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Con London Calling i The Clash misero Londra in ginocchio: 40 anni fa l’album capolavoro

Federico Falcone

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14 dicembre 1979: la storia del punk cambia. Il rock non sarà più lo stesso. I The Clash destabilizzano un sistema apparentemente solido

London Calling” è il terzo album della band suddita di sua Maestà, una miscela di punk, ska, raggae unico. “Sudditi di sua Maestà”? Per favore, non scherziamo. Un’apoteosi di influenze, idee, concetti mai più espressi. Un forza sonora universale, frutto di un impatto dirompente. Il full-lenght in questione è, per molti, considerato il punto di non ritorno della musica punk. L’apice. La vetta più alta, quella ancora inesplorata. L’esaltazione di un lifestyle ancora tutto da scoprire. Un viaggio, prima che musicale, introspettivo.

L’uscita di London Calling spiazza tutti, scena punk in primis. Dove sono le creste alte e colorate? Dove sono le borchie e gli sputi sul pubblico? Dovo sono i “fuck” sciorinati come virgolette all’interno di un discorso? Dove è, in definitiva, quella volgarità e quel rifiuto del sistema che aveva contraddistinto uno dei più floridi movimenti nati nell’Inghilterra della seconda metà del ‘900?

L’album è, di tutto ciò, un emblema, un archetipo, un concetto. E Joe, Mick, Paul e Topper lo elevano, lo esaltano. Lo spolpano della sua essenza di facciata, lo infrangono con naturale consapevolezza di come le etichette fossero per loro un primo, vero, limite. E come tale, quindi, decidono di strapparle e gettarle con innato disprezzo. Eccola lì la vera forza del punk. Rifiuto del sistema, certamente, ma anche di qualsiasi targhettizzazione. Rifiuto di essere bollati in un determinato modo. Questo capolavoro che oggi compie 40 anni è di tutto ciò fiero portabandiera.

“Mi piaceva il fatto che non c’erano restrizioni. Quando sono entrato nei Clash ero un discreto batterista. Un normale batterista dalla mano leggera. Poi ho imparatato a picchiare forte sui tamburi e Mick e Joe hanno scoperto che riuscivano a scrivere moltissimi tipi di musica”

Le parole di Topper non potrebbero descrivere meglio lo stato d’animo con il quale la band entrò in studio di registrazione dopo il tour a stelle e strisce di Give’Em Enough Rope. La totale consapevolezza di libertà artistica e creativa, ben sposata con l’utilizzo incondizionato di qualsiasi miscela di note provenienti da altri generi e altre culture, rese London Calling una bomba a orologeria. Il tempo di esplodere e nulla sarebbe stato più come prima.

Da quella Londra benpensante, rea di essere borghese nell’aspetto ma proletaria nell’anima, si innalzò un grido di rabbia e di rifiuto. Londra, l’Inghilterra, la musica rock, erano cadute, in ginocchio, conquistate da quei quattro lì che da giovanissimi sognavano, al massimo, di suonare nei pub del posto.

Una “Revolution Rock“, come venne definita, analoga solo a quella dei colleghi più illustri che, mediante la loro arte, hanno portato un genere musicale a un livello successivo, quasi magistrale, di paradisiaca fattura. The Beatles, Elvis Presley, Jimi Hendrix. Così, giusto per citarne alcuni, i primi che vengono in mente. Una rivoluzione rock da disco di platino in Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Da disco d’oro in Canada e Francia. Sessantacinque minuti di musica leggendaria, immortale, che sono valsi l’ottavo posto nella classifica dei 500 migliori album di sempre da parte di Rolling Stone.

Per celebrare l’illustre anniversario, al The Museum of London è in corso (fino al 19 aprile 2020) The Clash: London Calling, mostra gratuita in sui sono esposti circa 160 cimeli tratti dall’archivio della band. Dischi, abiti, fotografie, video inediti, appunti presi direttamente dalla sala prove. La mecca per tutti i fan di Joe Strummer e del rock più in generale. Ne citiamo uno su tutti: il basso Fender Precision che Paul Simonon distrusse sul palco del Palladium di New York nel 1979.

