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Cinema

La cultura del B-movie che piace anche a Prime Video

Alberto Mutignani

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Ogni tanto si sente dire che se le macchine fotografiche avessero ancora il rullino, oggi non ci metteremmo a fotografare ogni piatto che mangiamo

È vero, ed è un concetto applicabile anche al cinema contemporaneo: se i film in streaming fossero tutti in pay-per-view, la moda dei b-movie non sarebbe mai nata. Il cinema a basso budget invece oggi smuove molto interesse, soprattutto tra i più giovani.

Ci sono circoli di ritrovo per appassionati dei film mal riusciti, quelli che vorrebbero ma non possono, e centinaia di gruppi Facebook che spingono per far emergere qualche stella nascente del trash. Questa cultura non è nata oggi: in passato era possibile reperire certi film pessimi su YouTube, o con lo streaming illegale, e in molte città d’Italia – qui a Pescara da oltre dieci anni – ci si ritrovava per vedere assieme l’ultimo ritrovato firmato da qualche improvvisato regista italiano che si era cimentato nel pulp con la videocamera dei genitori e un cast di amici e parenti.

Vale la pena citare Yotobi e Synergo come gli Youtuber che hanno educato per anni un’intera generazione al sapore del pecoreccio

Ora però le cose sono diverse: da qualche anno i servizi streaming legali hanno preso possesso della nostra quotidianità e hanno soppiantato, per molti, lo streaming illegale e le tante vie traverse con cui si era soliti cercare i propri film d’interesse. La domanda sorta spontaneamente, all’epoca della loro comparsa, era se ci sarebbe stato uno spazio, come esisteva anche in certe vecchie videoteche, per il cinema low budget.

La risposta è: dipende. Netflix negli Stati Uniti esiste da decenni come servizio di noleggio ed è una consolidata piattaforma di streaming da tanti anni, con un catalogo ricchissimo e una filosofia aziendale ben precisa. Amazon Prime Video, invece, no. È un servizio streaming nato nel 2006 ma che si è affermato sul piano internazionale soltanto quattro anni fa, dopo un iter travagliato – prima Amazon Unbox, poi il servizio Instant Video, poi Prime Video – e ha un avversario non indifferente sul mercato.

Prime Video funziona in maniera diversa da Netflix: ha un catalogo meno rigido, che significa sia più ricco sia più confusionario

Vi sarà capitato di spulciare nella sezione “Consigliati per te” o tra i generi cinematografici, magari cercavate un bel film dell’orrore e l’algoritmo presentava in alto qualche piccola produzione lucana del 2008 e poi, scorrendo verso il basso, “Rosemary’s baby”.

Quelle piccole produzioni locali invecchiate di dieci anni esistono davvero, come esiste “Altin in città” di Fabio Del Greco – ve la butto lì – e il motivo per cui su Prime Video esiste un intero sottobosco non troppo celato di film a basso costo, spesso dalla bruttezza inquietante, è perché costa pochissimo acquistarli, conviene ai registi e non ci sono rischi in ballo.

Prime Video spartisce con la casa di produzione precisamente la metà degli introiti, partendo da un pagamento per click di $ 0,05 e mirando a un pubblico vasto e che, come si diceva all’inizio, data la gratuità del tutto – è sottointeso l’abbonamento – può decidere senza pentimento di investire una serata su un titolo di serie B.

D’altro canto, Prime Video è la traduzione digitale di quello che negli ultimi anni sono diventati i tantissimi festival di cinema sparsi per il mondo

Non solo in Italia ma in tutti i paesi anche al di fuori dell’Europa stanno prendendo piede questi festival medio-piccoli e ben sponsorizzati, con uno staff preparato che per pochi soldi pubblicizza il film, lo proietta, lo premia – impossibile rimanere a mani vuote – e recensisce positivamente la pellicola, che lentamente entra in un circuito piccolo ma fortunato.

In questi film, che a volte diventano addirittura dei cult, il pubblico trova ciò che normalmente non vede nel cinema mainstream ad alto budget, una sincerità genuina, a volte tenera, fuori dal gusto estetico ricorrente, per le stesse ragioni per cui guardiamo con sospetto un prodotto impacchettato per essere brutto, un pasticcio voluto, che ammicca al gusto per il trash ma che nel tentativo di riprodurlo cade in una banale mimesi di ciò che solo involontariamente può suscitare il riso e l’attenzione del pubblico.

