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Cinema

Oscar 2020: ecco tutte le candidature

redazione

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Svelate le nomination agli Oscar 2020. Sono state rese note poco fa e saranno assegnate il prossimo 9 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles.

Miglior Film:

– Le Mans ’66 – La grande sfida
– The Irishman
– Jojo Rabbit
– Joker
– Piccole donne
– Storia di un matrimonio
– 1917
– C’era una volta… a Hollywood
– Parasite

Miglior Regia:

– The Irishman – Martin Scorsese
– Joker – Todd Phillips
– 1917 – Sam Mendes
– C’era una volta… a Hollywood – Quentin Tarantino
– Parasite – Bong Joon-ho

Migliore Attrice protagonista:

– Cynthia Erivo – Harriet
– Scarlett Johansson – Storia di un matrimonio
– Saorsie Ronan – Piccole donne
– Charlize Theron – Bombshell
– Renée Zellweger – Judy

Migliore Attore protagonista:

– Antonio Banderas – Dolor y Gloria
– Leonardo DiCaprio – C’era una volta… a Hollywood
– Adam Driver – Storia di un matrimonio
– Joaquin Phoenix – Joker
– Jonathan Price – I due Papi

Migliore Attore non protagonista:

– Tom Hanks – Un amico straordinario
– Anthony Hopkins – I due Papi
– Al Pacino – The Irishman
– Joe Pesci – The Irishman
– Brad Pitt – C’era una volta… a Hollywood

Migliore Attrice non protagonista:

– Kathy Bates – Richard Jewell
– Laura Dern – Storia di un matrimonio
– Scarlett Johansson – Jojo Rabbit
– Florence Pugh – Piccole donne
– Margot Robbie – Bombshell

Migliore Sceneggiatura originale:

– Cena con delitto – Knives Out
– Storia di un matrimonio
– 1917
– C’era una volta… a Hollywood
– Parasite

Migliore Sceneggiatura non originale:

– The Irishman
– Jojo Rabbit
– Joker
– Piccole donne
– I due Papi

Migliore Film Internazionale:

– Corpus Christi
– Honeyland
– Les Misérables
– Dolor y Gloria
– Parasite

Migliore Film d’animazione:

– Dragon Trainer 3
– I Lost My Body
– Klaus
– L’anello mancante
– Toy Story 4

Migliore Montaggio:

– Le Mans ’66 – La grande sfida
– The Irishman
– Jojo Rabbit
– Joker
– Parasite

Migliore Scenografia:

– The Irishman
– Jojo Rabbit
– 1917
– C’era una volta… a Hollywood
– Parasite

Migliore Fotografia:

– The Irishman
– Joker
– The Lighhouse
– 1917
– C’era una volta… a Hollywood

Migliori Costumi:

– The Irishman
– Jojo Rabbit
– Joker
– Piccole donne
– C’era una volta… a Hollywood

Miglior Trucco e acconciature:

– Bombshell
– Joker
– Judy
– Maleficent 2
– 1917

Migliori Effetti visivi:

– Avengers: Endgame
– The Irishman
– Il re leone
– 1917
– Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Miglior Montaggio Sonoro:

– Ad Astra
– Le Mans ’66 – La grande sfida
– Joker
– 1917
– C’era una volta… a Holllywood

Miglior sonoro:

– Le Mans ’66 – La grande sfida
– Joker
– 1917
– C’era una volta… a Hollywood
– Star Wars – L’ascesa di Skywalker

Miglior Colonna sonora originale:

– Joker
– Piccole donne
– Storia di un matrimonio
– 1917
– Star Wars – L’ascesa di Skywalker

Miglior Canzone Originale:

– Toy Story 4
– Rocketman
– Breakthrough
– Frozen 2
– Harriet

Miglior Documentario:

– American Factory
– The Cave
– The Edge of Democracy
– For Sama
– Honeyland

Miglior Cortometraggio documentario:

In the Absence
Learning to Skateboard in a War Zone (If you’re a Girl)
Life Overtakes Me
St. Louis Superman
Walk Run Cha-cha

Miglior Cortometraggio:

– Brotherhood
– Nefta Football Club
– The Nighbor’s Window
– Saria
– A Sister

Miglior Cortometraggio d’animazione:

– Dcera (Daughter)
– Hair Love
– Kitbull
– Memorable
– Sister

Cinema

Cosa sappiamo finora di Halloween Kills

Halloween Kills: tutto ciò che c’è da sapere sul film più atteso dagli amanti dell’horror

Alberto Mutignani

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Sono passati oltre 40 anni da quando abbiamo fatto la conoscenza della graziosa Haddonfield, la cittadina dell’Illinois tormentata da Michael Myers.

