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Inferno e Paradiso: le due fasi della vita di Tom Hardy

Riccardo Colella

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Siamo nel 2003 e ci troviamo a Soho, quartiere nel West End di Londra, nel pieno di Westminster. La zona è conosciuta per essere uno dei più fervidi centri della movida londinese e sede dell’industria del sesso britannico da più di 200 anni. È una sera come le altre e per le vie del quartiere, a due passi dal glorioso Prince Edward Theatre, c’è un ragazzo buttato sulla strada. I passanti lo oltrepassano e non gli prestano attenzione viste le scene a cui sono abituati da quelle parti. Stavolta, però, c’è qualcosa di diverso: il giovane ha avuto un collasso ed è rivolto a terra in una pozza di vomito misto a sangue. Si alza e, barcollando, tenta di riprendere il controllo dei sensi e del proprio corpo mentre si siede a fatica su una panchina lì vicino. In pochi avrebbero scommesso che quel giovane, da lì a qualche anno, sarebbe diventato uno degli attori più pagati e considerati di Hollywood. In pochi sapevano di trovarsi di fronte ad un allora semisconosciuto Tom Hardy.

Edward Thomas Hardy nasce a Londra il 15 settembre 1977 nel quartiere di Hammersmith. La zona è piuttosto tranquilla e il quartiere è noto per essere la sede della BBC e per ospitare due delle squadre più famose della Premier League: il Fulham e il Chelsea. “Tom”, come lo chiamano tutti in casa, è cullato dall’affetto familiare e, da adolescente, si trasferisce coi suoi nell’East Sheen, un ricco sobborgo di Richmond. La madre è un’artista di origini cattolico-irlandesi mentre il padre, Edward John (detto Chips), è uno sceneggiatore, scrittore e commediografo che in futuro collaborerà con la BBC e con lo stesso Tom.

A Richmond, il ragazzo cresce senza che i genitori gli facciano mancare nulla ma il suo carattere ribelle non tarda a manifestarsi. Già a undici anni, infatti, iniziano i primi problemi: a scuola va di moda lo “sballo a basso costo” e Tom prende a sniffare la colla. Con l’adolescenza le cose non migliorano e a tredici anni arrivano le prime esperienze con gli allucinogeni e le droghe. È nella Londra degli anni ’80, infatti, che un nemico silenzioso va facendosi largo: il crack si trova facilmente agli angoli delle strade e Tom non sa resistere alle tentazioni. Il risultato? A 16 anni è già completamente dipendente da alcol e droghe.

Negli anni del liceo, Tom dimostra ancora di essere un ragazzo turbolento e, a causa di alcuni problemi con la legge, viene espulso dall’istituto. Nel frattempo intraprende gli studi d’arte presso il Richmond Drama School e il Drama Centre London, dove condivide alcuni corsi con un tipo rossiccio di capelli e di origini tedesco-irlandesi. Quel giovanotto è nato in Germania e di nome fa Michael ma ha un cognome che gli inglesi pronunciano a fatica: Fassbender. Negli anni dell’accademia, ottiene un contratto come modello per la Models One e decide di abbandonare il Drama Centre. Nel 2001, però, fresco del diploma conseguito a Richmond, ottiene una parte nella miniserie prodotta da Tom Hanks e Steven Spielberg, Band of Brothers. Sempre il 2001 sembra l’anno della svolta: viene scritturato per Black Hawk Down di Ridley Scott ma, da lì in avanti, inizia una fase altalenante e senza continuità della sua carriera.

Il 2003 è un anno di rottura: ottiene il primo ruolo importante, il villain di Star Trek – La nemesi ma, il fallimento al botteghino e la pioggia di critiche che piove addosso al film, gettano Tom in uno stato di profonda crisi. La dipendenza dalle droghe è sempre più soffocante: arriva a divorziare dalla donna con cui, nel frattempo, aveva convolato a nozze ed è per le strade di Soho che l’attore tocca il fondo. Collassa a terra e si risveglia ore dopo, in una pozza di sangue e vomito, senza che nessuno abbia alzato un dito per aiutarlo. Tom si sente come se la morte gli avesse alitato sul collo. “Avrei venduto mia madre per un po’ di crack”. Dichiarerà nel 2015 durante un’intervista in Nuova Zelanda “Ero un ragazzaccio e l’unica cosa che mi ha salvato, in quel periodo buio, è stata la recitazione”.

