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Live Report – Alter Bridge + Shinedown + The Raven Age, Bruxelles, Cirque Royal

Domenico Paris

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Con loro avevo un conto aperto da anni. Incredibile ma vero, ogni volta che potevo o dovevo andare a vederli non riuscivo. Due volte avevo anche il biglietto

Alla fine, sono venuto nella “fresca” Bruxelles, ove gli Alter Bridge si esibivano. Innanzitutto, la location: il Cirque Royal. Salvo Auditorium vari, noi in Italia posti così, con una capienza e un’acustica così, ce li sogniamo. E, se da un lato mi incazzo a pensare in quali condizioni debbano svolgersi i concerti in Tricoloria, dall’altro giubilo per la fortuna di aver conosciuto una nuova venue straniera che certo entrerà nelle mie ipotesi di programmazione valvolare futura (se mi regge, chiaro).

Detto questo, lo show (aperto dai The Raven Age, ma soprattutto portato già a buoni livelli di “cottura” dagli ottimi Shinedown). Kennedy e Tremonti escono dalle quinte e prendono subito posizione sul palco senza convenevoli di occasione. Si vede subito che hanno proprio voglia di suonare.

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L’ultimo “Walk The Sky“, che ho ascoltato una volta distrattamente forse un mesetto fa, non è che mi avesse destato questa grande impressione, ma questa è una band che devi vedere almeno una volta dal vivo (tutte in realtà andrebbero giudicate seriamente così…) per discernere bene il valore di certe canzoni: esempio l’opener “Would You Rather” o “Pay No Mind“. C’è poco da dire quando dietro al microfono hai uno come Kennedy e alla sei corde un “poeta” selvaggio come Tremonti.

Il tiro è sempre super perché una coppia di queste può far decollare anche la traccia meno appariscente nella dimensione on stage. Tra l’altro, come se non bastasse, ho rilevato un affiatamento e un allineamento di mood con le chitarre tra i due davvero niente male, soprattutto considerando la bella manualità dello stesso Kennedy.

Tensione ritmica e variazioni soliste davvero sempre sugli scudi, così come quella dispozione naturale a mescolare in un sincretismo heavy rock le diverse istanze e impostazioni sullo strumento

Broken Wings“, “Take The Crown” o “Cry Of Achilles” sono perle d’esecuzione, soprattutto perché caricano su di sé quel piglio epicheggiante e arrembante che ha fatto la (relativa) fortuna degli Alter Bridge. L’ultima parte del set è stata probabilmente la più coinvolgente, grazie anche al ricorso a un intermezzo acustico (“Watch Over You” da brividi) ma soprattutto alle “armi improprie” rappresentate da “Blackbird” e “Metalingus” che hanno fatto schizzare i decibel all’interno del Cirque Royal.

Ottime la nuova “Godspeed” (bella melodia) e l’ultima, vigorosa accelerata sul rettilineo sonoro rappresentata da “Addicted To Pain“, che con il suo riffone di granito ha degnamente suggellato l’act, davvero molto soddisfacente e che ha giustificato la trasferta nel freschino fiammingo.

Myles, che avevo visto tre volte con Slash, è senza dubbio uno dei cantanti più bravi e puliti al mondo, ma ad impressionarmi è stato soprattutto Mark Tremonti, che ammiravo per la prima volta dal vivo. Un suono unico, la summa notevole di ispirazioni plettranti diverse, che vanno dal vecchio e fottutissimo hard rock al metal classico, passando per aggressioni “panterizzate” e umori alternative.

E la grande, grande pulizia in assolo. Che mi ero perso finora. Per intanto, conto saldato con il Destino, ma spero a breve di poterli rivedere, eh, perché live meritano. Davvero una forza, gli Alter. Rendiamo grazie a Lemmy, è cosa buona e giusta.

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Maya Deren e la danza onirica del Cinema

Redazione

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Sperimentazione, macchina da presa, low budget, pellicola 16 mm e rivoluzione del Cinema.