Questa cosa, questa attenzione del pubblico tanto per il cinema di Scorsese, Sorrentino e Jodorowski quanto per quello di Tommy Wiseau o dei nostrani Claudio Masin e Franco Salvia è un traguardo simpatico da osservare con rispetto ed attenzione, perché è la deriva opposta, quella meno nociva, del filone cinefilo che vuole il cinema sempre bello e sempre saggio, al di là dell’apprezzamento, per squarciare quell’agognato velo della verità che non esiste. 

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Borat 2, il ritorno (fiacco) di Sacha Baron Cohen

Borat è tornato! La recensione del nuovo film con Sacha Baron Cohen, su Amazon Prime Video.

Alberto Mutignani

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È passato del tempo dal primo incredibile, divertentissimo e fallimentare viaggio negli Stati Uniti di Borat Sagdiyev (Sacha Baron Cohen), a beneficio della gloriosa nazione del Kazakhistan. Condannato ai lavori forzati nella sua terra d’origine, Borat riceve una nuova missione, direzione Casa Bianca, per consegnare a Mike Pence, vicepresidente di (Mc)Donald Trump, un primate come segno di rispetto del Kazakhistan verso gli Stati Uniti, e stringere un accordo di alleanza. Se fallirà, sarà condannato a morte. Da qui prende le mosse Borat 2, il film diretto da Jason Woliner, uscito in esclusiva su Amazon Prime Video a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in America.

Le sorprese, per Borat, arrivano dai primi minuti del film: il suo vecchio collaboratore è diventato una squallida poltrona nell’ufficio del presidente kazako, scopre suo malgrado di avere una figlia quindicenne (Maria Bakalova), impertinente e cresciuta come una selvaggia, ed è diventato una celebrità negli Stati Uniti, dove viene fermato dai passanti per una foto o un autografo.

Ecco perché la prima cosa che Borat 2 ci mette in mostra è il marcatissimo abuso di travestimenti, che diventano sempre più eccessivi, macchiettistici, e in definitiva poco divertenti e meno dirompenti di quanto si sperasse – eccezione fatta per un’esilarante sequenza in sinagoga. La giovane Maria Bakalova regge sulle spalle molti dei momenti della seconda parte del film, e la presenza di un contrappeso femminile, che è il pretesto per raccontare il femminismo e l’emancipazione del mondo di oggi, è un elemento aggiunto che svecchia di molto la comicità a volte troppo datata di Cohen, nonostante il tentativo di proporre qualcosa di nuovo e diverso.

Il Borat di questo secondo capitolo è lo stesso personaggio folle e politicamente scorretto del primo film, ma in un mondo che, da quell’apparentemente lontano 2006, è cambiato in maniera velocissima e ci ha mostrato realtà decisamente più complessa – sparatorie nelle sinagoghe, una pandemia globale, il complottismo –, e da ognuna di queste cose Cohen riesce a trarre uno spunto inaspettatamente comico, dissacrante, che funziona nonostante l’eccessiva linearità e un’impronta più documentaristica, che tende a annoiare alla lunga.

Sono discrete le sequenze all’interno della dimora dei complottisti, convinti che Hilary Clinton beva il sangue dei bambini, e decisamente meglio è l’intero dialogo all’interno della sinagoga, dove Borat si rifugia intenzionato a suicidarsi (“Non avendo una pistola con cui uccidermi, mi sono chiuso in una sinagoga in attesa della prossima sparatoria di massa”). E nel melenso finale, pieno di retorica e con un noiosissimo scherzo ai danni di Rudy Giuliani, il film abbassa drasticamente un livello già non all’altezza del primo capitolo, sebbene piacevole.

In definitiva è una commedia di alti e bassi, che fa enorme difficoltà nello svecchiarsi da una comicità datata e fastidiosa, che a volte cade nel ridicolo e nella retorica filo-democratica, e che manca di un obiettivo preciso che non sia questa impresa brancaleonesca di documentare il peggio della società, che tutti già conosciamo, ma che trova una sua dimensione più nitida e piacevole fuori dalla dimensione politica, nelle poche sequenze esterne alla linea narrativa principale, dove il film riesce a regalare più di una risata.

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Cinema

Pietro Castellitto, il regista che voleva essere cattivo

La recensione dell’esordio alla regia di Pietro Castellitto, con Giorgio Montanini e Massimo Popolizio

Alberto Mutignani

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Se è vero ciò che abbiamo detto più di una volta, ossia che il cinema è un’industria, è vero quindi che il film è un prodotto, un bene che per essere consumato ha bisogno di ammiccare a una fetta di pubblico. Sono prodotti anche i film d’essai con un macellaio che di notte diventa un cerbiatto e riflette su Dio, perché indipendentemente dalle chiacchiere dei registi, non esiste film che non nasca per guadagnare e non esiste che un film non si rivolga a un pubblico specifico. “I Predatori”, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, è un film che si rivolge a un pubblico ben preciso: la critica.