Decide allora di riprendere in mano la propria vita ed entra in riabilitazione con la convinzione di farla finita, una volta per tutte. Proprio l’uscita dalle dipendenze coinciderà simbolicamente con la sua rinascita umana e lavorativa. L’amore per la recitazione è quello che lo porterà a vedere la luce: le offerte di lavoro non tardano ad arrivare e le parti che gli vengono offerte, quelle che inizialmente sembravano irrilevanti, diventano pian piano ruoli di prim’ordine. Il 2008 è l’anno della svolta: dopo le esperienze e i numerosi riconoscimenti in teatro, il ruolo del protagonista in Bronson, di Nicholas Refn, gli vale il British Independent Film Awards come protagonista. Hollywood inizia a notarlo e, nel 2010, Christopher Nolan lo vuole per il ruolo di Eames in Inception. È un successo di pubblico e critica che lo porta a ricevere i complimenti dello stesso Nolan, con cui lavorerà ancora due anni più tardi nel Bane de Il cavaliere oscuro – il ritorno.  

La sua immagine pare uscire rinata e ormai distante anni luce dai periodi bui della sua vita. Col tempo diventa testimonial di numerose campagne di sensibilizzazione: nel 2008 è ambasciatore del Prince’s Trust, l’ente di recupero fondato dal Principe Carlo con lo scopo di aiutare i giovani a combattere il degrado e le dipendenze e, nel 2017, diventa uno dei volti della nuova campagna della PETA, contro il maltrattamento dei cani.

Nel 2011 torna a recitare nella natia Inghilterra, al fianco di Gary Oldman ne La talpa. La critica sottolinea la prova dello stesso Hardy, come avverrà nel 2013 per Locke, in cui l’attore recita praticamente in solitaria (memore delle esperienze teatrali) e nel 2014 con Chi è senza colpa. L’anno seguente è quello della consacrazione: raccoglie il testimone di Mel Gibson interpretando il quarto capitolo della celebre saga Mad Max e, soprattutto, riceve una nomination all’Oscar come Migliore attore non protagonista, per Revenant, dove recita insieme a Leonardo Di Caprio.

Proprio un curioso aneddoto lega le avventure dei due protagonisti: Di Caprio aveva scommesso sulla nomination agli Oscar per Hardy che, in omaggio all’azzeccata previsione dell’amico, può ora mostrare un tatuaggio sul braccio destro che recita: “Leo knows all”. Nel 2017 è ancora sotto la guida di Christopher Nolan in Dunkirk e nel 2018 veste i panni di Venom, nemesi dello Spider di Marveliana memoria. Il 2020 vede Tom Hardy impegnato nel drammatico ruolo di un vecchio e stanco Al Capone che, dopo gli anni passati in prigione, riflette sui crimini e le colpe passate.

Ora Tom Hardy è uno degli attori più celebri e in voga di Hollywood. I problemi sono alle spalle e la voglia di guardare avanti è una forte spinta che lo porta sempre a migliorarsi. Così come la scoperta passione per il jujitsu brasiliano e la capoeira cementano le fondamenta della sua vita, così il messaggio che lancia è forte e accorato: “Voglio aiutare le persone. Sono veramente grato per le cose che mi sono successe nella mia vita e cerco di aiutare i giovani che vogliono riprendere in mano la propria vita. Sono stato fortunato a non fare una brutta fine”. E forti lo sono anche i ricordi delle dipendenze che si nascondono nella parte più buia della sua mente: “È come vivere con un orango di 400 libbre che vuole uccidermi. È molto più potente di me, non parla la stessa lingua e corre nell’oscurità della mia anima”.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

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“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”: 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama Imperatore

Federico Rapini

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Una vita passata al centro della scena della sua opera d’arte

Era il 2 dicembre del 1804 quando, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incoronò Imperatore dei francesi. Eletto a tale carica grazie ad un plebiscito popolare svoltosi nel maggio dello stesso anno, l’Empereur si posò la corona sulla testa dalle sue stesse mani alla presenza del Papa Pio VII.

Affermando che “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca” sottolineò il suo voler mantenere a debita distanza il potere spirituale da quello temporale.

La narrazione di tale evento è stata fortemente romanzata, tanto che ad oggi sopravvive ancora la fantasticheria che voleva Napoleone impudente nel togliere la corona dalle mani del pontefice, il quale in realtà presenziò solamente alla cerimonia.

