Il Covid e la dittatura mancata dello streaming

Lettere aperte, cinema vuoti. A poco meno di due settimane dalle grandi riaperture del 1° giugno, sono già molte le richieste d’aiuto che i piccoli cinema italiani hanno avanzato attraverso lettere aperte e campagne di donazioni. Oggi, finalmente per alcuni, le sale di tutta Italia riapriranno nel rispetto delle norme anti-contagio, ma nella preoccupazione generale degli esercenti, viene spontanea una domanda che si aggiunge alle già molte titubanze sulla scelta di riaprire un’attività simile in piena estate: dopo tre mesi di streaming, sentiamo davvero il bisogno di tornare in sala?

Per dare una risposta scientifica, dovremmo almeno attendere, quando sarà, il giorno in cui le piattaforme streaming renderanno pubblici i propri dati di vendita e di download, cosa che ad oggi avviene in maniera sporadica e approssimativa. Sappiamo invece che le grandi case di distribuzione hanno rimandato, a data da destinarsi, le uscite delle produzioni più importanti: Universal Pictures rimanda l’ultimo, attesissimo 007, “No time to die”, Walt Disney rimanda il live action di Mulan. Anche Platinum Dunes, dopo la trionfale presentazione allo scorso Super Bowl, è costretta a rimandare il secondo capitolo di “A Quiet Place”, mentre slitta a natale “Top Gun: Maverick”, distribuito da Eagle Pictures. Produzioni più piccole, probabilmente destinate a passare in sordina al cinema, sono uscite direttamente per il mercato streaming.

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Un caso recente è “Artemis Fowl”, che sarebbe dovuto arrivare al cinema nelle prossime settimane e adesso già disponibile in streaming su Disney+. Il primo ostacolo alla supremazia dei servizi streaming, quindi, è proprio l’incasso: le case di produzione ancora non se la sentono di giocarsi tutto sullo streaming e l’on-demand, soprattutto in paesi come l’Italia dove la pratica del videonoleggio è morta con la chiusura delle ultime videoteche, e un’intera generazione over 40 non ha ancora imparato a sostituire l’acquisto fisico di un film con la sua fruizione su internet. Non siamo ancora pienamente educati allo streaming, quindi il mercato sala, parlando meramente di numeri, è ancora fondamentale.

Parlando di fruizione, c’è un altro handicap che separa la visione in streaming dalla sala: il comparto tecnico. È molto difficile pensare che tutti quelli che hanno un abbonamento a servizi come Netflix, Prime Video, Disney+ e simili, siano anche muniti di un adeguato impianto sonoro e di un televisore all’altezza. Questo non è un problema, per esempio, per chi ha intenzione di recuperare The Irishman. Anzi, il consiglio, in quel caso, è di guardarlo su telefonino: solo così non noterete il disastroso lavoro di ringiovanimento del cast. Ma parlo di The Irishman per riferirmi, in generale, a film che non vivono né di un grande sonoro né di notevoli effetti speciali, e sottolineo notevoli. Un lusso, quello dello streaming, che viene meno se guardiamo ad altri casi recenti.

Lo scorso anno due grandi saghe sono giunte all’epilogo: Star Wars e l’universo Avengers. Ancora una volta, né Marvel né Disney hanno rinunciato alla sala per la distribuzione dei film. Possiamo immaginare l’ultimo, colossale capitolo di Star Wars in esclusiva sul piccolo schermo? Oppure il monumentale scontro finale di Endgame sulla televisione di casa? Nella sala del cinema abbiamo il nostro primo incontro con il film: è giusto che a tutti venga offerta l’opportunità, ora che solo alcuni possono permettersi impianti di qualità nelle proprie case, di godere di questi grandi momenti di cinema in sale tecnicamente adeguate.

Altro discorso sono i costi del cinema rispetto a quelli dello streaming. Un abbonamento base a Netflix costa 7,99 euro al mese. Un abbonamento a Prime Video (Amazon) costa 39 euro all’anno, poco più di 3 euro al mese. Con la stessa cifra con cui, in streaming, posso accedere a un catalogo vasto, variegato e in costante aggiornamento, al cinema posso vedere un solo film. Dato per vero l’assunto di cui sopra, che vede pochi film davvero destinati alla spettacolarità della sala cinematografica, è normale immaginarsi un mondo, non troppo lontano, in cui al cinema spetterà una funzione di appendice delle piattaforme streaming, e non il contrario.

Quella rivoluzione che auspicava a una dittatura delle suddette durante l’emergenza sanitaria è ancora in una fase embrionale. I tempi – è una questione generazionale – non sono maturi e ancora possiamo far affidamento a un processo liturgico come quello della sala, un rituale fatto di miti e pratiche ben definite, l’anelito al mito della sala, della condivisione, elementi che hanno creato, nel tempo, non solo l’immagine di uno spettatore-fedele automatizzato nel rispetto del rito, un processo che prescinde l’essenza stessa del film, ma un’intera teologia dogmatica, impossibile da scardinare con una semplice blitzkrieg.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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