E’ tempo, però, di grandi ritorni e così, dopo il reboot di successo del 2018, la storia è destinata a continuare con l’imminente Halloween Kills, secondo capitolo di una trilogia prodotta da Blumhouse e Miramax. Ecco quindi tutto ciò che sappiamo sul nuovo, attesissimo capitolo della serie Halloween:

  • Vedrà il ritorno del regista David Gordon Green, con la maggior parte del cast principale del precedente Halloween.
  • Stando alle dichiarazioni del co-sceneggiatore Danny McBride, il film sarà ambientato nella stessa notte del precedente Halloween, riprendendo le fila del discorso lasciato al termine dell’ultimo film.
  • Scott Teems, che ha lavorato alla sceneggiatura, ha dichiarato che il film sarà “uno degli horror più insani e incredibili degli ultimi anni”
  • Tommy Doyle, uno dei bambini accuditi da Laurie all’interno del primo film della serie, tornerà per la prima volta all’interno del franchise come personaggio attivo della storia, non sappiamo ancora in che modo.
  • Halloween Kills convoglierà un maggior numero di personaggi. Contrariamente al classico scontro tra Laurie e Myers, il film vedrà al centro la reazione dell’intera cittadina contro la forza maligna che torna a minacciarla, e punterà i riflettori sui personaggi adolescenziali, e in particolar modo su Allyson, la nipote di Laurie, dopo lo scontro diretto con Michael Myers nel finale del primo film del reboot. Jamie Lee Curtis ha promesso che il film sarà “fedele all’originale” e che sarà il film della serie più vicino allo spirito del primo capitolo della serie.
  • Previsto per l’ottobre 2020, l’uscita di Halloween Kills è stata rimandata per Halloween 2021 a causa della pandemia Covid. Non ci resta che attendere.

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Cinema

Lo Squalo, perché è un classico senza tempo

Un classico che non smettiamo di amare, dopo 45 anni dalla sua uscita. Perché ci spaventa ancora “Lo Squalo”, il capolavoro di Steven Spielberg.

Alberto Mutignani

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Qualche tempo fa qualcuno – credo Ice Cube – disse in un’intervista a Wired che “Lo Squalo” di Steven Spielberg era per lui il più grande film di tutti i tempi. Per quanto sia difficile prendere posizioni così nette, è facile condividere un’affermazione del genere, non soltanto perché ci si trova di fronte a un vero e proprio classico del cinema mondiale, targato 1975, ma perché il film in questione è tutto ciò che ogni spettatore cerca all’interno di un film, mescolato perfettamente: tensione, divertimento, una memorabile colonna sonora e uno dei più grandi villain di tutti i tempi: lo squalo.

Chi l’avrebbe mai detto che anche in un paese come l’Italia, un film su uno squalo che terrorizza una spiaggia avrebbe suscitato così tanto spavento? Il capolavoro di Spielberg, che ha superato i 10miliardi di dollari di incasso, è stato fonte d’ispirazione per tanti prodotti, negli anni seguenti: una scenetta del Saturday Night Live, tantissimi riferimenti all’interno de I Simpson e I Griffin, un parco a tema degli Universal Studios e tre sequel.

Ma soprattutto, ha plasmato un genere: soltanto tre anni dopo l’uscita de “Lo Squalo”, Joe Dante rilasciava la sua pseudo-parodia, “Piranha”, che ha visto anch’essa un sequel e due remake. Negli anni successivi, è diventato naturale per migliaia di persone che vivevano sulla costa, andare in cerca di squali, per sport: “Poco dopo la pubblicazione del film, la pesca degli squali come sport è diventata popolare e nel decennio successivo centinaia di club e tornei di pesca di squali sono nati lungo la costa orientale degli Stati Uniti” – ha scritto nel 2013 il biologo della pesca José Castro – “il numero di grandi squali è diminuito di circa il 50% lungo la costa orientale del Nord America negli anni successivi al debutto del film”.