Cerimonia che, per volere dello stesso neo Imperatore, univa il sacro, tipico della consacrazione del sovrano con l’unzione conferita dall’arcivescovo di Reims, ad altri riti di tradizione carolingia.

Descritto in lungo e largo da tanti, non basterebbero queste righe per descrivere la sua vita ed il suo essere. Fu certamente rivoluzionario, sconvolse l’equilibrio degli Stati europei instaurando un senso di mentalità e unità continentale. Suo scopo fu quello di creare un sistema europeo basato su diritto comune ed una sorte europea.

La sua vita è stata un’opera d’arte burrascosa, narrata e dipinta dai più grandi artisti ed intellettuali.

Hegel addirittura, nel 1806, dopo la vittoria di Jena, scrisse al Niethammer “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

Il filosofo si riferisce a Napoleone come der Kaiser, il Cesare, per sottolineare la continuità ideale tra la figura dell’Imperatore francese ed il titolo di cui si forgiavano gli imperatori romani. D’altronde rifacendosi spesso ai titoli di console e triumviro, l’Empereur si faceva carico dell’eredità dell’Impero Romano dal quale traeva solerte ispirazione.

Ma già prima di Hegel, l’italiano Vincenzo Monti gli dedicò il poema “Prometeo” in quanto ribelle a Dio(Giove) e benefattore dell’umanità, in quel caso l’Italia liberata. Un Prometeo moderno che come il titano combatteva contro il destino avverso.

Avversità che però non lo hanno mai scoraggiato. Non era nel suo carattere grazie soprattutto ad una buona dose di ego. Come quando in occasione delle vittorie in Italia e l’ingresso a Milano nel Maggio del 1796 pronunciò parole come queste: “Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria”.

Quasi un eroe. Tanto che Beethoven gli dedico la terza sinfonia, l’Eroica. Il compositore fu certamente il più importante romantico nel suo campo. Romanticismo caro anche all’imperatore amante dei Canti di Ossian e il Livre de chevet, capolavoro, questo ultimo, preromantico.

Ma la sua vita non è stata solo descritta magistralmente da penne di filosofi, poeti o messi in musica da artisti superbi. Fu protagonista anche di sculture e dipinti.

Antonio Canova, esponente di spicco del neoclassicismo, scolpì la figura dell’Empereur con i tratti di Marte Pacificatore. Mentre un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse lo ritrasse come un novello Mosè intento ad incidere il codice civile su una tavola. Si tratta dell’opera “Napoleone incoronato dal Tempo” in cui Napoleone, in abiti mortali in uno spazio non definito ma che ricorda il mito della creazione, vince la morte e si avvia verso l’eternità destinata solo ai più grandi.

“Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” di Antonio Canova

Ma il capolavoro che più di tutti rappresenta l’Imperatore corso è “Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David dipinto nel 1801.

Napoleone è rappresentato mentre domina un cavallo rampante e nell’atto di valicare le Alpi, come fecero Annibale e Carlo Magno. Il cavallo gli conferisce ancora più potenza e lo lega ai grandi monumenti equestri del passato. Sopra di esso lui indica la meta che il suo popolo dovrà raggiungere seguendolo.

In questo quadro del pittore ufficiale di Napoleone traspare la forza della poetica della statua. Un quadro che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

“Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David

Fu proprio David, poi, ad avere l’onere e l’onore di raffigurare il momento più alto della vita dell’Empereur. In “L’incoronazione di Napoleone”, opera realizzata tra il 1805 ed il 1807, l’artista rappresenta il momento della rottura con l’ancient regime, ponendo Napoleone ovviamente al centro della scena, nel giorno in cui si auto-incorona sotto lo sguardo, da posizione laterale, del Papa.

In questa opera, raffigurazione della realtà, c’è tutto ciò che è stata la vita di Napoleone. Una vita sempre al centro. Mai in disparte. Che fosse in guerra, negli anni che lo portarono ad essere generale, o geopoliticamente quando il suo Impero si posizionò tra l’Inghilterra dei Rothschild e la Russia dello zar Alessandro I. Proprio il voler essere al di sopra di tutto, anche della sua epoca, lo portò ad una guerra su due fronti che gli costò il potere.

Nonostante ciò non perse mai la sua personalità né tantomeno il rispetto dei suoi soldati. Essi, dopo che Napoleone tornò in Francia dall’isola d’Elba, gli furono mandati contro dal re Borbone. Ma nessuno mosse un dito nonostante l’ormai ex imperatore gridò Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo”.