Fondatore e direttore editoriale del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Isolamento, oppressione e claustrofobia: Shining è più attuale che mai

Federico Falcone

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Un brano intitolato “Il sogno di Jakob” venne usato nella scena in cui Jack si sveglia dal suo incubo, una strana coincidenza. Ci furono in realtà alcune altre coincidenze, in particolare con i nomi. Il personaggio interpretato da Jack Nicholson si chiama Jack nel romanzo. Suo figlio si chiama Danny nel romanzo ed è interpretato da Danny Lloyd. Il barman fantasma nel romanzo si chiama Lloyd” – Stanley Kubrick.

Diciamoci la verità, “Shining“, l’omonimo libro di Stephen King portato sul grande schermo da Stanley Kubrick (e scritto assieme a Diane Johnson) nel 1980, è quanto mai attuale. Niente a che vedere con hotel isolati dalla civiltà o nevicate impetuose, anzi, ma lo scenario d’isolamento che caratterizza il film e corrode l’anima e la mente del suo protagonista invece si, è qualcosa di realmente quotidiano. Il lockdown scattato a seguito dell’emergenza Coronavirus ci ha costretti a rimanere chiusi in casa e chi non ha avuto la fortuna di avere a disposizione i migliori mezzi per affrontarlo ha passato momenti davvero complessi.

La sensazione di vuoto, di claustrofobia, di smarrimento, d’isolamento, appunto, derivante dalla quarantena è stato per molti destabilizzante e non è un caso che le varie amministrazioni pubbliche abbiano predisposto sportelli di sostegno psicologico per chi ha manifestato sintomi come ansia, angoscia, spaesamento, mancanza di affetto, irrequietezza, insonnia et similia. Isolamento e quarantena sono elementi caratterizzanti il capolavoro di Stanley Kubrick. Il primo ne rappresenta la base di partenza dal quale e sul quale il film si eleva, il secondo la sfumatura, il detto tra le righe da applicare per analogia ai giorni nostri.

Leggi anche: 21 anni senza Stanley Kubrick, l’avanguardista cinematografico e filosofico che ha cambiato il cinema

In questi giorni il film ha compiuto l’anniversario dei quaranta anni dalla sua pubblicazione. La tecnica registica di Kubrick ha trovato nei 120 minuti della pellicola una tra le sue massime espressioni. Vengono messe in luce o riproposte in chiave moderna (per i tempi, ovviamente, e con riguardo ai lavori precedenti) alcune tecniche che ne segneranno il percorso artistico come “l’occhio meccanico” in cui la soggettività è data direttamente dal regista e non dai personaggi. Oppure come i tempi d’azione in cui le inquadrature, specialmente sui personaggi, sono più prolungate del previsto, marcando e accentuando gli sguardi e le espressioni degli attori. E poi c’è la circolarità delle scene che spesso prevedono un finale che si ricollega all’incipit del film.

Stephen King però non hai mai apprezzato la trasposizione cinematografica di Shining. “Kubrick ha voluto fare un film che fa male alle persone “, ha più volte dichiarato lo scrittore del Maine. Eppure il film ha ottenuto un successo straordinario, tanto di pubblico quanto di critica. La rivista inglese Time Out lo ha selezionato come il secondo miglior film horror in assoluto della storia del cinema, dietro solo a “L’esorcisista” e l’influenza che dal giorno della sua uscita in avanti ha avuto è stata – ed è – sconfinata.

E dire che lo stesso King contribuì nella scelta dell’attore preferendo Jack Nicholson ad altri. Furono provati anche Robin Williams, Harrison Ford e Robert De Niro. Quest’ultimo scartò la parte perché svelò che la sceneggiatura e la trama “non facilitavano il sonno“. Ci vollero sei mesi e circa 5000 ragazzini intervistati per tracciare il profilo di colui che interpretò il piccolo Danny Torrance, cioè Danny Llyoid. Diverse malelingue hanno sempre dichiarato che il giudizio negativo dello scrittore sul film è da attribuirsi alla mancata volontà, da parte di Kubrick, di dare maggiore spazio nella sceneggiature a King. Da lì, i dissapori – mai confermati – tra i due.

Leggi anche: 83 anni di Jack Nicholson: da Shining a Batman, il ghigno del cinema americano innamorato di Picasso e Louis Armstrong

Altro elemento caratterizzante è la musica. Inquietante, tesa, disturbata, ansiogena, quasi a voler veicolare lo stato d’animo dello spettatore verso quel senso di oppressione, malessere e isolamento che Jack Torrence vive. Come a voler tenere costantemente sulle spine chi si trova di fronte allo schermo, la colonna sonora di Shining gioca con le ombre delle emozioni, impercettibili e a volte disturbate da ciò che poi non accade. E’ un gioco al gatto e al topo, quello di far vivere allo spettatore suggestioni contrastanti, altalenanti e contraddittorie nel giro di pochi fotogrammi.

