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Il Tempio del Kothon a Mozia e la piscina sacra specchio delle stelle

Licia De Vito

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Il più grande santuario completamente fenicio scoperto finora nel Mediterraneo occidentale si trova a Mozia, un’ isoletta incastonata nello Stagnone di Marsala, in Siclia, che da anni è fonte preziosa di informazioni per gli archeologi.

Nella zona meridionale della piccola isola che i Fenici scelsero come stazione commerciale intorno alla metà dell’ VIII secolo avanti Cristo, è stata individuata una vasta area sacra. Un edificio templare connesso al suo kothon, un bacino sacro adiacente di forma rettangolare e grande 35,7m x 52,5m, di il più completo esempio di questa particolare tipologia architettonica nel mondo occidentale.

Nella parte orientale del Mediterraneo edifici sacri con questa configurazione sono a Biblo in Libano e in Siria ad Amrit, due a Cartagine e ancora a Mahdia, Béni Saf, Utica. Dopo anni di scavi condotti dalla missione archeologica dell’ Università “La Sapienza” di Roma, sono emersi interessanti risultati:. «Il tempio era stato edificato nel VI secolo secondo criteri di allineamento astrale cari ai Fenici della madrepatria.  Emerge così una sorta di mappa celeste di Mozia risalente all’ epoca della fondazione fenicia» come racconta Lorenzo Nigro, docente di archeologia fenicio-punica e direttore della missione di scavo.

Proprio questa mappa ci consente di affermare che il tempio e la piscina sacra erano in asse sia con la costellazione di Orione, che con quella di Venere e Saturno . L’ ipotesi più probabile per lo studioso è che il tempio fosse dedicato proprio a queste due divinità e che questa particolare congiuntura astrale simboleggi l’incontro ideale nel sito sacro del dio Baal Hammon e della sua compagna, la dea Astarte.

Grazie all’intervento dell’ istituto di Astrofisica spaziale e fisica cosmica del Cnr si è scoperto che l’ asse maggiore del tempio è orientato a 110 gradi sull’ orizzonte verso il punto in cui il 21 dicembre, cioè il solstizio d’ inverno, sorge la costellazione di Orione che rappresentava una divinità identificabile proprio con Baal.

Nella ricostruzione del cielo sopra Mozia nel 650 avanti Cristo, anno in cui tutta l’area sacra fu ricostruita secondo un disegno preciso che comprendeva  recinto circolare sacro, o temenos, il tempio e la piscina, il sorgere di Orione all’ orizzonte si accompagnava alla congiunzione di una delle stelle principali della costellazione, Betelgheuse ovvero il pianeta Saturno, che i Romani identificavano esattamente con Baal Hammon.

L’ asse minore e il portale monumentale dell’edificio sacro erano rivolti invece verso i 200 gradi, in questa direzione la stessa costellazione di Orione sorgeva il 21 marzo, nell’ equinozio di primavera, in compagnia non solo di Saturno ma anche di Venere.

Tempio e vasca sorgevano in oltre sui luoghi di sorgenti di acque dolci, elementi fondamentali per la vita dei marinai fenici che avevano estremo bisogno di trovare approdi sicuri dove rifornirsi.

Ma se un navigante non può vivere senz’acqua la navigazione non può esistere senza stelle. Non sembra quindi del tutto casuale la decisione di edificare nell’area del primo approdo dell’isola (la porta sud) un santuario che fosse legato sia al culto delle acque che all’osservazione degli astri. Quest’ultima ipotesi è confermata anche dal ritrovamento nel tempio di un “astolabio”, un puntatore in bronzo unico nel suo genere, infisso nel terreno che doveva probabilmente far parte di uno strumento per la misurazione degli astri. Se non bastasse questo, proprio la vasca sacra, il kothon, suggerisce ulteriormente questa interpretazione.

Del resto cosa c’è di meglio per un antico sacerdote che deve misurare le stelle di uno specchio d’acqua piatto che riflette la volta celeste?

Foto: Area di Porta Sud copyright “Missione archeologica a Mozia, Sapienza Università di Roma”

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Dal passato al futuro, “Johnny B. Goode” è l’essenza del Rock’n’Roll

Quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B.Goode”?

