Inferno e Paradiso: le due fasi della vita di Tom Hardy

Siamo nel 2003 e ci troviamo a Soho, quartiere nel West End di Londra, nel pieno di Westminster. La zona è conosciuta per essere uno dei più fervidi centri della movida londinese e sede dell’industria del sesso britannico da più di 200 anni. È una sera come le altre e per le vie del quartiere, a due passi dal glorioso Prince Edward Theatre, c’è un ragazzo buttato sulla strada. I passanti lo oltrepassano e non gli prestano attenzione viste le scene a cui sono abituati da quelle parti. Stavolta, però, c’è qualcosa di diverso: il giovane ha avuto un collasso ed è rivolto a terra in una pozza di vomito misto a sangue. Si alza e, barcollando, tenta di riprendere il controllo dei sensi e del proprio corpo mentre si siede a fatica su una panchina lì vicino. In pochi avrebbero scommesso che quel giovane, da lì a qualche anno, sarebbe diventato uno degli attori più pagati e considerati di Hollywood. In pochi sapevano di trovarsi di fronte ad un allora semisconosciuto Tom Hardy.

Edward Thomas Hardy nasce a Londra il 15 settembre 1977 nel quartiere di Hammersmith. La zona è piuttosto tranquilla e il quartiere è noto per essere la sede della BBC e per ospitare due delle squadre più famose della Premier League: il Fulham e il Chelsea. “Tom”, come lo chiamano tutti in casa, è cullato dall’affetto familiare e, da adolescente, si trasferisce coi suoi nell’East Sheen, un ricco sobborgo di Richmond. La madre è un’artista di origini cattolico-irlandesi mentre il padre, Edward John (detto Chips), è uno sceneggiatore, scrittore e commediografo che in futuro collaborerà con la BBC e con lo stesso Tom.

MyZona

A Richmond, il ragazzo cresce senza che i genitori gli facciano mancare nulla ma il suo carattere ribelle non tarda a manifestarsi. Già a undici anni, infatti, iniziano i primi problemi: a scuola va di moda lo “sballo a basso costo” e Tom prende a sniffare la colla. Con l’adolescenza le cose non migliorano e a tredici anni arrivano le prime esperienze con gli allucinogeni e le droghe. È nella Londra degli anni ’80, infatti, che un nemico silenzioso va facendosi largo: il crack si trova facilmente agli angoli delle strade e Tom non sa resistere alle tentazioni. Il risultato? A 16 anni è già completamente dipendente da alcol e droghe.

Negli anni del liceo, Tom dimostra ancora di essere un ragazzo turbolento e, a causa di alcuni problemi con la legge, viene espulso dall’istituto. Nel frattempo intraprende gli studi d’arte presso il Richmond Drama School e il Drama Centre London, dove condivide alcuni corsi con un tipo rossiccio di capelli e di origini tedesco-irlandesi. Quel giovanotto è nato in Germania e di nome fa Michael ma ha un cognome che gli inglesi pronunciano a fatica: Fassbender. Negli anni dell’accademia, ottiene un contratto come modello per la Models One e decide di abbandonare il Drama Centre. Nel 2001, però, fresco del diploma conseguito a Richmond, ottiene una parte nella miniserie prodotta da Tom Hanks e Steven Spielberg, Band of Brothers. Sempre il 2001 sembra l’anno della svolta: viene scritturato per Black Hawk Down di Ridley Scott ma, da lì in avanti, inizia una fase altalenante e senza continuità della sua carriera.

Il 2003 è un anno di rottura: ottiene il primo ruolo importante, il villain di Star Trek – La nemesi ma, il fallimento al botteghino e la pioggia di critiche che piove addosso al film, gettano Tom in uno stato di profonda crisi. La dipendenza dalle droghe è sempre più soffocante: arriva a divorziare dalla donna con cui, nel frattempo, aveva convolato a nozze ed è per le strade di Soho che l’attore tocca il fondo. Collassa a terra e si risveglia ore dopo, in una pozza di sangue e vomito, senza che nessuno abbia alzato un dito per aiutarlo. Tom si sente come se la morte gli avesse alitato sul collo. “Avrei venduto mia madre per un po’ di crack”. Dichiarerà nel 2015 durante un’intervista in Nuova Zelanda “Ero un ragazzaccio e l’unica cosa che mi ha salvato, in quel periodo buio, è stata la recitazione”.