Anche Peter Benchley, autore dell’omonimo romanzo uscito l’anno precedente, è rimasto stupito dalla risposta del pubblico al film, nonostante lui lo reputi una porcheria. Di base, perché gli squali non sono quelli rappresentati all’interno del film. Sono persone migliori. In attesa di un movimento di emancipazione per gli squali bianchi, che sono persone squisite a differenza dei cavalli, cerchiamo di capire insieme perché il film di Spielberg è un capolavoro senza tempo, e soprattutto cos’è che dovremmo continuare ad apprendere da una pellicola che – non sembra – ma ha sulle spalle ben 45 anni.

La colonna sonora di John Williams

La prima cosa che ho imparato durante il breve corso di Storia del Cinema all’università, è stato che la colonna sonora di un film spiega meglio di ogni altra cosa lo spirito della pellicola. E la colonna sonora dello Squalo non solo racconta benissimo la ricerca del brivido del film, ma è anche ciò che tutti noi conosciamo da sempre de “Lo Squalo”, prima ancora di averlo visto. All’epoca spaventò un’intera generazione, oggi è il simbolo per eccellenza del pericolo, inconfondibile come l’Alert di Metal Gear Solid, ma riconoscibile da più generazioni. Semplicemente perfetta.

La ricerca dell’effetto non speciale

L’ho buttata sull’intellettuale, ma è proprio così: il grande successo de Lo Squalo, oggi come ieri – ma soprattutto oggi – è l’assenza di affetti speciali. Non soltanto il lavoro certosino compiuto artigianalmente, ma la volontà di Spielberg di non spaventare attraverso mostriciattoli ricreati al computer. Lo Squalo non è un film grottesco, né vuole essere un horror ludico, scanzonato, che la butta in caciara con due mostri e una strega fatta in cgi. No, Lo Squalo vive solo del suo predatore, ben nascosto sotto il manto dell’oceano, che tutti temono e che nessuno ha mai visto. Sin dai primi minuti del film, quando Lo Squalo è stato presentato e non ancora mostrato, assistiamo a una serie spassosa di fake-out: Spielberg si diverte a prendersi gioco dello spettatore, mostrando tante possibili apparizioni, che poi si rivelano errate, e tante papabili vittime, che alla fine la scampano senza problema. Ogni volta che vediamo qualcosa emergere dall’acqua, una pinna che poi si rivela di cartone, una testa che si rivela umana, una sagoma ma in realtà un riflesso, Spielberg instilla in noi il terrore che lo squalo stia per attaccare, che è sia la speranza che la paura dello spettatore. Questo significa saper girare un film.

Lo squalo arriva alla fine

Perché per due ore sentiamo parlare dello squalo, senza mai vederlo? La risposta onesta, e poco romantica, è questa: lo squalo meccanico continuava a rompersi, e Spielberg ha potuto utilizzarlo solo nelle fasi finali delle riprese. La risposta romantica, invece, è quella che lo stesso Spielberg ha dato a distanza di anni, dimostrandosi entusiasta del risultato finale del film, che permette allo spettatore di coltivare una paura ossessiva verso “questo nemico noto e allo stesso tempo ignoto, mai visto”.

Da qui, probabilmente, il successo nel mercato estero (per noi, per esempio, che al massimo possiamo essere attaccati da un tonno): l’esotismo, il fascino verso qualcosa che non solo non abbiamo ancora visto nel film, ma che non ci appartiene, che è lontano da noi. In generale, è l’idea vincente di mostrare lo squalo soltanto alla fine, soltanto dopo averne parlato per ore, dopo averlo mostrato nelle foto, sulle illustrazioni dei manuali e dopo gli aneddoti sugli attacchi passati, quella che permette al film di vivere in una pelle immortale, che è impossibile veder invecchiare di un solo anno. Non si tratta di modernità, ma di genio, unito alla sorte dello squalo meccanico, che alla fine si è dimostrata benevola e che ha condotto il film nella miglior direzione possibile.