Federico Falcone

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Per gli appassionati di cinema, come di rock’n’roll, alcune date sono più importanti di altre. Legate, magari, a episodi particolarmente significativi o carichi di suggestioni, rappresentano quella simbologia irrinunciabile per un fan o, perché no, per un nerd. Essere nerd è bello, bellissimo, diciamolo apertamente. O, almeno, “a me, me piace“. Essere devoti al sacro verbo del rock’n’roll, per dirla con Jack Black in “School of Rock“, è la quintessenza dei piaceri della vita sulla Terra.

Il 15 ottobre, dicevamo, rappresenta un appuntamento imperdibile sul calendario. Nel 1985 usciva nei cinema italiani il primo capitolo di “Back to the FutureRitorno al futuro“, trilogia culto degli anni Ottanta tra le più amate di sempre e tutt’ora punto di riferimento per l’universo culturale a trecentosessanta gradi. Capacità di influenzare le masse? 10! E lasciatecelo affermare con molto, molto entusiasmo. Torniamo tutti alla Lyon Estates?

Il 18 ottobre del 1926 nasceva Chuck Berry, tra i padri fondatori del rock’n’roll. Anche questa è una data da annotare sul calendario. Il nativo di Saint Louis è stato semplicemente sconfinato nella sua capacità di influenzare il rock e i chitarristi venuti dopo di lui. Irriverente (non come Little Richard, certamente), stiloso (non come Elvis Presley, beninteso), carismatico, adrenalinico, è stato tra i primissimi a utilizzare sarcasmo e ironia per descrivere fenomeni e costumi della società civile di allora.

La rivolta adolescenziale è stata spesso al centro dei suoi testi, così come la voglia di libertà e di indipendenza, a lungo manifestata ed espressa dalla società afroamericana. Tutto ben descritto all’interno di “Johnny B. Goode”, probabilmente tra le sue hit più famose in assoluto. E dunque, quale legame intercorre tra “Ritorno al futuro” e “Johnny B. Goode”? Ma lo sappiamo tutti, non cadiamo dalle nuvole. Qualora così non fosse…beh, vi siete persi una tra le scene più entusiasmanti del cinema hollywoodiano degli ultimi trentacinque anni.

Nella prima pellicola della trilogia diretta da Robert Zemeckis, un giovanissimo Michael J. Fox interpreta Marty McFly. Questi si reca al ballo della scuola dove i suoi genitori – proprio perché si tratta di un “ritorno al passato” – si baciano per la prima volta dando così vita al loro amore. I teenager ballavano sulle note di “Earth Angel” dei The Penguis, ballada smielata strappabaci e strappalacrime. Di quelle che, insomma, tanto piacciono ai romanticoni.

Solo a loro, però, perché il potere del rock’n’roll è ben altro. E così, il buon Marty imbraccia una Gibson, attacca il jack all’amplificatore e fa partire il riff di “Johnny B. Goode“. Cambia la musica, in tutti i sensi, e ci si scatena con la celebre hit di Chuck Berry.

Johnny B. Goode

Deep down in Louisiana close to New Orleans
Way back up in the woods among the evergreens
There stood an  old cabin made of earth
and wood
Where lived a country boy named Johnny B.
Goode
Who never learned to read or write so well
But he could play a guitar just like
ringing a bell
Go, go, go Johnny. Go, go, go  Johnny
Go, go, go  Johnny. Go, go, go  Johnny
Johnny B. Goode
He used to carry his guitar in a gunny sack
Sat beneath the tree by the railroad track
An engineer could see him sitting  in the shade
Strumming with the rhythm that the drivers made
The People passing by, they would stop and say
Oh my, how that little country boy  could play
His mother told him, someday you will be a man
You will be the leader of a big old band
Many people coming from miles around
To hear you play your music when the sun goes down
And maybe someday your name will be
in lights
Saying: “ Johnny B. Goode Tonight”.

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Odissea di una gang: I guerrieri della notte

Riccardo Colella

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Tutto in una notte. Chiamando in causa il titolo del film di John Landis del 1985, potrebbe essere questo il filo conduttore che lega la magnum opus di Walter Hill, nel buio di una New York fatiscente e degradata. Scritto e diretto dal regista di Danko, Driver – l’imprendibile, Geronimo e Johnny il bello, il film vede la partecipazione di Michael Beck, James Remar (Dexter, Cotton Club, Django Unchained e USS Indianapolis ) e Deborah Van Valkenburgh, diventando ben presto un fenomeno generazionale nonché uno dei più potenti manifesti pop della New Hollywood.

