Live Report – Alter Bridge + Shinedown + The Raven Age, Bruxelles, Cirque Royal

Con loro avevo un conto aperto da anni. Incredibile ma vero, ogni volta che potevo o dovevo andare a vederli non riuscivo. Due volte avevo anche il biglietto

Alla fine, sono venuto nella “fresca” Bruxelles, ove gli Alter Bridge si esibivano. Innanzitutto, la location: il Cirque Royal. Salvo Auditorium vari, noi in Italia posti così, con una capienza e un’acustica così, ce li sogniamo. E, se da un lato mi incazzo a pensare in quali condizioni debbano svolgersi i concerti in Tricoloria, dall’altro giubilo per la fortuna di aver conosciuto una nuova venue straniera che certo entrerà nelle mie ipotesi di programmazione valvolare futura (se mi regge, chiaro).

Detto questo, lo show (aperto dai The Raven Age, ma soprattutto portato già a buoni livelli di “cottura” dagli ottimi Shinedown). Kennedy e Tremonti escono dalle quinte e prendono subito posizione sul palco senza convenevoli di occasione. Si vede subito che hanno proprio voglia di suonare.

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L’ultimo “Walk The Sky“, che ho ascoltato una volta distrattamente forse un mesetto fa, non è che mi avesse destato questa grande impressione, ma questa è una band che devi vedere almeno una volta dal vivo (tutte in realtà andrebbero giudicate seriamente così…) per discernere bene il valore di certe canzoni: esempio l’opener “Would You Rather” o “Pay No Mind“. C’è poco da dire quando dietro al microfono hai uno come Kennedy e alla sei corde un “poeta” selvaggio come Tremonti.

Il tiro è sempre super perché una coppia di queste può far decollare anche la traccia meno appariscente nella dimensione on stage. Tra l’altro, come se non bastasse, ho rilevato un affiatamento e un allineamento di mood con le chitarre tra i due davvero niente male, soprattutto considerando la bella manualità dello stesso Kennedy.

Tensione ritmica e variazioni soliste davvero sempre sugli scudi, così come quella dispozione naturale a mescolare in un sincretismo heavy rock le diverse istanze e impostazioni sullo strumento

Broken Wings“, “Take The Crown” o “Cry Of Achilles” sono perle d’esecuzione, soprattutto perché caricano su di sé quel piglio epicheggiante e arrembante che ha fatto la (relativa) fortuna degli Alter Bridge. L’ultima parte del set è stata probabilmente la più coinvolgente, grazie anche al ricorso a un intermezzo acustico (“Watch Over You” da brividi) ma soprattutto alle “armi improprie” rappresentate da “Blackbird” e “Metalingus” che hanno fatto schizzare i decibel all’interno del Cirque Royal.

Ottime la nuova “Godspeed” (bella melodia) e l’ultima, vigorosa accelerata sul rettilineo sonoro rappresentata da “Addicted To Pain“, che con il suo riffone di granito ha degnamente suggellato l’act, davvero molto soddisfacente e che ha giustificato la trasferta nel freschino fiammingo.

Myles, che avevo visto tre volte con Slash, è senza dubbio uno dei cantanti più bravi e puliti al mondo, ma ad impressionarmi è stato soprattutto Mark Tremonti, che ammiravo per la prima volta dal vivo. Un suono unico, la summa notevole di ispirazioni plettranti diverse, che vanno dal vecchio e fottutissimo hard rock al metal classico, passando per aggressioni “panterizzate” e umori alternative.

E la grande, grande pulizia in assolo. Che mi ero perso finora. Per intanto, conto saldato con il Destino, ma spero a breve di poterli rivedere, eh, perché live meritano. Davvero una forza, gli Alter. Rendiamo grazie a Lemmy, è cosa buona e giusta.

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