di raggiugerlo. Oltre a molti miracoli che pare abbia compiuto durante il tragitto, ne compirà altri una volta arrivato nel paese. Qui le persone vivevano per lo più all’aperto e quindi erano frequentemente vittime di morsi di serpenti e di vipere, di cui la zona era piena.

Il Santo guarì gli abitanti del villaggio dal veleno e salvò delle donne a cui, si dice, dormendo in aperta campagna le vipere avevano succhiato il latte materno o erano penetrate fin nello stomaco. San Domenico stesso donò alcune delle sue reliquie agli abitanti di Cocullo e Villalago quando lasciò l’Abruzzo: nella chiesa di Cocullo sono presenti un dente e il ferro della sua mula, a Villalago un suo molare. L’abate Domenico è un santo taumaturgo, in grado cioè di compiere miracoli, ma è anche guaritore: viene evocato per proteggersi dal morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, contro le intemperie, per scacciare malattie come la malaria e per curare il mal di denti.

Le origini pagane del rito: il culto di Angizia

In latino Angitia o Angita, da “anguis”, serpente. Angitia o Anctia per i Marsi, Anagtia per i Sanniti, Anaceta o Anceta per i peligni. Questa divinità italica adorata principalmente da Marsi, Peligni e da altri popoli italici di origine osco-umbra è associata soprattutto al culto dei serpenti. Un attributo, quello delle serpi, che richiama chiaramente alla figura di una Dea Madre, alla Terra, e più in generale alla Natura. Angizia, come molte delle antiche Dee Madri era anche una maga, capace quindi di compiere guarigioni miracolose. Questa figura divina arriva da molto lontano e ha il sapore orientaleggiante celato dietro molti culti arcaici della Penisola. Le officianti dei riti dedicati ad Angizia erano sacerdotesse che la invocavano utilizzando diversi nomi: Keria, dal sumero “kur “(terra), o dall’ accadico “kerû”, o ancora il latino Cerere, Grande Dea della Terra. Venne associata alla divinità iranica Anahita, consorte o madre di Mitra, e alla Dea assira Ištar, un’altra divinità ctonia (cioè legata al mondo sotterraneo, all’aldilà e alle profondità della terra. Divinità simili sono Persefone, Ecate, Feronia), proprio come Angizia, anch’essa protettrice della fertilità. I Romani la associavano all’arcaica Bona Dea, per alcune fonti era figlia di Eta e sorella della Maga Circe. Dato che i serpenti erano spesso collegati con le arti curative, Angizia era probabilmente considerata anche una dea della guarigione. I Marsi le attribuivano una conoscenza superiore dell’uso delle erbe salvifiche, in particolare quelle contro i morsi di serpente. Tra i suoi vari poteri, aveva quello di uccidere i rettili col suo solo tocco. Così scrive Silio Italico (Punicae libro VIII, 495-501) “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve“.

Oltre alla tradizione dei “serpari” il retaggio del culto rivolto verso questa divinità è ancora palpabile nei festeggiamenti e le tradizioni primaverili di molti insediamenti marsicani e peligni: per esempio a Luco dei Marsi (AQ), dove si trovano i resti di un “lucus”, un santuario o “bosco sacro” dedicato alla dea, il giorno della Pentecoste è tradizione che gli zampognari facciano una tappa presso i ruderi del tempio di Angizia.

Ma perché i serpenti ci fanno così paura?

Approfondiamo per bene il discorso su questa diffusissima fobia col Dott. Gaetano Miranda, biologo specializzato in antropologia fisica che ci ha chiarito alcune delle motivazioni più comuni.

Antropologicamente, la paura atavica dei serpenti è qualcosa che ci portiamo dietro da millenni per mille motivi. Come altre fobie “note”, ad esempio quella dei ragni, le paure più radicate sono quelle legate a qualcosa che conosciamo poco, e questo vale, chiaramente, anche per gli animali. Questo fenomeno è strettamente correlato al fatto che il cervello umano in fase di evoluzione ha registrato in maniera pressoché automatica, quasi a livello genetico, la paura di alcuni elementi che a priori potrebbero farci male. Cosa significa?

