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Bloody Sunday: l’Irlanda ferita ma non piegata

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Irlanda e Irlanda del Nord: due Stati un unico cuore

In Irlanda partendo da Dublino, percorrendo la Coast Road verso nord, il paesaggio si fa sempre più bucolico. Ampi spazi aperti e verdi si alternano con le montagne. Il pericolo pioggia è sempre dietro l’angolo. Tra allevamenti di pecore e alpaca da una parte, scogliere con solitari fari dall’altra, si attraversa il confine con l’Ulster. L’Irlanda del Nord.  Quella porzione di isola che solo il Trattato del 1921 divise dal resto d’Irlanda.

Guidando con sottofondo qualche ballata folk, non ci si accorge di essere in un’altra nazione.  Tra le note di Whisky in the Jar la mente si perde nelle leggende dei banditi irlandesi patrioti che rubavano agli ufficiali inglesi, che già dal 1700 erano i nemici. Il panorama continua ad essere il solito. Si arriva al Giant’s Causeway, il sentiero del Gigante a pochi km da Bushmills, senza rendersene conto. Qui la particolare conformazione delle rocce ha ispirato antiche leggende, come quella del gigante Finn mac Cumbaill che costruì il selciato per raggiungere la Scozia e sfidare a duello il rivale Angus. Dall’altra parte, sulla costa scozzese, l’isola di Staffa ha la stessa conformazione. Ma se ci si ferma in qualche pub isolato i più romantici, e magari un po’ ubriachi, vi diranno che le pietre furono messe dai giganti per raggiungere la Scozia e portar via qualche donna. Un ratto delle sabine in terra gaelica.

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In quegli stessi pub, tra una Guinness, una Kilkenny o una zuppa chowder, potreste avere la fortuna di parlare con qualche indigeno dai capelli rossastri, pelle chiara e occhi di vetro che vi spiegherà perché tra le vie di Belfast, o Derry, è facile scorgere scritte come “Up the IRA” o “F—k the Queen”.  Vi spiegherà perché viaggiando da Belfast a Derry tutti i cartelli stradali hanno la parola London cancellata con la vernice. Perché da quelle parti non esiste nessuna London Derry

Il “Bloody Sunday”: una ferita ancora aperta

Esiste solo Derry. “You are now entering  free Derry”. Quella città dove il 30 Gennaio del 1972, 13 civili irlandesi furono uccisi dai soldati inglesi del reggimento speciale “Parachute Regiment” che aprirono il fuoco sulla folla al termine di una manifestazione anti-internamento. Di questi 13 molti erano minorenni. Ci fu anche una 14° vittima, morta quattro mesi dopo in seguito alle ferite.

Il “Bloody Sunday”, la domenica di sangue, il giorno in cui la violenza dell’esercito di Sua Maestà si abbattè su una folla disarmata, come testimonió il giornalista italiano Fulvio Grimaldi, che manifestava per i diritti civili e per garantire basilari garanzie procedurali alle centinaia di nordirlandesi arrestati dagli inglesi, e che non avevano prospettive né di essere rilasciati né di essere rinviati a giudizio.
La manifestazione organizzata dal Nicra (Northern Ireland Civil Rights Association) era una delle tante manifestazioni che in quegli anni si svolgevano contro la politica repressiva e discriminatoria del governo inglese, che per i suoi interessi nel 1922 portò alla divisione dell’Irlanda, nonostante la contrarietà di quasi tutto il popolo irlandese. Arresti immotivati, impossibilità di essere difesi da avvocati e di avere incontri con i propri cari. Il regime di stato-polizia fu instaurato per paura che la componente nazionalista cattolica aumentasse di numero più rapidamente della popolazione filoinglese in maggioranza protestante.

La repressione inglese contro gli irlandesi

Essere unionisti (quindi a favore dell’unione tra Eire e Ulster) significava avere difficoltà nel trovare lavoro, addirittura nel potersi sposare se non a patto di abbandonare le sei contee del Nord. Era quasi impossibile poter condurre una vita in santa pace. Quella pace che la Gran Bretagna avrebbe voluto imporre a suo vantaggio ma che in molti irlandesi non accettarono, dando vita alle numerose manifestazioni, di cui sopra, che ebbero il tragico epilogo nel Bloody Sunday”

In tale situazione l’IRA (Irish Republic Army) divenne il difensore della popolazione cattolica contro gli attacchi della polizia e dei soldati inglesi. Alla violenza inglese veniva una risposta altrettanto violenta, divenendo una vera e propria guerra. Gli irlandesi continuavano ad essere arrestati, torturati e quasi a nulla valevano gli scioperi della fame in carcere

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Come quello di Bobby Sands e i suoi compagni nei Blocchi H del carcere di Long Kesh. Le autorità inglesi si rifiutarono di mediare con i prigionieri. Il militante dell’IRA e deputato in Parlamento (eletto nonostante fosse in carcere) morì il 5 maggio del 1981 dopo 66 giorni di digiuno. Il giorno del suo funerale, a Belfast, quasi 100 mila persone scesero in piazza e si scontrarono con le autorità, anche in segno di protesta per le parole di Margaret Thatcher che definì Sands un criminale.