L’Overlook Hotel è un luogo gigante, affascinante, geometricamente parlando perfetto. E’ luminoso, ampio, ospitale. Ma nasconde le tenebre che si riverberano sui protagonisti del romanzo e quindi del film. La prestazione degli attori è strepitosa, con Jack Nicholson ai massimi storici in termini d’ispirazione e Shelley Duvall talmente calata nella parte – e si, anche vessata durante le riprese – che per il resto della sua vita porterà con sé i segni orrorifici di un film entrato di diritto nell’immaginario collettivo.

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Grosso guaio a Chinatown: da flop al botteghino a cult imprescindibile degli anni ’80

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Federico Falcone

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Pochi, come Kurt Russell e John Carpenter, impersonano il concetto di culto anni ’80. Se l’immagine del primo è legata a doppio filo allo straordinario Jena Plissken, protagonista di “1997: Fuga da New York” (1981) e “Fuga da Los Angeles” (1996), pellicole mai troppo amate dagli appassionati della settima arte, quella del secondo è irrimediabilmente connessa a un certo universo horror capace di affascinare milioni di adolescenti e non solo.

I due, oltre ai film sopra citati, hanno collaborato anche in “Elvis, il re del rock” (1979), “La Cosa” (1982) e “Grosso guaio a Chinatown” (1986), segnando un sodalizio artistico vincente e in grado di invecchiare bene, benissimo. Cinque film imprescindibili per gli amanti di un certo cinema, impossibili da non apprezzare per stile cinematografico e per quantità industriale di aforismi al fulmicotone presenti.

“Big Trouble in Little China”, però non si presentò bene al grande pubblico, complice una campagna promozionale non impeccabile e lacunosa ma soprattutto inefficace. Flop al botteghino e critiche feroci e negative da parte dei mass-media, ma anche di gran parte del pubblico, non resero la vita facile al film.

In Italia uscì il 1 luglio del 1986 ma rimase proiettato in sala per poco, proprio perché privo di quel piccolo particolare e requisito indispensabile chiamato “interesse da parte del pubblico”. Negli anni successivi sarebbe stato ampiamente rivalutato, ma in quei mesi il tracollo fu verticale che più verticale non si poté. Alcuni tra i critici più in voga in questi anni, come gli statunitensi Roger Elbert e Gene Siskel, non usarono mezze misure per definire “ridicoli” gli effetti speciali usati nella pellicola. Se la campagna marketing fu disastrosa, quella mediatica fu anche peggio, insomma. I soli 11 milioni di dollari di incasso solo lì a testimoniarlo…

Altro fattore non proprio secondario: nel 1986 uscirono altre pellicole che non solo ebbero immediato e grande successo ma che anche oggi, a distanza di 34 anni, conservano intatto il fascino dell’epoca. Film come “Stand By Me – ricordo di un’estate“, tratto dall’omonimo romanzo capolavoro di Stephen King, è come il buon vino che più invecchia e più diventa buono. Oppure “Top Gun” con un lanciatissimo Tom Cruise, “Il nome della Rosa” con Sean Connery, basato sull’omonimo romanzo di Umberto Eco, “Platoon” di Oliver Stone, “Highlander, l’ultimo immortale” con Christopher Lambert e le musiche dei Queen. Anche “Howard e il destino del mondo” e “Aliens, scontro finale” contribuirono a rendere il 1986 un’annata di rilievo per il cinema internazionale.

Probabile che “Grosso guaio a Chinatown” non fu compreso fino in fondo. Un film a lunghi tratti volutamente analogico e lontano dalle produzioni pompate dell’epoca (ricordiamo sempre che parliamo di 34 anni fa) non dovrebbe essere accusato di avere effetti speciali ridicoli se, in maniera del tutto palese e evidente, mirava discostarsi dal resto delle pellicole per lavoro registico e tone of voice. E poi, le precedenti collaborazioni tra Russell e Carpenter erano lì a dimostrare come lo spirito che animasse i due avesse un’identità ben precisa e marcata tale da rendere i loro lavori incredibilmente riconoscibili. Scusate se è poco.

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Brindiamo agli eserciti passati, e che gli eserciti futuri non debbano mai combattere“. Che bella frase, e quanto è attuale!

