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Bloody Sunday: l’Irlanda ferita ma non piegata

Federico Rapini

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Irlanda e Irlanda del Nord: due Stati un unico cuore

In Irlanda partendo da Dublino, percorrendo la Coast Road verso nord, il paesaggio si fa sempre più bucolico. Ampi spazi aperti e verdi si alternano con le montagne. Il pericolo pioggia è sempre dietro l’angolo. Tra allevamenti di pecore e alpaca da una parte, scogliere con solitari fari dall’altra, si attraversa il confine con l’Ulster. L’Irlanda del Nord.  Quella porzione di isola che solo il Trattato del 1921 divise dal resto d’Irlanda.

Guidando con sottofondo qualche ballata folk, non ci si accorge di essere in un’altra nazione.  Tra le note di Whisky in the Jar la mente si perde nelle leggende dei banditi irlandesi patrioti che rubavano agli ufficiali inglesi, che già dal 1700 erano i nemici. Il panorama continua ad essere il solito. Si arriva al Giant’s Causeway, il sentiero del Gigante a pochi km da Bushmills, senza rendersene conto. Qui la particolare conformazione delle rocce ha ispirato antiche leggende, come quella del gigante Finn mac Cumbaill che costruì il selciato per raggiungere la Scozia e sfidare a duello il rivale Angus. Dall’altra parte, sulla costa scozzese, l’isola di Staffa ha la stessa conformazione. Ma se ci si ferma in qualche pub isolato i più romantici, e magari un po’ ubriachi, vi diranno che le pietre furono messe dai giganti per raggiungere la Scozia e portar via qualche donna. Un ratto delle sabine in terra gaelica.

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In quegli stessi pub, tra una Guinness, una Kilkenny o una zuppa chowder, potreste avere la fortuna di parlare con qualche indigeno dai capelli rossastri, pelle chiara e occhi di vetro che vi spiegherà perché tra le vie di Belfast, o Derry, è facile scorgere scritte come “Up the IRA” o “F—k the Queen”.  Vi spiegherà perché viaggiando da Belfast a Derry tutti i cartelli stradali hanno la parola London cancellata con la vernice. Perché da quelle parti non esiste nessuna London Derry

Il “Bloody Sunday”: una ferita ancora aperta

Esiste solo Derry. “You are now entering  free Derry”. Quella città dove il 30 Gennaio del 1972, 13 civili irlandesi furono uccisi dai soldati inglesi del reggimento speciale “Parachute Regiment” che aprirono il fuoco sulla folla al termine di una manifestazione anti-internamento. Di questi 13 molti erano minorenni. Ci fu anche una 14° vittima, morta quattro mesi dopo in seguito alle ferite.

Il “Bloody Sunday”, la domenica di sangue, il giorno in cui la violenza dell’esercito di Sua Maestà si abbattè su una folla disarmata, come testimonió il giornalista italiano Fulvio Grimaldi, che manifestava per i diritti civili e per garantire basilari garanzie procedurali alle centinaia di nordirlandesi arrestati dagli inglesi, e che non avevano prospettive né di essere rilasciati né di essere rinviati a giudizio.
La manifestazione organizzata dal Nicra (Northern Ireland Civil Rights Association) era una delle tante manifestazioni che in quegli anni si svolgevano contro la politica repressiva e discriminatoria del governo inglese, che per i suoi interessi nel 1922 portò alla divisione dell’Irlanda, nonostante la contrarietà di quasi tutto il popolo irlandese. Arresti immotivati, impossibilità di essere difesi da avvocati e di avere incontri con i propri cari. Il regime di stato-polizia fu instaurato per paura che la componente nazionalista cattolica aumentasse di numero più rapidamente della popolazione filoinglese in maggioranza protestante.

La repressione inglese contro gli irlandesi

Essere unionisti (quindi a favore dell’unione tra Eire e Ulster) significava avere difficoltà nel trovare lavoro, addirittura nel potersi sposare se non a patto di abbandonare le sei contee del Nord. Era quasi impossibile poter condurre una vita in santa pace. Quella pace che la Gran Bretagna avrebbe voluto imporre a suo vantaggio ma che in molti irlandesi non accettarono, dando vita alle numerose manifestazioni, di cui sopra, che ebbero il tragico epilogo nel Bloody Sunday”