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Cinema

Introduzione al cinema dell’orrore, ieri e oggi

Davanti a una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti, quale spazio per l’horror?

Alberto Mutignani

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Qualche tempo fa pensavo al motivo che mi ha allontanato dalla religione.

Quando ero bambino mi piacevano molto le chiese e mi piacciono ancora, ma all’epoca sapevo di non essere soltanto un turista che guardava il presbiterio e gli affreschi e poi se ne andava a zonzo per la città. Facevo catechismo, frequentavo la cattedrale e la chiesa più piccola nel mio quartiere quasi abitualmente, e mi divertiva il modo in cui il parroco ci parlava del mondo, perché c’erano il bene e il male ed era evidente che il diavolo fosse qualcosa di cui avere paura, e nell’iconografia a cui avevo assistito in età infantile questa dicotomia era ben visibile.

Nei testi della domenica, a messa, qualche prete più anziano leggeva ancora di parabole in cui l’incursione del demonio si era insidiata nella vita di poveri cristiani, e tra i giovani credenti non ancora cresimati il libro dell’Apocalisse tuonava come qualcosa di profetico e terribile.

Ci immaginavamo cosa sarebbe successo e qualcuno di tanto in tanto si presentava trafelato nelle ore di scuola, durante la ricreazione, per dire che in televisione aveva sentito che l’Apocalisse sarebbe arrivata, o giurava di aver visto il diavolo o un angelo in sogno, o che aveva chiamato il 666 al telefono e qualcuno aveva risposto.

Delle regole impartite dal parroco ce ne fregavamo, nessuno le ascoltava, per cui nessuno temeva che una bugia o il nome di Dio invano avrebbero compromesso la nostra immagine, né che il diavolo si sarebbe presentato sotto forma di serpente, ma sapevamo che il diavolo esisteva, cioè che esisteva il male. Era qualcosa di cui ridere ma tutti quanti sapevamo in cuor nostro, fuori dalla dimensione ludica, che certe cose non si potevano fare, che in certi posti era meglio non andare da soli, che a una certa ora la città diventava troppo buia e bisognava correre a casa.

Dopodiché le chiese sono diventate quello che la società in linea generale ha deciso di diventare, una celebrazione del bene.

Il diavolo, come figura, non è scomparsa soltanto dall’iconografia ma anche dai sermoni domenicali, in cui si parla di parabole da latte alle ginocchia e si rassicura i bambini che il mondo è un posto di benefattori.

Se penso al cinema, mi rendo conto che le cose sono scivolate nella stessa maniera e con le stesse tempistiche, quindi da un cinema schietto a un cinema pedagogico, dal cinema rivolto agli adolescenti al cinema che parla degli adolescenti. Provate ad aprire un libro qualunque di un attuale ragazzo del liceo: gli stessi concetti sono reiterati in maniera ogni volta più semplice, fino a ridurli in niente, e gli autori evidenziano in grassetto e con i corsivi le porzioni di testo fondamentali, come se chi legge fosse mentalmente leso.

Gli adolescenti nati nel secondo Novecento avevano l’abitudine di vivere di più per strada, con dei genitori mai ossessivi come quelli moderni, in famiglie più numerose e quindi più dispersive. Vivere per strada e non avere un parental control – che oggi ha senso, perché i contenuti di libero accesso sono di più e più immediati – ti imponeva un impatto con il mondo più violento, e che esistesse il male nel mondo te lo insegnavano al catechismo o lo imparavi a tue spese. In quel mondo, il cinema horror non fece fatica a diventare un fenomeno generazionale, qualcosa con cui divertirsi, sì, ma anche crescere. Credo che sia sempre servito come forma schietta di educazione, prima che come intrattenimento. Un film dell’orrore ti dice che il male esiste ed è inutile cercare di debellarlo, non può venir meno e continuerà ad esserci dopo la nostra dipartita, come ci insegna il finale del primo Halloween.

