“Le strade del male”, la recensione del film con Tom Holland e Robert Pattinson

Una volta Nanni Moretti, in una delle poche dichiarazioni interessanti rilasciate alla stampa, disse che non esistono temi di serie A e temi di serie B, ma esiste un modo personale di trattarli ed è questo che fa la differenza.

Partiamo da qui per raccontare le impressioni su ‘Le strade del male’, il nuovo film per Netflix di Antonio Campos, tratto dal romanzo di Donald Ray Pollock. Perché il cinema che vuole raccontare il lato marcio e oscuro dell’America esiste da sempre, e ‘The devil all the time’ – questo è il titolo originale – ci mostra precisamente due spaccati generazionali, il secondo dopoguerra e la metà degli anni ’60.

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Il contesto storico, scopriremo man mano, è irrilevante. Però l’intenzione alla base potrebbe attirare qualche curioso

Un film corale, con un cast di grandi nomi – Tom Holland, Bill Skarsgård, Jason Clarke, Eliza Scanlen, Mia Wasikowska, Robert Pattinson e tanti altri -, una narrazione che si dipana nella tundra sud-statunitense, tra Knockemstiff e Coal River, dove si forma una vera e propria antologia.

Storie di peccato e violenza, in posti dimenticati da Dio nonostante la presenza immancabile dei predicatori fuori di senno e dei fedeli con il rosario stretto tra le mani.

Anche e soprattutto per questo ‘Le strade del male’ è un film – e un romanzo – tremendamente debitore verso le atmosfere e i personaggi di Cormac McCarthy.

E forse ha ragione chi ci vede qualcosa di Stephen King, ma guardando il film, il rimando è a ‘Meridiano di sangue’ e alla grande narrazione americana, dove l’uomo con la croce sul petto non è meno pericoloso dell’uomo che imbraccia un fucile.

E soprattutto dove l’autodeterminazione è ostacolata dall’esperienza della civiltà passata, dalle violenze di cui ereditiamo il sangue e dalla dannazione che perseguita certe terre sperdute – e qui emerge anche quel poco di King che citavamo. Tutto questo è il contenuto del romanzo, che Campos avrebbe dovuto semplicemente orchestrare cercando di non cedere al fascino della letterarietà e creare una copia carbone del libro.

In realtà il primo grande problema del film è la presenza dello stesso Pollock in qualità di narratore esterno, onnisciente. Interviene troppo spesso, troppo a lungo, a spiegare passaggi che l’immagine da sola è riuscita già a raccontare.

E poi c’è la violenza: poca, su un film di due ore e venti – decisamente troppo lungo, per quello che c’è da raccontare. Ed è anche una violenza ludica, addomesticata, ma soprattutto prevedibile, messa lì per il gusto di mostrarla e non per raccontare davvero un punto di rottura, un momento di catarsi.

A pagare le conseguenze di un susseguirsi poco originale di avvenimenti, è il ritmo. Avremmo gradito di più una miniserie, a questo punto.

Il film, tra personaggi bidimensionali e una storia banale, poco galoppante, fa davvero fatica a catturare l’attenzione, soprattutto se alla mente ritornano frammenti di grandi epopee letterarie e qualche film dei Coen che quella strada l’ha già battuta, con risultati migliori.

A coronare queste due ore di sonno, il peggior Robert Pattinson visto finora. Inglese, fa l’accento sud-statunitense e senza volerlo cade in quello che in inglese si chiama ‘overacting’, esagera con le espressioni, si contorce e implode. Irriconoscibile, e inspiegabile la scelta del casting.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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