In tale situazione l’IRA (Irish Republic Army) divenne il difensore della popolazione cattolica contro gli attacchi della polizia e dei soldati inglesi. Alla violenza inglese veniva una risposta altrettanto violenta, divenendo una vera e propria guerra. Gli irlandesi continuavano ad essere arrestati, torturati e quasi a nulla valevano gli scioperi della fame in carcere

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Come quello di Bobby Sands e i suoi compagni nei Blocchi H del carcere di Long Kesh. Le autorità inglesi si rifiutarono di mediare con i prigionieri. Il militante dell’IRA e deputato in Parlamento (eletto nonostante fosse in carcere) morì il 5 maggio del 1981 dopo 66 giorni di digiuno. Il giorno del suo funerale, a Belfast, quasi 100 mila persone scesero in piazza e si scontrarono con le autorità, anche in segno di protesta per le parole di Margaret Thatcher che definì Sands un criminale.

Le voci in ricordo della libertà irlandese

Ma l’allodola d’Irlanda (da un’allegoria scritta da Sands in carcere) non fu piegata. Smise di cantare per ribellione verso il tiranno che l’aveva privata della sua libertà. Da lì scrisse il suo diario su carta igenica e materiali di fortuna facendo conoscere al mondo le condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri irlandesi.

La sua voce, la sua storia, come la storia di tutte le vittime irlandesi, compresi quelle di quel “Bloody Sunday”, oggi sono ancora ricordate anche da personaggi che hanno una certa visibilità.

Come il calciatore McClean che più di una volta si è rifiutato di indossare il poppy, una spilla celebrativa di colore rosso raffigurante un papavero in ricordo dei soldati inglesi morti. “È il simbolo di tutti i conflitti dell’esercito britannico e io sono nordirlandese. Non dimentico il Bloody Sunday”. Nativo di Derry risponde così a chi gli chiede il perché del suo gesto. 

Ancora più famosa è la canzone degli U2 “Sunday Bloody Sunday” scritta da Bono in memoria di quella tragica domenica, anche se su posizioni pacifiste. “I can’t close my eyes and make it go away How long, how long must we sing this song?”.

Probabilmente ancora a lungo andrà cantata questa canzone. Perché dimenticare significherebbe rendere vano il sacrificio per la libertà delle vittime irlandesi.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Carlo V e l’impero su cui non tramontava mai il sole

Federico Rapini

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Carlo V, l’imperatore sul cui regno “non tramontava mai il sole”, nacque il 24 febbraio del 1500 a Gand, in Belgio.

Figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e di Giovanna di Castiglia detta la Pazza (si incrociano quindi le dinastie spagnole e austriache) perciò nipote di Massimiliano I d’Asburgo, il suo impero segnò l’avvento di una nuova era: quella degli Asburgo, cristiani, che puntavano ad assolvere il loro mandato messianico di riappacificare il mondo cristiano, in balia della corruzione, del degrado morale ed eretico, delle eresie e degli scismi.

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Questa missione è rintracciabile anche in un famoso quadro del Giorgione, “La tempesta”, nel quale secondo Erminio Morenghi, nel 2013, riprendendo un’ipotesi di Leonardo Cozzoli identifica la figura femminile come la Sibilla Tiburtina con in braccio il futuro imperatore Carlo V, mentre Massimiliano I d’Asburgo osserva la scena. Ricalcando lo schema classico della manifestazione ad Augusto di Gesù Bambino tra le braccia di Maria, per opera della Sibilla Tiburtina, la cingana (zingara) sembra proferire al giovane soldato (Massimiliano I d’Austria), che la contempla assorto, una profezia nuova, stavolta relativa ad un’era prossima ventura che soppianterà il periodo precedente, quello di un cristianesimo paganeggiante e decaduto.

La profezia sembra assegnare proprio a Carlo V il gravoso incarico di guidare, in virtù dell’investitura imperiale da lui concepita come il massimo riconoscimento del potere sovrano, le sorti dell’intero mondo cristiano con l’obiettivo di assicurargli giustizia ed unità della fede già compromessa dallo scisma luterano.

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L’infanzia già segnata verso il potere

Battezzato nella cattedrale di San Bavone, l’edificio religioso principale della città belga di Gand, crebbe nelle terre olandesi allora in possesso degli spagnoli con i migliori insegnanti di grammatica, di letteratura, di matematica, di lingue antiche e fu addestrato alla vita da cavaliere. Fu educato nella raffinatezza per volontà della madre. Come un novello Alessandro Magno che per volontà della madre Olimpiade ebbe Aristotele come mentore.

