Kiefer Sutherland, da Hollywood alla musica country con Bloor Street (video)

Kiefer Sutherland, noto ai più per essere un pluripremiato attore, vincitore di un Emmy e di un Golden Globe, ha anche una fervida carriera musicale attiva dal 2000. Nel 2010 ha fondato l’etichetta Ironworks, con la quale firmato musicisti come Ron Sexsmith e Rocco DeLuca. Nel mentre, affascinato dalla musica roots americana, da vita alla Kiefer Sutherland Band.

A due anni da ‘Reckless & Me’, il disco che ha raggiunto la UK Top 10 Album, ha annunciato la pubblicazione di ‘Bloor Street‘, il nuovo lavoro, il terzo della sua carriera discografica, in arrivo il 21 gennaio. Ha da pochissimo pubblicato la title-track, un brano carico di storytelling e tradizione americana, un perfetto mix da country music, folk e cantautorato tipicamente a stelle e strisce.

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L’ultima volta che il figlio del grande Donald è stato in Italia per proporre i suoi brani fu il 9 febbraio del 2020, al Fabrique di Milano. Come in quella circostanza, i brani eseguiti riportano subito alla mente le sconfinate route che attraversano gli States, tra polvere, camice di flanella dentro vecchi jeans e baracche di legno dove sorseggiare una birra ghiacciata indossando un cappello da cowboy che copre gli occhi, in attesa della prossima avventura.

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“La cosa che amo di più della recitazione e della musica? Il denominatore assoluto: la narrazione. E la musica mi permette di raccontare le cose in modo diverso“, disse durante un’intervista. Ed è vero. Dalle note di Bloor Street, che segue la scia dei lavori precedenti, emerge uno spirito selvaggio, ribelle, quasi viscerale, nel voler raccontare spaccati di vita da strada. Il lirismo di Kiefer Sutherland non è certamente quello di Bob Dylan o Johnny Cash, giusto per citarne due, ma si fa apprezzare per trasporto e profondità.

Una carriera parallela a quella d’attore dove, però, c’è una credibilità ancora da costruire. Il music business è diverso e ha regole tutte sue. Sutherland lo sa. “Scrivere musica ha avuto un effetto piuttosto profondo sul modo in cui mi occupo della recitazione. Cosa che pensavo sarebbe stata invertita. Come attore, mi sono sforzato di assicurarmi che non ci fosse traccia di me in un personaggio. Che fosse Ace in Stand By Me, Dave in The Lost Boys o Jack Bauer in 24.

Erano personaggi reali. Non mi rappresentavano né mi assomigliavano a nessun livello. Ma attraverso la narrazione ad alcuni dei concerti, mi sono reso conto che se sei davvero sincero con un pubblico riguardo alle cose buone e cattive, il modo in cui ti ascolteranno è diverso. Perché sanno che sei onesto. Questo mi ha permesso di capire che è necessaria una parte di te in un personaggio, ed è la parte onesta”, affermò a Chris Signore, giornalista di Metro Uk.

“Recito da 35 anni, e quando entro su un set, ho un’idea molto chiara di quello che farò. Un’ottima idea di quello che mi aspetto da me, dal regista e dagli altri attori. Ma quando salgo sul palco e ogni locale è diverso, è nuovo. Sarà sempre incredibilmente eccitante, ma ti spaventerà anche a morte! E per quanto mi riguarda, mi sembra di rispondere abbastanza bene [ride]”.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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