Le voci in ricordo della libertà irlandese

Ma l’allodola d’Irlanda (da un’allegoria scritta da Sands in carcere) non fu piegata. Smise di cantare per ribellione verso il tiranno che l’aveva privata della sua libertà. Da lì scrisse il suo diario su carta igenica e materiali di fortuna facendo conoscere al mondo le condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri irlandesi.

La sua voce, la sua storia, come la storia di tutte le vittime irlandesi, compresi quelle di quel “Bloody Sunday”, oggi sono ancora ricordate anche da personaggi che hanno una certa visibilità.

Come il calciatore McClean che più di una volta si è rifiutato di indossare il poppy, una spilla celebrativa di colore rosso raffigurante un papavero in ricordo dei soldati inglesi morti. “È il simbolo di tutti i conflitti dell’esercito britannico e io sono nordirlandese. Non dimentico il Bloody Sunday”. Nativo di Derry risponde così a chi gli chiede il perché del suo gesto. 

Ancora più famosa è la canzone degli U2 “Sunday Bloody Sunday” scritta da Bono in memoria di quella tragica domenica, anche se su posizioni pacifiste. “I can’t close my eyes and make it go away How long, how long must we sing this song?”.

Probabilmente ancora a lungo andrà cantata questa canzone. Perché dimenticare significherebbe rendere vano il sacrificio per la libertà delle vittime irlandesi.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

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Ci siamo. Domani si celebra la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ma in antichità, i primi giochi olimpici, si tennero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Come ci ricorda il poeta Pindaro, vissuto nella stessa nazione tra il 500 e il 400 a.C., sono proprio queste le manifestazioni atletiche più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici”: Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei.

Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi.

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Indubbiamente, molti secoli prima dell’inizio dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica che era generalmente praticata. In Mesopotamia, in Egitto, per gli Ittiti. Centinaia di ritrovamenti archeologici attestano per tutta l’antichità la pratica del pugilato, della corsa dei cavalli e persino di giochi con la palla. Ma è in Grecia che l’agonismo si esprime in stretta connessione con la religione e con l’importanza dell’addestramento militare. Ogni cittadino greco doveva essere pronto a scendere in battaglia – l’esito dei conflitti dipendeva maggiormente dalle qualità fisiche- pertanto ci si allenava di conseguenza. La corsa potenziava la velocità e la resistenza; il salto l’agilità; i lanci potenziavano i muscoli e a lotta e il pugilato addestravano agli scontri corpo a corpo. Sono i greci che per primi istituiscono manifestazioni sportive con cadenza temporale regolare: ogni quattro anni si svolgevano gli agoni, il tempo tra i due eventi si chiamava Olimpiade. Tecnicamente e organizzativamente complessi, i Giochi non potevano certo esistere senza l’impianto rituale che vi era connesso.

I giochi atletici si svolgevano già in occasione dei funerali, specie se di personaggi importanti, eroi, la cui memoria viveva attraverso le imprese degli atleti; uno dei primi esempi sono proprio i giochi fatti in onore del defunto Patroclo a cui prendono parte tutti i mitici eroi greci, compreso Achille, raccontati nell’Iliade. Vita e morte erano due facce della stessa medaglia, in continua relazione dialettica tra loro. Gli atleti che partecipavano ai giochi traevano la forza proprio dagli eroi scomparsi, in onore dei quali si svolgevano le competizioni. Nell’Altis, il recinto di Olimpia, ardeva costante la fiamma sacra, simbolo della luce e della vita. Da qui nascono i culti agonistici che metteva in contatto il mondo della religione con quello dell’atletica. Per questo motivo (almeno inizialmente) i luoghi che ospitavano i principali giochi panellenici erano generalmente sede dei più noti luoghi religiosi. Durante lo svolgimento delle gare non si combattevano battaglie e non si dichiarava guerra. Sin dall’origine della manifestazione tutti i re acconsentivano a vivere in un periodo pacifico: la calma olimpionica.

Anche i romani organizzeranno dei Giochi Olimpici, Nerone ne indirà alcuni a cui tutti gli atleti dell’impero romano – compreso lui stesso- presero parte. La rapida cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo ebbe un’influenza determinante nel declino dei Giochi e alla loro inevitabile scomparsa. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio I soppresse per sempre questi agoni pagani, che ormai non avevano più motivo di esistere.

Copertina; anfora con pentatleti da Leida

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