All’età di 6 anni, in seguito alla morte del padre e all’infermità mentale della madre divenne duca di Borgogna e principe dei Paesi Bassi (Belgio, Olanda, Lussemburgo). Dieci anni dopo divenne re di Spagna, entrando in possesso anche delle Indie occidentali castigliane, e dei regni aragonesi di Sardegna, Napoli e Sicilia. A diciannove anni divenne arciduca d’Austria come capo della Casa d’Asburgo e grazie all’eredità austriaca fu designato imperatore dopo il rifiuto in suo favore di Federico il Saggio, candidato proposto da papa Leone X. Carica, quest’ultima, comprata insieme ai voti dei grandi elettori tedeschi, necessari per l’elezione a Imperatore dei tedeschi, pagandoli grazie ai soldi dei banchieri Fugger. La successione infatti non era ereditaria ma elettiva sin dalla Bolla d’oro di quasi due secoli prima.

Il suo Impero fu più grande di quello di Carlo Magno, estendendosi dall’Europa centrale e occidentale fino alle colonie in centro e sud America. Proprio da quelle terre riscuoteva numerose ricchezze, dopo aver finanziato viaggiatori come Magellano, Cortes, Pizarro, protagonisti del secolo delle grandi scoperte geografiche. Quel secolo in cui il concetto d’Europa, già sviluppatosi con lo stesso Carlo Magno, Papa Pio II e poi con Machiavelli, cominciò ad entrare nel gergo comune in concomitanza con la presa di coscienza da parte delle elitès culturali di essere europei in quanto diversi dalle popolazioni americane, dagli arabi che erano sempre una spina nel fianco ad Est, dalla civiltà cinese con cui aumentarono gli scambi sia commerciali sia culturali.

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Nemici su tutti i fronti

Il ‘500 fu il secolo in cui il concetto di christianitas fu affiancato, e in seguito sostituito, da quello di europei. Il progetto di Carlo V si inserì proprio in questo contesto, volendo istituire una Monarchia universale cristiana cattolica. Progetto che però gli creò numerosi nemici e altrettanti conflitti che segnarono i suoi 30 anni di dominio.

Il re francese cattolico Francesco I, i turchi ottomani, i luterani ed il Papa Clemente VII furono i suoi avversari più duri a morire.
Il re di Francia perché voleva impedirgli di portare a compimento le sue mire espansionistiche sul Ducato di Milano in quanto importante crocevia tra Nord e Sud Europa. Il primo scontro ci fu nel 1521 in cui Francesco I cadde addirittura prigioniero. In seguito alla pace fu liberato ma immediatamente ricostituì una alleanza contro Carlo V insieme al Papa. La cosiddetta Lega di Cognac. La Chiesa di Roma difatti non vedeva di buon occhio l’intromissione imperiale in Italia né tantomeno un unico sovrano più difficile da controllare rispetto a più monarchi cattolici ma meno forti.

L’idea di un’Europa asburgica e cattolica portò al conflitto che si protrasse fino al 1529 con Francesco I che lasciò Milano e con Carlo V, che in risposta all’avversione della Chiesa, nel 1527 inviò i mercenari austriaci noti come Lanzichenecchi a devastare Roma, in quello che è passato alla storia come “Sacco di Roma”

L’azione contro Roma fu spinta anche dai nobili romani, che certamente non pensavano ad una simile conseguenza, in chiave antimedicea che con il Papa Clemente VII aveva messo piede in grande stile nella politica romana.

Nel frattempo Francesco I, deciso a sconfiggere Carlo V, si allea con i turchi ottomani di Solimano il Magnifico invadendo il Ducato di Savoia. La risposta asburgica non si fa attendere e si esplicitò nell’attacco alla Provenza. La guerra si risolse addiriturra nel 1544 con l’intervento papale che destinò il Ducato di Savoia alla Francia e Milano all’imperatore.

L’incoronazione ad Imperatore

Nel frattempo, nel 1530, a Bologna Carlo V fu prima incoronato dal papa come Re d’Italia e il 24 febbraio, giorno del suo compleanno, fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero avendo ricevuto 10 anni prima ad Acquisgrana la corona di Re dei Romani.