Qualche termine per sintetizzare l’innovazione totale e l’influenza sulla settima arte che Maya Deren, nata Eleanora Derenkovskaja il 29 Aprile 1917 a Kiev, ha portato al mondo del film. Maya Deren nasce in una famiglia ebrea benestante e di grande cultura. Il padre, un’importante psichiatra, avrà, stando alle parole della stessa regista, un’influenza fondamentale nelle sue opere. A cause delle simpatie trotskijste del suddetto padre e del timore di rappresaglie antisemite da parte del governo sovietico, la famiglia fugge a New York, negli Stati Uniti, nel 1922. Qui ottengono la cittadinanza americana e cambiano il cognome in Deren.

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Ed è qui, a New York, che la Nostra inizia a studiare giornalismo e scienze politiche alla Syracuse University e a frequentare i circoli socialisti locali che contribuiranno alla maturazione delle sue salde idee femministe. Idee che possiamo ritrovare in seguito nelle sue opere. Inizia inoltre a interessarsi al fenomeno artistico delle avanguardie, subendo in particolar modo l’influenza del surrealismo francese. L’anima di New York è fondamentale per Maya Deren, poiché è qui che inizia a prendere forma la rivoluzione del film per come era visto fino ad allora. Qui nasce il fenomeno dell’underground, della sperimentazione totale, della spietata critica al sistema Hollywoodiano.

All’inizio degli anni ’40 grazie a una parte dell’eredità paterna, Maya Deren acquista la sua prima cinepresa, una Bolex 16mm con cui gira il suo primo film: Meshes of the Afternoon (1943). Primo film girato, dalla durata di 14 minuti, che fa uso di una sperimentazione allucinante: tecniche di ripresa completamente innovative, un modo alieno di produrre e guardare un film. Capolavoro. Il primo tentativo cinematografico sancisce già la rivoluzione visiva, per chi vuole, per chi è stufo di Hollywood e dei suoi divi e dive, per chi è ormai intollerante e nauseato dalla plastificazione del cinema, il cambiamento è stato provato.

Le sue tecniche di ripresa in Meshes espongono un modo nuovo, vivo, di fare un film. La realtà dell’immagine non è più statica: niente più marionette così nostalgiche del teatro, basta ai film fatti di continui dialoghi, basta parlare nel film, si inizia a far parlare il film. Ecco che allora entra in scena la danza della cinepresa (ricordiamo che la stessa Maya Deren si appassiona all’arte della danza negli anni Trenta e Quaranta): l’immagine non è catturata dalle reti della storia, ma si svolge libera e nuda nell’atmosfera magica della realtà, come il corpo del danzatore che vediamo nel brevissimo cortometraggio A study in Choreography for Camera (1945).

La realtà stessa può vivere dentro l’obiettivo della cinepresa e noi, spettatori confusi, possiamo vedere un mondo, una realtà delle cose che solo nel cinema possono esistere. Questo, forse, è il messaggio più importante che Deren ci insegna, ipnotizzandoci con le sue brevi e allucinanti pellicole. È l’idea di un «cinema personale, praticato al di fuori di ogni condizionamento» come scrive Antonio Costa in Saper vedere il cinema. Ci troviamo di fronte a una tipologia di film così viva che si potrebbe definire piuttosto una creatura filmica, totalmente al di fuori dei canoni tradizionali della settima arte, lontana dai meccanismi di distribuzione intrinseci a una considerazione del cinema come mercato e industria.

Con Deren e altri film–makers, come essi stessi si definirono (coniando un termine ancora oggi utilizzato) e tutta l’esperienza del Living Theatre, il più importante e conosciuto gruppo teatrale di avanguardia, nasce questa volontà di usare e vivere il cinema in totale libertà creativa. La stessa libertà che in altre forme artistiche come la pittura e la poesia aveva già preso piede anni prima, basti pensare al Futurismo o al Surrealismo.