Decide allora di riprendere in mano la propria vita ed entra in riabilitazione con la convinzione di farla finita, una volta per tutte. Proprio l’uscita dalle dipendenze coinciderà simbolicamente con la sua rinascita umana e lavorativa. L’amore per la recitazione è quello che lo porterà a vedere la luce: le offerte di lavoro non tardano ad arrivare e le parti che gli vengono offerte, quelle che inizialmente sembravano irrilevanti, diventano pian piano ruoli di prim’ordine. Il 2008 è l’anno della svolta: dopo le esperienze e i numerosi riconoscimenti in teatro, il ruolo del protagonista in Bronson, di Nicholas Refn, gli vale il British Independent Film Awards come protagonista. Hollywood inizia a notarlo e, nel 2010, Christopher Nolan lo vuole per il ruolo di Eames in Inception. È un successo di pubblico e critica che lo porta a ricevere i complimenti dello stesso Nolan, con cui lavorerà ancora due anni più tardi nel Bane de Il cavaliere oscuro – il ritorno.  

La sua immagine pare uscire rinata e ormai distante anni luce dai periodi bui della sua vita. Col tempo diventa testimonial di numerose campagne di sensibilizzazione: nel 2008 è ambasciatore del Prince’s Trust, l’ente di recupero fondato dal Principe Carlo con lo scopo di aiutare i giovani a combattere il degrado e le dipendenze e, nel 2017, diventa uno dei volti della nuova campagna della PETA, contro il maltrattamento dei cani.

Nel 2011 torna a recitare nella natia Inghilterra, al fianco di Gary Oldman ne La talpa. La critica sottolinea la prova dello stesso Hardy, come avverrà nel 2013 per Locke, in cui l’attore recita praticamente in solitaria (memore delle esperienze teatrali) e nel 2014 con Chi è senza colpa. L’anno seguente è quello della consacrazione: raccoglie il testimone di Mel Gibson interpretando il quarto capitolo della celebre saga Mad Max e, soprattutto, riceve una nomination all’Oscar come Migliore attore non protagonista, per Revenant, dove recita insieme a Leonardo Di Caprio.

Proprio un curioso aneddoto lega le avventure dei due protagonisti: Di Caprio aveva scommesso sulla nomination agli Oscar per Hardy che, in omaggio all’azzeccata previsione dell’amico, può ora mostrare un tatuaggio sul braccio destro che recita: “Leo knows all”. Nel 2017 è ancora sotto la guida di Christopher Nolan in Dunkirk e nel 2018 veste i panni di Venom, nemesi dello Spider di Marveliana memoria. Il 2020 vede Tom Hardy impegnato nel drammatico ruolo di un vecchio e stanco Al Capone che, dopo gli anni passati in prigione, riflette sui crimini e le colpe passate.

Ora Tom Hardy è uno degli attori più celebri e in voga di Hollywood. I problemi sono alle spalle e la voglia di guardare avanti è una forte spinta che lo porta sempre a migliorarsi. Così come la scoperta passione per il jujitsu brasiliano e la capoeira cementano le fondamenta della sua vita, così il messaggio che lancia è forte e accorato: “Voglio aiutare le persone. Sono veramente grato per le cose che mi sono successe nella mia vita e cerco di aiutare i giovani che vogliono riprendere in mano la propria vita. Sono stato fortunato a non fare una brutta fine”. E forti lo sono anche i ricordi delle dipendenze che si nascondono nella parte più buia della sua mente: “È come vivere con un orango di 400 libbre che vuole uccidermi. È molto più potente di me, non parla la stessa lingua e corre nell’oscurità della mia anima”.

Da leggere anche

Riccardo Colella
Ha visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, francamente se ne infischia e la sera non va a letto presto. Pensa in fretta quindi parla in fretta, dal Daily Planet a The Walk of Fame, per un’offerta che non poteva rifiutare e la vita è una questione di riflessi. Ogni tanto dà la cera e toglie la cera ma nessuno può chiamarlo fifone. È un bravo ragazzo, beve Martini agitato, non mescolato e la vanità è decisamente il suo peccato preferito.

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli