E se La Ruota del Tempo fosse come la corazzata Potëmkin?

– CONTIENE SPOILER –

E anche “La Ruota del Tempo” è giunta a conclusione. Presentata come una tra le serie tv più ambiziose di questo 2021 che ormai volge al termine, l’epica saga fantasy ispirata all’omonima serie di romanzi scritti da Robert Jordan non si può certo dire che abbia rispettato le – tante – aspettative che hanno accompagnato la sua uscita su Amazon Prime Video. Anzi.

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L’ottavo e ultimo episodio, andato in onda alla vigilia di Natale, ha definitivamente messo in luce le numerose lacune presenti nella sceneggiatura, palesato l’evidente mancanza di carisma in quasi tutti i personaggi ed esposto a giudizi spietati i cosiddetti effetti speciali di cui in pochi ne avevano ravvisato la presenza.

Ciò che a fatica era stato mascherato nei precedenti episodi, negli ultimi cinquantasei minuti è emerso senza soluzione di continuità, con poche attenuanti e molte recriminazioni.

Neanche il clima natalizio che dovrebbe renderci più buoni è riuscito a sanare una critica profondamente spaccata ma sbilanciata verso giudizi poco lodevoli. Nel mirino sono finiti i tre elementi sopra citati.

A giusta ragione, verrebbe da dire, e con buona pace dei pretoriani del fantasy, impareggiabili difensori della Fede.

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Il progetto che ha visto in prima fila il produttore Uta Briesewitz (Westworld), anche alla regia dei primi due episodi (nonché executive producer) e Rosamund Pike, che oltre a interpretare il personaggio principale della serie Moiraine, è co-produttrice insieme a Harriet McDougal e Brandon Sanderson, si è concluso con un arrivederci alla seconda stagione ma con un mal di pancia da occasione persa.

O forse no, perché, in fin dei conti, non tutte le ciambelle riescono col buco.

“La Ruota del tempo” è una di quelle testimonianze da citare come esempio. Pazienza. Ma lo si dica, se ne parli e si condivida il pensiero, senza tacciare alcuno di lesa maestà. Anche perché, non ne ce vogliano Jordan e Pike, non siamo certo ai livelli dei capisaldi del genere

Se dei primi due o tre episodi ricordiamo l’interesse che la serie è riuscita a catalizzare, grazie soprattutto a un ritmo sostenuto che non ha provocato grossi cali di attenzione, ma anche all’alternanza tra storie parallele capaci di tessere trame intriganti per svelare mano mano a cosa saremmo andati incontro, è altresì vero che nel corso degli episodi successivi si è tutto sgonfiato, ridimensionandosi al tal punto da chiedersi l’utilità di quasi un’ora di episodio se poi, i momenti salienti, sono ridotti a pochi minuti.

Prolisso, a tratti noioso e prevedibile.

Si è arrivati così all’ottavo e ultimo episodio di una serie che, anziché esprimere il meglio di se stessa nel corso degli eventi, ha scelto la strada inversa ed è peggiorata in maniera esponenziale. Un oceano di parole in mezzo a un nonnulla di azione e rari sprazzi di avventura dove, più che altro, abbiamo potuto ammirare i bei paesaggi dei set.

La chiusura della serie è stata frettolosa e superficiale nella descrizione dei fatti snocciolati che corrono via in rapida successione e senza avere la benché minima possibilità di goderseli. O, almeno, di metabolizzarli.

Moiraine e Rand’al attraversano una foresta ostile, buia e insidiosa per trovare il Tenebroso. Prima dell’incontro con lui, che di inquietante ha a mala pena il nome, il massimo della suspense deriva da un brutto sogno del ragazzo. Nynaeve, Egwene e Perrin sono rifugiati nel regno di Malkier, dove prendono parte attiva alla guerra che la invade. Un esercito di Trolloc li assale e i primi tentativi di respingerli sono vani. Poi c’è l’intervento decisivo di… Insomma, anche agli spoiler c’è un limite. Non diciamo altro.

Inquadrature, grida, movimenti, ricostruzioni: tutto tenta di richiamare alla mente la Battaglia al Fosso di Helm de Il Signore degli Anelli. Ma il risultato, a voler edulcorare il concetto, è deludente. A essere invece più schietti potremmo dire che è una schifezza che sembra essere girata con computer grafica del 1998 e con un budget di trentamila lire. Quelle con le quali il mio falegname fa anche le unghie.

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Per un finale scoppiettante, forse, sarebbe stato più opportuno alimentare pathos e climax ascendente, fare trasparire in maniera più netta la paura dei protagonisti, il loro essere proiettati di fronte a un destino cui non possono più sottrarsi. Magari sarebbe stato più che lecito attendersi un gesto eroico o una vigliaccata, ma anche un reale colpo di scena (e non quelli qui tentati, oltremodo prevedibili).

Non c’è niente di tutto ciò e l’ultimo episodio conferma l’inerzia dei precedenti: una serie debole, non sorretta da un ritmo capace di fargli cambiare marcia e, soprattutto, totalmente priva di personaggi con gli attributi.

E quello che poteva essere un punto forte, cioè l’immagine, il colpo d’occhio derivante dagli effetti speciali, è la nota più dolente. Al giorno d’oggi, spiace essere netti, ma non si può commentare che negativamente una così bassa qualità video.

Senza contare la confusione nella narrazione delle varie sottotrame riportate.

La Ruota del Tempo ha già ricevuto il rinnovo per un secondo ciclo di episodi. Inoltre, la serie di libri, avrà anche una trasposizione cinematografica, dove vedrà la luce una trilogia chiamata Age of Legends.

Occasione persa? Forse. Per lo meno per ciò che attiene alla prima stagione. Per alzare l’asticella della qualità e, soprattutto, ricevere la cosiddetta “seconda occasione” dai delusi, si dovrà cambiare marcia. Altrimenti il rischio è che, dall’occasione persa, si andrà incontro alla stroncatura netta.

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