Prendendo invece in esame l’opera At Land del 1944, possiamo notare più facilmente il carattere puramente onirico che si estende per tutta la pellicola.  Notiamo una Maya Deren che, come nel precedente Meshes of the Afternoon, interpreta anche il ruolo di attrice protagonista immersa in questa dimensione sognante, senza un senso apparente. Le stesse atmosfere e scenari svolgono la funzione di contrasto e contraddizione: si guardi a come si passa nella stessa sequenza dalla spiaggia a una cena di gala, dalle onde del mare a una scacchiera. Lo spettatore viene quindi catapultato in una terra sconosciuta, assurda, consapevole di vivere un sogno, ma senza che questo venga detto esplicitamente.

Sono le stesse tecniche che possiamo ritrovare nel cinema di Lynch, che viene fortemente influenzato dall’artista che stiamo trattando. Anche Lynch riesce sempre a creare l’atmosfera di un sogno vivo che si svolge intorno a te, immergendoti completamente in un’ambiente alieno e assurdo, ma che evoca figure e movimenti di macchina che fanno della realtà quotidiana un apparato magico vivo e pulsante. Si parla, inoltre, di un tipo di immagine “aliena” o “magica” non a sproposito. Infatti la Deren intraprende numerosi viaggi ad Haiti, attirata dalla cultura locale, in particolare dal Voodoo, dalla quale rimane estremamente affascinata. Scrive quindi un libro in collaborazione con Joseph Campbell, Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, tradotto in italiano come I Cavalieri divini del Vudù.

Questa passione per la cultura Voodoo si trasforma poi in un’adesione alla religione stessa. Ella, infatti, inizia a partecipare attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, secondo la tradizione, riuscendo quindi a divenire parte di quella comunità a tutti gli effetti. Questa passione di Maya Deren per la cultura haitiana e in particolare per il Voodoo possiamo ascoltarla nelle registrazioni che lei stessa fa partecipando alle cerimonie haitiane. Queste poi vengono incise su di un vinile mono che abbiamo la fortuna di poter ascoltare in versione digitalizzata su YouTube.

Leggi anche: “Yuliya Mayarchuk e La Lanterna Magica: “Le emozioni che raccontano un territorio”

Articolo a cura di Riccardo Di Girolamo

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Miti e leggende d’Abruzzo: il rito dei “serpari”, San Domenico e la dea Angizia. Perché abbiamo da sempre paura dei serpenti?

Licia De Vito

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Ogni anno, il primo maggio, in un borgo in provincia dell’Aquila, Cocullo, si assiste all’evento folcloristico più famoso d’Abruzzo: la “festa (o rito) dei serpari”. Dedicata a San Domenico, la festività ha antichissime origini pagane, legate proprio ai serpenti, che appaiono subito evidenti a chiunque abbia partecipato almeno una volta a questo particolarissimo evento.

Proprio in questo giorno la popolazione del paese si reca a caccia di serpenti che poi vengono intorcinati attorno alla statua del santo. All’uscita dalla chiesa, in base alla posizione che le serpi avranno assunto, si avranno dei buoni o cattivi auspici per l’anno a venire.

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Statua di San Domenico (fonte: comune di Cocullo)

San Domenico

San Domenico nasce a Foligno intorno al 915, dopo molti spostamenti in tutto il centro Italia si stabilisce in Abruzzo. Si ritira nei pressi di Villalago dove ancora oggi si trovano un santuario e un lago artificiale immersi in un meraviglioso paesaggio fatato che portano il nome dell’abate. Alle spalle della chiesa sta l’eremo ovvero la grotta, dove San Domenico si chiudeva in meditazione e in preghiera.

Dopo ben sei anni di ritiro nell’eremo, l’abate divenne oggetto di persecuzione da parte di alcuni “eretici” a causa della fama dei numerosissimi miracoli che compiva. Così, in sella ad una mula, fuggì verso Cocullo. La leggenda vuole che scappando avesse lasciato un orso a guardia della strada tra i due paesi, impedendo così ai suoi aggressori di raggiugerlo. Oltre a molti miracoli che pare abbia compiuto durante il tragitto, ne compirà altri una volta arrivato nel paese. Qui le persone vivevano per lo più all’aperto e quindi erano frequentemente vittime di morsi di serpenti e di vipere, di cui la zona era piena.