Anzi, fu portato in trionfo a Parigi da quegli stessi soldati.

Intese la vita politica in maniera inclusiva e sintetica così da ricreare uno spirito nazionale gettando da subito le basi per quell’unità che contraddistinse il suo Impero. Riuscì difatti a prendere dalla Repubblica l’idea di equità e dalla Monarchia l’idea di verticalità e l’etica. Il tutto sommato al concetto romano di Impero.

Una vita al centro della scena, dunque.

D’altronde come scrisse il Manzoni “ Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero,come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor”.

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Woody Allen, 85 anni del genio più discusso d’America

Sono 85 anni oggi per Woody Allen, tra scandali e grandi pellicole. Perché l’America vuole dimenticarlo, e perché ne va conservata la memoria.

Alberto Mutignani

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Oggi lo censurerebbero, ma in ‘Provaci ancora, Sam!’ – del 1972 – c’è un memorabile scambio di battute tra Woody Allen, lo spirito guida Humphrey Bogart e Diane Keaton sui pro e i contro dello stupro: “È un sogno segreto di ogni donna”, “Se mi violentassero, starei al gioco per un po’ e poi inizierei ad urlare, a meno che non cominciasse a piacermi”.

Allen e la splendida Diane Keaton lasciano poi che il dialogo scivoli da sé in una dimensione meno grottesca, subordinata alla più celebre gag della preparazione del bacio. Eppure, un film come ‘Provaci ancora, Sam!’ oggi sarebbe impossibile da proiettare. Non soltanto perché in America si è deciso di incidere una damnatio memoriae sulla figura di Woody Allen, dopo le accuse di molestie sessuali e dopo tutto ciò che questo ha comportato – fra le altre cose, una causa ancora aperta con Amazon, un’autobiografia censurata e un concerto interrotto da una lega di attiviste –, ma anche perché è il mondo ad essere cambiato e ad aver assunto un diverso approccio rispetto all’artista e al suo privato. Se Werner Herzog fosse nato oggi, il suo cinema sarebbe semplicemente impossibile, soprattutto la parentesi Kinski.

Non tutti gli hanno voltato le spalle: a fronte di Natalie Portman e Colin Firth, o del giovanissimo Timothee Chalamet (A rainy day in New York), che hanno addirittura donato il loro cachet per il film a un’organizzazione per i diritti delle donne, sono rimasti dalla sua parte Scarlett Johansson – che adora Allen e che vorrebbe tornare a lavorare con lui il prima possibile – e Cristopher Waltz (Django, Bastardi senza gloria) che ha recentemente lavorato con Allen. Anche Jude Law si è espresso sulla questione, dicendo sostanzialmente che non sono fatti suoi le questioni private di Allen, su cui nessun giudice si è ancora espresso se non per constatare l’assenza di prove.

Stephen Reimartz, il suo biografo, l’ha invece definito: esile, nervoso, intellettuale, enfant terrible, donnaiolo, isterico, filosofo e oggetto di culto. Su di sé, Allen dice: “sono un misantropo ignorante e patito di gangster; di un solitario incolto che se ne stava davanti a uno specchio a tre ante a fare esercizi con un mazzo di carte per nascondere un asso di picche nel palmo della mano, renderlo invisibile da qualunque angolazione e gabbare qualche ingenuo” nell’introduzione alla sua autobiografia, A proposito di niente (La Nave di Teseo), ma la vera colpa è della montatura troppo spessa degli occhiali, che lo rendono l’intellettuale che lui non ha mai voluto essere.

Pur odiando i doppi sensi e le battute sboccate, il suo non è un cinema raffinato e la sua scrittura ha toccato vertici oggi impensabili – per farvi capire quanto è lontano il Novecento, dai giorni nostri: quando divorziò dalla prima moglie, Harlene Rosen, disse: “Mi hanno detto che hanno violentato mia moglie. Conoscendola, non dev’essere stato uno stupro movimentato”. Lei ricambiò con una breve lettera: “Splendido Woody, tu mi hai ispirata con la tua enorme energia, la tua creatività e il tuo carisma. Amavo andare al cinema con te. Amavo suonare con te… Dopo il nostro amore estivo ed adolescenziale il matrimonio fu difficile. Tu hai creato le basi per la tua carriera. Io completai quattro anni di college. Ci siamo aiutati a vicenda, abbiamo imparato cos’è la vita e siamo diventati adulti. C’erano lacrime, tristezza, risate e amore”.

