La cultura del B-movie che piace anche a Prime Video

Ogni tanto si sente dire che se le macchine fotografiche avessero ancora il rullino, oggi non ci metteremmo a fotografare ogni piatto che mangiamo

È vero, ed è un concetto applicabile anche al cinema contemporaneo: se i film in streaming fossero tutti in pay-per-view, la moda dei b-movie non sarebbe mai nata. Il cinema a basso budget invece oggi smuove molto interesse, soprattutto tra i più giovani.

Ci sono circoli di ritrovo per appassionati dei film mal riusciti, quelli che vorrebbero ma non possono, e centinaia di gruppi Facebook che spingono per far emergere qualche stella nascente del trash. Questa cultura non è nata oggi: in passato era possibile reperire certi film pessimi su YouTube, o con lo streaming illegale, e in molte città d’Italia – qui a Pescara da oltre dieci anni – ci si ritrovava per vedere assieme l’ultimo ritrovato firmato da qualche improvvisato regista italiano che si era cimentato nel pulp con la videocamera dei genitori e un cast di amici e parenti.

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Vale la pena citare Yotobi e Synergo come gli Youtuber che hanno educato per anni un’intera generazione al sapore del pecoreccio

Ora però le cose sono diverse: da qualche anno i servizi streaming legali hanno preso possesso della nostra quotidianità e hanno soppiantato, per molti, lo streaming illegale e le tante vie traverse con cui si era soliti cercare i propri film d’interesse. La domanda sorta spontaneamente, all’epoca della loro comparsa, era se ci sarebbe stato uno spazio, come esisteva anche in certe vecchie videoteche, per il cinema low budget.

La risposta è: dipende. Netflix negli Stati Uniti esiste da decenni come servizio di noleggio ed è una consolidata piattaforma di streaming da tanti anni, con un catalogo ricchissimo e una filosofia aziendale ben precisa. Amazon Prime Video, invece, no. È un servizio streaming nato nel 2006 ma che si è affermato sul piano internazionale soltanto quattro anni fa, dopo un iter travagliato – prima Amazon Unbox, poi il servizio Instant Video, poi Prime Video – e ha un avversario non indifferente sul mercato.

Prime Video funziona in maniera diversa da Netflix: ha un catalogo meno rigido, che significa sia più ricco sia più confusionario

Vi sarà capitato di spulciare nella sezione “Consigliati per te” o tra i generi cinematografici, magari cercavate un bel film dell’orrore e l’algoritmo presentava in alto qualche piccola produzione lucana del 2008 e poi, scorrendo verso il basso, “Rosemary’s baby”.

Quelle piccole produzioni locali invecchiate di dieci anni esistono davvero, come esiste “Altin in città” di Fabio Del Greco – ve la butto lì – e il motivo per cui su Prime Video esiste un intero sottobosco non troppo celato di film a basso costo, spesso dalla bruttezza inquietante, è perché costa pochissimo acquistarli, conviene ai registi e non ci sono rischi in ballo.

Prime Video spartisce con la casa di produzione precisamente la metà degli introiti, partendo da un pagamento per click di $ 0,05 e mirando a un pubblico vasto e che, come si diceva all’inizio, data la gratuità del tutto – è sottointeso l’abbonamento – può decidere senza pentimento di investire una serata su un titolo di serie B.

D’altro canto, Prime Video è la traduzione digitale di quello che negli ultimi anni sono diventati i tantissimi festival di cinema sparsi per il mondo

Non solo in Italia ma in tutti i paesi anche al di fuori dell’Europa stanno prendendo piede questi festival medio-piccoli e ben sponsorizzati, con uno staff preparato che per pochi soldi pubblicizza il film, lo proietta, lo premia – impossibile rimanere a mani vuote – e recensisce positivamente la pellicola, che lentamente entra in un circuito piccolo ma fortunato.

In questi film, che a volte diventano addirittura dei cult, il pubblico trova ciò che normalmente non vede nel cinema mainstream ad alto budget, una sincerità genuina, a volte tenera, fuori dal gusto estetico ricorrente, per le stesse ragioni per cui guardiamo con sospetto un prodotto impacchettato per essere brutto, un pasticcio voluto, che ammicca al gusto per il trash ma che nel tentativo di riprodurlo cade in una banale mimesi di ciò che solo involontariamente può suscitare il riso e l’attenzione del pubblico.

Questa cosa, questa attenzione del pubblico tanto per il cinema di Scorsese, Sorrentino e Jodorowski quanto per quello di Tommy Wiseau o dei nostrani Claudio Masin e Franco Salvia è un traguardo simpatico da osservare con rispetto ed attenzione, perché è la deriva opposta, quella meno nociva, del filone cinefilo che vuole il cinema sempre bello e sempre saggio, al di là dell’apprezzamento, per squarciare quell’agognato velo della verità che non esiste. 

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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