Il Santo guarì gli abitanti del villaggio dal veleno e salvò delle donne a cui, si dice, dormendo in aperta campagna le vipere avevano succhiato il latte materno o erano penetrate fin nello stomaco. San Domenico stesso donò alcune delle sue reliquie agli abitanti di Cocullo e Villalago quando lasciò l’Abruzzo: nella chiesa di Cocullo sono presenti un dente e il ferro della sua mula, a Villalago un suo molare. L’abate Domenico è un santo taumaturgo, in grado cioè di compiere miracoli, ma è anche guaritore: viene evocato per proteggersi dal morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, contro le intemperie, per scacciare malattie come la malaria e per curare il mal di denti.

Le origini pagane del rito: il culto di Angizia

In latino Angitia o Angita, da “anguis”, serpente. Angitia o Anctia per i Marsi, Anagtia per i Sanniti, Anaceta o Anceta per i peligni. Questa divinità italica adorata principalmente da Marsi, Peligni e da altri popoli italici di origine osco-umbra è associata soprattutto al culto dei serpenti. Un attributo, quello delle serpi, che richiama chiaramente alla figura di una Dea Madre, alla Terra, e più in generale alla Natura. Angizia, come molte delle antiche Dee Madri era anche una maga, capace quindi di compiere guarigioni miracolose. Questa figura divina arriva da molto lontano e ha il sapore orientaleggiante celato dietro molti culti arcaici della Penisola. Le officianti dei riti dedicati ad Angizia erano sacerdotesse che la invocavano utilizzando diversi nomi: Keria, dal sumero “kur “(terra), o dall’ accadico “kerû”, o ancora il latino Cerere, Grande Dea della Terra. Venne associata alla divinità iranica Anahita, consorte o madre di Mitra, e alla Dea assira Ištar, un’altra divinità ctonia (cioè legata al mondo sotterraneo, all’aldilà e alle profondità della terra. Divinità simili sono Persefone, Ecate, Feronia), proprio come Angizia, anch’essa protettrice della fertilità. I Romani la associavano all’arcaica Bona Dea, per alcune fonti era figlia di Eta e sorella della Maga Circe. Dato che i serpenti erano spesso collegati con le arti curative, Angizia era probabilmente considerata anche una dea della guarigione. I Marsi le attribuivano una conoscenza superiore dell’uso delle erbe salvifiche, in particolare quelle contro i morsi di serpente. Tra i suoi vari poteri, aveva quello di uccidere i rettili col suo solo tocco. Così scrive Silio Italico (Punicae libro VIII, 495-501) “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve“.

Oltre alla tradizione dei “serpari” il retaggio del culto rivolto verso questa divinità è ancora palpabile nei festeggiamenti e le tradizioni primaverili di molti insediamenti marsicani e peligni: per esempio a Luco dei Marsi (AQ), dove si trovano i resti di un “lucus”, un santuario o “bosco sacro” dedicato alla dea, il giorno della Pentecoste è tradizione che gli zampognari facciano una tappa presso i ruderi del tempio di Angizia.

Ma perché i serpenti ci fanno così paura?

Approfondiamo per bene il discorso su questa diffusissima fobia col Dott. Gaetano Miranda, biologo specializzato in antropologia fisica che ci ha chiarito alcune delle motivazioni più comuni.

Antropologicamente, la paura atavica dei serpenti è qualcosa che ci portiamo dietro da millenni per mille motivi. Come altre fobie “note”, ad esempio quella dei ragni, le paure più radicate sono quelle legate a qualcosa che conosciamo poco, e questo vale, chiaramente, anche per gli animali. Questo fenomeno è strettamente correlato al fatto che il cervello umano in fase di evoluzione ha registrato in maniera pressoché automatica, quasi a livello genetico, la paura di alcuni elementi che a priori potrebbero farci male. Cosa significa?