LA TRAMA – La sera del 13 luglio del 1979, per le strade di New York viene proclamata una tregua tra le gang giovanili che controllano la città. Nel Bronx viene quindi indetto un enorme raduno a cui parteciperanno le maggiori bande, ciascuna con nove delegati rigorosamente disarmati, con lo scopo di radunarsi sotto la guida di Cyrus, già carismatico leader dei Riffs (la più grande gang di New York), per contrastare la “vera” piaga sociale della società: le istituzioni e le forze di polizia.

Il discorso di Cyrus prosegue tra le ovazioni dei presenti, fino al riecheggiare di un colpo di pistola che, sparato da qualcuno tra la folla, raggiunge e uccide lo stesso Cyrus. Nel parapiglia che ne scaturisce, complice anche una retata della polizia, vengono ingiustamente incolpati “i Guerrieri”: una gang di Coney Island, che combatterà tutta la notte per raggiungere il proprio territorio e dimostrare la propria innocenza.

NEW YORK COME L’ANTICA GRECIA – Gli studi in Storia e Letteratura di Walter Hill accompagnano lo scorrere delle sequenze ed appaiono ben evidenti per tutto l’arco del film. Se è vero, infatti, che I guerrieri della notte trae libera ispirazione dall’omonimo libro di Sol Yurick, è altresì lampante come l’intera storia riproponga più genuinamente un’odierna versione dell’Odissea, in cui il protagonista Ulisse guida i propri compagni nel periglioso viaggio di ritorno verso Itaca, dopo la conquista di Troia da parte dei Greci.

È nell’Anabasi di Senofonte, però, che il film trova il suo omaggio più corale. Nell’opera autobiografica, infatti, lo scrittore ateniese narra della sua avventura da mercenario sotto la guida di Ciro il Giovane – come il Cyrus dei Riffs –, pretendente al trono di Persia, e della conseguente disfatta e ritirata delle sue diecimila truppe/Warriors, attraverso l’ostile impero persiano/Bronx.

GIOCHIAMO A FARE LA GUERRAI guerrieri della notte può, per più versi, essere considerato un film pessimista, laddove metta in luce uno spaccato della violenza che affligge la New York di fine anni ’70. In quel periodo, infatti, i film sul disagio giovanile e l’imbarbarimento sociale nascono e si moltiplicano come funghi, figli del periodo buio che la Grande Mela sta attraversando. La notte è completo appannaggio delle gang che scorrazzano liberamente e, per le strade di New York, regnano caos e anarchia, in un affresco generazionale che non sembra troppo distopico. Le forze dell’ordine paiono insufficienti – come sottolinea lo stesso Cyrus nel discorso iniziale – e il metrò, mezzo con cui i Guerrieri cercheranno più volte di raggiungere Coney Island, rappresenta l’unico “luogo” sicuro.

Il ritratto di una società variopinta (come i colori delle divise delle varie gang), dalla forte connotazione multietnica e che riuscirebbe a convivere in un equilibrio stabile sotto il vessillo dei Riffs, mostra dei risvolti utopici ma di forte impatto emotivo per l’epoca. Ancora una volta il richiamo a una società permeata dal senso di ribellione verso le istituzioni, è quello della New York di fine anni ‘70 e, proprio come in 1997 – Fuga da New York, in cui Manhattan diventa un’enorme prigione a cielo aperto, anche ne I guerrieri della notte, le gang rifiutano i dettami delle istituzioni, autogovernandosi attraverso il classico Canis canem non est.

Dietro all’affresco della società violenta e degradata del film di Walter Hill, però, troviamo anche spunti di notevole positività: dalla fratellanza e il senso di appartenenza che lega gli appartenenti alle bande al desiderio di rivalsa che anima i protagonisti. Il mondo delle gang è inoltre regolato da una sorta di codice morale: gli scontri tra bande sono ammessi, ma sempre all’arma bianca o a mani nude. In quella New York vige la legge del più forte e le pistole e le armi da fuoco sono un qualcosa di “amorale” e il macchiarsi di crimini che ne comprendano l’utilizzo (come l’omicidio di Cyrus e nella scena finale sulla spiaggia), rendono quel gesto vigliacco e intollerabile in quel mondo.