Di questo avvenimento, fondamentale per il tentativo di raggiungere una “pace universale” nell’occidente cristiano sempre più insidiato dai turchi che erano giunti alle porte di Vienna, abbiamo un dipinto di Luigi Scaramucci detto “il Perugino”, intitolato “Incoronazione di Carlo V a Imperatore del Sacro Romano Impero”. Nonostante ciò fu Tiziano il suo ritrattista per eccellenza. Come sostiene lo storico dell’arte Stefano Zuffi, l’artista riuscì a cogliere “il riflesso delle aspirazioni, delle tensioni, delle fatiche, del fasto, della fede, del rimpianto, della solitudine, degli ardori“. Il rapporto tra i due fu speciale tanto che, leggenda vuole, l’imperatore si chinò addirittura a raccogliere il pennello caduto al pittore.

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Tra i suoi nemici c’erano anche i protestanti, i seguaci di quel Lutero con cui cercò anche di mediare i rapporti con la Chiesa di Roma, fornendogli anche il famoso salvacondotto per Wittenberg prima della fine della Dieta di Worms nel 1521. Ebbe quindi il grande problema di un regno tanto esteso quanto abitato da popolazioni diverse anche per religione. I luterani, tra le altre cose, riuscirono a convincere alcuni principi tedeschi facendoli aderire alla Lega di Smalcalda sempre in chiave anti-imperatore. La guerra si risolse nel 1555 con la pace di Augusta, dopo che al conflitto presero parte anche turchi e francesi. Il trattato prevedeva la divisione religiosa della Germania secondo il principio “cuius regio, eius religio”, cioè la libertà di principi e sovrani di poter decidere quale religione abbracciare e imporre ai propri sudditi.

Nel 1556 Carlo V abdicò dividendo però il regno tra il figlio Filippo II, affidatario della Spagna, dell’Italia, dei Paesi Bassi e delle colonie, e il fratello Ferdinando I a cui andarono i possedimento degli Asburgo e il titolo imperiale.

Tramontava così il sogno di un Impero Universale e Cattolico di quello che fu l’imperatore forse più importante fino a Napoleone. Morì il 21 settembre 1558 a  Cuacos de Yuste, in Spagna, stringendo al petto il crocifisso ed esclamando le parole “Ya, voy, Señor” (Sto venendo Signore).

La sua vita è stata protagonista anche di due opere di Giuseppe Verdi, nell’Ernani e nel Don Carlo, mentre nel 2014 l’attore Adrien Brody lo ha interpretato in quanto protagonista del film Emperor, affermando di essere stato affascinato da questo personaggio e dal periodo storico in quanto ci fu il primo “tentativo di unificare l’Europa, si comincia a parlare di moneta unica, comincia a essere concreto il problema delle migrazioni di massa, si diffonde la stampa. È un periodo in cui la Storia inizia a cambiare per sempre, si fanno grandi passi avanti”.

Sul suo impero non tramontava mai il sole. Sulla sua vita, considerando il segno lasciato nella storia, neanche.

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Giosue Carducci, il “poeta nazionale”

Federico Rapini

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Giosue Carducci, il “poeta nazionale”, nacque a Pietrasanta, in provincia di Lucca, il 27 luglio del 1835. Figlio di un poeta dilettante e carbonaro, già in tenera età visse il trasferimento della famiglia dalla Versilia alla Maremma, luoghi complementari e ugualmente implicati nello sviluppo della precoce fantasia poetica carducciana. Una fantasia nutrita dei miti legati alla Natura e delle immagini care della costa toscana.

Ribelle, selvatico, amante della natura tanto da possedere una civetta, un falco e un lupo in casa.

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Le prime letture

Trasferitosi a Firenze, nel 1849 fu ammesso nel collegio degli Scolopi, quell’ordine religioso che già dal ‘600 gestiva l’istruzione elementare per ordine dello Stato Pontificio. Matura però un oltranzismo classicista e anticattolico che anni dopo gli costò la cattedra al ginnasio di San Miniato.

Grazie al padre si avvicinò a testi come “Storia Romana” di Rollin e “Storia della Rivoluzione Francese” di Thiers che formarono il suo pensiero classico-romantico e rivoluzionario. Lesse autori con Proudhon, che gli aprì gli occhi sulla realtà della Chiesa traditrice del mandato divino. Un vero colpo al cuore per i sostenitori antirisorgimentali e fautori del Papa Re. 

Dopo la lettura del filosofo francese, compose l’inno “A Satana” in cui fa un’apologia di “tutto ciò che di nobile e bello e grande hanno scomunicato gli asceti e i preti”. Il Demonio veniva celebrato da Carducci come una vera e propria musa ispiratrice dei poeti, ma che agiva anche nell’ebbrezza del vino che rallegrava i convivi e nell’amore per le donne.