Quando i bambini nascono non hanno paura dei serpenti o dei ragni ma il loro cervello registra immediatamente l’informazione che quello potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Hanno quindi, da un punto di vista innato, l’attitudine a non avvicinarsi a tutto quello che potrebbe essere dannoso. È un sistema di difesa insito nella zona del cervelletto, cioè in tutta quella parte che regola le nostre sensazioni immediate, quelle che ci fanno reagire tempestivamente e ci permettono di salvarci dal pericolo.

Immaginiamo, da un punto di vista pratico, di essere in una foresta e di vedere un serpente. Se noi ci avviciniamo troppo quello ci attacca, cancellandoci di fatto dalla linea evolutiva. Sono sopravvissuto infatti solo i soggetti del genere “Homo” che in fase di caccia nelle zone boschive o di foresta, alla minima sensazione di paura, fuggivano grazie all’ adrenalina. E fuggendo, sopravvivevano. La capacità di avere paura in maniera “anticipata”, di vedere in un’ombra un pericolo in realtà inesistente salvava la vita. E questa predisposizione è stata tramandata, di generazione in generazione.

La paura di alcuni animali è quindi “diventata quasi un tratto genetico utile ai fini della salvezza del genere umano“. Ma perché il serpente fa più paura di tutti gli altri animali? Perché rappresenta un’anomalia del sistema. Striscia, non possiede zampe, non si capisce come faccia a muoversi, è quasi invisibile e soprattutto silenzioso, non emette alcun verso tranne un sibilo impercettibile che nella maggior parte dei casi non è udibile dal nostro orecchio.

Antropologicamente quindi, quando non si capisce immediatamente il meccanismo che mette in relazione la causa e l’effetto, scatta la paura.” Ho paura del fulmine perché non lo capisco, quando capisco perché quel fenomeno avviene non lo temo più perché lo domino. Il “fenomeno serpente” non è dominabile. Puoi ucciderlo certo, ma nell’immediato non ti rendi conto di come stia funzionando: cosa vede, cosa sente, cosa vuole farti. Inoltre milioni di anni fa questi rettili non avevano le dimensioni a cui noi oggi siamo abituati. Alcuni, come il Titano Boa, erano lunghi fino a 17 metri e pesava più di un elefante. Si può quindi immaginare che fossero davvero terrificante per i primi abitanti delle foreste.

Come alcune creature del mare più profondo inoltre (altra paura atavica) i serpenti, a causa della loro conformazione fisica, non consentono alla preda di fuggire. Una tigre ci inseguirebbe anche per cento metri, il serpente invece uccide nel raggio di una distanza brevissima per mezzo del suo veleno, potentissimo proprio per questo motivo. Uno dei serpenti più pericolosi al mondo, che si trova in Australia, è detto infatti “seven step snake”: una volta morsi si riescono a fare solamente sette passi, poi si muore. Dato che queste bestie non si riescono a capire, quindi dominare, vengono trasformate in idolo. Diventa subito un elemento divino, mandato sulla terra per essere un’arma o una prova di coraggio: attraversare il fossato di serpenti, combattere contro i serpenti, sono tutte prove di forza che riescono ad affrontare solo i guerrieri più potenti o gli esseri con poteri magici.

Ancora oggi alcune sette utilizzano i serpenti velenosi nei propri rituali. In America ad esempio i membri della Chiesa nota come “snake handling” si passano dei serpenti velenosi durante le celebrazioni sperando che Dio li protegga, dal 1994 sono morte decine di persone, tra cui lo stesso fondatore. Per evitare queste inutili morti, i serpenti utilizzati per la maggior parte dei festeggiamenti religiosi non sono velenosi, e questo infatti vale anche per Cocullo.

Illustrazione originale: Sharon Sabatini per The Walk Of Fame Magazine

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Il castello di Sant’Eusanio Forconese – Tra leggende, folklore e tradizioni

Alessio Di Pasquale

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La storia del castello di Sant’Eusanio Forconese è intrisa di mitologia e leggende al pari di qualsiasi altro castello abruzzese. Quella che vi stiamo per raccontare vi giunge dal folklore tipico delle genti di questo piccolo borgo in provincia dell’Aquila.