Ma anche le chiacchiere prima del sesso – incarnazioni massime delle sue paranoie – e dopo, e addirittura durante (non si fa mancare nulla, soprattutto il primo Allen), mentre pensa a qualche vecchia ragazza, a un’amante, a un pugile o a grandi questioni: “Non solo Dio non esiste, ma provate a cercare un idraulico di domenica”. Sulla sua preparazione intellettuale, ne ha dette di ogni, negando spesso questa definizione, ma anche e soprattutto l’ultimo Allen ci ha abituati a un livello di scrittura, di omaggi letterari e di conoscenze filosofiche di alto spessore – l’occhio bovino guarda a Irrational Man, chiaramente.

Oggi, ad 85 anni dalla sua nascita e con un nuovo film alle porte – rimandato al 2021, per la pandemia –, l’invito è quello di rivalutare la figura di Woody Allen, non solo da un punto di vista legale – non ci sono prove che diano ragione all’accusa –, ma anche da un punto di vista artistico: non necessariamente l’autore e la sua opera coincidono, né per morale né per affinità tra i personaggi e chi li scrive, e anche se così fosse, Allen si confermerebbe, tuttalpiù, un sociopatico con una seria difficoltà nel ballare, nel bere, nel rimorchiare. E tante altre cose.

La sua autobiografia è bellissima, e chiarisce molte delle cose che ingenuamente sospettate sul suo conto. Se invece volete querelarlo, non telefonate ai suoi avvocati, non ne ha: chiamate il suo medico.

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Type O Negative-October Rust: sesso e male di vivere

Alessio Di Pasquale

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La perfezione è ormai assodato: non esiste. In fondo, cos’è la perfezione? Non è altro che un’opinione, spesso mai richiesta.

È un ideale che altri hanno creato con i loro pensieri che attingono da immagini o metafore inconsce dal profondo della loro psiche. Una roba già preconfezionata a cui aderire ciecamente, come degli automi. Può andar bene a chi non è capace di intendere e di volere, o a chi non è capace di creare niente dal nulla.

La perfezione è insignificante quindi, ma ciò che conta veramente nella vita è la completezza: corpo e mente. Avete mai provato in una fredda, nebbiosa giornata di novembre quella sensazione che tutto va a scatafascio nel mondo, ma voi vi sentite pieni, completi? No? Nemmeno io, ed è per questo che qualche amico, un paio di birre ed “October rust” ci vengono in soccorso, offrendoci quel senso di completezza e soddisfazione che non riusciamo mai a trovare, senza chiederci nulla in cambio. Ma gli dobbiamo tutto invece.

L’album culto dei Type O Negative vide la luce nell’agosto del ’96, nonostante il titolo. È un album autunnale, completo, che non ha nulla (o quasi) a che vedere con il periodo dell’anno che precede l’inverno, perché l’autunno non è solo una stagione: è soprattutto uno stato d’animo, una filosofia di vita.

Nelle sue tracce vi sono riversate tutte le angosce, le paure, le illusioni, le perversioni del genio di Peter Steele, bassista/cantante e leader del gruppo. Un uomo di una creatività fuori dagli schemi, di una sensibilità e fragilità immani nonostante la sua imponenza fisica: un adone greco, un bestione di due metri per oltre cento chili di muscoli, con capelli lunghissimi nero corvino, che con la sua tagliente ironia, apparente misoginia e col suo sarcasmo si costruì delle armi e scudi per proteggere in realtà un animo gentile fino al masochismo, e un cuore devastato dal dolore per la perdita di tutte le sue figure di riferimento e le persone più importanti della sua vita.

Un artista, un uomo che anziché mostrare il suo lato più fragile per impietosire e lasciarsi “accudire”, rispondeva agli insulti della vita mostrandole il dito medio e sfogando questo suo lato delicato nella musica, senza mai piangersi addosso. L’orgoglio, la dignità e l’indipendenza ad ogni costo non si comprano mica al supermercato. Si conquistano a morsi, nuotando nella valle di lacrime e sangue del proprio dolore per uscirne puliti e profumati come un fiore di loto.