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Gigi Proietti ricorda Vittorio Gassman: feste surreali, corse al volante e un disperato bisogno di amici

Federico Falcone

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Vittorio Gassman e Luigi “Gigi” Proietti sono tra gli attori italiani più talentuosi e amati del ‘900, appartenenti entrambi a una scuola teatrale elitaria, tanto per qualità quanto per carisma. Quando Proietti aveva alle spalle pochi anni di carriera, sufficienti però a fargli spiccare il volo, Gassman era già un volto affermato dello spettacolo. Ricercato, ambito, idolatrato. Il futuro maresciallo Rocca non ha mai nascosto l’influenza che l’attore genovese ha avuto sul proprio percorso artistico, nonostante l’esordio di Gassman a teatro avvenne con “Ma non è una cosa seria” di Pirandello, un teatro dai connotati più tradizionali rispetto a quello avanguardistico in cui Proietti mosse i suoi primi passi.

“Era una persona piena di vita, adorava le feste. Ne organizzava a migliaia, nei posti più disparati. Una volta ci invitò in aperta campagna, in un posto che bisognava raggiungere a dorso d’asino. La riuscita di una festa lo gratificava più di un successo a teatro. Amava tutti i giochi che si facevano in quelle occasioni perché gli davano la possibilità di dimostrare tutte le sue doti, prima fra tutte la prestanza fisica”, ricorda Proietti nella sua autobiografia “Tutto sommato…qualcosa mi ricordo” del 2013.

Un’amicizia, quella con Gassman, che li ha accompagnati per lunghi anni, fino alla morte di quest’ultimo nel 29 giugno del 2000. Una stima reciproca, ma anche una consapevole conoscenza delle qualità umane e artistiche che ne hanno contraddistinto vita e carriera. “Ci sono tre giovani interessanti: Carmelo Bene, Ernesto Colli e Luigi Proietti“, disse Gassman intorno alla metà degli Sessanta, quando Proietti era ancora un prospetto tutto da coltivare.

Stare in sua compagnia era uno spasso, a me che non fosse al volante“, prosegue Proietti nel suo racconto. “Ho sempre cercato di evitare di salire in macchina con lui alla guida: chi ci andava ne usciva con i capelli dritti. A Napoli me lo raccontò lui stesso, al ritorno da un party pieno di stelle del cinema. Si era formata una colonna d’auto con a bordo tutti gli invitati. Vittorio accelerò spazientito e con la sua Porsche tagliò letteralmente in due una 500. La signora al volante dell’utilitaria era bloccata tra le lamiere e lui si precipitò per rassicurarla e rassicurarsi. Era illesa. ‘Signora, mi scusi tantissimo, sono desolato, è tutta colpa mia: per il danno non c’è problema, le do subito i miei estremi’. Accorsero a sincerarsi anche Nino Manfredi, la Loren, Alberto Sordi e Claudia Cardinale”.

Era una personalità molto più complessa di quanto non lasciasse intendere la sua immagine di uomo vincente, dotato fisicamente e colto. Aveva un costante bisogno di amici e per questo si circondava di gente che conosceva anche nei contesti professionali

“Lavorare con Vittorio è stato bellissimo, tutte le volte. Rimpiango di non aver calcato insieme a lui il palco di un teatro. E dire che, quando l’occasione si è presentata, ci ho rinunciato di proposito. Stava per portare in scena il Otello e mi offrì il ruolo di Jago. Dovete sapere che ogni volta che si recita quest’opera di Shakespere, fra gli attori che interpretano Otello e Jago si instaura una vera e propria competizione. Non è solo un vezzo da istrioni: quella tensione fra i due personaggi fa proprio parte dell’opera, è scritta nel testo, quindi se uno accetta di interpretare uno di quei due ruoli deve essere anche pronto ad affrontare il duello di recitazione che quella scelta comporta”.

“Non mi sentivo pronto. Un po’ perché non mi credevo adatto, ero ancora nel pieno di “A me gli occhi, please” e le mie sperimentazioni puntavano in un’altra direzione, un po’ perché non volevo raccogliere il guanto di una sfida che per me poteva essere suicida. ‘Vittorio – gli dissi – lo sai come funziona sta storia fra Jago e Otello, se vinci tu me ce rode, se vinco io mi dispiace, mi sa che è meglio che andiamo a cena e restiamo amici’. Non me ne sono mai pentito abbastanza“.

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