La grande intuizione del film sta anche nell’affidare la narrazione delle vicende alla voce di un’anonima DJ radiofonica che, sulla base di una colonna sonora che definire da urlo sarebbe riduttivo: si spazia infatti dalle sonorità psichedeliche tipiche degli anni ’70 al rock e al più tipico blues di quegli anni, informa i radioascoltatori (e indirettamente lo spettatore), sul susseguirsi degli avvenimenti. Ma se come detto, il film è permeato da una vena di pessimismo notturno, non è un caso che la pellicola si concluderà di giorno sulla spiaggia di Coney Island. Dopo l’estenuante fuga, infatti, il film ci guida verso l’ottimismo degli imminenti anni ’80, col protagonista e quella che nel frattempo diventerà la sua compagna, che mostrano segni di rinascita e aprono alla possibilità di una vita migliore, senza tuttavia rinnegare le scelte passate.

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GG Allin: anarchia, sangue e follia

Alessio Di Pasquale

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Se ancora oggi il vostro ideale di artista estremo nel vasto panorama musicale si rispecchia negli “eccessi” di personaggi del calibro di Sid Vicious, Iggy Pop, Ozzy Osbourne o il patinatissimo e strapagato Marilyn Manson et similia… fareste meglio a chiudere subito e tornare a cose più “normali”, perché ciò di cui vi parliamo oggi non ha nulla che rientri nella norma.

Perché chiariamolo subito, senza girarci troppo attorno: qui si parla di punk. Non parleremo di musica, ma di attitudine punk. Il pensare punk, il vivere punk. ESSERE punk, non sembrarlo. Senza attitudine, è solo forma, è solo vuota e inutile estetica. Come in ogni ambito della vita. Le prossime righe non sono adatte ai deboli di stomaco. Non dite poi che non eravate state avvisati.

Il 29 Agosto 1956 nello stato del New Hampshire nacque Jesus Christ Allin, in una piccola cittadina chiamata Lancaster. Il problema non è tanto il chiamarti Gesù Cristo, quanto l’aver ricevuto in dono tale nome da un pazzo fanatico religioso, il quale è convinto che tu sia la reincarnazione del messia, del figlio di Dio.

Già, perché Merle Allin sr. era un padre di famiglia abusante, maniacale (nel senso peggiore del termine) e violento, con scatti di ira folle durante i quali minacciava di uccidere la sua famiglia, e sembra che scavasse fosse nella cantina della capanna di legno in cui vivevano, per provare quanto fosse serio agli occhi di moglie e figli.

Nella capanna era abolita l’elettricità, l’acqua corrente, era vietato parlare dopo il tramonto. Anche i rapporti con l’esterno erano fortemente limitati all’essenziale. Se sei costretto a convivere sotto lo stesso tetto con malati psichiatrici del genere e a subire simili crudeltà e se hai scelto di non suicidarti (non subito almeno), a questo punto ti restano solo due alternative:

Reprimere la rabbia e farti scoppiare il fegato diventando una persona in apparenza normale e “civile”, ma con una bomba ad orologeria nel cervello pronta ad esplodere per un nonnulla;

Esplodere subito e sfogare nel più autodistruttivo dei modi anni di violenze, umiliazioni e privazioni di qualsiasi forma d’affetto e dire ok, la vita mi ha dato questo, “mio padre mi ha reso un guerriero” (parole sue, a ragione) morirò quindi lottando contro tutto e andate tutti a quel paese.

Scelse la seconda. Decisamente. Per tutto il resto della sua vita. Il soprannome GG invece gli venne affibbiato involontariamente dal fratello Merle Jr., il quale per un difetto di pronuncia non riusciva a chiamarlo Jesus e cominciò a chiamarlo Jeejee. Da qui, GG.

Nel ’62 la madre Arleta lasciò il marito, ormai psicotico, portò i figli con sé e cambiò all’anagrafe il nome del figlio, da Jesus Christ a Kevin Michael.