Quando i bambini nascono non hanno paura dei serpenti o dei ragni ma il loro cervello registra immediatamente l’informazione che quello potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Hanno quindi, da un punto di vista innato, l’attitudine a non avvicinarsi a tutto quello che potrebbe essere dannoso. È un sistema di difesa insito nella zona del cervelletto, cioè in tutta quella parte che regola le nostre sensazioni immediate, quelle che ci fanno reagire tempestivamente e ci permettono di salvarci dal pericolo.

Immaginiamo, da un punto di vista pratico, di essere in una foresta e di vedere un serpente. Se noi ci avviciniamo troppo quello ci attacca, cancellandoci di fatto dalla linea evolutiva. Sono sopravvissuto infatti solo i soggetti del genere “Homo” che in fase di caccia nelle zone boschive o di foresta, alla minima sensazione di paura, fuggivano grazie all’ adrenalina. E fuggendo, sopravvivevano. La capacità di avere paura in maniera “anticipata”, di vedere in un’ombra un pericolo in realtà inesistente salvava la vita. E questa predisposizione è stata tramandata, di generazione in generazione.

La paura di alcuni animali è quindi “diventata quasi un tratto genetico utile ai fini della salvezza del genere umano“. Ma perché il serpente fa più paura di tutti gli altri animali? Perché rappresenta un’anomalia del sistema. Striscia, non possiede zampe, non si capisce come faccia a muoversi, è quasi invisibile e soprattutto silenzioso, non emette alcun verso tranne un sibilo impercettibile che nella maggior parte dei casi non è udibile dal nostro orecchio.

Antropologicamente quindi, quando non si capisce immediatamente il meccanismo che mette in relazione la causa e l’effetto, scatta la paura.” Ho paura del fulmine perché non lo capisco, quando capisco perché quel fenomeno avviene non lo temo più perché lo domino. Il “fenomeno serpente” non è dominabile. Puoi ucciderlo certo, ma nell’immediato non ti rendi conto di come stia funzionando: cosa vede, cosa sente, cosa vuole farti. Inoltre milioni di anni fa questi rettili non avevano le dimensioni a cui noi oggi siamo abituati. Alcuni, come il Titano Boa, erano lunghi fino a 17 metri e pesava più di un elefante. Si può quindi immaginare che fossero davvero terrificante per i primi abitanti delle foreste.

Come alcune creature del mare più profondo inoltre (altra paura atavica) i serpenti, a causa della loro conformazione fisica, non consentono alla preda di fuggire. Una tigre ci inseguirebbe anche per cento metri, il serpente invece uccide nel raggio di una distanza brevissima per mezzo del suo veleno, potentissimo proprio per questo motivo. Uno dei serpenti più pericolosi al mondo, che si trova in Australia, è detto infatti “seven step snake”: una volta morsi si riescono a fare solamente sette passi, poi si muore. Dato che queste bestie non si riescono a capire, quindi dominare, vengono trasformate in idolo. Diventa subito un elemento divino, mandato sulla terra per essere un’arma o una prova di coraggio: attraversare il fossato di serpenti, combattere contro i serpenti, sono tutte prove di forza che riescono ad affrontare solo i guerrieri più potenti o gli esseri con poteri magici.

Ancora oggi alcune sette utilizzano i serpenti velenosi nei propri rituali. In America ad esempio i membri della Chiesa nota come “snake handling” si passano dei serpenti velenosi durante le celebrazioni sperando che Dio li protegga, dal 1994 sono morte decine di persone, tra cui lo stesso fondatore. Per evitare queste inutili morti, i serpenti utilizzati per la maggior parte dei festeggiamenti religiosi non sono velenosi, e questo infatti vale anche per Cocullo.

Illustrazione originale: Sharon Sabatini per The Walk Of Fame Magazine

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Il castello di Sant’Eusanio Forconese – Tra leggende, folklore e tradizioni

Alessio Di Pasquale

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La storia del castello di Sant’Eusanio Forconese è intrisa di mitologia e leggende al pari di qualsiasi altro castello abruzzese. Quella che vi stiamo per raccontare vi giunge dal folklore tipico delle genti di questo piccolo borgo in provincia dell’Aquila.