Quello che mi affascinava da bambino era che il male, nei film, non aveva origini né potevo spiegarne logicamente l’operato – non sappiamo perché uno squalo decida di attaccare una spiaggia né perché Michael Myers sia cattivo oltre che immortale – e questo è anche ciò che ti intrattiene quando diventi adulto e l’orrore al cinema non ti fa più alcun effetto. Una volta questi film rappresentavano una prova di maturità, ma nel mondo di oggi non hanno più presa, perché non sono più un fenomeno generazionale, come lo sono i cinecomics, per esempio.

C’è una nuova generazione, educata alla sicurezza, alle premure genitoriali e a un cinema che ti dice che il sangue non c’è e che i buoni vincono, anche quando li credevi morti. Quale spazio per l’horror?

Tendenzialmente il nuovo cinema dell’orrore è fatto di titoli che vogliono spiegare l’inspiegabile. Nessuno negli anni ’70 si sarebbe mai chiesto perché Linda Blair nell’Esorcista veniva posseduta da Satana, mentre oggi è fondamentale sapere perché Annabelle, la bambola di cera, rompe i bicchieri e apre le porte.

Mi rendo conto che James Wan è stato il primo a inculcare una vera propria educazione allo spiegone, che non è più un momento di noia ma quasi la parte cruciale del film, come se il giallo si sostituisse all’orrore. C’è una retrospettiva per ognuno dei nuovi villain cinematografici, addirittura film dedicati (i cosiddetti spin-off) e speciali televisivi. Non si approfondisce l’impatto che questo personaggio ha sul pubblico di massa, che è zero, ma quali siano le sue origini reali e di finzione, quali siano i suoi antenati cinematografici e se ci sarà un prequel sulle origini della creatura.

A proposito di questo, qualche tempo fa osservavo che il cinema dell’orrore contemporaneo mira quasi esclusivamente al paranormale. Sbagliavo.

Osservando più attentamente le filmografie dei registi di oggi, mi sono reso conto che il male che viene raccontato è sempre un male terreno, umano. Nella filmografia di Eli Roth, uno dei nomi più importanti dell’horror contemporaneo, la storia è sempre quella: sono uomini contro uomini e quasi raramente entità soprannaturali, e quando queste ci sono, la dietrologia di cui sopra serve proprio a dare, anche ai fantasmi e ai mostri in genere, un connotato umano, spicciolo, a un pubblico che si rifiuta di accettare il sovrannaturale. È necessario sapere dove è nato lo spirito e perché si manifesta, come ucciderlo e chi può farlo. Anche in questi film, come nei cinecomics di prima, il sangue è quasi totalmente assente. Non è che non ci sia, ma anche quando c’è sembra che sia completamente fuori luogo.

Prendiamo ad esempio un successo più o meno recente, “Insidious” di James Wan. È un film del 2013 in cui si immagina che un bambino possa viaggiare per dimensioni esterne alla nostra, arrivando con il suo corpo astrale in una sorta di mondo rovesciato chiamato “Altrove”, popolato da demoni che lo hanno rapito. Anche il padre, scopriremo più tardi, possiede questo dono, e verso la fine del film si avventura nell’Altrove per recuperare il bambino. Arrivati al punto di catarsi del film, dovremmo aspettarci due cose: che il bambino sia morto, o che il bambino sia vivo ma in condizioni vegetative. Quando il padre entra nell’Altrove, invece, il figlio è bello e felice, incatenato a un palo mentre un demone, molto distante, ascolta del rockabilly su un mangiadischi come un fighetto dei nostri giorni.

Mi pongo quindi la domanda che altri prima di me si sono già fatti: cosa succede, se questi demoni ti prendono?

Cosa potrebbe accadere se disgraziatamente Annabelle dovesse riuscire ad averci, o se la suora (The Nun) di The Conjuring 2 – sempre James Wan – riuscisse a pararsi davanti ai nostri occhi, senza vie di fuga immediate? La risposta è: assolutamente niente. Non essendoci sangue e non essendoci un vero elemento inquietante, il cinema dell’orrore moderno, che riesuma vecchi bidoni del cinema passato come bambole, suore, cannibali, contestualizzando tutto a dovere, è un mix perfetto tra il puro manierismo indirizzato ai nostalgici e una ciotola zuccherina di caramelle gommose per ragazzini scemi, addormentati. In due parole soltanto: Stranger Things.

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