American History X: il film che ha stravolto la vita di Edward Norton

Nel 1998 Edward Norton veniva celebrato come uno tra i migliori attori in circolazione. Il talento, al nativo di Boston, Massachuttes, non mancava, così come non difettava di carattere e personalità per imporsi sul set, manifestando fin dagli esordi una spiccata propensione all’autorevolezza con tutte le conseguenze del caso. A tratti spigoloso, a tratti indomabile, sempre alla ricerca della prestazione perfetta, Norton ha sempre ambito a ritagliarsi uno spazio importante all’interno dello star system cinematografico internazionale. E ci è riuscito, anche in breve tempo.

L’esordio, avvenuto nel 1996 con Schegge di Paura al fianco di Richard Gere, è lì a dimostrarlo. L’interpretazione nella pellicola diretta da Gregory Hoblit gli valse la candidatura al premio Bafta e al premio Oscar come Miglior attore non protagonista ma, soprattutto, la vittoria del Golden Globe. Un riconoscimento in grado di lanciare o stroncare una carriera, a seconda di come il destino dedica di frapporsi fra un attore e il suo carattere. Nel giro di tre anni si mise in mostra con Larry Flynt – Oltre lo scandalo (1996), Tutti dicono I Love You (1996) e Il giocatore (1998). Proprio il 1998 è l’anno della consacrazione.

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Veste i panni di Derek Vinyard in American History X, film diretto da Tony Kaye (originariamente fu individuato Dennis Hopper) sulla sceneggiatura di David McKenna. E’ il momento spartiacque della sua carriera, quello in cui è chiamato a dare vita a un personaggio scomodo, violento, capace di impersonare alcuni tra i lati più abietti dell’essere umano come il razzismo, la violenza e la misoginia. Il ruolo, va da sé, per quanto attraente sarebbe stato scomodo per chiunque, ma non per una personalità tanto strabordante quanto arrogante come quella di Edward Norton che, infatti, accetta senza esitazioni.

Il film trae spunto dalle vicende personali di Frank Meeink, skinhead affiliato ai movimenti neonazisti e di estrema destra americani. L’infanzia di quest’ultimo è stata tutto fuorché rosea, con una madre alcolizzata e un padre tossicodipendente. Fin da giovanissimo coltivò sentimenti negativi come odio e rabbia, violenza e cattiveria, trovando sfogo e sollievo nei gruppi skinhead di Philadelphia che, di tali emozioni, ne facevano un concreto stile di vita. In breve tempo realizzò la sua scalata ai vertici gerarchici dei suddetti gruppi, diventando punto di riferimento per tutti gli esponenti che attorno a essi ruotavano. Attirò anche le simpatie del Ku Klux Klan. Capelli rasati e tatuaggi di Goebbels sul petto e della svastica sul collo: questo era il look di Meeink.

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Aveva solo 17 anni quando venne arrestato per aver torturato e quasi ucciso un ragazzo della sua stessa età. Essendo minorenne fu condannato a tre anni di prigione ma, una volta scarcerato, la sua vita cambiò radicalmente. Rigettò le amate ideologie neonaziste, ripudiò la comitiva di skinhead che fino a tre anni prima era stata la sua famiglia e decise di voltare pagina, non senza problemi e ritorsioni da parte degli ex amici.

Una sceneggiatura così controversa e difficile da portare sul grande schermo non poté che attirare l’attenzione di Norton che declinò l’invito a unirsi al cast de La sottile linea rossa e di Salvate il soldato Ryan. Ci volle coraggio per dire di no a Steven Spielberg e, pur di avere la parte, scelse addirittura di dimezzarsi lo stipendio, compiendo un mirabolante e imprevedibile gesto di umiltà. E ora, a chi lo additava di “tracotante strafottenza e vanagloria” sarebbe interessante chiedere chi tra i due ha avuto ragioni. La vita è fatta di sliding doors

Sul set le cose non andarono sempre lisce e gli scontri con il regista Kaye si rivelarono ordinaria amministrazione. Al centro degli stessi finirono spesso i dialoghi e l’approccio al carattere del personaggio, per alcuni versi “troppo estremo” rispetto alle previsioni originarie. Ma come si può raccontare una figura estrema come Meeink senza estremizzarne il personaggio? Come fa, il pubblico, a percepire la sua indole, il suo lifestyle senza che l’attore non lo viva in prima persona? Queste, su tutte, le domande-riflessioni che Norton poneva sé stesso e alla troupe. Giuste, se viste da un terzo ex post, perché il risultato finale è quanto di più verosimile con la realtà.

Edward Norton si sottopose a duri allenamenti, studiati appositamente per sviluppare massa muscolare in grado di enfatizzare la presenza fisica del personaggio, violento e con il culto della cura del corpo, come ideologia nazista vuole. Furono circa 13 i chili messi su dall’attore che, però, non gli valsero le simpatie di Arnold Schwarzenegger. L’ex Mr. Olympia, anche ex governatore dello Stato della California, lo apostrofò come “fighetta” per via delle sessioni di training ritenute troppo leggere.

E pensare che la New Line Cinema, casa di produzione del film, aveva proposto a Joaquin Phoenix di portare le vicende dello skinhead di Philadelphia sul grande schermo, individuandolo come perfetto attore protagonista. Colui che poi sarebbe diventato Miglior attore grazie al Joker di Todd Phillips nel 2019 rifiutò la parte perché ritenuta sgradevole, incapace di esaltarlo e non incline, infine, a dare spazio a un neonazista (le su visioni politiche e sociali sono note a tutti). La produzione del film aveva pensato a un coinvolgimento di Marlon Brando ma, a causa dell’ingaggio troppo alto di quest’ultimo, non se ne fece nulla e tutti i tentativi di convincerlo risultarono infruttuosi. Insomma, un cerchio sempre aperto e mai realmente chiuso fino all’ultimo secondo prima delle riprese.

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Anche il montaggio finale creò dissapori tra il regista e l’attore. Visioni divergenti, volontà contrastanti, idee opposte. La prima versione – quella del regista – vedeva Vinyard in piedi intento a rasarsi i capelli di fronte a uno specchio. L’intenzione di Kaye era rappresentare la violenza che genera violenza, l’infinita ruota che continua a muoversi in una spirale di odio. Un’azione, una buona azione, forse non può condannare una vita di violenze e non può cambiare volto a chi, preso da fanatismo e irrazionalità, rifiuta di cambiare. Edward Norton si oppose duramente, portando avanti il finale che tutti conosciamo ma creando attriti fortissimi con il regista, tanto da costringere la New Line Cinema a intervenire a suo favore. Kaye concluse il tutto apostrofando l’attore come “un dilettante che ha violentato il film“.

Questo episodio influenzò per sempre la considerazione che registi e case di produzione ebbero di Edward Norton. “Niente mi dà più soddisfazione della consapevolezza di aver fatto un film capace di far dire alla gente: ecco cosa sentiva in quel momento la nostra generazione“, dirà in seguito. Un film che ha cambiato la sua vita e la sua carriera, che lo ha costretto ad elevare il suo status di attore talentuoso e che lo ha proiettato nell’Olimpo dei grandi. Privilegio, questo, che non ha saputo sfruttare fino in fondo restando per molti un attore colmo di talento, ma non del tutto espresso. Ognuno ha la sua idea ma inespresso, forse, non è esattamente la considerazione più corretta.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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