C’era una volta un uomo, un profeta, che in una specifica occasione ben poco lusinghiera nei suoi confronti, disse a riguardo: “nessuno è profeta in patria“. Uscì fuori dalle mura di casa per diffondere la sua parola, sperando di essere accolto meglio di quanto non accadeva nella sua terra e così finì per approdare nell’entroterra abruzzese, dove la vita era assai più aspra e dura rispetto a quella sulla costa. Ma ovviamente nessuna delle genti del luogo poteva sapere chi fosse questo misterioso sconosciuto.

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L’anno del suo arrivo, tanto tempo fa, diversamente dagli altri anni la terra era stata particolarmente generosa con la popolazione locale e aveva fruttato ai contadini che l’avevano lavorata una notevole quantità di grano.

Un giorno, davanti a un enorme cumulo di grano, passò un povero mendicante vestito di stracci a chiedere l’elemosina. Un ricco e avido propietario terriero, possidente dei frutti del lavoro dei suoi contadini, si rifiutò di dargli la benché minima spiga di grano. Non solo: ordinò che venisse coperta con legna e stracci per nasconderla agli occhi di quel cencioso viandante e comandò anche di cacciarlo via. La conseguenza di questa mala accoglienza fu che l’indomani, alle prime luci dell’alba, la popolazione locale si svegliò e trovò una collina di pietra al posto dell’enorme cumulo di grano.

Ebbene, quel pover’uomo vestito di stracci maleodoranti non era nient’altro che il Cristo Gesù che nottetempo aveva trasformato il grano in una collina rocciosa, per punire l’egoismo del ricco ed ingordo possidente terriero. Così vuole la leggenda della nascita del monte Cerro, una collina dai lineamenti dolci (rispetto alle spigolose montagne circostanti) posta a 754 mt s.l.m. che si staglia a 200 metri rispetto ai piccoli paesi ai suoi piedi di Fossa e di Sant’Eusanio Forconese, in provincia dell’Aquila.

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Non si conosce molto della storia antica di questo piccolo borgo. Tutto ciò che si sa viene dopo l’arrivo, in questa terra chiamata antecedente Cinque ville (per via dei cinque villaggi di Castellina, Castello, Monticchio, San Pietro e Carmiscione che lo componevano), del sacerdote Eusanio del Gargano (Puglia) giunto qui per evangelizzare l’Abruzzo, antico adoratore di Dèi pagani, da cui intuitivamente prese il nome questo piccolo paese.

È proprio sulla cima del monte Cerro che troviamo il castello di Sant’Eusanio Forconese, ad una altitudine che ci consente una bella visuale sulla valle dell’Aterno. Questa fortificazione fu edificata a cavallo tra il XII e il XIII dagli abitanti dei borghi limitrofi, ed aveva un tempo funzioni strategico-difensive contro possibili attacchi nemici. Di fatti, da lì si poteva facilmente comunicare con le altre fortezze circostanti, in caso ce ne fosse stato bisogno. In particolar modo con i castelli di Ocre e di San Pio delle camere, trovandosi nel mezzo tra questi ultimi.

Ed a proposito: è inoltre uno dei 99 castelli che contribuirono a fondare, secondo la tradizione, la città dell’Aquila federando i piccoli centri urbani (alias, castelli) della conca Aquilana, ognuno dei quali mise del suo nella costruzione dell’antica città. Non poca cosa insomma. E sì, in Abruzzo le leggende sopravvivono all’azione erosiva del tempo.

L’architettura del castello è di tipo irregolare, con una cinta muraria che, unita a cinque torrioni semicircolari dal diametro di 5 metri e altre quattro torri a base quadrata con funzione di rompitratta, lo rendevano una fortezza quasi inespugnabile. Ma se Roma non è stata costruita in un giorno, tantomeno la fortezza di Sant’Eusanio Forconese. Di fatti la costruzione fu completata a più riprese, fino alla fine della sua funzione strategica – militare nel XVIII secolo, restauri compresi ovviamente.

