Il restyling del Colosseo divide l’opinione pubblica

«Ancora un passo avanti verso la ricostruzione dell’arena, un progetto ambizioso che aiuterà la conservazione e la tutela delle strutture archeologiche recuperando l’immagine originale del Colosseo e restituendogli anche la sua natura di complessa macchina scenica». Così il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha commentato l’esito della procedura di gara per la progettazione e la realizzazione del nuovo piano pavimentale dell’arena dell’Anfiteatro Flavio.

Il bando era stato pubblicato il 22 dicembre 2020 con scadenza fissata al 1° febbraio 2021. La commissione, selezionata da Invitalia e composta da Salvatore Acampora, Alessandro Viscogliosi, Stefano Pampanin, Michel Gras e Giuseppe Scarpelli, ha rilasciato parere favorevole nei confronti del progetto presentato da Milan Ingegneria, illustrato ieri nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato anche lo stesso ministro e la direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo.

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“La nuova arena dell’Anfiteatro Falvio, così come previsto dal Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP) elaborato dagli architetti, archeologi, restauratori e strutturisti del Parco Archeologico del Colosseo, sarà leggera, reversibile e sostenibile. Il progetto vincitore, infatti, è stato realizzato sulla base del DIP, redatto ai sensi del Codice dei Contratti per consentire al progettista di avere piena contezza di ciò che viene richiesto dall’amministrazione per il perseguimento degli obiettivi posti a base dell’intervento e delle modalità con cui tali obiettivi devono essere conseguiti.” (Ministero della Cultura)

Evviva! Che gioia e quanti complimenti, i riflettori che si (ri)accendono sul patrimonio culturale italiano ci fanno sognare di turismo e riaperture, ma non è così semplice. Dove la luce non arriva, nelle zone d’ombra, dietro i “sorrisoni” e i trailer patinati, lontano dalla Capitale, nei “bassifondi” dei beni culturali, non tutti sono sono altrettanto contenti.

Per capire bene tutto quello che è successo ieri dobbiamo tornare al 2014, quando l’archeologo e docente Daniele Manacorda suggerisce tramite i social di restituire all’arena del Colosseo la sua originale pavimentazione. Franceschini accoglie l’idea e infatti il 1° settembre 2015 l’arena del Colosseo viene inserita tra i Grandi Progetti Beni Culturali con un finanziamento di ben 18,5 milioni di euro. Ovviamente la proposta di Manacorda scatenò la furiosa reazione dei colleghi e della comunità scientifica. Alcuni, come l’archeologo Adrea Carandini, si dissero in accordo con il progetto, altri, uno su tutti lo storico dell’arte Tommaso Montanari, hanno sempre espresso un parere assolutamente contrario.

Per difendersi da tutti gli attacchi Manacorda nel novembre 2014 rilascia un’ illuminante intervista a Il Manifesto, in cui spiega le ragioni della sua proposta e attacca duramente l’atteggiamento di alcuni professionisti della cultura italiani:

“Ha detto bene: i paradossi a volte permettono di capire meglio la realtà. Per molti la cultura è cosa «esoterica», che necessita di un mediatore sociale per essere decifrata. Noi archeologi e storici dell’arte giochiamo a fare gli esoterici: guai se i musei sono affollati, se le didascalie sono comprensibili o se si fanno ricostruzioni virtuali. Se per alcuni la cultura dell’intrattenimento ha effetti negativi nei confronti del patrimonio culturale, allora significa che anche cinema e teatro non sono cultura. Restituire la sua arena al Colosseo è una questione estetica, ma è un’estetica che produce conoscenza: è una reintegrazione. “

L’archeologo spiega inoltre, a dispetto degli strenui sostenitori della storicità del monumento, ovvero di tutti quei processi che lo hanno portato ad essere come è oggi, che la pavimentazione è mancante a causa delle ricerche e degli scavi archeologici che hanno appunto, in tempi moderni, asportato il piano originario e messo in luce i piani ipogei. Secondo Manacorda quindi, lo scavo archeologico non solo deve essere considerato al di fuori di questa “storicità”, ma è nostro compito colmare la lacuna che noi stessi abbiamo creato. “Quel monumento non è più come lo vedevano nel XIX secolo. Quando è cambiato il contesto, è mutato anche lui. Nel Medioevo, l’anfiteatro è stato smontato per costruire palazzi. Noi non dobbiamo riportarlo a quella forma, ma risarcirlo dei buchi fatti dagli archeologi.”