Amante della patria, della rettitudine morale tipica di Parini, delle poesie di Foscolo da cui alimentò il fuoco dell’avversione per i regnanti stranieri. Dai due mostri sacri della poesia italiana recuperò l’amore per i classici e per l’etica arrivando a formulare una sua visione della religione esponendola nel sonetto “Il dubbio” in cui manifestò il suo essere religioso ma anticlericale. Arrivò addirittura a criticare Pio IX, immaginato sorridente durante la decapitazione dei due garibaldini Monti e Tognatti che a Roma furono gli artefici di un attentato in cui persero la vita 23 soldati francesi. Il fatto lo colpì al cuore tanto da comporre un ode in ricordo dei due attentatori.

Carducci fu amante del bello, un’innamorato dell’Italia. Fu capace di recuperare e rielaborare la prestigiosa tradizione latina e di fonderla con il culto del passato e con l’affermazione del valore atemporale della poesia.

L’impegno politico di Carducci

Di carattere schietto e contrario al doppiogiochismo, fu attratto dal tardo romanticismo di Prati e Aleardi, in quanto per lui l’Unità d’Italia andava raggiunta con forza e virilità. L’impegno in prima persona era l’unica via. Per questo si esaltò prima per la spedizione dei Mille di Garibaldi e dall’intervento dello stesso a Roma nel 1870, rimanendo deluso poi dalla prigionia dell’eroe dei due mondi e dalla morte dell’amico Cairoli.

Il suo impegno politico raggiunse l’apice nell’elezione a Senatore nel 1890 e a membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica dieci anni prima. La sua carriera fu costellata di riconoscimenti ufficiali che neanche le prese di posizione da irredentista radicale a favore di Oberdan, il patriota triestino che aveva attentato alla vita di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria, e tanto meno il laicismo rinsaldato dall’appartenenza massonica (iniziato nella Loggia “Galvani” di Bologna negli anni in cui la Massoneria incarnò i valori del patriottismo e del Risorgimento italiano) lo sviarono dall’adesione sempre più convinta della politica governativa e da un pieno appoggio al primo ministro Crispi.

Nonostante non fu mai monarchico, tra i suoi ammiratori potè annoverare la regina Margherita di Savoia che lo volle insignire con la croce al merito di Savoia che però il Carducci rifiutò. Dopo il loro incontro il vate mise in progetto “Alla regina d’Italia” ricevendo però accuse di essersi convertito alla monarchia da parte dei repubblicani che lo avevano “eletto” loro poeta di partito. Rispedì al mittente le accuse con l’articolo del 1882 “Eterno feminino regale” in cui chiarì che l’unica costante della sua vita fu l’amore per la patria. 

Fin dagli esordi l’ispirazione poetica di Carducci risulta legata a un’istanza celebrativa, alla volontà di ricordare ed esaltare i fatti, i luoghi, i personaggi della storia dell’identità nazionale. Dedicò versi al sacrificio del giovane Corazzini nella campagna per la liberazione di Roma del 1867, alla figura austera di Mazzini.

La sperimentazione metrica

Legato alla tradizione classica, in particolare al modello latino di Orazio, provò a riprodurne i ritmi delle strofe combinando più versi in uso nella tradizione italiana. 

La sua sperimentazione in metrica ebbe l’apice nei cosiddetti metri barbari delle “Odi barbare”, la raccolta più celebre e significativa, anche per l’influsso sulla poesia successiva.
Nate come opera ideologicamente volta a restaurare lo spirito e il valore tramandato dai classici, per dare a Roma e a tutto il mondo civile una testimonianza di adesione alla cultura e al mondo latino, Carducci vi inserì la sua visione di un nuovo e solenne trionfo che il popolo italiano, tornato libero, avrebbe celebrato sul colle Palatino, mentre Roma, destinata a tornare Capitale, lo accoglierà in un abbraccio tra passato, presente e futuro.

Fu il cantore dell’Italia umbertina, il “poeta vate della Terza Italia”. Morì il 16 febbraio del 1907 a Bologna in seguito ad una cirrosi epatica.

Qui di seguito, per rendergli omaggio, alcuni suoi stessi versi delle “Odi barbare” sulla centralità di Roma in tutta la sua visione storico-politica del mondo:

“Te redimito di fior purpurei

april te vide su ‘l colle emergere

da ‘l solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli

aprile irraggia, sublime, massima,

e il sole e l’Italia saluta

te, Flora di nostra gente, o Roma.”