“La ruggine di Ottobre”. Ottobre sappiamo che è il cuore dell’autunno, ma cos’è la ruggine? Non è altro che l’ossidazione di un elemento, la crosta che si forma sulla superficie di un metallo quando viene esposto troppo a lungo agli agenti atmosferici.

Funge comunque, fino ad un certo punto, anche da barriera di protezione contro un’ulteriore degradazione. La metafora c’è, ma trovatevela da soli.

Comunque sia, il vero nome di Peter steele era Petrus Thomas Ratajczyk, e il suo carisma nonostante tutto era paragonabile a quello del più famoso “santone nero” Russo, Grigorij Rasputin. Sguardo intenso, deciso, penetrante ma impenetrabile. E non a caso, condividono la stessa origine: Peter Steele era di discendenza Russa da parte di padre, e il suo nonno paterno era un cugino di niente di meno che del dittatore pazzo dei “tempi moderni” per eccellenza: Joseph Stalin. Sì, avete capito bene. Motivo per cui si faceva chiamare “Steele”, che somiglia a “Steel”, acciaio in inglese, esattamente come “Stalin” in lingua russa. Fico, no?

Veniamo ora all’album. Siamo in pieno autunno: musica e testi, come abbiamo detto, esprimono disperazione e angoscia esistenziale, ma anche sessualità e sensualità, il tutto permeato da una marcata ironia di fondo che pervade tutta l’atmosfera dall’inizio alla fine, e che pare comunicare: “La vita è dolore e lenta agonia ma hey, non disperate, basta non prenderla seriamente, divertitevi, scopate e fate i cazzoni come noi, perché comunque vada non ne uscirete vivi.

Facile a dirsi, no? Ma in tempi bui e tristi come quelli che stiamo vivendo, vale la pena circondarvi di persone che possiedono un brilliante senso dell’umorismo. Fidatevi, vi servirà.

La voce baritonale profondissima di Peter Steel spazia dalla disperazione romantica di “Love you to death” all’arroganza del ritornello di “Green Man”, chiaro riferimento al suo vecchio lavoro, quando faceva il giardiniere per il parks department di New York. Dopo le prime due tracce, di cui la prima altro non è che un ronzio, uno scherzo della band per far credere all’ascoltatore che il suo stereo si è appena fuso, mentre la seconda sono i membri che scherzano e ridono come a prendersi gioco del fan che stava impazzendo per capire quale spirito infestava il proprio lettore CD, l’album si apre con la struggente, malinconica “Love you to death”, nella quale vengono fuori le ossessioni di Steele e il suo lato più insicuro e fragile: “Am I good enough for you?”.

Cosa c’è di più tenero di un bell’uomo, fisicamente imponente che dietro la sua mole nasconde la paura di non essere abbastanza per voi? Non fanno impazzire anche voi i netti contrasti? Sicuramente no. Ma un uomo che cede in pegno una parte del suo orgoglio maschile, guadagnato col sudore della fronte, per voi, è merce rara, spesso destinata allo spreco. C’est la vie.

Ma alcuni di noi comunque sono così tanto ricchi interiormente che definirli equivale a limitarli. Di fatto, subito dopo nella terza canzone “Be my druidess” entra di prepotenza quel basso distortissimo di Peter, accompagnato dalla promessa di farvi godere: “I’ll do anything to make you cum”. Sarà che nel regno dei cieli siamo puri spiriti, ma quaggiù abbiamo un corpo fisico che deve essere nutrito con proteine, grassi idrogenati e furioso sesso selvaggio, inutile negarcelo per tentare di reprimere i nostri desideri inaccettabili.

L’unico romanticismo accettabile, non stucchevole, ha come presupposto la carne e il sangue, e ogni dolcezza che non sia sporca e contaminata dai liquidi seminali è sterile e sospetta. Quindi vieni a casa mia, anzi, “nella mia foresta attorno ad un falò, lasciati guardare profondamente negli occhi, lasciati accarezzare le gambe ed annusare i tuoi capelli”, e sii la mia druidessa. Ti farò toccare le stelle.

La sensualità dell’album tocca le vette più alte in “My girlfriend’s girlfriend”, una canzone che definire sexy è un eufemismo, e che fa venir voglia di ballare con una bellissima goth girl tutta la notte con le sue note in sottofondo. Tastiere che sembrano evocare i morti la notte di Halloween, la voce di Pete ancora più profonda del solito, il ritmo cadenzato della cassa della batteria che entra di prepotenza e sembra quasi emulare il ritmo delle spinte pelviche, ed un testo che riguarda la fantasia più voluttuosa di Pete, e cioè fare sesso a tre con la sua ragazza e quella che dovrebbe giocare ad essere “la ragazza della sua ragazza”.