Potrà sembrare noioso allo spettatore medio, o inconcludente, ma ai critici questo film è piaciuto tantissimo, tanto da ricevere un premio per la miglior sceneggiatura e la nomea di “esordio bomba” e “pellicola feroce”. Non sappiamo che film abbiano visto.

“I Predatori” si articola per strade già battute decine di volte nel cinema italiano, dalla famiglia povera e fascista a quella ricca che pippa cocaina e fa le vacanze in Toscana, dal tradimento coniugale alla riflessione meta-cinematografica. Tutto in un calderone senza capo né coda, che risponde alla sola necessità di raccontare uno spaccato, come si dice oggi, cioè di mostrare quella che secondo Castellitto è l’Italia del nostro tempo.

Ci sono delle scelte coraggiose, una tra tutte la peripezia tragicomica del personaggio interpretato dallo stesso Castellitto, un ricercatore che viene escluso dal team che esaminerà per la prima volta la salma di Nietzsche, e decide di vendicarsi. È una storiella che assomiglia ad alcuni racconti postmoderni di Roberto Bolano, e che con un forzato sistema di incastri riesce anche a sembrare coerente con il resto delle vicende raccontate.

La difficoltà non sta tanto nel far intersecare questo episodio con gli altri ma nel trovare un fil rouge che leghi tutte le trame, essendo questo un film a episodi solo apparentemente accostabili e mai davvero incisivi l’uno nell’altro.

Una regista senza budget, un medico cinico e cocainomane, un figlio colto e intollerante verso le chiacchiere a vuoto – che ricorda molto, forse troppo, il primo Nanni Moretti – e dall’altro lato un’armeria, una vecchia truffata e un padre di famiglia convintamente fascista e senza un soldo bucato – e pare che queste due cose ormai siano collegate.

Se nella forma Castellitto canna quasi tutte le inquadrature, nel tentativo di imitare senza successo Paolo Sorrentino, i suoi zoom lenti e le pause interminabili, ma anche richiamando un certo fascino borghese per i ristoranti lussuosi, le grandi ville perse nella campagna, l’arredamento bianco e asettico, nella sostanza invece c’è un gran chiasso che spiega poco o nulla – della trama, delle intenzioni, dei personaggi.

Non funziona la linea comica – nonostante il cast vanti la presenza di due comici noti, Dario Cassini e Giorgio Montanini – né riescono i tentativi di dare al film un tono provocatorio, da satira spietata. Pietro Castellitto assomiglia a uno studente del liceo classico (e forse è stato studente del classico), o più realisticamente a uno studente di Filosofia che ama Pasolini per le nudità e pensa che l’arte debba schiaffeggiare le coscienze.

Solo che poi, camera alla mano, non ci riesce (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), e ricorda un bambino che digrigna i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

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Cinema

Contagi sul set, bloccate le riprese di Mission Impossible 7 tra Roma e Venezia

Tamponi a tappeto su tutti coloro che hanno preso parte e set e tutti in albergo in attesa dei risultati

redazione

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Sei casi di contagio sul set e riprese sospese fino a domenica. La gestazione di questo Mission Impossible 7 è più complessa che mai. Dopo lo stop primaverile, inevitabile a causa della prima ondata di contagi da coronavirus in Europa, adesso arriva il blocco momentaneo dell’attività. La seconda ondata è entrata nel pieno della sua forza già da qualche giorno e queste sono le settimane più delicate, sia in termini di innalzamento di contagi che di comprensione delle misure da adottare al fine di fronteggiare la pandemia.

Leggi anche: Tom Cruise al fianco di Venezia: aiuti economici e set di Mission Impossible 7 confermato

La pellicola, diretta da Christopher McQuarrie con protagonista il solito Tom Cruise, amatissimo dal pubblico italiano, aveva trasferito il set a Venezia questo lunedì, dopo le scene girate a Roma. Tamponi a tappeto su tutti coloro che hanno preso parte e set e tutti in albergo in attesa dei risultati. Che potrebbero crescere, vista la presenza di più di 150 comparse coinvolte nelle riprese. I primi casi accertati risalgono a venerdì, ne mancano ancora diversi all’appello.

La troupe, adesso ferma al palo, stava girando in laguna da poco più di 72 ore. Campo San Giacomo dell’Orio era la location dove il set allestito stava progredendo, mentre a Palazzo Franchetti avrebbe dovuto girare una scena in particolare. Esattamente come a Palazzo Ducale che, stando ai rumors, costerebbe duecentomila euro di solo affitto.

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