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Il giovane pastore d’Abruzzo e la notte di Natale nel racconto di Giuseppe Lalli

Redazione

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“Tanti e tanti anni fa viveva in Abruzzo un giovane pastore, gentile e di bell’aspetto. Passava le sue giornate a custodire le pecore, che non erano sue: lui era un garzone, assai ben voluto però dal padrone, che era per lui quasi un secondo padre, avendo il ragazzo molto presto perso i genitori. Questa dolorosa circostanza aveva acuito la sua sensibilità, e gli aveva procurato una grande paura della morte.

Essendo fin da bambino un sognatore, a differenza degli altri pastori, amava leggere, soprattutto storie e leggende antiche della nostra terra.  Si era fatta l’idea che il mondo fosse quel grosso pezzo di terra fatto di monti, colline e valli che riusciva a dominare con lo sguardo dalla montagna in cui trascorreva le sue giornate dall’alba al tramonto, d’estate e d’inverno, senza giorni di riposo e tornando raramente al suo paese, che pure non era lontano.

Aveva letto un giorno che in una sperduta valle c’era un posto dove non si moriva mai. Tutto preso da questa fantasia, in cui si cullava nei momenti di tristezza, una sera in cui si sentiva più stanco del solito, si addormentò presto. Sognò una giovane fata (che per la verità aveva le sembianze della bella figlia del padrone, che spesso aveva mostrato di guardarlo assai volentieri), alla quale si premurò di chiedere dove mai si trovasse il posto dove si poteva vivere in eterno. La dolce fatina gli rispose di non sapere esattamente dove fosse questo paese magico; tuttavia gli consigliò di mettersi in spalla il fagotto delle sue povere cose, un tascapane con dentro acqua, pane e companatico, e di mettersi in cammino, aggiungendo che se avesse avuto fiducia i suoi sogni si sarebbero avverati.

Il ragazzo, con il suo cuore generoso e pieno di speranza, abbandonò il gregge e s’incamminò in direzione dell’est, dove gli era parso di vedere una stella più splendente delle altre: «Che sia un segno?», si era chiesto il giovane, cui non mancava certo la capacità di suggestionarsi.

Camminò per monti e per valli, giungendo persino a scorgere in lontananza il mare, che non aveva mai visto. Attraversò molti villaggi, che gli parevano però tutti uguali, abitati da vecchi, giovani, bambini allegri e tristi, che lavoravano e di tanto in tanto si riposavano. Dappertutto le stesse scene di vita ordinaria, anzi, in un’occasione, gli sembrò perfino di trovarsi nel bel mezzo del funerale di una ragazza, il cui volto gli pareva di conoscere.

Ciascuna delle persone a cui chiedeva dove fosse il posto dove si viveva in eterno, in genere vecchi contadini dall’aria saggia, gli rispondeva che più avanti avrebbe trovato un uomo più sapiente in grado di soddisfare la sua domanda. Il giovane pastore, che era sì un sognatore ma non era uno stupido, capì subito che da quelle parti non esisteva nessun posto dove non si moriva mai.   

Volle allora fare un altro tentativo e si spinse ancora più lontano, dove il cielo sembrava toccarsi con la terra. Giunse infine in un villaggio che gli parve molto antico, come non ne aveva mai visti prima, con strade piene di asini e cammelli e con gente strana, vestita con lunghe vesti e lunghi mantelli. Chiese anche ad uno di loro dove stesse il paese dove non si moriva, ma non ebbe risposta. Riconobbe infine alcuni pastori come lui che portavano in mano grosse forme di cacio. Domandò dove andassero, e più di uno gli disse che si recavano in una stalla dove era nato un bambino.

«E dov’è questa stalla?», chiese incuriosito il giovane.

«Ma come, non lo sai?», rispose uno dei pastori, e aggiunse:

«Guarda la stella!».