Ma ormai le fondamenta della personalità di GG erano già state gettate, e passò tutti gli anni della sua adolescenza tra furti, scippi, atti vandalici e rock & roll. Durante quel periodo subì il fascino sopra le righe di Alice Cooper, e successivamente iniziò ad interessarsi del punk rock dei The Ramones e dei The Stooges.

Iniziò così la sua “carriera” musicale con innumerevoli band, suonando inizialmente la batteria e cantando coi The Jabbers dal ’77 all’84, anno in cui si sciolsero per le sue performance on stage sempre più estreme.

Dall’85 in poi iniziò a militare in svariati gruppi, tra cui The Cedar street sluts, The Scumfucs e i Texas Nazis, mentre i suoi show si facevano sempre più estremi, e fu durante questo periodo, subito dopo un concerto in Manchester (New Hampshire) che si guadagnò la reputazione di “pazzo di Manchester”. Ciò che infatti rese famoso GG in breve tempo nel circuito underground non fu tanto la considerevole mole di materiale pubblicato, ma i suoi comportamenti dentro e fuori dai palchi.

È estremamente riduttivo parlare di GG nelle vesti di musicista. Come lui stesso affermò: “Se non fossi diventato un performer, avrei fatto il serial killer”.

Sarebbe banale perfino definirlo ribelle e anticonformista, di quelli che vestono jeans di marca strappati e si scatenano sul palco, inveendo contro lo stesso sistema che gli consente di esprimersi, mentre strizzano l’occhio alle major discografiche. Allin era semplicemente un’altra cosa, che non ha niente a che vedere perfino col punk.

Odiava le band che firmavano contratti con case discografiche e che dovevano sottostare alle loro regole interne per farsi promuovere, e disprezzava i suoi stessi fan, i quali non ricevevano nessun trattamento speciale. Di fatti ad un certo punto GG durante i suoi spettacoli prese a insultare, sputare e pisciare addosso a tutti gli spettatori delle prime file, per poi gettarsi tra la folla e iniziare anche a prendere tutti a pugni e a colpirli con l’asta del microfono.

Ovviamente cercavano tutti di difendersi dalle furiose e folli aggressioni senza senso di GG (stiamo parlando tra l’altro di un uomo grande e grosso, incazzato nero e impossibile da placare) e quindi i suoi “spettacoli” finivano sempre in rissa, oppure abortiti dopo poco dalla sicurezza del locale o dalla polizia che interrompeva tutto, mentre lui continuava a distruggere tutta la strumentazione e qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.

Allin impazziva in ogni singolo live, ed era solito colpirsi il cranio col microfono fino a ferirsi brutalmente. Alla fine era sempre una maschera di sangue, suo e dei suoi fan, ossa rotte, costole incrinate, anarchia e rock & roll. Dall’85 in poi inauguró anche una nuova pratica, e cioè defecare sul palco, mangiare le sue stesse feci e tirarle addosso al pubblico mentre si esibiva, il tutto condito dalle sue automutilazioni, dal suo intransigente e spietato sadomasochismo più varie ed eventuali, come sesso orale coi fan, masturbazione ricoperto di escrementi, oggetti infilati nell’ano e sodomia con carcasse di  animali.

Cose altamente (d)istruttive. Ma i suoi fan andavano ai suoi spettacoli proprio per questo, perché in un “bordello” del genere potevano fare tutto quello che volevano, senza regole, senza limiti, senza giudizi. La più sporca libertà. L’euforia adrenalinica della lotta nel pogo violento. Il lasciarsi trasportare dalla follia totale del momento, senza sensi di colpa tipicamente cristiani, senza pensare al dopo, senza inutili freni inibitori. Tutto ciò che là fuori tra le “persone per bene” è visto come immorale o è vietato fare.

Sul finire degli anni ‘80 GG era fisicamente cambiato dagli inizi: abbruttito dalle cicatrici, dai tatuaggi disegnati male e fatti peggio, dall’eroina e le più disparate altre droghe, e dall’alcolismo. Ed era precisamente ciò che voleva, d’altronde come lui stesso affermava: “il mio corpo è il tempio del rock n’roll”.