C’era una volta un uomo, un profeta, che in una specifica occasione ben poco lusinghiera nei suoi confronti, disse a riguardo: “nessuno è profeta in patria“. Uscì fuori dalle mura di casa per diffondere la sua parola, sperando di essere accolto meglio di quanto non accadeva nella sua terra e così finì per approdare nell’entroterra abruzzese, dove la vita era assai più aspra e dura rispetto a quella sulla costa. Ma ovviamente nessuna delle genti del luogo poteva sapere chi fosse questo misterioso sconosciuto.

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L’anno del suo arrivo, tanto tempo fa, diversamente dagli altri anni la terra era stata particolarmente generosa con la popolazione locale e aveva fruttato ai contadini che l’avevano lavorata una notevole quantità di grano.

Un giorno, davanti a un enorme cumulo di grano, passò un povero mendicante vestito di stracci a chiedere l’elemosina. Un ricco e avido propietario terriero, possidente dei frutti del lavoro dei suoi contadini, si rifiutò di dargli la benché minima spiga di grano. Non solo: ordinò che venisse coperta con legna e stracci per nasconderla agli occhi di quel cencioso viandante e comandò anche di cacciarlo via. La conseguenza di questa mala accoglienza fu che l’indomani, alle prime luci dell’alba, la popolazione locale si svegliò e trovò una collina di pietra al posto dell’enorme cumulo di grano.

Ebbene, quel pover’uomo vestito di stracci maleodoranti non era nient’altro che il Cristo Gesù che nottetempo aveva trasformato il grano in una collina rocciosa, per punire l’egoismo del ricco ed ingordo possidente terriero. Così vuole la leggenda della nascita del monte Cerro, una collina dai lineamenti dolci (rispetto alle spigolose montagne circostanti) posta a 754 mt s.l.m. che si staglia a 200 metri rispetto ai piccoli paesi ai suoi piedi di Fossa e di Sant’Eusanio Forconese, in provincia dell’Aquila.

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Non si conosce molto della storia antica di questo piccolo borgo. Tutto ciò che si sa viene dopo l’arrivo, in questa terra chiamata antecedente Cinque ville (per via dei cinque villaggi di Castellina, Castello, Monticchio, San Pietro e Carmiscione che lo componevano), del sacerdote Eusanio del Gargano (Puglia) giunto qui per evangelizzare l’Abruzzo, antico adoratore di Dèi pagani, da cui intuitivamente prese il nome questo piccolo paese.

È proprio sulla cima del monte Cerro che troviamo il castello di Sant’Eusanio Forconese, ad una altitudine che ci consente una bella visuale sulla valle dell’Aterno. Questa fortificazione fu edificata a cavallo tra il XII e il XIII dagli abitanti dei borghi limitrofi, ed aveva un tempo funzioni strategico-difensive contro possibili attacchi nemici. Di fatti, da lì si poteva facilmente comunicare con le altre fortezze circostanti, in caso ce ne fosse stato bisogno. In particolar modo con i castelli di Ocre e di San Pio delle camere, trovandosi nel mezzo tra questi ultimi.

Ed a proposito: è inoltre uno dei 99 castelli che contribuirono a fondare, secondo la tradizione, la città dell’Aquila federando i piccoli centri urbani (alias, castelli) della conca Aquilana, ognuno dei quali mise del suo nella costruzione dell’antica città. Non poca cosa insomma. E sì, in Abruzzo le leggende sopravvivono all’azione erosiva del tempo.

L’architettura del castello è di tipo irregolare, con una cinta muraria che, unita a cinque torrioni semicircolari dal diametro di 5 metri e altre quattro torri a base quadrata con funzione di rompitratta, lo rendevano una fortezza quasi inespugnabile. Ma se Roma non è stata costruita in un giorno, tantomeno la fortezza di Sant’Eusanio Forconese. Di fatti la costruzione fu completata a più riprese, fino alla fine della sua funzione strategica – militare nel XVIII secolo, restauri compresi ovviamente.