Allora il pastorello riconobbe la stella che aveva visto all’inizio del suo cammino e si mise a correre in quella direzione, con il vago presentimento che nella stalla di cui aveva sentito parlare stesse quello che cercava. Non aveva fatto cento metri, che un suono di campane a distesa risuonò nell’aria fresca.

Il giovane si svegliò. Pochi attimi…e capì di aver sognato tutto. Ma il suono delle campane lo udiva veramente: erano le campane del suo paese, non molto lontano dal ricovero in cui dormiva, che annunciavano la messa di mezzanotte. Si ricordò allora che era la vigilia di Natale.

Assicuratosi che le pecore stessero ben al sicuro e ringraziando Dio che fuori ci fosse il più bel chiaro di luna, si avviò quasi al galoppo verso la chiesa del suo villaggio, incurante del freddo. Entrando vide un grosso presepe e gli parve di riconoscere le figure e le case che aveva visto in sogno. Assistette molto devotamente alla messa, come non gli era mai capitato da bambino. Ascoltò attentamente le parole del Vangelo, che parlavano di angeli e di pastori come lui avvolti da una grande luce, e comprese chiaramente che lì si annunciava il luogo dove gli uomini sarebbero davvero vissuti in eterno.

Assaporò una grande gioia, come quando da piccolo si assopiva tra le braccia della mamma. Il suo sguardo si incrociò con la figlia del padrone, anch’essa presente in chiesa, che gli sorrise allo stesso modo della fatina del sogno. Presto sarebbero convolati a nozze, avrebbero avuto molti bambini, e sarebbero stati felici sia in terra che in Cielo.”

Di Giuseppe Lalli

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Tra mente, cuore e carne: la poesia di Patrizia Valduga

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Poetessa e traduttrice veneta Patrizia Valduga è stata la compagna del poeta, traduttore e critico letterario Giovanni Raboni con cui ha condiviso un’intensa storia d’amore durata 23 anni, dal 1981 fino al 2004, anno della morte di Raboni.

La vita di Patrizia Valduga è intrisa di grande letteratura. Nei suoi scritti troviamo, infatti, un uso impeccabile e sensuale della metrica. Tutto accade in una stanza, in quattro mura: un uomo e una donna sono uno davanti all’altra, pronti al combattimento amoroso. La donna è la scrittrice. La stanza è la sua mente, dove l’incontro d’amore si trasforma in un teatro di parole e di carne, dove le voci ben distinte dei due amanti si alternano e dialogano durante l’incontro, in un andamento emotivo che segue il ritmo di una marea, di un’onda trasportata, schiaffeggiata e gonfiata dal vento.

Ma quel che accade è soprattutto poesia.

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Di seguito un componimento tratto da  “Medicamenta e altri medicamenta”(Einaudi, 1989)

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami. 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgmominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.
Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.

Di Erica Ciaccia

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Librerie aperte nei centri commerciali, anche nei giorni festivi

Redazione

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Le librerie resistono, provano a farlo anche con le piccole ma significative novità rappresentate dall’ultimo Dpcm. “Nell’ultimo Dpcm il governo ha concesso anche alle librerie ubicate nei centri commerciali di rimanere aperte nei giorni festivi”.

Lo dicono i librai di Ali Confcommercio sottolinenando di essere contenti che siano “state accolte dal governo le nostre sollecitazioni”. “Come Associazione ci siamo spesi molto per sensibilizzare le istituzioni affinchè il principio dell’essenzialità del libro valesse anche per le librerie nei centri commerciali che molto hanno sofferto nelle settimane scorse; diamo pertanto atto al Governo di aver risposto positivamente alle nostre sollecitazioni” ha affermato Paolo Ambrosini, presidente di Ali Confcommercio.

Leggi anche: La cultura è sparita dai Dpcm. L’urlo disperato degli operatori: “quale sarà il nostro futuro?”

Il libro ha comunque dimostrato la sua forza di bene primario e grazie a un impegno di forze congiunte, del governo, degli editori e dei librai, ha saputo percorrere le nuove sfide con una grande capacità di resilienza. Leggi il nostro articolo.