È stato detto di tutto sull’ultimo vero Re del rock n’roll (come lui stesso si definitiva), e si fa sempre troppo presto a giudicare. Noi ovviamente ci asteniamo dal farlo, ma vorremmo solo porre un interrogativo: Quanti di noi vivono la vita senza barriere tra la vita pubblica e privata, in un continuum temporale senza ipocrisie, falsità e nulla da nascondere?

E quanti di noi avrebbero il coraggio di vivere genuinamente, in modo romantico, ripudiando le continue disumane costrizioni, finzioni e artefatti che la società moderna e “civile” ci serve a tavola tutti i giorni e che ci fa anche pagare a caro prezzo, disprezzando le comodità borghesi, i servilismi ipocriti, gli scatti di carriera per abbracciare invece la verità, la libertà, ed essere sempre innamorati del vero? Anche se non si conoscono le risposte, è sempre giusto e onesto verso sé stessi e verso la propria natura umana porsi delle domande. Le giuste domande.

L’ultimo periodo della sua vita lo vede protagonista in band come “Antiseen” e “The murder Junkies”, questi ultimi assieme a suo fratello Merle al basso, coi quali continuò la sua opera di iconoclastia, violenza e ribellione fino alla sua morte, avvenuta il 28 Giugno 1993 a New York, dopo il suo ultimo concerto al “The gas station”.

In quell’occasione dopo la seconda canzone mancò la corrente al locale (ma probabilmente qualcuno la staccò) e GG andò fuori di testa e iniziò a distruggere tutto, cagarsi addosso, lanciare le sue feci addosso alla gente e prendere a pugni tutti i suoi fan. Alla fine uscì e iniziò a girovagare senza meta per Manhattan, prima nudo e poi indossando la minigonna della sua ragazza, il tutto mentre era ricoperto di sangue e merda, con una folla di fan e altri pazzi forsennati al seguito che strillavano con lui e lanciavano ovunque bottiglie di vetro.

Morì la notte stessa, per overdose da eroina e da una vita di veri eccessi. Cose che farebbero apparire il più duro e puro dei metallari come un poppante in fasce che si ciuccia il dito mentre gioca a fare il ribelle incazzato e incazzoso, con tanto di corpse painting e portafoglio gonfio. Il suo funerale fu una festa, tutto documentato e reperibile online, con i suoi amici e suo fratello che versavano superalcolici sul suo cadavere sporco così com’era stato trovato, senza lavarlo. Come avrebbe voluto lui.

GG Allin era un antisociale, radicale ed estremo, che non accettava compromessi e viveva secondo le sue regole. Tutto il suo pensiero è racchiuso nel suo “manifesto”, scritto in carcere, da cui traspare tutta la sua frustrazione e il suo odio per il falso e per la corruzione nella musica:

“Even Iggy let me down. The Sex Pistols let me down. Sid let me down when he fell in love (that’s why they are all dead). And now we have the Ramones praising bands like Guns N’ Roses, which runs against everything they were set out to destroy”.      

 Odiava sottomettersi alle logiche di mercato delle industrie discografiche, e probabilmente a tutto ciò contribuì anche l’aver dovuto assistere impotente a tutti i suoi miti della scena punk rock che si vendevano al miglior offerente, diventando parte di quel sistema “mainstream”che tanto dicevano di odiare un tempo, quando erano giovani e puri, urlando dai microfoni degli scantinati maleodoranti, snaturando quindi il senso della loro esistenza. Per lui la vita era una lotta continua, e la musica per lui non significava nulla, era solo uno strumento che usava per lanciare un messaggio. Il suo messaggio.

Perché, in fin dei conti, l’arte dovrebbe servire a questo, nient’altro. E chiunque possieda un’ intelligenza acuta, un carattere e un cuore forte, lo sa bene. E non se ne fa nulla dei narcisismi inutili da finto “dannato” col fiato corto e la sua debole “arte” sterile e priva di contenuti. Ne esistono fin troppi oggi così, coi loro concetti pettinati, in linea con gli standard, che non lasciano più spazio per l’ingenuità provocatoria e dissacrante di “stelle comete” come GG. Ma la sua scia di “sangue e merda” brilla ancora.

“Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi si sente diverso va da sé al manicomio” – F. W. Nietzsche

Live Fast, Die Fast.

Alla prossima.

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