Un durissimo attacco a un certo tipo “giurassico” di mentalità – “La responsabilità spesso è di chi dovrebbe svolgere la funzione d’innovazione culturale e di stimolo e indossa invece i panni di sacerdote o vestale della tutela”- le risposte sono presto arrivate.

Montanari infatti così scriveva sul Fatto Quotidiano nel dicembre 2020: “ll Colosseo diventa un contenitore per qualcos’altro. Cosa, si vedrà: “Ogni possibile evento della vita contemporanea”, secondo l’archeologo che ha sussurrato all’orecchio del principe una simile scempiaggine. Nel giugno 2018 un grande party di beneficenza culminato nella proiezione del Gladiatore di Ridley Scott (film irto di errori storici) ha permesso di capire quale potrebbe essere il futuro prossimo dell’anfiteatro. Il punto è che il monumento in sé è considerato un “inutile dente cariato” (così l’ex sottosegretario ai Beni Culturali Luigi Covatta, esprimendo sostegno al progetto): invece di educare a leggere i monumenti antichi, invece di sottrarli alla morsa del traffico, invece di prendere atto della loro storia e delle loro lacune, vogliamo inserirli a forza nel nostro presente. Ossessivamente presi da noi stessi, pieghiamo tutto al narcisismo effimero: un estremo consumismo, non sostenibile, del patrimonio culturale. E niente insegna il precedente infausto dell’Arena di Verona, ormai completamente inconoscibile come monumento e letteralmente mangiata da spettacoli in gran parte di infima qualità.

Ora, tralasciando il dibattito sulle ragioni scientifiche di un simile intervento sul monumento più conosciuto d’Italia, e mettendo da parte le ripicche tra accademici, una critica in particolare che viene mossa al ministro, un quesito che ci siamo posti tutti è: era proprio necessario? In piena pandemia, serviva spendere 18,5 milioni di Euro per ripavimentare l’arena del Colosseo?

L’Italia è, insieme alla Cina, il Paese che ospita il maggior numero di siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO nel mondo, senza contare la costellazione di realtà territoriali di interesse culturale e storico sparsa sul tutto il territorio della penisola. Questi i “bassifondi”, che non brillano di luce propria come il Colosseo o come Pompei, ma che sono parte fondamentale del nostro retaggio e della nostra storia. Questi “piccoli” si reggono grazie al lavoro, alla ricerca e alla dedizione di migliaia di professionisti il cui impegno non solo troppe volte non viene riconosciuto ma appare ormai completamente dimenticato. In Italia centinaia di siti archeologici e musei rimangono chiusi per l’assenza di fondi, i monumenti si deteriorano per la mancanza di manutenzione e le opere vengono troppo spesso stipate e chiuse nei magazzini per l’assenza di spazi espositivi e di personale retribuito. In quest’Italia dove si cercano attraverso bandi pubblici profili professionali altamente qualificati senza però prevedere una adeguato stipendio, in quest’ Italia in cui Ales – società strumentale del Mibact – comunica di non poter rinnovare i contratti in scadenza il 31 dicembre dello scorso anno “a seguito di quanto stabilito dal DPCM 3 dicembre 2020 (…) che (…) per fronteggiare l’emergenza epidemiologica (…) ha decretato la sospensione delle mostre e i servizi di apertura al pubblico dei musei e altri istituti della cultura (…) siamo spiacenti comunicarle la cessazione del rapporto di lavoro”. I quest’Italia dove c’è bisogno di testimonial e influencer per riconoscere la legittima dignità delle decine di migliaia di lavoratori dello spettacolo colpiti in modo violentissimo dalla crisi economica generatasi dalla pandemia, proprio in quest’Italia, questi 18 milioni di euro, non potevano essere redistribuiti per riequilibrare l’enorme disparità tra i “grandi monumenti” e le realtà periferiche?

Sia chiaro, no è morale spicciola. Manacorda ha ragione: non ha senso sigillare le testimonianze del passato e trasformarle in ruderi dorati; troppo spesso i giovani professionisti della cultura e della comunicazione si trovano a combattere con amministratori vetusti che intralciano la divulgazione e la crescita piuttosto che incoraggiarle. In un mondo ideale i fondi dovrebbero essere disponibili per tutti i luoghi del patrimonio e per tutti i suoi lavoratori. Ma questo non è un mondo ideale, quindi, per favore, non dimentichiamoci dei “bassifondi”.

Foto: https://www.facebook.com/ministerodellacultura/photos/a.190659273710/10159138275773711/

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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