Una novità che lascia ben sperare per l’immediato futuro, dove si dovrà ridare vigore a un comparto economico in profonda crisi. E’ stata definita l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo, nell’ambito del disegno di legge, depositato in Senato e alla Camera per lo “Statuto sociale dei lavori nel settore creativo, dello spettacolo e delle arti performative” che protegge con un reddito di discontinuità i lavoratori intermittenti dell’industria culturale. Leggi il nostro articolo.

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La cultura è sparita dai Dpcm. L’urlo disperato degli operatori: “quale sarà il nostro futuro?”

Fabio Iuliano

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Aggiorniamo il conteggio. Siamo oltre gli 81 giorni. Quelli che intercorrono tra la pubblicazione di questo nuovo articolo e il Dpcm che il 24 ottobre aveva disposto per la prima volta la chiusura di teatri e cinema. Siamo anche alla vigilia di un nuovo Dpcm di contrasto al coronavirus, che tra le altre cosa proroga lo stato d’emergenza per la pandemia da Covid-19 fino al 30 aprile.

La situazione, dal punto di vista dei luoghi della cultura non cambia. Da domenica quasi tutta l’Italia rischia di finire in zona arancione, con Lombardia, Emilia Romagna e Sicilia che rischiano addirittura le misure più stringenti da zona rossa. Confermati il coprifuoco, lo stop all’asporto dalle 18 (sarà consentito solo il domicilio). Ristoranti e bar aperti fino alle 18 nelle zone gialle, chiusi nelle altre. Negozi aperti nelle zone gialle e arancioni. Con indice Rt maggiore di 1 si finisce in area arancione, maggiore di 1,25 in area rossa. In arancione finiranno anche tutte quelle Regioni classificate a rischio alto secondo i 21 parametri, anche se l’indice Rt è minore di 1.

Confermata la chiusura di palestre, piscine, cinema, teatri. Da valutare la riapertura di alcuni musei nelle zone gialle.

Il Dpcm prevede anche l’istituzione della zona bianca, in cui riaprirebbero palestre, piscine, teatri, cinema, ristoranti e bar h24. Ma per ora non ci rientra nessuno: riguarderà le Regioni con uno scenario di tipo 1, un livello di rischio basso, indice Rt inferiore a 1 e un’incidenza settimanale dei contagi per due settimane consecutive inferiore a 50 casi ogni 100mila abitanti. Un’utopia per il momento.

E intanto, cosa succede a chi campa con gli spettacoli?

Ha colpito tutti la storia di Adriano Urso, pianista per vocazione e rider per necessità colpito da un infarto mentre stava effettuando una consegna. Una vicenda tragicamente simbolica che la dice lunga sulla condizione di molti artisti e operatori culturali.

Gestori che continuano a pagare spese senza avere la benché minima possibilità di lavorare, allo stato attuale. Per non parlare dei soldi buttati per le operazioni di sanificazione, con dispositivi che stanno “marcendo” dentro alle sale. Come abbiamo scritto tempo fa, il problema potrebbe essere legato alle code all’ingresso o al botteghino. La prenotazione obbligatoria degli spettacoli potrebbe essere una soluzione, magari con un sistema elettronico che garantisce l’arrivo scaglionato nella struttura.

Definita l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo, nell’ambito del disegno di legge, depositato in Senato e alla Camera per lo “Statuto sociale dei lavori nel settore creativo, dello spettacolo e delle arti performative” che protegge con un reddito di discontinuità i lavoratori intermittenti dell’industria culturale.

Ne dà notiziail Sole 24 ore che fa riferimento a un testo portato avanti da Francesco Verducci vicepresidente della Commissione Cultura a Palazzo Madama, ed dal deputato dem Matteo Orfini. Con questa proposta si cerca di riportare al centro del dibattito politico e dell’agenda del paese il settore dello spettacolo a lungo trascurato. Qui il nostro articolo.

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