La cinta muraria è quadrangolare, spessa circa un metro e mezzo ed alta tra i 5 e i 7 metri, e si svolge tutta intorno il perimetro delimitato dalle suddette torri di avvistamento e difesa. Nella sua costruzione originaria non sono mai stati ritrovati i cosiddetti merli, presenti nella stragrande maggioranza dei castelli medievali, che altro non erano che dei rialzi in muratura posti a intervalli regolari con la specifica funzione di riparo e difesa del castello contro le frecce nemiche. La struttura superiore quindi è piuttosto lineare. Il punto debole del castello, privo di difese naturali, è invece difeso da un fossato.

All’interno, nello spazio delimitato dal recinto, sono presenti delle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana ed altri strumenti per la conservazione del cibo.
Dato che (con le dovute eccezioni nobiliari, in parole povere: dei ricchi) nei tempi passati non c’erano assolutamente tempo e risorse da investire per inutili futilità senza nessuna funzione, e quasi tutto doveva avere uno scopo mirato ad un fine, possiamo ragionevolmente dedurre, da questo dettaglio, che il castello era normalmente e costantemente abitato. Di fatti, il recinto del castello serviva anche come riparo per la popolazione locale, in caso di pericolo di qualsivoglia genere.

L’accesso al castello, oggi murato, era anticamente una porta ogivale posta furbescamente a ridosso di una delle torri quadrate, per poter essere facilmente e rapidamente difesa dagli attacchi, in caso di tentativi di sfondamento.

L’attività militare vera e propria del castello durò fino al 1461, fino a quando cioè un violento terremoto colpì la valle dell’Aterno, compromettendone la sua struttura. All’interno del giardino-recinto, tra il XVII e il XVIII secolo quando perse la sua funzione originaria, fu costruita la chiesa della madonna del castello. Una struttura molto semplice ma molto bella da vedere, al cui interno sono custoditi con cura alcuni affreschi di grande valore. Le sorprese dunque non mancano mai, in questa splendida terra chiamata Abruzzo.

A tutt’oggi nella città dell’Aquila esiste una via “Vicolo S.Eusanio” a ricordarlo, e ogni prima domenica di agosto si svolge una processione che porta la statua della Vergine dalla basilica di Sant’Eusanio Martire fino alla chiesa sul Monte Cerro.

Non si conosce, infine, molto sulla persecuzione del Santo Eusanio e la sua conseguente martirizzazione. Tutto ciò che sappiamo viene da un autore del ‘700, che racconta di come il predicatore cristiano sia stato perseguito da Prisco, governatore romano di Aveja, antica città/municipio di Roma che oggi è collocabile presso il paese di Fossa. Dopo il martirio, il santo fu sepolto nel luogo in cui nel 311 sorgerà la chiesa di Sant’Eusanio martire, una bella basilica a tre navate, con una cripta al suo interno.

Ed a proposito della cripta, esiste anche un’altra piccola leggenda. Si racconta che, dopo la morte del santo, le sue ossa siano state rivendicate dagli abitanti del suo luogo d’origine, che giunsero all’ex cinque ville su un carro trainato da buoi. Una volta caricate le ossa però, i buoi si rifiutarono di ripartire, e si inginocchiarono testardamente a terra, non volendone sapere di rialzarsi. Da allora quindi le ossa sono custodite nella cripta della basilica, e lì rimarranno per sempre.

Tradizioni, rispetto e cultura caratterizzano da sempre le popolazioni dei piccoli borghi come quello di Sant’Eusanio Forconese ( pensate, solo 378 abitanti) che vivono una vita molto più semplice ma molto più ricca, trovando quindi sempre il tempo per ricordare ed onorare le proprie origini.

D’altronde, cosa saremmo noi se non fossimo mai stati ciò che eravamo? Pensateci. E rispondetevi.


Buon viaggio!

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili“.

Foto di: Stefano Sicurani

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