La cinta muraria è quadrangolare, spessa circa un metro e mezzo ed alta tra i 5 e i 7 metri, e si svolge tutta intorno il perimetro delimitato dalle suddette torri di avvistamento e difesa. Nella sua costruzione originaria non sono mai stati ritrovati i cosiddetti merli, presenti nella stragrande maggioranza dei castelli medievali, che altro non erano che dei rialzi in muratura posti a intervalli regolari con la specifica funzione di riparo e difesa del castello contro le frecce nemiche. La struttura superiore quindi è piuttosto lineare. Il punto debole del castello, privo di difese naturali, è invece difeso da un fossato.

All’interno, nello spazio delimitato dal recinto, sono presenti delle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana ed altri strumenti per la conservazione del cibo.
Dato che (con le dovute eccezioni nobiliari, in parole povere: dei ricchi) nei tempi passati non c’erano assolutamente tempo e risorse da investire per inutili futilità senza nessuna funzione, e quasi tutto doveva avere uno scopo mirato ad un fine, possiamo ragionevolmente dedurre, da questo dettaglio, che il castello era normalmente e costantemente abitato. Di fatti, il recinto del castello serviva anche come riparo per la popolazione locale, in caso di pericolo di qualsivoglia genere.

L’accesso al castello, oggi murato, era anticamente una porta ogivale posta furbescamente a ridosso di una delle torri quadrate, per poter essere facilmente e rapidamente difesa dagli attacchi, in caso di tentativi di sfondamento.

L’attività militare vera e propria del castello durò fino al 1461, fino a quando cioè un violento terremoto colpì la valle dell’Aterno, compromettendone la sua struttura. All’interno del giardino-recinto, tra il XVII e il XVIII secolo quando perse la sua funzione originaria, fu costruita la chiesa della madonna del castello. Una struttura molto semplice ma molto bella da vedere, al cui interno sono custoditi con cura alcuni affreschi di grande valore. Le sorprese dunque non mancano mai, in questa splendida terra chiamata Abruzzo.

A tutt’oggi nella città dell’Aquila esiste una via “Vicolo S.Eusanio” a ricordarlo, e ogni prima domenica di agosto si svolge una processione che porta la statua della Vergine dalla basilica di Sant’Eusanio Martire fino alla chiesa sul Monte Cerro.

Non si conosce, infine, molto sulla persecuzione del Santo Eusanio e la sua conseguente martirizzazione. Tutto ciò che sappiamo viene da un autore del ‘700, che racconta di come il predicatore cristiano sia stato perseguito da Prisco, governatore romano di Aveja, antica città/municipio di Roma che oggi è collocabile presso il paese di Fossa. Dopo il martirio, il santo fu sepolto nel luogo in cui nel 311 sorgerà la chiesa di Sant’Eusanio martire, una bella basilica a tre navate, con una cripta al suo interno.

Ed a proposito della cripta, esiste anche un’altra piccola leggenda. Si racconta che, dopo la morte del santo, le sue ossa siano state rivendicate dagli abitanti del suo luogo d’origine, che giunsero all’ex cinque ville su un carro trainato da buoi. Una volta caricate le ossa però, i buoi si rifiutarono di ripartire, e si inginocchiarono testardamente a terra, non volendone sapere di rialzarsi. Da allora quindi le ossa sono custodite nella cripta della basilica, e lì rimarranno per sempre.

Tradizioni, rispetto e cultura caratterizzano da sempre le popolazioni dei piccoli borghi come quello di Sant’Eusanio Forconese ( pensate, solo 378 abitanti) che vivono una vita molto più semplice ma molto più ricca, trovando quindi sempre il tempo per ricordare ed onorare le proprie origini.

D’altronde, cosa saremmo noi se non fossimo mai stati ciò che eravamo? Pensateci. E rispondetevi.


Buon viaggio!

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili“.

Foto di: Stefano Sicurani

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