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La prima lettera di reclamo della storia, la tavoletta Ea-nasir | ArcheoFame

Licia De Vito

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Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito l’irrefrenabile impulso di scrivere un reclamo. Nell’era di Amazon e delle spedizioni veloci anche le lamentele sono altrettanto immediate e espresse nelle maniere più repentine. Una mail, un messaggio, una telefonata, ogni risposta (fatta eccezione per i servizi pubblici) è immediata.

Immaginate adesso di vivere nel 1750 a.C., di essere un normale commerciante del regno babilonese residente nella città di Ur (un tempo capitale sumera) di nome Nanni e di avere appena concluso un vantaggioso accordo commerciale, impresso e firmato su una tavoletta d’argilla per mezzo del vostro fluente alfabeto cuneiforme. Siete convinti di aver acquistato un bel carico di lingotti di rame da un altro commerciante, un tale Ea-Nasir, uno bravo, vi hanno detto. Invece vi beccate una bella “sòla”. Tipo quando compravi un telefono su eBay e ti arrivava un mattone. I lingotti arrivano ma sono pessimi, la qualità è terrificante e non valgono nemmeno la metà di quello che li avete pagati. Si necessita un reclamo.

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Ecco, adesso immaginate che vi roda tanto, ma talmente tanto, che presi dalla rabbia preparate il vostro stilo e la vostra tavoletta e cascasse il mondo, a costo di metterci tre giorni interi per scrivere tutto, questo tizio non la può passare liscia.

Conservata al British Museum, la tavoletta d’argilla ha incisa la più antica lettera di reclamo fino ad ora conosciuta, fu ritrovata dal famosissimo archeologo Leonard Wolley durante lo scavo di quella che verrà poi interpretata proprio come l’abitazione dello stesso Ea Nasir.

Si legge:

«così dice Nanni:
quando sei giunto mi hai detto: “Darò a Gimil-sin [il servitore di Nanni] lingotti di rame di ottima qualità”. Quindi te ne sei andato, ma poi non hai fatto ciò che avevi promesso. Hai presentato dei lingotti di pessima qualità al mio messaggero, dicendogli: “Se vuoi prenderli, prendili; se non vuoi prenderli, vattene!”.

Per chi mi hai preso, per trattarmi in questo modo? Ho mandato dei gentiluomini, proprio come noi, a riprendere la borsa con i soldi che ti avevo affidato [per comprare la merce], ma tu mi hai trattato con sufficienza rimandandomeli indietro più volte a mani vuote, per di più facendoli passare all’interno di territori nemici. Quanti mercanti, fra quelli che commerciano con Dilmun, mi hanno mai trattato in questa maniera? Tu solo tratti il mio messaggero con disprezzo! Per quella insignificante mina che ancora ti devo ti prendi la libertà di usare questo atteggiamento, quando io ho anticipato 1080 libbre di rame al palazzo a tuo nome, e pure Umi-abum ha anticipato 1080 libbre, oltre a quanto abbiamo scritto su una tavoletta sigillata e custodita presso il tempio di Šamaš.

Tu come mi hai trattato per quel rame? Ti sei tenuto la mia borsa con il denaro in pieno territorio nemico; ora mi aspetto che tu provveda a restituirmelo interamente.

Tieni a mente che, da ora in poi, non accetterò più rame da te che non sia di buona qualità. Provvederò personalmente a selezionare e depositare i lingotti uno per uno nel mio cortile, ed eserciterò il mio diritto a respingerli perché tu mi hai trattato con disprezzo.” »

Oltre alla palese e umana indignazione per il torto ricevuto come cliente, la rabbia del povero Nanni rivela origini più profonde. Gli accordi commerciali infatti erano sacri per gli antichi babilonesi e venivano sigillati davanti al dio del sole Shamash. Proprio nel tempio di questa divinità infatti, una volta scritti, quegli stessi accordi venivano depositati. Venire meno alla parola data quindi non era soltanto un’onta per la controparte ma un vero e proprio affronto agli dei.

Sperando di ritrovare presto la tavoletta che ci racconta della fine della controversia epistolare più antica del mondo, ci auguriamo che il reclamo abbia effettivamente funzionato, che Nanni abbia avuto il suo denaro indietro e che il dio Shamash abbia punito a dovere il truffatore Ea- Nasir, che al giorno d’oggi sarebbe stato di sicuro uno di quelli che chiede i soldi sui siti d’incontri.

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