Perché per quanto possa essere complicato un uomo, alcune fantasie sono comuni a tutto il genere maschile, e chi vi racconta che “no non credergli, io sono diverso”, vi sta solo prendendo in giro, e sta insultando la vostra intelligenza, o non ha la potenza sessuale necessaria.

In un paio di canzoni invece l’atmosfera cambia, e si fa più pesante e malinconica. D’altronde è un album completo, che non parla solo di sesso, ma anche di amore e morte, le stesse facce ma di due medaglie diverse. Sono temi molto cari al nostro gigante buono, che si faranno sentire in maniera più esasperata anche nel successivo album “World coming down”, che riguardano essenzialmente la perdita definitiva di tutte le persone amate.

Non possiamo nulla contro l’azione erosiva del tempo, e paradossalmente più ci impegnamo a tener vivi i rapporti, più otteniamo l’effetto opposto. Non è questa l’epoca degli uomini passionali. Qui vincono gli apatici, è la legge dell’entropia: l’universo si sta raffreddando.

“Wake up, it’s Christmas mourn, those loved have long since gone. The stocking are hung but who cares? Preserved for those no longer there” è l’incipit di “Red Water (Christmas mourning)”, e credo non abbia bisogno di molte spiegazioni. Il vuoto e la devastazione che trasmettono simili parole è lo stesso che prova chi ha ancora le palle di legarsi senza secondi fini materiali a qualcuno oggi, in questi tempi di anoressia e bulimia emotiva, e restarne fregato. Fa parte del rischio calcolato, no? Eppure non ci si sente mai abbastanza preparati alle conseguenze.

È in “Die with me” che Peter urla al microfono e a tutti gli Dèi tutto il suo dolore per la perdita della sua ragazza dell’epoca, Elizabeth, con la quale passò 10 anni della sua vita, prima che lei partisse lasciando l’America, non rivedendola mai più. Uno strazio, un dolore del genere può capirlo solo chi c’è passato attraverso, sulla propria pelle. Nessun racconto o canzone può darvi nemmeno lontanamente l’idea di cosa significhi, specialmente per una persona con una sensibilità di gran lunga sopra la media.

Tutto l’album si può dire che trasuda la nostalgia di Elizabeth, e la disperazione di non poter fare più nulla per rivederla, neanche per un’ultima volta. Un lutto mai elaborato il suo, che lasciò il segno e si ripercosse in tutta la sua vita e nelle sue relazioni, fornendogli la convinzione che sarebbe morto solo.

Di fatti da lì in poi non fece altro che trovare ragazze interessate più al suo personaggio duro, strafottente, misogino, che era stato costretto a crearsi dalle circostanze, piuttosto che alla sua persona umana e al suo dramma interiore.

La differenza tra un pagliaccio o un uomo comune e un artista in fondo è tutta qui: i pagliacci e gli uomini comuni (che a volte coincidono) non hanno nulla da dire ma per quel poco che hanno vogliono essere applauditi ed ammirati da tutti. Gli artisti invece, i veri artisti, non vogliono essere adulati da nessuno, tantomeno da perfetti sconosciuti. Fanno arte solo per sé stessi, in culo alle logiche di mercato, sperando di arrivare al cuore di pochi, singoli prescelti. Il resto non conta.

Le paranoie (giustificate) di Steele di non essere mai più amato vengono fuori anche in “Burnt Flowers fallen”: “I think she’s falling out of love”, come in  “In praise of Bacchus”: “Hey Bacchus, she hates me”, come le paranoie di essere perseguitato in “Haunted” da una lei: “A living flame, impossibile to resist, burning me deep with every bite, kiss and lick, Oh I’m Haunted (by her).” Fantasmi che si porterà, inevitabilmente, fino alla tomba.

Steele morì nel 2010 a soli 48 anni, a causa di un arresto cardiaco, e con lui gli stessi TON. L’intero mondo del metal piange ancora la sua scomparsa. Mancano il suo carisma e il suo macabro senso dell’ironia, in un mondo sempre più sterile e patinato. Ma Ottobre è ormai alle spalle, è tempo di guardare avanti.

Accendete il vostro stereo… e toglietevi la ruggine di dosso.

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